II. LA PREDICA E IL SUO FRUTTO.

Acceso un buon fuoco nel camminetto del suo scrittoio a pian terreno,

il signor Biagio, cogli occhiali sul naso, stava scartabellando un

grosso libro di conti, e ad ogni voltar di pagina andava centellando

qualche sorso di rebòla che in panciuto fiascone, collocato a lui

dappresso nella cavità del muro, rifletteva in lampi dorati il sereno

guizzare della fiamma. Il signor Biagio era un buon galantuomo che

nella sua gioventù aveva fatto una grossa bestialità: così almeno

il paese aveva giudicato il suo matrimonio colla Betta, una povera

contadina che non aveva che le braccia. Possedeva quaranta campi di

suo, aveva ottenuto a Padova il diploma di dottore, avrebbe potuto

trovar buona dote, piantarsi in qualche città e vivere decorosamente

come avvocato, o percorrere la carriera degl'impieghi. Invece

incocciatosi in quel suo amore alla pastorale aveva rinunciato a tutti

questi vantaggi per farsi campagnolo, anzi quasi contadino, poichè

lungi dal far cangiar stato alla moglie e vestirla signorilmente,

s'era adattato alla condizione di lei, e trovatasi una casuccia lì

nel villaggio aveva salariati due giovani famigli; e provvisti gli

attrezzi e gli animali necessari, faceva lavorare in casa i suoi campi,

ed educava all'agricoltura i propri figli. Aveva fatto il suo calcolo.

Co' scarsi suoi modi difficilmente avrebbe potuto procacciar loro

un'educazione cittadina; e se anche a forza di stenti fosse riuscito

a farli addottorare, egli, che conosceva per pratica i costumi e la

vita della università, temeva che a carriera compita per tutta paga

dell'amore ch'ei loro portava, avessero potuto disprezzare la madre,

e condannarli forse entrambi ad una vecchiaia solitaria e desolata.

Meglio, pensava egli, agiati contadini, padroni del loro campo e

della loro vita, che miseri impiegati, avvinti a una troppo pesante

catena e, quel ch'era peggio, a risico di perdere quella freschezza di

cuore e quella fede dell'anima, ch'egli aveva veduto più che altrove

crescere e mantenersi rigogliosa nell'aria libera dei campi e sotto

la sferza del sole. Ad onta del biasimo de' suoi benevoli vicini,

egli aveva in buona parte raggiunto il suo scopo; e il sacrifizio

della sua condizione per abbassarsi a quella della moglie gli era

stato largamente compensato dalla felicità che godeva. La nascita di

un figlio, lungi dall'essere un pensiero che lo crucciasse pel futuro

provvedimento, era invece una festa di famiglia, perchè ad ogni nuovo

individuo egli vedeva aumentarsi coi mezzi di lavoro la prosperità

de' suoi campi. Infatti egli aveva avuto dal suo matrimonio quattro

figli maschi e una femmina, ed istruiti dal padre a leggere a scrivere

e in quel tanto che addicevasi alla loro condizione, erano l'esempio

degli altri giovani; e tutti lavoravano, e il suo poderetto veniva

indicato in paese per modello, e più d'uno dei possidenti dei dintorni

ricorreva al signor Biagio perchè dirigesse qualche loro nuovo lavoro,

o désse lumi per una saggia amministrazione; ed ultimamente aveva

anche ottenuto l'agenzia di un ricco signore, che a causa delle recenti

vicende aveva dovuto emigrare, sicchè egli s'andava ogni giorno facendo

più forte. I conti ch'esaminava appartenevano appunto ad un colono

di questo signore, ch'egli aveva fatto chiamare, perchè non era bene

contento della sua condotta. Quando fu venuto: — O compare Martino,

gli disse, sedetevi qui e discorriamola un poco assieme! — e lo fece

accomodare dall'altro lato del camminetto offerendogli un bicchiere di

rebòla. Martino gettò in un angolo il suo cappellaccio e si mise ad

assaggiarla guardandola ogni tanto con occhio amoroso di contro alla

vampa i cui raggi pareva godessero accarezzarne la schiuma. Martino

era un uomo di circa quarant'anni, robusto e snello della persona,

folta la chioma, due occhi bigi vivacissimi ed arditi come quelli del

falco, il volto abbronzato di forma piuttosto quadra. Aveva nel suo

portamento e in tutti i suoi atti un non so che di risoluto, pareva un

vecchio militare o un marinaro che sfida e ama l'infuriar dei venti e

le tremende procelle del suo mare, non mai un contadino. — Ho qui la

vostra partita, gli disse il signor Biagio, che continuava ad esaminare

il suo grosso libraccio, e trovo che da tre anni a questa parte voi mi

siete rimasto indietro, compare. — Cotesto è rimproverarmi perchè non

ho pagato puntualmente il mio frumento d'affitto — rispose Martino in

tuono brusco. — Ma sì! e vi ho fatto chiamare, perchè proprio bisogna

che ce la intendiamo. Mettetevi un po' ne' miei panni. Gli è che i

beni del povero Conte, ora ch'è esule, mi sono diventati un deposito

ancora più sacro, e voi sapete ch'io non sono ricco, e che non posso

senza ingiustizia supplire col mio. — L'anno non è ancora terminato,

signor Biagio. Quando saremo a Natale, ella avrà l'un sull'altro

tutti i suoi denari. — Non basta, compare! La vendemmia sui vostri

campi diventa ogni anno più scarsa. Guardate qui. Nel quarantasette

voi avete fatto di vostra porzione venticinque congi di più che

quest'anno, e per la galletta sono due annate che vi manca la foglia.

Ecco il conto delle centinaia che io ho dovuto somministrarvi, e voi

sapete che non ne abbiamo accresciuto il peso. Cotesto è male per il

padrone, ma è male anche per voi, compare. — Ma se i miei tralci non

vogliono intendere di caricarsi di grappoli, se i miei mori non dánno

una bella cacciata, dovrò io avermene la colpa? — Potreste anche aver

ragione, se non ci fosse il confronto degli altri affittaiuoli. Or

via, compare, io voglio parlarvi come a un amico, come a un fratello.

La causa per cui i vostri campi da qualche tempo rendono meno di

quelli degli altri io la so, compare! — La sa?... Allora la dica. —

Gli è che i vostri campi voi non li amate più. Non occorre andar per

le lunghe, io ci sono stato a passeggiare per entro, e, compare, mi

è toccato di rado d'incontrarmi nè in voi, nè nei vostri figli. Bensì

ho veduto che si aspetta sempre gli ultimi momenti per farvi i lavori

necessari, che si fanno in fretta e per conseguenza alla peggio; che

trascurate i mori, che le viti rimangono spesso lì senza vangare, di

modo che i rovi hanno un bel crescere per fino sotto alle trecce,

che non le rimettete, che gli alberi li lasciate deperire, che voi

fate economia di concime.... Oh, insomma, compare, le vostre terre

sono in disordine e vanno ogni anno peggiorando, sicchè, se voi non

mutate, in coscienza io non posso più oltre lasciarvele. — Martino

s'era fatto serio e non sapeva trovare una risposta. Il signor Biagio

gli pose una mano sulla spalla e continuava in atto amichevole: —

Voi compare, vestite bene, i vostri figli sono spesso all'osteria, la

ragazza non c'è festa che non isfoggi o qualche fazzoletto di seta, o

qualche abituccio comprato in bottega assai poco conveniente per una

contadina. Con quello che adesso rendono i vostri campi cotesto non

è possibile. Voi attignete a qualche altra sorgente, caro compare.

— E che male c'è mo, dico io, se un povero galantuomo pieno di prole

procura d'ingegnarsi e di vivere alla meno maladetta? — Volete che vi

parli franco, compare? Il contrabbando che voi credete una risorsa

diverrà la vostra rovina e quella della vostra famiglia. Voi avete

messo per una cattiva strada i vostri figli! Io non voglio parlare dei

ragazzi che, se volete esser sincero, confesserete che già a quest'ora

v'hanno più d'una volta amareggiato il cuore; riflettiamo solamente un

poco alla sorte che preparate alla vostra povera Tonina. Ella è lesta

come un uccello, avveduta, chiacchierina, e la vi vale un milione per

le vostre misteriose faccende. Ma nel giovarvi di lei voi non pensate

che gli è un tirarne guadagno a tutte sue spese, e che miseramente

la sacrificate. Ogni giorno fuori, a Udine, a Trieste; su tutte le

piazze, in compagnia d'ogni sorta di gente, talvolta tornarsene a

casa sola e a straore.... Credete che la v'impari la dottrina là sui

mercati oziosa, mentre sta aspettando il momento di aiutare al vostro

brutto mestiere? Intanto ella cresce e nessuno le insegna a lavorare,

e s'innamora sempre più d'una vita dissipata, e chi sa chi sa di quali

cattive massime s'imbeve per quando verrà il momento di trovar un

marito e diventar anch'ella madre di famiglia! Mettetevi la mano al

petto, compare: se voi foste un giovanotto vorreste una moglie educata

così? Sentite, il contrabbando vi darà dei guadagni, io non nego,

vi darà forse anche più di quello che potrebbe darvi il lavoro delle

vostre terre; ma se fate bene i vostri conti, e mettete nella bilancia

tutti i sacrifizi che egli vi costa, la vita inquieta ed arrischiata

che menate, il sangue e l'anima dei vostri figli che tradite, oh! e'

sono guadagni che in coscienza vi devono far ben male al cuore. — E

c'era nelle sue parole un tal fondo di verità, che Martino non potè a

meno di non restare commosso. Disse al signor Biagio che ci avrebbe

pensato sopra; e come il peccatore minacciato da qualche disgrazia,

o che ha veduto morire l'amico o il congiunto, partì nell'intenzione

di cangiar vita ed abbandonare ad ogni costo il suo brutto mestiere.

Ma quando fu a casa trovò che erano stati ad invitarlo, perchè in

quella sera istessa si portasse al villaggio di Medeuzza dove i suoi

compagni intendevano di festeggiare con una cena la sua avventura

della piazza San Giacomo. Stette un pezzo da capo al fuoco colla testa

nel pugno, quistionando seco stesso se doveva andarvi. L'impressione

che gli avevano fatto le parole del signor Biagio s'andava intanto a

poco a poco dileguando, come il rimbombo d'una campana che si perde

nello spazio, o come la luce quando la sera si ritira dal creato e

ci lascia ciechi in grembo alla notte. In poco d'ora tutti i suoi

buoni proponimenti erano svaniti, ed egli preso il cappello s'avviò

per una solitaria stradella di campagna che mette al torrente. Aveva

oltrepassato la linea dei mulini, ed internatosi nei boschetti di

acacie e di pioppi, e tra gl'intricati saliceti che su quella sponda

fanno argine alla furia delle acque, riusciva alle ghiaie che già il

sole tramontava. Ei camminava concitato, e la vista de' bei paesetti,

che a piedi delle colline si presentano come una ghirlanda sull'altra

sponda del Nadisone, non valeva in quella sera a rasserenargli la

fronte. Quella magnifica scena della natura, che al mancar della luce

s'andava a grado a grado scolorando, gli rendeva immagine del buon

pensiero che per un momento gli era passato per la mente. Come le rose

dell'occiduo sole, che dopo aver brillato un'istante, illanguidivano,

come la neve delle alpi, che di rubiconda e dorata già tornava al muto

pallore, così quel pensiero gli aveva solo momentaneamente illuminata

l'anima, e suo malgrado ei sentiva rimorso d'averselo lasciato svanire.

Aveva intanto guadagnato l'altra sponda, e attraversava i prati che

chiamano Modoletti; una vasta spianata, il cui orizzonte ha per confine

da tre lati le montagne, da mezzogiorno il mare. L'occhio vi spazia

quasi all'infinito, e il cuore in quella lontananza, allor tuttavia

risplendente dell'ultima luce, indovina l'estensione della nostra

povera patria. In altri tempi i Modoletti erano popolati d'una quantità

di cacciatori, che nelle serene giornate autunnali ivi convenivano dai

diversi paesi circostanti ad insidiare alle allodole che vi abbondano.

Le ridde fantastiche di quei matti augellini che scendono in frotte a

schernire la civetta, il giubbilo de' capricciosi loro canti diffuso

per l'aere, il rimbombo degli archibugi, i cani pronti ad afferrare

la preda e recarla ai padroni nei diversi posti, che quasi eredità

di famiglia son per molto tempo passati da padre in figlio, qualche

brigatella di amici che venivano sul mezzogiorno a portar la colazione,

formavano su quei prati una specie di festa campestre, il cui tripudio

ti feriva l'udito molte miglia da lungi. Ora silenzio, abbandonate

le buche, solitaria la prateria, e i cacciatori chi sotterra, chi

nell'esilio, le loro armi infrante dalla legge militare che ci posa

sul capo. Il contrabbandiere oltrepassava taciturno, e il suo sguardo

acuto procurava di discernere da lungi il villaggio. Un'antica torre

quadrata, un palazzo dalle cui finestre senza impòsta vedevi ogni tanto

correre qualche lume, un campanile mezzo in fabbrica da cui pendeva

sulla chiesa un lungo travicello inclinato con una fune in capo, come

l'amo del pescatore, erano gli oggetti che al suo avvicinarsi gli si

facevano sempre più distinti. Quando giunse era notte. Gli abitanti di

quel luogo vivono quasi tutti di traffico. Vanno a Trieste, vanno in

Germania: le piccole case quadrate a due piani con una o due camerette

rassomigliano tanti dadi gittati disordinatamente in mezzo al verde

dei campi. Una sola sorge a quattro piani in forma di palazzo, ma

sdrucita dal tempo, senza impòste, la porta spalancata, le travi in

più siti minaccianti rovina. Appartenne a una famiglia signorile;

ora è affittata a numerosi inquilini, e vedi da più parti uscire il

fumo che t'indica le varie famiglie in quel recinto annidate. Di rado

ti sarà occorso passarvi dappresso senza vedere dalle sue finestre

sporgere varie stanghe con fasce e cenci d'ogni fatta esposti ad

asciugare. Percossi dal sole ed agitati dal vento, essi rassomigliano

i fronzoli di cui talvolta s'adorna una vecchia. Martino vi entrò.

Alcuni giovanotti staccavano da una brisca un paio di mule trafelate ed

ansanti. Allorchè lo videro, un d'essi gridò: — Gli è un bel capitare a

quest'ora, birbante, quando tutto è già allestito! e perchè così a mani

vuote? — Taci, Giacomaccio! chè questa sera egli è l'eroe della festa

e non vogliamo rimbrotti; compenserà un'altra volta — interrompeva un

piccolo tarchiato che teneva due pistole nella cintura. — Già della

grazia di Dio se ne cuoce qua entro per tutti! — Dove sono? — chiese

Martino. — Su in sala a complimentare il babbo ch'è arrivato in questo

punto. — Ed egli si mise a salire la scala. Tutti gli abitanti del

palazzo erano in moto, un andirivieni, un baccano da non dirsi, le

porte delle stanze spalancate, e dense nubi di fumo untuoso in mancanza

di camini riempivano lo spazio e si precipitavano per le finestre. In

sala avevano formato una specie di mensa a diversi piani con armadi,

con casse, e perfino colle tavole di letti. Una quantità di gente vi

stava assisa all'intorno, altri mangiavano in piedi, alcune donne coi

loro fanciulli stavano accoccolate sul limitare dei lor appartamenti.

Al comparire di Martino una salva d'applausi fece echeggiare tutto

il palazzo. Gettavano all'aria i cappelli, gli sporgevano il boccale,

alcuni battevano le palme, altri fischiavano in segno di benevolenza

e di approvazione, come spesso costuma il volgo friulano. Nel posto

più eminente, con una salvietta dinanzi come per distinzione, mentre

gli altri senza tante cerimonie mangiavano nella nuda tavola, sedeva

un uomo di forme imponenti, alquanto attempato. Portava in capo un

berretto di pelo, teneva negligentemente gittata sulle spalle una

_blouse_ di velluto nero, dalla quale gli riuscivano le braccia in

semplice manica di camicia, ma candida e fina, in modo che faceva

contrasto coi cenci sudici della maggior parte degli altri convitati.

Una fisonomia di un tipo singolare, che potentemente ricordava quegli

antichi ritratti dei nostri feudatari che ancora si veggono appesi

alle pareti dei castelli del Friuli: occhi grandi sotto sopracciglia

arcuate; un non so che di feroce e di bello insieme. Portava due folti

mustacchi grigi, sotto cui appariva come lampo il sorridere scarso

delle labbra improntate di amarezza: terreo il colorito ed abbronzato,

come di chi condusse vita aspra ed indurata ai patimenti. Ne' suoi

atti una certa sprezzatura signorile, e un impero che veniva sentito da

tutti gli astanti, e bene te ne saresti accorto al silenzio che fecero,

quand'egli accennò colla mano a Martino di farsegli appresso. — Dicono,

figliuolo, che l'altro giorno a Udine in piazza San Giacomo tu ti se'

comportato egregiamente, e poichè sono venuto a passare una notte cogli

amici di questi contorni ho voluto vederti; — diss'egli battendogli

colla mano sulla spalla, e facendoselo sedere al fianco. — È stata una

bravura, babbo, che corpo di satanasso merita ricompensa! — gridò uno

dei commensali; — s'è battuto contro quattro.... in mezzo a un popolo

infinito, e i maladetti pareva che si fossero proprio incocciati a

volerlo acciuffare ad ogni costo; ma egli a traverso la folla via come

un'aquila! — Pareva la vostra mula bianca quando ha sentito l'odore

della finanza, e voi gli gridate: guarda ai corvi! — Viva Martino! e

morte ai pilucchi! — urlavano parecchi tracannando alla sua salute più

d'una tazza di vino spumante. Intanto sulla mensa era stato deposto un

capretto contornato di lepri arrostite, e fattasi l'allegria generale,

s'era sollevato un immenso cicaleccio e una confusione di voci e di

grida, i cui acuti, i soli che l'orecchio valesse a raccogliere, erano

qualche bestemmia. Quelle facce sinistre, quegli uomini la maggior

parte armati a dispetto della legge, quei loro atteggiamenti arditi,

veduti lì al chiarore fantastico di alcuni fanali affumicati, appesi

senz'ordine qui e colà per la sala, e che il vento ch'entrava da

fenestroni mal riparati faceva continuamente girandolare, formavano

una specie di quadro tremendo, a cui le vetuste pareti e le mobiglie

disusate e gli arazzi squarciati, tra' cui brandelli vedevi inchiodate

numerose pelli di animali scorticati, alcuna delle quali ancora

gocciolante di sangue, facevano adeguata cornice. Dov'erano adesso i

nobili abitatori di cotesto diroccato palagio? Oh! se fosse lor dato

sollevare dal sepolcro la testa dormigliosa, e rimirare per un istante

così trasformata questa sala, dove un tempo avranno goduto i loro

signorili banchetti e le danze del cavalleresco loro avo! Come ombre

fugaci, come fiori d'un giorno passano le generazioni umane, e spesso

l'ultima venuta calpesta spensierata le memorie e le tombe degli avi.

Invece dell'araldo che in quell'epoca sarà entrato ad annunziare la

visita della vicina castellana, o del pellegrino reduce da Terra Santa,

ora nella sala comparivano due giovinotti con la notizia che sedici

carrette ben cariche di contrabbando stavano già in pronto per varcare

il confine. Il babbo guardò nell'orologio: erano le dieci e un quarto,

poi scostata la salvietta faceva rapidamente lì sulla tavola colla

matita una specie di conto. Tutti tacevano. — Mastro Pietro Cabala!

— e un piccolo sbilenco si alzò subito da sedere e stava attento ad

aspettare i suoi ordini. — Bevete un boccale e andate sul momento a

far la spia ai piluchi dei posti vicini. Dite che sul passo di Romans

a mezzanotte in punto devono traghettare tre carrette di zucchero,

date i contrassegni, fate credere almeno quattordici gli uomini che le

accompagneranno, affinchè ci lascino netta la stradella della Madonna,

e mettetevi nelle loro mani come ostaggio. — Cabala fece un brindisi,

prese il cappello e s'avviò sull'istante. — Tinorio, Meneghino il

guercio, e la buona lana del Giacomaccio sono i fortunati ch'io mando

questa notte a fare alla finanza il mio regalo di zuccheri. — S'ha da

partir subito? — domandò il Tinorio con una faccia lunga e malcontenta.

— Subito certo, perchè voi avete per lo meno cinque miglia di più degli

altri da fare. — O diacine, babbo! gli è un brutto mandarci così alla

spiccia in prigione, e senza neanche lasciarmi terminare di cenare....

— Aggrottò le sopracciglia, e — Ringrazia, canaglia, continuò con

voce severa, ch'io mi contenti di farti solamente adesso smaltire il

vermigliano, per cui poco ha mancato tu mi mandassi a picco la nostra

ultima impresa. — Questo rimbrotto fu causa che alcuni si mettessero

a ridere; ma egli lanciò loro un'occhiata che li fece subito tornare

quieti. Quando furono usciti i tre ch'egli aveva indicato, si rivolse

ad un uomo che gli stava di costa, e che dai vestiti e dai capelli

impolverati pareva un mugnaio, e colla voce sommessa gli chiese in fra

i denti: — Detratti gl'invalidi, quanta gente abbiamo di cui si possa

propriamente fidarsi? — Colui diede un'occhiata all'intorno, e contando

sulle dita: — Fa d'uopo questa sera contentarsi d'una ventina, perchè

taluni sono già avvinazzati.... E andava accennando. — Il Moro no,

Tinuccio nemmeno, il Frate mi ha certi occhi.... — Or bene, disse egli

ad alta voce, allegri, figliuoli, e terminiamo di cenare; poi Vento,

Centesimo, il Commissario e gli altri là da quella parte usciranno

ad esplorare la via, e i quindici che io sceglierò, capitanati dal

vecchio Napoleone e da Martino qui, marceranno all'impresa. — Martino

al sentirsi nominare gongolava tutto quanto dalla gioia. Pareva che

gli occhi gli volessero uscire dal capo, tanto gli scintillavano, e

non potendo parlare prese la mano del babbo, se la posò sul cuore, e

se in quel momento gli avesse comandato di saltare a piè pari nella

bocca d'una voragine, ei vi si sarebbe lanciato, senza neanche pensarci

sopra. Oh se fosse stato presente il signor Biagio, e avesse potuto

vederlo in tutto quell'entusiasmo! Ma il buon uomo era invece nel suo

letto, e fra un sonnellino e l'altro ripensava con compiacenza alla

bella predica fatta, e si prometteva un frutto ben differente.

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