Il silenzio della notte era tornato, l'aria non le portava più se non
il leve mormorio della Manganizza e i canti degli usignuoli nel viale;
nondimeno non poteva persuadersi che fosse finita. Una volta le parve
di sentire come avvicinarsi un passo guardingo, e fatta di ghiaccio
senza neanche alitare stava in orecchi: l'ombra delle foglie del gelso
ch'ella vedeva a' suoi piedi nel chiaro della luna s'agitò un istante
in modo assai strano. Appendevano una qualche frasca a quell'arbore,
od era stato un improvviso buffo di vento? Ma non appena aveva potuto
quietare il battito del cuore per queste subite e forse vane paure,
che udì assai distinto alcune pedate che venivano da diverse parti; poi
un bisbiglio di voci sommesse e un fruscio fra il fogliame del vicino
viale, e tacere ad un tratto il canto degli usignuoli, indi cangiarsi
in quel fischio lamentevole che mandano le femmine quando si vedono
gente dappresso e tremano sul nido impaurite pei loro piccini. Non era
più dubbio, tornavano; e di lì a pochi minuti, se l'angoscia glielo
avesse permesso, ella avrebbe potuto raccogliere buona parte di questo
dialogo, che s'intavolava proprio sotto alla sua finestra.
— Non sono, ti dico!
— Ma questa mattina li ho veduti io co' miei occhi: erano due bei
giranei, la casselletta col garofano che le ha regalato quella bestia
dell'Armellino, e un'altra tutta folta di basilico.
— Oh bella! Si sarà sentita sulla coscienza il peccato e per prevenirne
almeno in parte la punizione, li avrà tirati in camera.
— La finestra è aperta; mi darebbe l'animo di scalarla e andarglieli a
tòrre magari di sotto al letto. Ma vuoi scommettere ch'ella s'è cavata
dai freschi coll'andarsene a dormire fuori di casa, ed ha portato
via tutti i suoi fiori immaginandosi già che questa notte noi glieli
avremmo devastati?
— È facile: altrimenti quel bravaccio di Giorgio si sarebbe lasciato
vedere, credendo d'imporci con quei suoi baffi colore di sorcio; ma i
fiori non può averli portati con sè, e neanche nella camera, adesso
che ci penso, non devono essere; avrebbe chiuso le impòste; li avrà
nascosti in qualche campo.
— E allora come si fa a trovarli fuori?
— Aspetta; parmi d'aver veduto qui dappresso un seminato di canapa. Io
ho buon naso; intanto che vengono gli altri, andiamo a cercarli. — E si
allontanavano. Quando furono vicini al campo indicato, il Rosso cavò
fuori il suo moccichino, lo distese per terra e razzolando colle mani
lo riempiva di sabbia e di minuti sassolini.
— Che diaccine vai ora facendo? chiese l'altro meravigliato.
— Ti dico ch'i' ho buon naso e che il basilico ha buon odore. — Poi si
mise a girare per la canapa, e come se l'avesse incensata gittava per
tutti i versi manate di sabbia, indi annusava col muso all'aria a guisa
di bracco. Nardo rideva, e fermo sul ciglio del fosso stava guardando
a quelle tante parabole di sassolini che illuminati dalla luna parevano
goccioline di acqua o di argento liquefatto cadenti ad innaffiare quel
luccicante quadrato di verde.
— Ci siamo! gridò il Rosso, il basilico risponde, — e veniva fuori
trionfante con in braccio la cassetta. — Eh! ho trovato anche gli
altri, sono lì dappresso. Sapevo bene che il basilico chiacchierone
avrebbe fatto la spia! — Infatti quella povera inconsapevole
pianticella percossa dai sassolini aveva mandato un così acuto getto
di profumi che valse subito a tradirla e a discoprire i compagni. Si
misero a trasportarli sull'interrato che circonda il Rovere dirimpetto
all'osteria. Erano tutti intenti a questa faccenda, quand'eccoti
dal villaggio un repentino urlare di voci adirate, un dágli, un
accorr'uomo, un parapiglia da non dirsi. Nardo lascia andare la
cassetta e spaurito si mette anch'egli a gridare. Il Rosso non vuol
altro, salta il fosso e via a gambe su pel viale. Nel frattempo ch'essi
erano andati a cercare le casselle della Tina, gli altri avevano quasi
terminato d'infiorare a lor modo il villaggio già affatto immerso nel
sonno, e fatti franchi dall'esito dell'impresa fino allora felice,
giugnevano in piena sicurezza a quell'ultima casa. Contenti di poter
finalmente sfogare il rancore che tutti d'accordo portavano alla
sfortunata fanciulla, senza più oltre aspettare i due che mancavano,
s'erano già posti all'opera. Avevano vuotato i cesti e andavano
sciorinando sul terreno le loro frasche e i fiori d'ogni sorte. Un
povero figliuolo a cui pareva spirito il mostrarsi più degli altri
accanito, con gioia maligna, come se avesse sperato farsi udire da lei,
enumerava ad alta voce il tristo significato di quelle tante erbacce.
Quando giù dal moro, come un fulmine salta l'Armellino, e datogli due
sonori scappellotti, gli ordina di rimetter tosto nei cesti tutto
quell'arsenale di porcheria, e di sgomberare sull'istante. Voleva
far resistenza, ma un altro più potente scappellotto lo persuase, e
chinatosi per terra rapidamente obbediva. Gli altri sbigottiti da
quell'improvvisa ed inaspettata comparsa, parte s'erano dati alla
fuga, parte gridavano arrabbiati, ma non osavano affrontarlo, perchè
egli aveva cavato la ronca, e così fattamente tremava e gli uscivano
dagli occhi tali scintille di concentrato furore da far temere chi
sa qual tremenda esplosione. A qualche passo di distanza s'erano
peraltro aggruppati diversi, e bestemmiavano minacciosi e s'aizzavano
l'un l'altro per farsi alla zuffa e vendicare l'insulto. Giacomino
stupefatto, che di tutta quella scena non aveva potuto capir nulla, se
non l'inopinata presenza dell'amico, quando potè un poco raccapezzarsi
gli si fece dappresso e chiese con voce calma fissandolo arditamente:
— Che ti abbiamo fatto noialtri per maltrattarci in cotesta maniera?
— E a voialtri che cosa importa della Tina, che venite qui a rompermi
l'anima, a crescere dolore sovra dolore? Via tutti per Dio, se no vi
caccio a coltellate!
— Ma non sai tu che siamo in quindici, e che potremo bene tenerti
fronte, se non avessimo pietà d'un povero pazzo?
— Sì!... sclamò egli improvvisamente mutando tenore. Sì! pazzo! l'hai
detta. Ma tu una volta, Giacomino, mi volevi bene.... Và, persuadi quei
monelli ad andarsene: che mi lascino in pace! Ad essi la Tina non ha
fatto nulla. Son io il tradito.... E poi che importa, s'ella non può
più amarmi? Quante ore felici non ho passate io qui!... Adesso, in
questo mondo sono di troppo.... fra pochi giorni vado via per sempre.
Non offendete questa povera creatura che mi è stata tanto cara....
Oh Giacomino! Ti prego per la nostra amicizia, per amore della mia
memoria, fà che anch'essi la rispettino! — E si gettò a piangere sul
petto dell'amico, che intenerito lo strinse fra le braccia.
Nel dimani, nella villa di Soleschiano, erano due persone che piuttosto
che comparire alla messa si sarebbero seppellite sotterra; la Tina, e
il povero diavolo a cui erano toccate le busse. Risolvettero peraltro
entrambi di affrontare ad ogni costo quel rossore, ma la ragione
che ve li persuase era affatto diversa, e vi si accinse ognuno alla
propria maniera. Il giovanotto aveva pensato che nel suo caso era
assolutamente necessario di farsi vedere proprio lì nella sua chiesa; e
farsi vedere in modo tale che bastasse a smentire qualunque voce corsa
della disgraziata avventura. Nella sua testa, credette che a tal uopo
tornasse bene vestirsi dei migliori abiti, mostrarsi allegrissimo,
ed egli ch'era stato sempre la miglior anima del paese, in quel
giorno fece il bulo, e passeggiava sulla piazza in mezzo alla gente
con un fazzoletto scarlatto ad armacollo, due altri nelle saccocce
di cui a bello studio gli riuscivano fuori le cocche, e per la prima
volta in sua vita con la pipa in bocca. — In quanto alla fanciulla,
era domenica, e mancare al precetto, non le passava neanche per la
mente. Ma per isfuggire allo sguardo di tanti curiosi, corse in chiesa
appena l'alba, e chiusa nel suo ampio fazzoletto s'inginocchiò in un
cantuccio, e stette là immota finchè, finita la messa, tutti furono
usciti. Da quell'epoca in poi, questa fu per lei un'abitudine costante.
Era diventata solitaria e taciturna, quasi sempre ritirata a casa
pareva che sfuggisse ogni umano consorzio. Nei giorni di lavoro in
campagna usciva cogli altri, ma non prendeva parte nè ai loro canti
nè alla loro allegria. In famiglia, mansueta e dolce, come sempre,
obbediva; del resto di rado avresti sentito la sua voce; pareva che
nemmanco ascoltasse i discorsi degli altri, tanto stava continuamente
fisa ne' suoi pensieri. Sua unica gioia era potersi appartare, e tutte
le ore disoccupate le consumava in qualche angolo remoto col viso
fra le mani, e spesso una lagrima furtiva le solcava le guance ogni
giorno più pallide. Ma non era per questo meno bella. Anzi tutti i suoi
lineamenti avevano acquistato una non so quale ineffabile vaghezza,
che non potevi a lungo contemplare, senza sentirti la commozione
nel cuore. Non più eretta la persona come nella superbia della prima
giovinezza, ma a guisa della dilicata campanula dei convolvoli, o della
cineraria che sull'esile gambo piega così graziosa la sua corolla
gentile, anch'ella quasi sempre teneva bassa la testa. Dalle labbra
mobilissime involontariamente talvolta le traspariva un impercettibile
sorriso di voluttuoso affetto che passava come lampo, o trasformavasi
nell'amara espressione d'un inconsolabile dolore. Oh chi l'avesse
potuta osservare, quando internata nella solitudine del giardino dei
Conti riusciva sul margine della Manganizza tra le pioppe e le querce
secolari che ivi la fiancheggiano, e abbandonata a sè stessa si sedeva
senza sospetto a contemplare il corso dell'acquicella! I più reconditi
pensieri le si dipingevano allora quasi senza velo sulla candida
fronte; tutta l'anima le correva alla faccia, e i suoi grandi occhi
neri nei quali da qualche tempo s'era accesa una fiamma passionata
pareva che vedessero gioie ineffabili in ogni onda che passava; ma
fuggivano tutte, ed ella sorgeva pallida, lagrimosa, ed atteggiata di
una così cupa disperazione che l'avresti presa per la Niobe dei Greci.
Che era mai che così la rapiva in estasi per poi gittarla in cotesti
desolati pensieri? Che era questa forza arcana che metteva adesso
tanta vita in quelle gracili membra, e mentre visibilmente deperivano
le irradiava di tanta grazia, di tanta quasi divina bellezza? Era la
scintilla venuta finalmente ad animare la statua di Pigmalione: era
l'amore. Questa capricciosa passione ch'ella non aveva conosciuto,
nè quando promise la sua fede all'Armellino, nè poscia quando si
legava con Giorgio, ora che li aveva perduti entrambi, la sentiva
in tutta la sua potenza. Cresciuta negli anni, ma ancora col cuore
inesperto, accettò l'amore del primo, perchè anch'ella gli voleva
bene, ma come a un dolce amico d'infanzia, come a un fratello. Erano
pari di condizione, le loro famiglie si amavano, il giovane metteva
tanta cura nel compiacerla, ed ella si sentiva così riconoscente che
credette davvero che cotesto fosse l'amore; e poi nella sua vanità di
fanciulla, le pareva così bello essere corteggiata, avere di già il
damo, che non le era neanco passato per la mente di riflettere alla
gravità dell'impegno che si era assunta con quella promessa. Venne
Giorgio: l'aveva per caso incontrata nell'uscire di chiesa, e preso
dalla sua modesta bellezza, si fermò a parlare di lei con una donna
del villaggio, i cui racconti finirono d'innamorarlo. Giorgio agiato
di famiglia e superbo di poter vestire i dì di festa a uso signorile
e di tener qualche tallero in saccoccia, era uno di quegli uomini che
credono sempre di onorare e felicitare la fanciulla a cui offrono il
tesoro della loro mano e del loro nome. Non si fece dunque nessuno
scrupolo di soppiantare un povero diavolo che non aveva se non le
braccia, e col mezzo stesso di quella donna mandò in regalo alla Tina
un mazzolino di fiori. Erano veramente belli, e la fanciulla senza
pensare alle conseguenze, invece di rifiutarli se li mise nella cintura
e comparve con essi alla sagra di Madonna di Strada. Da quel momento
il giovane si credette autorizzato ad entrare la sua casa. L'Armellino
nella sua dilicatezza frenava le gelosie, col cuore infranto piangeva
in secreto, ma lamentarsi con lei non voleva, o non degnava: tal
volta anche forzavasi di far buon viso a quei vanitoso la cui sciapita
conversazione non sapeva comprendere com'ella trovasse aggradevole;
ma stanco del tremendo martirio finì col ritirarsi. Quando seppe
che la fanciulla, lungi dall'aver compreso il suo generoso contegno,
si credette sciolta da ogni promessa, e senza cercar spiegazioni di
sorte, quasi per tòrsi all'umiliazione di un abbandono aveva dato la
sua fede all'altro, si sentì la morte nel cuore e risolse di lasciar
per sempre un paese dove per lui non v'erano che memorie dolorose.
Ma perchè la sua famiglia restava così priva di due braccia robuste,
credette di compensarla col darsi cambio, e portare nelle mani della
desolata sua madre il prezzo della sua povera vita venduta. Mancavano
pochi giorni all'adempimento di questo irrevocabile sacrifizio, quando
sotto le finestre della Tina avvenne la scena che abbiamo descritta.
La fanciulla che non aveva amato Giorgio più dell'Armellino, comprese
allora il cuore del giovane, che con tanta leggerezza ella aveva
potuto tradire. Lo vide bello nell'impeto dell'ira; più bello nella
commozione quando piangeva fra le braccia dell'amico. Sentì come
sarebbe stato orgoglio portare il suo nome, rammemorò tutto il bene
che sin da fanciulli si avevano sempre voluto, e quando non v'era più
speranza, amò con tutta la potenza di cui era capace. Tutti nemici,
tutti l'avevano abbandonata; ironie e disprezzo in ogni parola che
udiva, ed egli era venuto a difenderla; prima di partire per sempre era
venuto a circondarla del generoso suo amore, a lasciarle quest'ultimo
addio, questo perdono tanto immeritato!... Lo vedeva sempre dinanzi
agli occhi, udiva il suono di quella voce altera e tonante, poi in un
subito così amorosa; meditava con un rimorso infinito le dolci parole,
ch'egli le aveva tante volte ripetuto e da lei così mal ricambiate....
Per una di quelle parole adesso avrebbe dato il sangue, l'anima — e
non era più tempo! Pensava alla vita misera che per sua colpa egli
andava ad intraprendere.... Oh invece era l'amore, ch'essi dovevano
insieme dividere! Era la sua povera madre desolata ch'ella avrebbe
amato come propria e assistita e confortata negli ultimi anni! Ed ahi!
ella forse la malediva.... — Questi pensieri lungi dall'attenuarsi
diventavano ogni giorno più vivi. Ci sono delle memorie che il tempo
cancella, ma ve ne hanno anche delle altre che a guisa di cifre incise
nella corteccia d'un giovane arboscello, crescono e si dilatano colla
pianta e il tempo non fa che renderle più profonde. Giorgio più non
compariva. Nell'importanza che dava alla sua persona aveva creduto che
a difendere la porta della Tina in quei terribili sabati del maggio
avesse dovuto bastare l'essersi egli dichiarato l'amante. Ma poichè la
cosa era ita altrimenti, ed egli dopo i vanti menati aveva finito collo
starsene a casa lontano da ogni rumore, adesso poi non osava affrontare
le beffe dei giovinotti del villaggio, e nella sua viltà fece le viste
che la fama di lei così dilaniata fosse un ostacolo all'assenso dello
zio oste di Oleis, ch'egli poi non voleva a nessun patto disgustare;
e in capo ad alcune settimane mandò a dire alla Tina com'ella poteva
riguardarsi in piena libertà. La fanciulla sorrise amaramente, ma non
ne fu sorpresa: era già un pezzo ch'ella aveva imparato a valutare quel
cuore.