I.

Venivano via cantando una di quelle antiche rime d'amore, che create

Dio lo sa da che anima e in che momento di felice poesia, rimangono

tradizionali in un dato paese, come tra gli uccelli lo strido

caratteristico della specie. Erano una quindicina di giovanotti; dietro

il villaggio, attraverso la campagna, riuscivano sullo stradale e a

passo militare si tenevano a manritta verso il rettilineo che mette al

palazzo dei conti di Brazzacco. La notte placida come suole nel maggio,

e lucente pel lume della luna, lasciava discernere gli oggetti come se

fosse stato di giorno. Una stella spuntava allora al disopra del viale:

l'avresti presa per Sirio, tanto scintillava serena e vivacissima tra

le cime dei carpini, ma forse era il Cane maggiore che seguiva da lungi

Orione già alto pei cieli. Giunti all'acquicella, alcuni s'assisero

sotto le acacie, altri si sparsero pei campi a raccogliere fiori e

foglie emblematiche.

C'è nel paese una vecchia usanza. Ogni sabato di maggio s'uniscono così

in brigate e girano la notte d'uno in altro villaggio cantando i loro

strambotti, e dinanzi alla dimora delle giovani da marito, depongono,

spargono od intrecciano in vario modo rami, erbe e ghirlande che

da tempo immemorabile hanno un significato generalmente conosciuto.

Cotesta costumanza, che con voce friulana dicono _Sçhiarnete_, riesce

talvolta un omaggio, e l'ambiscono ed è il desiderato dei premi; più

spesso però la lode va frammista a qualche biasimo terribile, sicchè

non v'è ragazza che in quelle notti del maggio ardisca abbandonarsi

tranquillamente al riposo. Stanno all'erta e appena allontanati i

giovani, escono tacite a spiare ogni cosa, e se tra i fiori possano

rinvenire il serpe temuto, cautamente lo sbrigano. Talvolta gli amanti

e i fratelli son essi che fanno la guardia, ma i cori dei cantanti

passano e ripassano, ed è tanta la loro longanime accortezza, che

all'alba le fanciulle si trovano quasi sempre giudicate.

Sul passo della Manganizza già tornavano intanto alcuni colle nuove

provviste. Erano mazzi di papaveri, rami di tremerella, spiche di

segala, bacche di ligustri, fiordalisi, coronille, pervinche, viole

del pensiero, una quantità di fiori campestri e d'erbe d'ogni fatta,

perfino l'ortica e l'abborrita cuscuta devastatrice dei prati. Le

mettevano con ordine in alcuni panieri, e i tre o quattro che parevano

i caporioni dell'impresa andavano discutendo fra loro i meriti delle

ragazze del vicino villaggio.

— Ecco qua una bella frasca di pioppo per la Tinuccia, diceva l'un

d'essi.

— E anche queste spiche di segala, ch'ell'è superba come un lucifero.

— La segala, amico caro, fà di tenerla per la figliuola di mastro

Antonio, la quale non ha in testa che fumi, e sciala la domenica a uso

dama, mentre non sa filarsi neanche la camicia.

— Ehi! oseresti farti protettore della Tina? chiedeva in tono

corrucciato un ultimo disceso allora dall'argine del torrentello,

dov'era stato a tagliare un gambo d'irsuti cardi. Io, vedi, porto

proprio per lei questi bei fiori colore di porpora che guai a chi li

tocca!

— Che diaccine vai tu bestemmiando di proteggere la Tina? se l'ho

con colei forse più che tutti voialtri dopo il brutto tiro ch'ella

ha giuocato a quella pover'anima dell'Armellino. Vorrei foderarle

la porta, la finestra e l'albero che le sta di contro di ortiche,

di triboli e d'ogni mala erbaccia che Dio s'abbia creato nella sua

collera. Ma volete fare le cose senza senso? chi di voi può negare

ch'ella non sia bella?...

— Bella e modesta come la Madonna annunziata, ma cattiva....

— Intelligente, laboriosa, con un fare tutto melato che la t'incanta....

— Ha ragione Giacomino, le spine e l'assenzio non le vanno, ma non ha

cuore; mettiamogli il cardo.

— Aspettate, quest'è una ghirlanda di tremerella....

— Va bene, la tremerella volta le foglie al minimo soffio. Or bianco e

or verde, or dell'Armellino e ora di Giorgio.

— Ma è proprio vero, si faceva a chiedere un altro, ch'ella ha piantato

l'Armellino per isposare Giorgio il nipote dell'oste di Oleis, se non

isbaglio?

— La storia è oramai vecchia. Dove sei stato che pare che tu venga

dalle nuvole?

— Affè me l'han detto l'altra sera appena tornato in paese, ma credevo

che fosse una chiacchiera; perchè, vi ricordate, l'anno scorso quanti

bei fiori tutti d'accordo le abbiamo recato sulla porta?

— Fu un vero trionfo. Chi era che le combinava così bene l'anno scorso?

— Ve' lì Nardo e il Rosso e Giacomo....

— Perdono, interruppe quest'ultimo, Giacomino non c'entrava.

— Ah no, no! Tu eri a Manzinello a custodire l'amorosa.... e davano in

uno scroscio di risa. L'altro continuava:

— Sulla sua porta l'anno scorso si appendeva una ghirlanda di

gelsomini, poi un mazzolino di mammole con un magnifico garofano nel

mezzo, che diceva bella e modesta ad un tempo, a lei la salvia, la

cannella, la luisa; a lei una rosa di maggio che avevamo in primo ben

rimonda dalle spine, perchè per giudizio di tutti ell'era la meglio

ragazza dei dintorni e non si poteva trovare dove attaccarle un

biasimo.

— E l'Armellino, oh come era lieto di quella nostra sentenza!

— Ti ricordi, quando fra le foglioline di timo che avevamo sparse sulla

soglia per la minuzzata s'accorse di qualche spiluzzico di reseda che

quel briccone del Rosso ci aveva gittato per entro a dinotare l'amore

allora segreto, ma di cui egli nella sua malizia aveva già qualche

barlume?

— E ci guardava con tanto d'occhi per sapere come fosse venuta fuori;

e invece di negare, nella sua ingenuità spiattellava ogni cosa.

— Povero Armellino, e adesso soldato!

— Come soldato? Egli era meco nella nota!

— Soldato ti dico.... Va cambio per disperazione! E nel proferire

questa parola Giacomino si alzò indispettito e piantò con impeto la

ronca nel tronco d'un'acacia.

In questo mezzo avevano terminato di disporre ogni cosa, e i panieri

erano già pieni di mazzolini e di ghirlande. Alcuni avvicinati

rivedevano il lavoro e andavano notando:

— Questo per la Peppa, l'altro per l'Annina; quando uno osservò:

— E per la Menicuccia che cosa le avete apparecchiato?

— Chi è questa Menicuccia?

— Sta in fondo alla villa, una piccola sui quindici, piuttosto bellina,

che alla sagra di Madonna di Strada faceva l'occhiolino al terzo e al

quarto...

— Adesso ci vengo: porta per solito una pezzuola scarlatta,.... non sa

dire una parola con garbo, in ricambio ride e sorride.... Ma vorresti

metterla fra le ragazze da marito?

— O bella! è lei che ci si mette.

— Per la Menicuccia, gridava Giacomino, una rosa inodora e un mazzo di

trucioli!

— Bravo! ben trovato! I trucioli esprimono al vivo il desiderio

dell'armadio nuziale, che la poverina già comincia a sentirsi nel

cuore.

— Su dunque, prendete i cesti, intonate le canzoni, e apriamo la marcia

per Soleschiano.

— A Soleschiano! gridavano in coro.

— Adagio un momento, si faceva a dire il Rosso interrompendo quella

foga; non mi pare ben pensato. Vorrei farvi osservare....

— Fermi tutti! e si ascolti il dottore della compagnia.

— Ecco, continuava il Rosso, a Soleschiano devono già averci sentiti;

e poi a quest'ora avranno avuto notizia dei fatti di Manzinello. Noi

abbiamo qui certi mazzolini che forse laggiù non troveranno troppo

di buon odore. Se Giorgio, se il Moro, che so io? se i fratelli della

Menicuccia fossero ad aspettarci.... È vero che noi abbiamo tutti la

ronca, ma se ci toccasse di dover darla a gambe, e perdere i cesti,

e spandere senza costrutto per la villa i nostri fiori e le nostre

ghirlande che ci costano tanta fatica!...

— Siamo in quindici, pauroso!

— Osservo che laggiù potrebbero essere più di quindici, replicava il

Rosso, e non amerei dimani alla messa grande comparire con qualche

battufola sul mostaccio.

— Or bene, spícciati, e fuori il tuo consiglio.

— Infatti, io consiglierei, proseguiva colui che pareva l'Ulisse

della brigata, che s'andasse pure a Soleschiano e cantando anche se

vi aggrada a gola aperta, ma che non si regalassero che i fiori e le

erbe inconcludenti, tenendo ben guardate nei nostri panieri quelle che

potessero spandere qualche effluvio un po' ingrato....

— Oh questo poi no! interruppe Giacomino. Vada per le altre, ma alla

Tina, siamo tanti vili se perdoniamo....

— E chi ti dice di perdonare? Da Soleschiano noi passeremo sempre

cantando a San Lorenzo. Sul pozzo pianteremo un bel maggio che voglia

dire qualche cosa in comune a tutte le ragazze del villaggio; e voi

altri là spicciatevi subito a comporlo; poi come se fosse finito

sciogliamo la compagnia, e per gli orti e per la campagna quatti quatti

torniamo tutti a Soleschiano.

— Subito all'esecuzione! disse Nardo, e secondo una mia idea ecco qui

questo bel ramo di oppio che può servirci benissimo per San Lorenzo.

— L'oppio vuol dire lagrime; ma se non ti spieghi meglio!...

— Nei giorni di mercato a Palma, quando si passa mattutini pei villaggi

che stanno lungo la via, non è una specie di consolazione il trovare

intorno al pozzo già tutte alzate e leste ad attignere le ragazze del

paese che ti salutano per nome, che ti offrono da bere, che ti fanno

un risolino, o ti dicono una bella parola, mentre ripigli lena per

le fatiche del viaggio? — Ridevano, e taluno osservava che a Claujano

questo caro conforto del povero viandante non manca per certo: gli è

una gloria; sempre folla a quel benedetto pozzo, e garbate e graziose

le ragazze.

— Ma a San Lorenzo, ripigliava Nardo, chi di voi ne ha incontrato una

sola? Gli è un pozzo deserto e silenzioso come un sepolcro; tutto al

più qualche vecchia, o qualche omaccio. Or bene, se attacchiamo dei

mazzolini di papavero alle frondi di questa pianta permalosa che appena

si tocca piange ad ogni stagione, vorrà dire che la pigrizia delle

belle di San Lorenzo fa piangere noialtri poveri diavoli di giovinotti.

— Viva il ghiribizzo di Nardo! — E si misero ad adornare di papaveri

l'oppio, intonarono una villotta, e via alla volta di Soleschiano.

Nel villaggio erano aspettati. Alcune ombre si vedevano correr via

velocissime rasente i muri, qualche porta gettava per un momento uno

sprazzo di luce, poi la si udiva rinserrare di nuovo con cautela,

scorgevasi dalle finestre semichiuse qui e colà trapassare qualche

lumicino; dall'una parte un leve bisbiglio di voci, dall'altra un

fruscio di piedi, o qualche rumore improvviso; una sola casa, quella

della Tina pareva affatto abbandonata e sepolta nel silenzio. Fecero

le viste di non si addare, e passarono per la villa in marcia ordinata

gittando ogni qual tratto una manata di erbe odorose di petali di rosa,

di corimbi d'acacia. Sul piazzale dirimpetto al palazzo si fermarono a

comporre alcuni canti, mentre tre o quattro deponevano dinanzi a taluna

delle case qualche fiore o qualche frasca innocente. Indi ripigliata la

marcia si diressero verso il villaggio di San Lorenzo.

Non avevano appena oltrepassata l'osteria, che Soleschiano come

rianimato tornava al movimento e alla vita. Si spalancavano gli usci,

udivi a chiamarsi per nome, ad interrogarsi; alcuni curiosi si facevano

ad esaminare le foglie e le erbe sparse per la via, e avresti notato

più d'una vocina gentile che dall'alto di qualche finestra scendeva

ad intromettersi al cicalare della piazza. Durò il tramestio finchè

arrivarono le notizie di San Lorenzo. Allora quietati, ognuno si

ritirava in santa pace alla propria dimora, e pochi minuti dopo si

avrebbe potuto giurare che tutto il villaggio dormiva. Una creatura

peraltro faceva eccezione, la Tina. Affatto sola, ritirata nella sua

cameretta ella aveva passato alcune ore di mortale angoscia. Aveva

messo il fanale fuori della porta, e seduta sovra una cassa colle

mani incrociate in grembo e colla testa bassa come chi si sente

colpevole, continuava a star lì immota senza osare porsi a letto. La

finestra aperta lasciava entrare il lume della luna che scherzava

sul pavimento dipingendo in mille bizzarre forme le mobili foglie

del gelso gigantesco piantato dinanzi alla casa. Era un pezzo ch'ella

pensava tremando al giugnere di quella notte, ma non si sarebbe mai

immaginata di doverla affrontare così sola; Giorgio le aveva fatto

tante promesse, e Giorgio non era venuto! Nel villaggio, dopochè

aveva lasciato l'Armellino, ella non aveva amici. Le stesse compagne

d'infanzia da qualche tempo la sfuggivano, ed ella sentiva troppo bene

nel cuore com'era diventata per tutti un oggetto di disapprovazione e

di disprezzo. Povera Tina! così dolce di modi, così bella e serena,

come mai l'era fallito l'amore? Pensando al suo passato, le pareva

impossibile che l'avessero dimenticata, ma non ardiva accertarsene

col farsi alla finestra. Aveva sentito i canti dei giovanotti andar

via allontanandosi nella direzione di San Lorenzo, poi l'agitarsi del

villaggio di Soleschiano e i passi e il rumore di chi andava su e giù

per la via, e una voce che diceva: — Netta anche la porta della Tina! —

Racconti(#49510) · 第 78 / 90 题