II.

Il silenzio della notte era tornato, l'aria non le portava più se non

il leve mormorio della Manganizza e i canti degli usignuoli nel viale;

nondimeno non poteva persuadersi che fosse finita. Una volta le parve

di sentire come avvicinarsi un passo guardingo, e fatta di ghiaccio

senza neanche alitare stava in orecchi: l'ombra delle foglie del gelso

ch'ella vedeva a' suoi piedi nel chiaro della luna s'agitò un istante

in modo assai strano. Appendevano una qualche frasca a quell'arbore,

od era stato un improvviso buffo di vento? Ma non appena aveva potuto

quietare il battito del cuore per queste subite e forse vane paure,

che udì assai distinto alcune pedate che venivano da diverse parti; poi

un bisbiglio di voci sommesse e un fruscio fra il fogliame del vicino

viale, e tacere ad un tratto il canto degli usignuoli, indi cangiarsi

in quel fischio lamentevole che mandano le femmine quando si vedono

gente dappresso e tremano sul nido impaurite pei loro piccini. Non era

più dubbio, tornavano; e di lì a pochi minuti, se l'angoscia glielo

avesse permesso, ella avrebbe potuto raccogliere buona parte di questo

dialogo, che s'intavolava proprio sotto alla sua finestra.

— Non sono, ti dico!

— Ma questa mattina li ho veduti io co' miei occhi: erano due bei

giranei, la casselletta col garofano che le ha regalato quella bestia

dell'Armellino, e un'altra tutta folta di basilico.

— Oh bella! Si sarà sentita sulla coscienza il peccato e per prevenirne

almeno in parte la punizione, li avrà tirati in camera.

— La finestra è aperta; mi darebbe l'animo di scalarla e andarglieli a

tòrre magari di sotto al letto. Ma vuoi scommettere ch'ella s'è cavata

dai freschi coll'andarsene a dormire fuori di casa, ed ha portato

via tutti i suoi fiori immaginandosi già che questa notte noi glieli

avremmo devastati?

— È facile: altrimenti quel bravaccio di Giorgio si sarebbe lasciato

vedere, credendo d'imporci con quei suoi baffi colore di sorcio; ma i

fiori non può averli portati con sè, e neanche nella camera, adesso

che ci penso, non devono essere; avrebbe chiuso le impòste; li avrà

nascosti in qualche campo.

— E allora come si fa a trovarli fuori?

— Aspetta; parmi d'aver veduto qui dappresso un seminato di canapa. Io

ho buon naso; intanto che vengono gli altri, andiamo a cercarli. — E si

allontanavano. Quando furono vicini al campo indicato, il Rosso cavò

fuori il suo moccichino, lo distese per terra e razzolando colle mani

lo riempiva di sabbia e di minuti sassolini.

— Che diaccine vai ora facendo? chiese l'altro meravigliato.

— Ti dico ch'i' ho buon naso e che il basilico ha buon odore. — Poi si

mise a girare per la canapa, e come se l'avesse incensata gittava per

tutti i versi manate di sabbia, indi annusava col muso all'aria a guisa

di bracco. Nardo rideva, e fermo sul ciglio del fosso stava guardando

a quelle tante parabole di sassolini che illuminati dalla luna parevano

goccioline di acqua o di argento liquefatto cadenti ad innaffiare quel

luccicante quadrato di verde.

— Ci siamo! gridò il Rosso, il basilico risponde, — e veniva fuori

trionfante con in braccio la cassetta. — Eh! ho trovato anche gli

altri, sono lì dappresso. Sapevo bene che il basilico chiacchierone

avrebbe fatto la spia! — Infatti quella povera inconsapevole

pianticella percossa dai sassolini aveva mandato un così acuto getto

di profumi che valse subito a tradirla e a discoprire i compagni. Si

misero a trasportarli sull'interrato che circonda il Rovere dirimpetto

all'osteria. Erano tutti intenti a questa faccenda, quand'eccoti

dal villaggio un repentino urlare di voci adirate, un dágli, un

accorr'uomo, un parapiglia da non dirsi. Nardo lascia andare la

cassetta e spaurito si mette anch'egli a gridare. Il Rosso non vuol

altro, salta il fosso e via a gambe su pel viale. Nel frattempo ch'essi

erano andati a cercare le casselle della Tina, gli altri avevano quasi

terminato d'infiorare a lor modo il villaggio già affatto immerso nel

sonno, e fatti franchi dall'esito dell'impresa fino allora felice,

giugnevano in piena sicurezza a quell'ultima casa. Contenti di poter

finalmente sfogare il rancore che tutti d'accordo portavano alla

sfortunata fanciulla, senza più oltre aspettare i due che mancavano,

s'erano già posti all'opera. Avevano vuotato i cesti e andavano

sciorinando sul terreno le loro frasche e i fiori d'ogni sorte. Un

povero figliuolo a cui pareva spirito il mostrarsi più degli altri

accanito, con gioia maligna, come se avesse sperato farsi udire da lei,

enumerava ad alta voce il tristo significato di quelle tante erbacce.

Quando giù dal moro, come un fulmine salta l'Armellino, e datogli due

sonori scappellotti, gli ordina di rimetter tosto nei cesti tutto

quell'arsenale di porcheria, e di sgomberare sull'istante. Voleva

far resistenza, ma un altro più potente scappellotto lo persuase, e

chinatosi per terra rapidamente obbediva. Gli altri sbigottiti da

quell'improvvisa ed inaspettata comparsa, parte s'erano dati alla

fuga, parte gridavano arrabbiati, ma non osavano affrontarlo, perchè

egli aveva cavato la ronca, e così fattamente tremava e gli uscivano

dagli occhi tali scintille di concentrato furore da far temere chi

sa qual tremenda esplosione. A qualche passo di distanza s'erano

peraltro aggruppati diversi, e bestemmiavano minacciosi e s'aizzavano

l'un l'altro per farsi alla zuffa e vendicare l'insulto. Giacomino

stupefatto, che di tutta quella scena non aveva potuto capir nulla, se

non l'inopinata presenza dell'amico, quando potè un poco raccapezzarsi

gli si fece dappresso e chiese con voce calma fissandolo arditamente:

— Che ti abbiamo fatto noialtri per maltrattarci in cotesta maniera?

— E a voialtri che cosa importa della Tina, che venite qui a rompermi

l'anima, a crescere dolore sovra dolore? Via tutti per Dio, se no vi

caccio a coltellate!

— Ma non sai tu che siamo in quindici, e che potremo bene tenerti

fronte, se non avessimo pietà d'un povero pazzo?

— Sì!... sclamò egli improvvisamente mutando tenore. Sì! pazzo! l'hai

detta. Ma tu una volta, Giacomino, mi volevi bene.... Và, persuadi quei

monelli ad andarsene: che mi lascino in pace! Ad essi la Tina non ha

fatto nulla. Son io il tradito.... E poi che importa, s'ella non può

più amarmi? Quante ore felici non ho passate io qui!... Adesso, in

questo mondo sono di troppo.... fra pochi giorni vado via per sempre.

Non offendete questa povera creatura che mi è stata tanto cara....

Oh Giacomino! Ti prego per la nostra amicizia, per amore della mia

memoria, fà che anch'essi la rispettino! — E si gettò a piangere sul

petto dell'amico, che intenerito lo strinse fra le braccia.

Nel dimani, nella villa di Soleschiano, erano due persone che piuttosto

che comparire alla messa si sarebbero seppellite sotterra; la Tina, e

il povero diavolo a cui erano toccate le busse. Risolvettero peraltro

entrambi di affrontare ad ogni costo quel rossore, ma la ragione

che ve li persuase era affatto diversa, e vi si accinse ognuno alla

propria maniera. Il giovanotto aveva pensato che nel suo caso era

assolutamente necessario di farsi vedere proprio lì nella sua chiesa; e

farsi vedere in modo tale che bastasse a smentire qualunque voce corsa

della disgraziata avventura. Nella sua testa, credette che a tal uopo

tornasse bene vestirsi dei migliori abiti, mostrarsi allegrissimo,

ed egli ch'era stato sempre la miglior anima del paese, in quel

giorno fece il bulo, e passeggiava sulla piazza in mezzo alla gente

con un fazzoletto scarlatto ad armacollo, due altri nelle saccocce

di cui a bello studio gli riuscivano fuori le cocche, e per la prima

volta in sua vita con la pipa in bocca. — In quanto alla fanciulla,

era domenica, e mancare al precetto, non le passava neanche per la

mente. Ma per isfuggire allo sguardo di tanti curiosi, corse in chiesa

appena l'alba, e chiusa nel suo ampio fazzoletto s'inginocchiò in un

cantuccio, e stette là immota finchè, finita la messa, tutti furono

usciti. Da quell'epoca in poi, questa fu per lei un'abitudine costante.

Era diventata solitaria e taciturna, quasi sempre ritirata a casa

pareva che sfuggisse ogni umano consorzio. Nei giorni di lavoro in

campagna usciva cogli altri, ma non prendeva parte nè ai loro canti

nè alla loro allegria. In famiglia, mansueta e dolce, come sempre,

obbediva; del resto di rado avresti sentito la sua voce; pareva che

nemmanco ascoltasse i discorsi degli altri, tanto stava continuamente

fisa ne' suoi pensieri. Sua unica gioia era potersi appartare, e tutte

le ore disoccupate le consumava in qualche angolo remoto col viso

fra le mani, e spesso una lagrima furtiva le solcava le guance ogni

giorno più pallide. Ma non era per questo meno bella. Anzi tutti i suoi

lineamenti avevano acquistato una non so quale ineffabile vaghezza,

che non potevi a lungo contemplare, senza sentirti la commozione

nel cuore. Non più eretta la persona come nella superbia della prima

giovinezza, ma a guisa della dilicata campanula dei convolvoli, o della

cineraria che sull'esile gambo piega così graziosa la sua corolla

gentile, anch'ella quasi sempre teneva bassa la testa. Dalle labbra

mobilissime involontariamente talvolta le traspariva un impercettibile

sorriso di voluttuoso affetto che passava come lampo, o trasformavasi

nell'amara espressione d'un inconsolabile dolore. Oh chi l'avesse

potuta osservare, quando internata nella solitudine del giardino dei

Conti riusciva sul margine della Manganizza tra le pioppe e le querce

secolari che ivi la fiancheggiano, e abbandonata a sè stessa si sedeva

senza sospetto a contemplare il corso dell'acquicella! I più reconditi

pensieri le si dipingevano allora quasi senza velo sulla candida

fronte; tutta l'anima le correva alla faccia, e i suoi grandi occhi

neri nei quali da qualche tempo s'era accesa una fiamma passionata

pareva che vedessero gioie ineffabili in ogni onda che passava; ma

fuggivano tutte, ed ella sorgeva pallida, lagrimosa, ed atteggiata di

una così cupa disperazione che l'avresti presa per la Niobe dei Greci.

Che era mai che così la rapiva in estasi per poi gittarla in cotesti

desolati pensieri? Che era questa forza arcana che metteva adesso

tanta vita in quelle gracili membra, e mentre visibilmente deperivano

le irradiava di tanta grazia, di tanta quasi divina bellezza? Era la

scintilla venuta finalmente ad animare la statua di Pigmalione: era

l'amore. Questa capricciosa passione ch'ella non aveva conosciuto,

nè quando promise la sua fede all'Armellino, nè poscia quando si

legava con Giorgio, ora che li aveva perduti entrambi, la sentiva

in tutta la sua potenza. Cresciuta negli anni, ma ancora col cuore

inesperto, accettò l'amore del primo, perchè anch'ella gli voleva

bene, ma come a un dolce amico d'infanzia, come a un fratello. Erano

pari di condizione, le loro famiglie si amavano, il giovane metteva

tanta cura nel compiacerla, ed ella si sentiva così riconoscente che

credette davvero che cotesto fosse l'amore; e poi nella sua vanità di

fanciulla, le pareva così bello essere corteggiata, avere di già il

damo, che non le era neanco passato per la mente di riflettere alla

gravità dell'impegno che si era assunta con quella promessa. Venne

Giorgio: l'aveva per caso incontrata nell'uscire di chiesa, e preso

dalla sua modesta bellezza, si fermò a parlare di lei con una donna

del villaggio, i cui racconti finirono d'innamorarlo. Giorgio agiato

di famiglia e superbo di poter vestire i dì di festa a uso signorile

e di tener qualche tallero in saccoccia, era uno di quegli uomini che

credono sempre di onorare e felicitare la fanciulla a cui offrono il

tesoro della loro mano e del loro nome. Non si fece dunque nessuno

scrupolo di soppiantare un povero diavolo che non aveva se non le

braccia, e col mezzo stesso di quella donna mandò in regalo alla Tina

un mazzolino di fiori. Erano veramente belli, e la fanciulla senza

pensare alle conseguenze, invece di rifiutarli se li mise nella cintura

e comparve con essi alla sagra di Madonna di Strada. Da quel momento

il giovane si credette autorizzato ad entrare la sua casa. L'Armellino

nella sua dilicatezza frenava le gelosie, col cuore infranto piangeva

in secreto, ma lamentarsi con lei non voleva, o non degnava: tal

volta anche forzavasi di far buon viso a quei vanitoso la cui sciapita

conversazione non sapeva comprendere com'ella trovasse aggradevole;

ma stanco del tremendo martirio finì col ritirarsi. Quando seppe

che la fanciulla, lungi dall'aver compreso il suo generoso contegno,

si credette sciolta da ogni promessa, e senza cercar spiegazioni di

sorte, quasi per tòrsi all'umiliazione di un abbandono aveva dato la

sua fede all'altro, si sentì la morte nel cuore e risolse di lasciar

per sempre un paese dove per lui non v'erano che memorie dolorose.

Ma perchè la sua famiglia restava così priva di due braccia robuste,

credette di compensarla col darsi cambio, e portare nelle mani della

desolata sua madre il prezzo della sua povera vita venduta. Mancavano

pochi giorni all'adempimento di questo irrevocabile sacrifizio, quando

sotto le finestre della Tina avvenne la scena che abbiamo descritta.

La fanciulla che non aveva amato Giorgio più dell'Armellino, comprese

allora il cuore del giovane, che con tanta leggerezza ella aveva

potuto tradire. Lo vide bello nell'impeto dell'ira; più bello nella

commozione quando piangeva fra le braccia dell'amico. Sentì come

sarebbe stato orgoglio portare il suo nome, rammemorò tutto il bene

che sin da fanciulli si avevano sempre voluto, e quando non v'era più

speranza, amò con tutta la potenza di cui era capace. Tutti nemici,

tutti l'avevano abbandonata; ironie e disprezzo in ogni parola che

udiva, ed egli era venuto a difenderla; prima di partire per sempre era

venuto a circondarla del generoso suo amore, a lasciarle quest'ultimo

addio, questo perdono tanto immeritato!... Lo vedeva sempre dinanzi

agli occhi, udiva il suono di quella voce altera e tonante, poi in un

subito così amorosa; meditava con un rimorso infinito le dolci parole,

ch'egli le aveva tante volte ripetuto e da lei così mal ricambiate....

Per una di quelle parole adesso avrebbe dato il sangue, l'anima — e

non era più tempo! Pensava alla vita misera che per sua colpa egli

andava ad intraprendere.... Oh invece era l'amore, ch'essi dovevano

insieme dividere! Era la sua povera madre desolata ch'ella avrebbe

amato come propria e assistita e confortata negli ultimi anni! Ed ahi!

ella forse la malediva.... — Questi pensieri lungi dall'attenuarsi

diventavano ogni giorno più vivi. Ci sono delle memorie che il tempo

cancella, ma ve ne hanno anche delle altre che a guisa di cifre incise

nella corteccia d'un giovane arboscello, crescono e si dilatano colla

pianta e il tempo non fa che renderle più profonde. Giorgio più non

compariva. Nell'importanza che dava alla sua persona aveva creduto che

a difendere la porta della Tina in quei terribili sabati del maggio

avesse dovuto bastare l'essersi egli dichiarato l'amante. Ma poichè la

cosa era ita altrimenti, ed egli dopo i vanti menati aveva finito collo

starsene a casa lontano da ogni rumore, adesso poi non osava affrontare

le beffe dei giovinotti del villaggio, e nella sua viltà fece le viste

che la fama di lei così dilaniata fosse un ostacolo all'assenso dello

zio oste di Oleis, ch'egli poi non voleva a nessun patto disgustare;

e in capo ad alcune settimane mandò a dire alla Tina com'ella poteva

riguardarsi in piena libertà. La fanciulla sorrise amaramente, ma non

ne fu sorpresa: era già un pezzo ch'ella aveva imparato a valutare quel

cuore.

Racconti(#49510) · 第 79 / 90 题