Acceso un buon fuoco nel camminetto del suo scrittoio a pian terreno,
il signor Biagio, cogli occhiali sul naso, stava scartabellando un
grosso libro di conti, e ad ogni voltar di pagina andava centellando
qualche sorso di rebòla che in panciuto fiascone, collocato a lui
dappresso nella cavità del muro, rifletteva in lampi dorati il sereno
guizzare della fiamma. Il signor Biagio era un buon galantuomo che
nella sua gioventù aveva fatto una grossa bestialità: così almeno
il paese aveva giudicato il suo matrimonio colla Betta, una povera
contadina che non aveva che le braccia. Possedeva quaranta campi di
suo, aveva ottenuto a Padova il diploma di dottore, avrebbe potuto
trovar buona dote, piantarsi in qualche città e vivere decorosamente
come avvocato, o percorrere la carriera degl'impieghi. Invece
incocciatosi in quel suo amore alla pastorale aveva rinunciato a tutti
questi vantaggi per farsi campagnolo, anzi quasi contadino, poichè
lungi dal far cangiar stato alla moglie e vestirla signorilmente,
s'era adattato alla condizione di lei, e trovatasi una casuccia lì
nel villaggio aveva salariati due giovani famigli; e provvisti gli
attrezzi e gli animali necessari, faceva lavorare in casa i suoi campi,
ed educava all'agricoltura i propri figli. Aveva fatto il suo calcolo.
Co' scarsi suoi modi difficilmente avrebbe potuto procacciar loro
un'educazione cittadina; e se anche a forza di stenti fosse riuscito
a farli addottorare, egli, che conosceva per pratica i costumi e la
vita della università, temeva che a carriera compita per tutta paga
dell'amore ch'ei loro portava, avessero potuto disprezzare la madre,
e condannarli forse entrambi ad una vecchiaia solitaria e desolata.
Meglio, pensava egli, agiati contadini, padroni del loro campo e
della loro vita, che miseri impiegati, avvinti a una troppo pesante
catena e, quel ch'era peggio, a risico di perdere quella freschezza di
cuore e quella fede dell'anima, ch'egli aveva veduto più che altrove
crescere e mantenersi rigogliosa nell'aria libera dei campi e sotto
la sferza del sole. Ad onta del biasimo de' suoi benevoli vicini,
egli aveva in buona parte raggiunto il suo scopo; e il sacrifizio
della sua condizione per abbassarsi a quella della moglie gli era
stato largamente compensato dalla felicità che godeva. La nascita di
un figlio, lungi dall'essere un pensiero che lo crucciasse pel futuro
provvedimento, era invece una festa di famiglia, perchè ad ogni nuovo
individuo egli vedeva aumentarsi coi mezzi di lavoro la prosperità
de' suoi campi. Infatti egli aveva avuto dal suo matrimonio quattro
figli maschi e una femmina, ed istruiti dal padre a leggere a scrivere
e in quel tanto che addicevasi alla loro condizione, erano l'esempio
degli altri giovani; e tutti lavoravano, e il suo poderetto veniva
indicato in paese per modello, e più d'uno dei possidenti dei dintorni
ricorreva al signor Biagio perchè dirigesse qualche loro nuovo lavoro,
o désse lumi per una saggia amministrazione; ed ultimamente aveva
anche ottenuto l'agenzia di un ricco signore, che a causa delle recenti
vicende aveva dovuto emigrare, sicchè egli s'andava ogni giorno facendo
più forte. I conti ch'esaminava appartenevano appunto ad un colono
di questo signore, ch'egli aveva fatto chiamare, perchè non era bene
contento della sua condotta. Quando fu venuto: — O compare Martino,
gli disse, sedetevi qui e discorriamola un poco assieme! — e lo fece
accomodare dall'altro lato del camminetto offerendogli un bicchiere di
rebòla. Martino gettò in un angolo il suo cappellaccio e si mise ad
assaggiarla guardandola ogni tanto con occhio amoroso di contro alla
vampa i cui raggi pareva godessero accarezzarne la schiuma. Martino
era un uomo di circa quarant'anni, robusto e snello della persona,
folta la chioma, due occhi bigi vivacissimi ed arditi come quelli del
falco, il volto abbronzato di forma piuttosto quadra. Aveva nel suo
portamento e in tutti i suoi atti un non so che di risoluto, pareva un
vecchio militare o un marinaro che sfida e ama l'infuriar dei venti e
le tremende procelle del suo mare, non mai un contadino. — Ho qui la
vostra partita, gli disse il signor Biagio, che continuava ad esaminare
il suo grosso libraccio, e trovo che da tre anni a questa parte voi mi
siete rimasto indietro, compare. — Cotesto è rimproverarmi perchè non
ho pagato puntualmente il mio frumento d'affitto — rispose Martino in
tuono brusco. — Ma sì! e vi ho fatto chiamare, perchè proprio bisogna
che ce la intendiamo. Mettetevi un po' ne' miei panni. Gli è che i
beni del povero Conte, ora ch'è esule, mi sono diventati un deposito
ancora più sacro, e voi sapete ch'io non sono ricco, e che non posso
senza ingiustizia supplire col mio. — L'anno non è ancora terminato,
signor Biagio. Quando saremo a Natale, ella avrà l'un sull'altro
tutti i suoi denari. — Non basta, compare! La vendemmia sui vostri
campi diventa ogni anno più scarsa. Guardate qui. Nel quarantasette
voi avete fatto di vostra porzione venticinque congi di più che
quest'anno, e per la galletta sono due annate che vi manca la foglia.
Ecco il conto delle centinaia che io ho dovuto somministrarvi, e voi
sapete che non ne abbiamo accresciuto il peso. Cotesto è male per il
padrone, ma è male anche per voi, compare. — Ma se i miei tralci non
vogliono intendere di caricarsi di grappoli, se i miei mori non dánno
una bella cacciata, dovrò io avermene la colpa? — Potreste anche aver
ragione, se non ci fosse il confronto degli altri affittaiuoli. Or
via, compare, io voglio parlarvi come a un amico, come a un fratello.
La causa per cui i vostri campi da qualche tempo rendono meno di
quelli degli altri io la so, compare! — La sa?... Allora la dica. —
Gli è che i vostri campi voi non li amate più. Non occorre andar per
le lunghe, io ci sono stato a passeggiare per entro, e, compare, mi
è toccato di rado d'incontrarmi nè in voi, nè nei vostri figli. Bensì
ho veduto che si aspetta sempre gli ultimi momenti per farvi i lavori
necessari, che si fanno in fretta e per conseguenza alla peggio; che
trascurate i mori, che le viti rimangono spesso lì senza vangare, di
modo che i rovi hanno un bel crescere per fino sotto alle trecce,
che non le rimettete, che gli alberi li lasciate deperire, che voi
fate economia di concime.... Oh, insomma, compare, le vostre terre
sono in disordine e vanno ogni anno peggiorando, sicchè, se voi non
mutate, in coscienza io non posso più oltre lasciarvele. — Martino
s'era fatto serio e non sapeva trovare una risposta. Il signor Biagio
gli pose una mano sulla spalla e continuava in atto amichevole: —
Voi compare, vestite bene, i vostri figli sono spesso all'osteria, la
ragazza non c'è festa che non isfoggi o qualche fazzoletto di seta, o
qualche abituccio comprato in bottega assai poco conveniente per una
contadina. Con quello che adesso rendono i vostri campi cotesto non
è possibile. Voi attignete a qualche altra sorgente, caro compare.
— E che male c'è mo, dico io, se un povero galantuomo pieno di prole
procura d'ingegnarsi e di vivere alla meno maladetta? — Volete che vi
parli franco, compare? Il contrabbando che voi credete una risorsa
diverrà la vostra rovina e quella della vostra famiglia. Voi avete
messo per una cattiva strada i vostri figli! Io non voglio parlare dei
ragazzi che, se volete esser sincero, confesserete che già a quest'ora
v'hanno più d'una volta amareggiato il cuore; riflettiamo solamente un
poco alla sorte che preparate alla vostra povera Tonina. Ella è lesta
come un uccello, avveduta, chiacchierina, e la vi vale un milione per
le vostre misteriose faccende. Ma nel giovarvi di lei voi non pensate
che gli è un tirarne guadagno a tutte sue spese, e che miseramente
la sacrificate. Ogni giorno fuori, a Udine, a Trieste; su tutte le
piazze, in compagnia d'ogni sorta di gente, talvolta tornarsene a
casa sola e a straore.... Credete che la v'impari la dottrina là sui
mercati oziosa, mentre sta aspettando il momento di aiutare al vostro
brutto mestiere? Intanto ella cresce e nessuno le insegna a lavorare,
e s'innamora sempre più d'una vita dissipata, e chi sa chi sa di quali
cattive massime s'imbeve per quando verrà il momento di trovar un
marito e diventar anch'ella madre di famiglia! Mettetevi la mano al
petto, compare: se voi foste un giovanotto vorreste una moglie educata
così? Sentite, il contrabbando vi darà dei guadagni, io non nego,
vi darà forse anche più di quello che potrebbe darvi il lavoro delle
vostre terre; ma se fate bene i vostri conti, e mettete nella bilancia
tutti i sacrifizi che egli vi costa, la vita inquieta ed arrischiata
che menate, il sangue e l'anima dei vostri figli che tradite, oh! e'
sono guadagni che in coscienza vi devono far ben male al cuore. — E
c'era nelle sue parole un tal fondo di verità, che Martino non potè a
meno di non restare commosso. Disse al signor Biagio che ci avrebbe
pensato sopra; e come il peccatore minacciato da qualche disgrazia,
o che ha veduto morire l'amico o il congiunto, partì nell'intenzione
di cangiar vita ed abbandonare ad ogni costo il suo brutto mestiere.
Ma quando fu a casa trovò che erano stati ad invitarlo, perchè in
quella sera istessa si portasse al villaggio di Medeuzza dove i suoi
compagni intendevano di festeggiare con una cena la sua avventura
della piazza San Giacomo. Stette un pezzo da capo al fuoco colla testa
nel pugno, quistionando seco stesso se doveva andarvi. L'impressione
che gli avevano fatto le parole del signor Biagio s'andava intanto a
poco a poco dileguando, come il rimbombo d'una campana che si perde
nello spazio, o come la luce quando la sera si ritira dal creato e
ci lascia ciechi in grembo alla notte. In poco d'ora tutti i suoi
buoni proponimenti erano svaniti, ed egli preso il cappello s'avviò
per una solitaria stradella di campagna che mette al torrente. Aveva
oltrepassato la linea dei mulini, ed internatosi nei boschetti di
acacie e di pioppi, e tra gl'intricati saliceti che su quella sponda
fanno argine alla furia delle acque, riusciva alle ghiaie che già il
sole tramontava. Ei camminava concitato, e la vista de' bei paesetti,
che a piedi delle colline si presentano come una ghirlanda sull'altra
sponda del Nadisone, non valeva in quella sera a rasserenargli la
fronte. Quella magnifica scena della natura, che al mancar della luce
s'andava a grado a grado scolorando, gli rendeva immagine del buon
pensiero che per un momento gli era passato per la mente. Come le rose
dell'occiduo sole, che dopo aver brillato un'istante, illanguidivano,
come la neve delle alpi, che di rubiconda e dorata già tornava al muto
pallore, così quel pensiero gli aveva solo momentaneamente illuminata
l'anima, e suo malgrado ei sentiva rimorso d'averselo lasciato svanire.
Aveva intanto guadagnato l'altra sponda, e attraversava i prati che
chiamano Modoletti; una vasta spianata, il cui orizzonte ha per confine
da tre lati le montagne, da mezzogiorno il mare. L'occhio vi spazia
quasi all'infinito, e il cuore in quella lontananza, allor tuttavia
risplendente dell'ultima luce, indovina l'estensione della nostra
povera patria. In altri tempi i Modoletti erano popolati d'una quantità
di cacciatori, che nelle serene giornate autunnali ivi convenivano dai
diversi paesi circostanti ad insidiare alle allodole che vi abbondano.
Le ridde fantastiche di quei matti augellini che scendono in frotte a
schernire la civetta, il giubbilo de' capricciosi loro canti diffuso
per l'aere, il rimbombo degli archibugi, i cani pronti ad afferrare
la preda e recarla ai padroni nei diversi posti, che quasi eredità
di famiglia son per molto tempo passati da padre in figlio, qualche
brigatella di amici che venivano sul mezzogiorno a portar la colazione,
formavano su quei prati una specie di festa campestre, il cui tripudio
ti feriva l'udito molte miglia da lungi. Ora silenzio, abbandonate
le buche, solitaria la prateria, e i cacciatori chi sotterra, chi
nell'esilio, le loro armi infrante dalla legge militare che ci posa
sul capo. Il contrabbandiere oltrepassava taciturno, e il suo sguardo
acuto procurava di discernere da lungi il villaggio. Un'antica torre
quadrata, un palazzo dalle cui finestre senza impòsta vedevi ogni tanto
correre qualche lume, un campanile mezzo in fabbrica da cui pendeva
sulla chiesa un lungo travicello inclinato con una fune in capo, come
l'amo del pescatore, erano gli oggetti che al suo avvicinarsi gli si
facevano sempre più distinti. Quando giunse era notte. Gli abitanti di
quel luogo vivono quasi tutti di traffico. Vanno a Trieste, vanno in
Germania: le piccole case quadrate a due piani con una o due camerette
rassomigliano tanti dadi gittati disordinatamente in mezzo al verde
dei campi. Una sola sorge a quattro piani in forma di palazzo, ma
sdrucita dal tempo, senza impòste, la porta spalancata, le travi in
più siti minaccianti rovina. Appartenne a una famiglia signorile;
ora è affittata a numerosi inquilini, e vedi da più parti uscire il
fumo che t'indica le varie famiglie in quel recinto annidate. Di rado
ti sarà occorso passarvi dappresso senza vedere dalle sue finestre
sporgere varie stanghe con fasce e cenci d'ogni fatta esposti ad
asciugare. Percossi dal sole ed agitati dal vento, essi rassomigliano
i fronzoli di cui talvolta s'adorna una vecchia. Martino vi entrò.
Alcuni giovanotti staccavano da una brisca un paio di mule trafelate ed
ansanti. Allorchè lo videro, un d'essi gridò: — Gli è un bel capitare a
quest'ora, birbante, quando tutto è già allestito! e perchè così a mani
vuote? — Taci, Giacomaccio! chè questa sera egli è l'eroe della festa
e non vogliamo rimbrotti; compenserà un'altra volta — interrompeva un
piccolo tarchiato che teneva due pistole nella cintura. — Già della
grazia di Dio se ne cuoce qua entro per tutti! — Dove sono? — chiese
Martino. — Su in sala a complimentare il babbo ch'è arrivato in questo
punto. — Ed egli si mise a salire la scala. Tutti gli abitanti del
palazzo erano in moto, un andirivieni, un baccano da non dirsi, le
porte delle stanze spalancate, e dense nubi di fumo untuoso in mancanza
di camini riempivano lo spazio e si precipitavano per le finestre. In
sala avevano formato una specie di mensa a diversi piani con armadi,
con casse, e perfino colle tavole di letti. Una quantità di gente vi
stava assisa all'intorno, altri mangiavano in piedi, alcune donne coi
loro fanciulli stavano accoccolate sul limitare dei lor appartamenti.
Al comparire di Martino una salva d'applausi fece echeggiare tutto
il palazzo. Gettavano all'aria i cappelli, gli sporgevano il boccale,
alcuni battevano le palme, altri fischiavano in segno di benevolenza
e di approvazione, come spesso costuma il volgo friulano. Nel posto
più eminente, con una salvietta dinanzi come per distinzione, mentre
gli altri senza tante cerimonie mangiavano nella nuda tavola, sedeva
un uomo di forme imponenti, alquanto attempato. Portava in capo un
berretto di pelo, teneva negligentemente gittata sulle spalle una
_blouse_ di velluto nero, dalla quale gli riuscivano le braccia in
semplice manica di camicia, ma candida e fina, in modo che faceva
contrasto coi cenci sudici della maggior parte degli altri convitati.
Una fisonomia di un tipo singolare, che potentemente ricordava quegli
antichi ritratti dei nostri feudatari che ancora si veggono appesi
alle pareti dei castelli del Friuli: occhi grandi sotto sopracciglia
arcuate; un non so che di feroce e di bello insieme. Portava due folti
mustacchi grigi, sotto cui appariva come lampo il sorridere scarso
delle labbra improntate di amarezza: terreo il colorito ed abbronzato,
come di chi condusse vita aspra ed indurata ai patimenti. Ne' suoi
atti una certa sprezzatura signorile, e un impero che veniva sentito da
tutti gli astanti, e bene te ne saresti accorto al silenzio che fecero,
quand'egli accennò colla mano a Martino di farsegli appresso. — Dicono,
figliuolo, che l'altro giorno a Udine in piazza San Giacomo tu ti se'
comportato egregiamente, e poichè sono venuto a passare una notte cogli
amici di questi contorni ho voluto vederti; — diss'egli battendogli
colla mano sulla spalla, e facendoselo sedere al fianco. — È stata una
bravura, babbo, che corpo di satanasso merita ricompensa! — gridò uno
dei commensali; — s'è battuto contro quattro.... in mezzo a un popolo
infinito, e i maladetti pareva che si fossero proprio incocciati a
volerlo acciuffare ad ogni costo; ma egli a traverso la folla via come
un'aquila! — Pareva la vostra mula bianca quando ha sentito l'odore
della finanza, e voi gli gridate: guarda ai corvi! — Viva Martino! e
morte ai pilucchi! — urlavano parecchi tracannando alla sua salute più
d'una tazza di vino spumante. Intanto sulla mensa era stato deposto un
capretto contornato di lepri arrostite, e fattasi l'allegria generale,
s'era sollevato un immenso cicaleccio e una confusione di voci e di
grida, i cui acuti, i soli che l'orecchio valesse a raccogliere, erano
qualche bestemmia. Quelle facce sinistre, quegli uomini la maggior
parte armati a dispetto della legge, quei loro atteggiamenti arditi,
veduti lì al chiarore fantastico di alcuni fanali affumicati, appesi
senz'ordine qui e colà per la sala, e che il vento ch'entrava da
fenestroni mal riparati faceva continuamente girandolare, formavano
una specie di quadro tremendo, a cui le vetuste pareti e le mobiglie
disusate e gli arazzi squarciati, tra' cui brandelli vedevi inchiodate
numerose pelli di animali scorticati, alcuna delle quali ancora
gocciolante di sangue, facevano adeguata cornice. Dov'erano adesso i
nobili abitatori di cotesto diroccato palagio? Oh! se fosse lor dato
sollevare dal sepolcro la testa dormigliosa, e rimirare per un istante
così trasformata questa sala, dove un tempo avranno goduto i loro
signorili banchetti e le danze del cavalleresco loro avo! Come ombre
fugaci, come fiori d'un giorno passano le generazioni umane, e spesso
l'ultima venuta calpesta spensierata le memorie e le tombe degli avi.
Invece dell'araldo che in quell'epoca sarà entrato ad annunziare la
visita della vicina castellana, o del pellegrino reduce da Terra Santa,
ora nella sala comparivano due giovinotti con la notizia che sedici
carrette ben cariche di contrabbando stavano già in pronto per varcare
il confine. Il babbo guardò nell'orologio: erano le dieci e un quarto,
poi scostata la salvietta faceva rapidamente lì sulla tavola colla
matita una specie di conto. Tutti tacevano. — Mastro Pietro Cabala!
— e un piccolo sbilenco si alzò subito da sedere e stava attento ad
aspettare i suoi ordini. — Bevete un boccale e andate sul momento a
far la spia ai piluchi dei posti vicini. Dite che sul passo di Romans
a mezzanotte in punto devono traghettare tre carrette di zucchero,
date i contrassegni, fate credere almeno quattordici gli uomini che le
accompagneranno, affinchè ci lascino netta la stradella della Madonna,
e mettetevi nelle loro mani come ostaggio. — Cabala fece un brindisi,
prese il cappello e s'avviò sull'istante. — Tinorio, Meneghino il
guercio, e la buona lana del Giacomaccio sono i fortunati ch'io mando
questa notte a fare alla finanza il mio regalo di zuccheri. — S'ha da
partir subito? — domandò il Tinorio con una faccia lunga e malcontenta.
— Subito certo, perchè voi avete per lo meno cinque miglia di più degli
altri da fare. — O diacine, babbo! gli è un brutto mandarci così alla
spiccia in prigione, e senza neanche lasciarmi terminare di cenare....
— Aggrottò le sopracciglia, e — Ringrazia, canaglia, continuò con
voce severa, ch'io mi contenti di farti solamente adesso smaltire il
vermigliano, per cui poco ha mancato tu mi mandassi a picco la nostra
ultima impresa. — Questo rimbrotto fu causa che alcuni si mettessero
a ridere; ma egli lanciò loro un'occhiata che li fece subito tornare
quieti. Quando furono usciti i tre ch'egli aveva indicato, si rivolse
ad un uomo che gli stava di costa, e che dai vestiti e dai capelli
impolverati pareva un mugnaio, e colla voce sommessa gli chiese in fra
i denti: — Detratti gl'invalidi, quanta gente abbiamo di cui si possa
propriamente fidarsi? — Colui diede un'occhiata all'intorno, e contando
sulle dita: — Fa d'uopo questa sera contentarsi d'una ventina, perchè
taluni sono già avvinazzati.... E andava accennando. — Il Moro no,
Tinuccio nemmeno, il Frate mi ha certi occhi.... — Or bene, disse egli
ad alta voce, allegri, figliuoli, e terminiamo di cenare; poi Vento,
Centesimo, il Commissario e gli altri là da quella parte usciranno
ad esplorare la via, e i quindici che io sceglierò, capitanati dal
vecchio Napoleone e da Martino qui, marceranno all'impresa. — Martino
al sentirsi nominare gongolava tutto quanto dalla gioia. Pareva che
gli occhi gli volessero uscire dal capo, tanto gli scintillavano, e
non potendo parlare prese la mano del babbo, se la posò sul cuore, e
se in quel momento gli avesse comandato di saltare a piè pari nella
bocca d'una voragine, ei vi si sarebbe lanciato, senza neanche pensarci
sopra. Oh se fosse stato presente il signor Biagio, e avesse potuto
vederlo in tutto quell'entusiasmo! Ma il buon uomo era invece nel suo
letto, e fra un sonnellino e l'altro ripensava con compiacenza alla
bella predica fatta, e si prometteva un frutto ben differente.