Nella parte interna di un bel palazzo sul Traunick a Gorizia, in una
stanza riccamente addobbata, sui cuscini d'una magnifica _dormeuse_
giaceva languidamente cogli occhi semichiusi una persona di nostra
conoscenza, la fraile Cati. Le doppie cortine di seta abbassate
lasciavano penetrare appena tanto lume da discernere gli oggetti.
Avviluppata in una candida vestaglia di mussolina, le cadevano sul
collo negligentemente due grosse trecce di capelli neri; le braccia
abbandonate, le mani e la faccia tanto bianche, che se non fosse stato
il lieve palpito del seno a palesarla viva, l'avresti tolta per la
bella donna descritta da messer Francesco nel Trionfo della Morte.
A lei dappresso, in piedi, una giovane fantesca agitava un piccolo
ventaglio, ma con tanto riguardo che niun rumore n'udivi, tranne il
pendolo dell'orologio, che in forma di tempietto colle sue colonne
d'alabastro sull'un dei tavolini laterali misurava lentamente il tempo.
Quell'orologio, i candelabri d'argento, le molte porcellane, gli stipi,
le sedie ad intaglio, la spalliera ed i bracciuoli della dormeuse
foggiati a fiorami inargentati che venivano a cadere sul velluto dei
cuscini da cui pendevano ricche frange di ciniglia colore amaranto
in armonia con quelle delle tende, le tavole di tarsia, le cornici
dei quadri che adornavano le pareti, gli specchi, le scansie, tutto
era manifattura viennese. Il barone nel suo affetto per la capitale
voleva che ogni cosa gli venisse di là, perfino la servitù; e bene te
ne accorgevi guardando alla sottile cintura, alla forma delle spalle
e alla tinta biancastra della cameriera che assisteva alla fraile.
Peraltro in quella stanza scorgevi un oggetto che non era di Vienna.
Dinanzi alla finestra, tra le frange dei ricchi cortinaggi, in forma
di lampada pendeva un picciolo vasellino di ghisa e dentrovi una
pianticella rampicante. Non prezioso nè per metallo nè per ricchezza
di adornamenti, egli era elegantissimo per le sue svelte e semplici
proporzioni che ricordavano quelle graziose lucerne funerarie, che
anche qui nel Friuli escono talvolta dal seno della terra a farci fede
del buon gusto artistico dei nostri antichi. In evidente contrasto con
tutti quei mobili sopraccarichi di minuzioso lavorío, finitissimi se
vuoi in ogni loro dettaglio, ma pesanti nell'insieme, pareva che in
quella stanza ei non avesse analogia che colla sola ammalata. Pallida
il viso, colle trecce disciolte, senza ornamenti e negligentemente
avvolta in quella semplice mussolina che nella sua leggerezza
permetteva l'apparenza delle membra, anch'ella era bella più che per
altro per la purezza delle forme e per quel non so che di armonico e di
gentile che traspariva da tutta la sua persona. Ma un'altra somiglianza
pareva ch'esistesse tra la giovinetta e quella pianticella destinata
a vivere lì nella sua camera. Circondate da un'atmosfera fittizia,
in mezzo ad oggetti stranieri, erano entrambe come prigioniere. La
pianticella nel pallido suo verde stendeva gli esili germogli verso
il raggio di luce che a traverso le griglie e le tante cortine veniva
debolissimo a visitarla, e pareva con mesto desiderio anelare al suo
clima originario, al sole e all'aria aperta del suo lontano paese. La
fanciulla nella profumata penombra di quel magnifico _boudoir_ pareva
anch'ella languire come uccellino in gabbia dorata. Forse che nel core
le batteva il desiderio d'una più libera vita; forse che dinanzi alle
chiuse pupille le passavano memorie di altri tempi e di altri luoghi,
e vólti di persone amate e le gioie e i sogni della infanzia; forse
che mentre ella giaceva lì nel silenzio, colla persona gittata in quel
suo mesto abbandono, la sua anima spaziava per le convalli della sua
patria, e vedeva le cognite cime delle sue belle montagne, e respirava
l'aria purissima del suo cielo nativo, e nell'orecchio le sonavano
come canti le voci del dialetto che primo imparò dalla madre. Nata su
quell'ultimo lembo della terra italiana, laddove due grandi nazioni
si toccano e aspettano il giorno di strignersi con affetto fraterno
la mano, ell'aveva nella fisonomia l'impronta d'entrambe. Quei due
tipi gentilmente confusi la facevano più bella, come i torrenti e le
montagne delle due diverse regioni ravvivano ivi e fan più dilettoso
il paese. Indarno l'avevano da fanciulletta strappata di là per farla
educare in uno dei primari istituti di Vienna: la capitale con tutti
i suoi prestigi, la maestà della corte che aveva veduto dappresso, la
vita elegante dell'alta società a cui il barone nel suo orgoglio la
destinava, non avevano mai potuto farle uscire dal cuore l'affetto alla
sua terra natale. Cresceva melanconica e straniera come il fiorellino
della torrida, che a forza di stufe si vuol fare allignare in un clima
agghiacciato. Oh quante volte ella, povero punto invisibile perduto
nell'immensa congerie de' bianchi fabbricati che costituiscono la
capitale, sospirò per amore della patria lontana! Era cotesto il sogno
delle sue notti e il desiderio incessante di tutti i suoi giorni.
Come se la sua anima fosse stata un'emanazione della terra italiana
e del sole che vi risplende, o che ve l'avesse creata la porpora dei
nostri tramonti, o l'effluvio dei tanti calici che adornano le nostre
convalli, ella era legata a quei luoghi, e divisa deperiva. Continue
visioni del suo paese, a guisa di grandi quadri le passavano dinanzi
alla fantasia e la chiamavano potentemente all'Italia. Un dì, insieme
con le compagne l'avevano condotta sulla sponda del Danubio a veder
la partenza d'un piroscafo. Guardava quell'immenso volume di acque
livide che a guisa di mare procede maestoso incontro all'oriente;
repentinamente le parve d'essere a Cividale a contemplare dal ponte
gigantesco l'azzurra corrente del Nadisone che passa inabissata sotto
i due archi ineguali, e vedeva il sasso su cui l'ardito architetto non
dubitò di basare la superba sua mole; e le sponde screpolate coperte di
lunga erba e di cespugli; e le case antichissime che paiono imminenti
al precipizio; e i comignoli dei svelti campanili che qui e colà
accennano all'epoca longobarda; e udiva i canti delle lavandaie che
inginocchiate sulla ghiaia dell'alveo profondo sbattono in cadenza i
loro candidi panni: poi la scena le si cangiava, ed era sull'Isonzo,
e vedeva le verdi sue acque incoronate di schiume correre frettolose
tra le rive ridenti seminate di pittoreschi villaggi, di villaggi che
ad uno ad uno ella raffigurava e riconosceva con un palpito sempre
crescente, finchè l'infinito desiderio della patria la fe dare in un
dirotto di pianto. Un'altra volta, nel tempo delle vacanze estive,
passeggiava di sera insieme con lo zio sull'alto dei bastioni. Dall'una
parte la romorosa città co' suoi eleganti equipaggi, colle sue vie
illuminate a gas, frequenti di popolo infinito; dall'altra il silenzio
delle fosse deserte e qualche raro lume perduto nel verde dei _glacis_;
più lungi le linee di fanali degl'immensi sobborghi che fuggivano
dinanzi alla vista, e taluni si specchiavano nell'onda quieta del
fiume. Una nebbia leggiera, a guisa di velo trasparente gittato su
d'una bella che dorma, avvolgeva tutta la vasta capitale e lasciava
trapelare sovr'essa muti e bianchi i raggi della pallida luna. Ella
affisò quel disco sparuto e vaporoso, e un istante le parve di vederlo
brillare nello schietto argento che illumina le nostre notti; ma non
era Vienna ch'ei rischiarava: un'altra città le si andava dispiegando
dinanzi all'innamorata fantasia, una città di provincia ch'ella aveva
più volte visitato da fanciulletta, Udine colla sua bella piazza
contarena, e in quel vivace chiaro di luna gli svelti colonnami del
corpo di guardia, in grazioso contrasto colla fontana e col gotico
palazzo del Comune, e sovr'essi eminente in iscorcio il castello che si
perdeva nell'ampio stellato immensurabile allo sguardo. Oh ella aveva
coll'anima varcato le Alpi! La pianura del Friuli le stava dinanzi,
e rammemorò i gentili venticelli che in quella stagione e in quella
dolce ora vengono dal mare ad accarezzarla, la freschezza e la pace
diffuse nella limpida atmosfera, gli effluvi della terra inumidita
dalle rugiade, i canti armoniosi degli usignoli; e un impeto di affetto
la riempì di cordoglio, e in quella sera si coricò tanto melanconica
che la credettero ammalata. E lo era difatto: quell'interno desiderio,
ch'ella nutriva in segreto, convertito in passione agía potentemente
sul suo fisico, di modo che il barone credette che ne fosse colpa
la vita troppo occupata ch'ella menava, e la levò dall'istituto. La
speranza di ritornare in patria le sorrise allora con tutta la sua
forza, ed ella rianimata cominciò subito a guarire, lo sguardo le si
aperse alla gioia e le brillò di una luce inconsueta, le rifiorì il
colorito, e divenuta vispa ed allegra, si faceva ammirare per la sua
non comune bellezza che parve in quei giorni aver raggiunto il suo
massimo splendore. Chi può descrivere la contentezza che le raggiava
dalla faccia, allorchè vestita da viaggio insieme collo zio montò
sulla strada ferrata? Il volo del vapore era assai men rapido del
suo ardente desiderio, e guardava con ansia al sole che le pareva
non volesse mai tramontare. La notte, mentre la maggior parte dei
viaggiatori dormivano, ella, aperta la finestrella, contemplava la
colonna di ardenti scintille della locomotiva che il vento arrovesciava
all'indietro come la chioma del serafino che attraversa il deserto,
ed era da lei benedetta più della nube che guidò gli Ebrei alla
terra promessa. Quando apparve l'alba, le si dispiegò dinanzi la
bella vallata di Gratz, e il sole nascente si specchiava nelle acque
del fiume che là corre. A Lubiana udì i primi accenti del suo caro
dialetto, e sull'alto del Prevalt le parve di sentir l'aura che veniva
dal suo paese.... Oh la patria! la patria!.... e il cuore le batteva
rapido, le tremavano le ginocchia, e commossa dall'infinito affetto
lacrimava.
Ma giunta a Gorizia nel palazzo dello zio, dove tutto ricordava
la capitale e dove frequentavano i primi signori del paese che
avevano per onore di affettare i costumi e la lingua di là, le parve
d'esser tornata di nuovo straniera. Aggiugni, che in quell'epoca era
scoppiata la rivoluzione in Italia, e Gorizia era piena zeppa di
militari austriaci che inondavano la sua casa di visite tedesche,
e la conversazione si aggirava sempre intorno a truci progetti di
guerra e a tristi novità di sangue che a lei cresciuta malaticcia
e dilicata di fibra facevano male. Non già ch'ella scusasse i
ribelli. Semplice giovanetta, nuova nel mondo e avvezza a rispettare
l'autorità di chi credeva più sapiente di lei, non le passava
neanche per la mente di contrastare alle altrui opinioni, tanto
più che sarebbe stato un opporsi allo zio, da cui era amata come
un idolo, e al quale la legavano la più viva gratitudine e il più
tenero affetto figliale. Ma il suo cuore sensibile, ad onta della
sua ragione, la faceva sempre simpatizzare per quelli che pativano.
Quando cominciarono le ostilità, ella vide con ispavento avviarsi
alla distruzione tutte quelle orde di soldati; e i cannoni e le
bombe e i razzi innumerabili che seco loro trascinavano la facevano
raccapricciare. Tremante come una foglia aspettò il primo rimbombo
della battaglia, e la vista dei villaggi incendiati la inorridì.
Stette tutta la notte su d'una finestra a guardare il fuoco, che
come tante bocche d'inferno, qui e colà, in mezzo al verde dei campi
divampava sempre crescente a devastare il suo amato paese. Oh s'ella
avesse potuto salvarlo! Piangeva e pregava desolata, or gittandosi
inginocchioni, ora strappandosi i capelli. Nel dimani più morta
che viva la strascinavano in carrozza incontro alle schiere che
ritornavano vittoriose. Gorizia era tutta in trionfo, le vie piene
di gente che faceva echeggiare i più lieti evviva, sulle finestre
parate a festa donne eleganti coronate di fiori che sventolavano i
loro bianchi fazzoletti. La musica annunziò che venivano. Ella bianca
come una statua guardava agghiacciata quei soldati ancora briachi
della carneficina, che i suoi concittadini accoglievano con tanto
applauso. Passavano, passavano, e nel mezzo conducevano una ventina
di prigionieri, mutilati, sanguinosi, che si facevano marciare coi
calci del fucile e a piattonate. Oh lo sghignazzare del popolaccio!
le beffe e i sarcasmi che piovevano su quegli infelici!.... Si
gettavano loro addosso ogni sorta d'immondizie, e vi fu una signora
che dall'alto della sua carrozza si degnò di sputare in faccia ad uno
di essi.... La fraile a quell'atto orribilmente villano si coperse
il volto; avrebbe voluto esser sottoterra, e stette lì in tutto quel
baccano cogli occhi e colle orecchie chiuse come se fosse morta di
vergogna. Tornata a casa, si serrò nella sua camera, nè potè più
mai cavarsi dalla mente l'immagine di quel giovane italiano, ch'ella
aveva veduto così indegnamente ingiuriato. Molto tempo dappoi ella
sognava ancora il suo volto pallido, i grandi occhi neri fieramente
riguardanti, e i bellissimi denti, ch'egli discoperse un cotal poco
sotto la bruna basetta in quel suo ironico sorridere, con cui parve
che promettesse il dì della vendetta. Indarno nel Venerdì santo alcune
di quelle signore vennero ad invitarla perchè facesse parte d'una
lieta comitiva di Goriziani che volevano accompagnare le truppe che
marciavano sovra Udine. Quai che si fossero le colpe di quella città,
ella l'amava, e fremeva alla sola idea che fosse minacciata. Così più
tardi, quando quasi ogni sera una processione di _fiacres_ conduceva
al monticello di Medea il bel mondo di Gorizia che là si adunava per
godere lo spettacolo di Palma bombardata, ella aborriva dalla loro
compagnia. Quella curiosità le pareva esecrabile, come gli osceni
tripudi della plebaglia quando accorre in folla all'esecuzione di un
delinquente. Nei giorni poi in cui si festeggiavano le vittorie degli
Austriaci, ella si chiudeva nella sua camera, e negava di lasciarsi
vedere da chi che si fosse. Cotesta malinconia, cotesto languore
dopo la visita di N*** s'erano accresciuti fuor di misura. Passava
le intere giornate a letto, od abbandonata sulla sua _dormeuse_ cogli
occhi chiusi in tetro silenzio, e dovevano usare tutte le precauzioni
perchè a lei giammai non si parlasse nè di guerra nè di stragi e
le giugnesse il meno che fosse possibile il rimbombo dei cannoni
e il baccano della città festeggiante, mentre era evidente che le
raddoppiavano il soffrire. Il barone era in pena, e temeva di qualche
occulta malattia che distruggesse in secreto quella per lui carissima
vita. Indarno aveva consultato i più riputati medici del paese: la
ritrosia di lei congiunta alle loro disparate opinioni accrescevano
l'imbarazzo. Ora avvenne, che proprio in quei giorni capitasse a
Gorizia un celebre professore del Giuseppino di Vienna, chiamatovi ad
assistere il principe di W*** tornato dall'Italia gravemente ferito.
Il barone desiderò di fargli vedere la nipote. A quell'annunzio
un impercettibile senso di disgusto trapelò dalla smorta fisonomia
della malata; nondimeno accondiscese alla visita, e composta nella
sua consueta impassibilità lasciò che il dottore la esaminasse e
discorresse lungamente nel suo dotto tedesco con lo zio, senza ch'ella
mai aprisse la bocca. Suggeriva un'altra vita, una vita di moto e di
svagamento, e soprattutto un viaggio a qualche stabilimento di bagni.
Ma dove condurla in quel momento di terribile agitazione politica?
E in Italia ardeva la guerra, e le vie presentavano poca sicurezza,
particolarmente per lei che tanto aborriva ogni sorta di trambusti. Al
barone si presentò subito l'idea della capitale e degli eleganti bagni
di Baden, a' quali si avrebbe ogni giorno potuto trasferirsi col mezzo
del vapore per le di cui corse ella aveva in altri tempi mostrato così
viva simpatia. Ma la giovinetta si turbò tutta quanta, e giugnendo
le mani supplicava: Oh, no a Vienna!.... fucilano a Vienna!.... — ed
atterrita da feroci immagini di sangue s'impallidì come un cadavere, e
tale un tremito le si diffuse per tutta la persona, che ben compresero
come quel progetto sarebbe stato morte per lei. Quando partito il
dottore ella fu sola con lo zio, che appoggiato sulla spalliera della
sua _dormeuse_ stava contemplandola con accorata tenerezza, si lasciò
cadere colla faccia lagrimosa sulla mano di lui, e mentre gliela
copriva di baci, — Oh! mio buon padre, supplicava, per pietà salvatemi
voi!
— Ma che posso io fare per te? Parla, angiolo mio! le rispondeva il
barone; e chinandosi tutto sovr'essa aspettava coll'anima aperta che la
gli chiedesse magari il sangue.
— Andiamo via di qua! diss'ella; andiamo a vivere nella nostra
romita villetta sulle sponde del Nadisone: la pace dei campi e l'aria
balsamica che vien giù colle acque del torrente mi guariranno!
— Ebbene, se lo desideri, noi partiremo anche domani; solamente,
rifletteva il barone dopo un momento di pausa, io non potrò mica
assentarmi per molti giorni da Gorizia, adesso che passa tanto
militare.
— Oh! io non vi chiedo un tale sacrifizio, rispose la fanciulla.
Voi rimarrete qui con tutta la famiglia: a me basta l'assistenza
della vostra buona gastalda, che mi voleva tanto bene quand'era
piccola, giacchè io voglio là mettermi a una vita semplice e
affatto campagnuola. Farò con lei delle lunghe passeggiate; se me lo
permetterete uscirò anche talvolta coi cavalli, e vedrete che in breve
quando voi verrete a trovarmi io sarò affatto risanata. — Il barone
contento di quest'ultima parola che rivelava in lei viva ancora la
speranza, le promise di contentarla, ed uscì a disporre perchè nel
dimani fosse tutto pronto per la partenza.