— Sì, — ripetè il professore, — ammiro la loro pazienza, la loro
calma.... Sono instancabili.
— Non sono occupazioni che stanchino, — osservò Spinati.
E l'altro che aveva taciuto fino allora soggiunse posando per un
momento la penna:
— Sarà accaduto anche a lei qualche volta di dover rimanere inchiodato
sulla seggiola per finire un lavoro che non poteva essere rimandato al
domani.
Se gli era accaduto? Sì, certo, e quante volte! Quanti giorni,
levatosi all'alba, la sera l'aveva sorpreso nel suo studiolo o in
un laboratorio, ora assorto nei libri, ora intento a scrutar con
la lente del microscopio il segreto degli esseri, a investigar nel
crogiuolo e nelle storte le trasformazioni della materia! Ma tutto
ciò gli pareva tanto lontano! Gli pareva adesso d'aver perduto ogni
facoltà d'attenzione e d'indagine; un fitto velo s'era calato fra lui
e il mondo del suo pensiero; egli si sentiva incapace di risolvere il
problema più semplice e di ripetere la formula più comune. Oh superbie
della scienza e dell'ingegno! In questo momento i due giovinotti che
scrivevano tranquillamente indirizzi con la sicurezza di non sbagliarli
erano di gran lunga superiori a lui. E forse avevano anch'essi per la
testa qualche leggiadra donnina, ma la loro Dulcinea non era di quelle
che fanno impazzire....
Giorgio si accostò al canterale ov'erano i pochi avvisi rimasti da
spedire; ne spiegò uno macchinalmente e lesse le parole sincere e
commosse dettate da suo padre:
«I fratelli Gabrio e Giacomo Moncalvo, la Cognata Rachele, i nipoti
Giorgio e Mariannina partecipano con profondo dolore la morte oggi
avvenuta della loro dilettissima Clara, donna esemplare per gentilezza
d'animo e dirittura di mente, vissuta cinquantacinque anni pensando
il bene, operando il giusto, sempre dimentica di sè per giovare agli
altri».
Com'era vero! Com'era vero! E come la zia Clara era degna di esser
ricordata ed amata! E pure, ella era ancora sopra la terra, ed egli
quasi la dimenticava e non aveva in cuore che la Mariannina, la quale
valeva tanto meno di lei!
Allorchè l'orologio segnò le 11.40 Giorgio Moncalvo disse ai due
giovani:
— Il più è fatto. Possono andarsene. Mi pare che il cavaliere Fanoli
avesse pregato uno di loro di portar tutto alla posta centrale.
-Oh, — rispose Spinati, — ci passiamo tutti e due dalla posta centrale.
Così dividiamo il peso.
— In fatti, — convenne Giorgio Moncalvo, — uno solo sarebbe imbarazzato.
-Oh, si dice per ridere.... D'inverno, col soprabito, ci son tante
tasche disponibili.
— Badino di non dimenticar nulla.
— Non dubiti. Buona notte, signor professore.
— Buona notte.
. . . . . . .
Giorgio era solo e l'aspettava ansioso. La Mariannina non gli aveva
dato altre indicazioni precise che quelle dell'ora, ma certo ella
sarebbe discesa dalla scaletta interna che riusciva appunto nella
stanza di Fanoli. Egli aperse la porticina, illuminando in tal modo un
tratto della scala a chiocciola. A mezzanotte udì, in alto, un lieve
rumore, e il sangue gli si rimescolò nelle vene.
— Chi è? — egli disse.
Ella era già dinanzi a lui.
— Sono io, — ella rispose col suo solito sorriso enigmatico. — Non mi
avevi chiesto un colloquio? Non ti avevo promesso di venire?
E gli si piantò davanti intrecciando le mani e appoggiandosi coi gomiti
alla spalliera d'una seggiola.
— Perchè stai ritta?
— Non sono stanca.... Parla, via....
Egli, così eloquente dalla sua cattedra, non trovava più nè idee, nè
parole.
— T'aiuterò io, — ella riprese con la sua calma superba. — Mi hai
chiesto un colloquio a proposito di quella corona di viole....
— Del principe Cesare Oroboni?
— Appunto.
— Il tuo fidanzato?
— Probabilmente.
— Ma tu, tu sei disposta a sposarlo?
— Sì.
— Sei franca almeno, — dichiarò Giorgio con immensa amarezza. — E lo
ami?
— Per ora no.... Niente impedisce ch'io lo ami più tardi.
— E cambi religione per cagion di questo matrimonio?
— Anche per questo.
— Anche per fede dunque?
— Ecco, pel momento, della fede ce n'è poca, ma monsignor de Luchi
m'istruisce con tanta pazienza che, presto o tardi, finirà col
convincermi.
— Oh Mariannina, Mariannina! — esclamò Giorgio Moncalvo alzando ambe
le braccia. — Ti sposi senz'amore, ti converti senza fede, e non hai
vergogna?
— Di che dovrei vergognarmi? Quante sono le ragazze che fanno
matrimoni d'amore, e quante fra quelle che praticano una religione
vi credono proprio sul serio?... Indovino ciò che vuoi dire.... Non
credere alla religione in cui si è nati non è la stessa cosa che
entrare in una religione nuova in cui si crede anche meno.... Ma chi
ti assicura che non crederò domani?... A ogni modo, le cerimonie del
cattolicismo mi piacciono.... E, in verità, tu dovresti essere l'ultimo
a scandalizzarti.... Non mi pare che tu abbia mai mostrato una gran
tenerezza per la cosidetta fede degli avi.
— E che significa questo? — replicò Giorgio. — Io non ho abbandonato
una superstizione per abbracciarne un'altra. Mio padre, ch'ebbe sempre
una condotta logica, m'insegnò con l'esempio che l'onestà della vita,
lo spirito di sacrifizio, l'amore del prossimo non hanno bisogno di
puntellarsi sui dogmi di nessuna Chiesa.
La Mariannina si strinse nelle spalle.
— Queste sono utopie.... Il mondo vorrà sempre una religione.... Quella
che fu nostra si sfascia da tutte le parti.... Prendiamo l'altra....
prendiamo la religione della maggioranza.
— Non la maggioranza dell'umanità, in ogni caso....
— O che me ne importa?... La maggioranza di questi paesi.... Se fossi
in Turchia mi farei turca.
— Come parli, Mariannina!... Come sei positiva, utilitaria, alla tua
età, col tuo ingegno che dovrebb'essere aperto a tutte le correnti
dell'avvenire! E tu invece ti volgi verso il passato....
— Chi sa che l'avvenire non sia proprio quello che tu chiami il passato.
— Ah no, — protestò energicamente Giorgio Moncalvo. — Il passato non
torna.... E tu, tu che sei ambiziosa....
Gli occhi della Mariannina sfavillarono.
— .... tu che sei ambiziosa, — ripetè Giorgio, — come sbagli strada!...
Se per te il matrimonio non è che un mezzo di brillare, di essere una
donna ammirata, potente, cerca il tuo compagno nella schiera di quelli
che si slanciano nella vita pubblica.... E ce ne sono d'intelligenti,
ce ne sono di titolati che diventeranno ambasciatori, ministri....
Quanti fra loro sarebbero felici di darti il loro nome!... Sei tanto
bella! Sei tanto ricca!
— Lo so, — rispose la ragazza, — che avrei potuto sposarmi in quel
modo.... Ma era troppo facile.... Ne ho avuti di quegli aspiranti a
cui tu alludi.... e li ho lasciati alle mie amiche.... Ce n'è una
appunto ch'è _secretaria_ d'ambasciata a Pietroburgo.... Un'altra
è _deputatessa_, e alla prossima crisi salirà di grado.... Suo
marito chiacchiera alla Camera, lavora negli uffizi (vedi che ho
pratica del linguaggio tecnico) e si conquisterà presto il suo bravo
portafoglio.... Bel gusto! Esser ministro in un paese ove i Gabinetti
durano pochi mesi e ove il primo mascalzone venuto può scagliarvi
addosso un sacco di vituperî.
— Ma è la vita, è la lotta, — gridò Giorgio.
— È un campo aperto a tutti gl'intriganti, — ribattè la Mariannina. —
Io voglio trionfare ove pochi trionfano.
— E ti attacchi a un cadavere?
— Un cadavere che non ha paura di decomposizione.... Ma pensa.... Io,
d'una razza che costoro sprezzano e abbominano, io salire al grado di
principessa romana! Vincere tutte le antipatie, tutti i pregiudizi....
— Non li vincerai, — interruppe violentemente Giorgio Moncalvo. — Sarai
sempre la reproba.
— Oh se vincerò! — ella rispose. — Oh, se saprò impormi! Tu non mi
conosci.
Così dicendo ella gli fissò in volto gli occhi superbi, i quali
parevano chiudere in sè tutto ciò che la donna può promettere e
minacciare.
E di nuovo egli provò innanzi a lei quello che aveva altre volte
provato, un sentimento strano fatto di sentimenti contrari,
d'attrazione e di ripugnanza, d'audacia e di pusillanimità, un bisogno
di afferrarla e di fuggirla, di dirle che l'odiava e di caderle ai
piedi adorandola.
— È vero, non ti conosco, — egli dichiarò con accento grave,
guardandola con un'espressione accorata della fisonomia. — Troppo tempo
siamo rimasti senza vederci.... Sett'anni fa, eri molto diversa.... Non
bella come sei oggi.... più buona.
— Sett'anni fa, sett'anni fa, — ripetè la Mariannina. E v'era nella sua
voce come un rimpianto del passato irrevocabile, e il lampo delle sue
pupille di domatrice si velò d'un'ombra di mestizia.... Ma ella scacciò
quell'ombra da sè con una mossa rapida della piccola testa. E chiese
sorridente: — Meno bella ero?... Ero poco più d'una bimba.... E pure a
qualcheduno piacevo.
Giorgio arrossì intensamente. E rivide la Mariannina in quel lontano
passato, la rivide al suo fianco per le vie e tra i monumenti di Roma,
disposta a riconoscere la superiorità di questo cugino maggiore, lieta
di strappargli una parola d'approvazione e di lode. Oggi, alla distanza
di sett'anni, dicendogli: «a qualcheduno piacevo», ella diceva senza
dubbio la verità.... Ma s'ingannava se credeva d'avergli, allora,
inspirato una passione.... Sett'anni addietro egli era uno studente
serio ed austero, infatuato della sua scienza, alieno da tutto ciò
che potesse distrarlo dai suoi sogni di gloria, deciso ad aprirsi una
strada nel mondo, a compensare con la sua buona riuscita le cure avute
da suo padre per lui. Quanto più savio allora d'adesso! Ed era appunto
per questo ch'egli aveva oggi arrossito all'allusione della Mariannina,
appunto perchè sentiva d'amarla adesso quand'egli avrebbe avuto il
dovere di scancellarla dalla sua mente, quand'ella meritava tanto meno
di essere amata.... Ma egli sentì anche, dal modo in cui ella parlava,
sentì che allora era lei che lo aveva amato, sentì che forse allora
s'egli avesse voluto, se avesse accondisceso alle offerte dello zio,
ell'avrebbe finito coll'esser sua.... Sarebbe stato felice? No, no;
gli restava abbastanza chiaroveggenza da intendere che c'era troppa
diversità tra i loro caratteri, i loro gusti, le loro aspirazioni,
perchè un'unione fra loro potesse esser felice.... Non importa, ella
gli avrebbe dato un'ora d'ebbrezza, ed egli, il rigido scienziato,
travolto da un vento di follia, chiedeva a se stesso se per avere
quest'ora non convenisse sacrificar tutta la vita.
— Mariannina, — egli disse a voce bassa e concitata accostandosi a lei,
— Mariannina, se anni fa le nostre anime eran così vicine, se poi le
circostanze le hanno divise, hanno eretta una barriera tra noi, credi
tu che quella barriera non potrebb'essere abbattuta?
Ella si strinse nelle spalle.
— Tu vaneggi.
Giorgio incalzò:
— Forse è una tavola di salvamento che ti offro.... Sei a un bivio
terribile della tua vita.... Tu stai per gettarti in un baratro di
viltà e di menzogna.... stai per comperare un misero blasone a prezzo
del tuo corpo e della tua anima.... E pur sei intelligente, e hai un
cuore che palpita, un cuore che ha bisogno d'amare.... Spezza l'incanto
malefico.... ubbidisci al tuo cuore.... al tuo cuore ch'è mio....
— Il mio cuore non è di nessuno, — ella replicò con alterigia, mentre
Giorgio, meravigliato egli stesso della frase che gli era sfuggita,
s'accorgeva d'esser giunto a quel limite estremo oltre il quale la
volontà e la ragione non governano più gli atti dell'uomo.
A fronte di lui, la Mariannina, interamente padrona di sè, continuava
calma e pacata, con quella sua voce ch'era una musica:
— Povero Giorgio! Tu vorresti salvarmi.... E non capisci che sono io
che ti salvo?... Non capisci che se ti dessi retta tu saresti domani il
più misero dei mortali?... Non vedi che la forza delle cose ci spinge
per vie affatto contrarie?... Che romanzi di tempi cavallereschi vai
architettando nel nostro secolo positivo! Non sett'anni, cent'anni
fa dovevamo incontrarci.... anzi prima ancora.... dovevamo crescere
accanto nella vecchia città di dove sono originarie le nostre famiglie,
entro il vecchio recinto che chiudeva la gente della nostra razza,
all'ombra delle nostre vecchie sinagoghe, isolati in un mondo ostile,
ristretti di ambizioni, d'idee, fidenti solo nella missione del nostro
popolo.... Allora sì avremmo potuto sposarci ed esser felici....
Oggi è impossibile.... La morte della zia Clara ci ha riuniti per un
istante.... Non ci vedremo più mai. Separiamoci senza rancore.
— E diventerai principessa Oroboni? — gridò Giorgio.
— Lo spero.
— O Mariannina, che Sfinge sei tu? Che impasto di contraddizioni?...
Tu affoghi nel cinismo quello che c'è in te di buono e di alto.... Sei
piena d'ingegno e t'afferri alle cose morte e imputridite.
Ella lo fermò con un gesto.
— Basta, Giorgio, sono quella che sono, e poco importa dal momento che
non dobbiamo vivere insieme. Non mi negherai almeno il merito d'esser
stata franca con te.... Che diritto avevi tu di chiedermi spiegazioni?
Che obbligo avevo io di dartene?... Ti sembra ch'io sia una ragazza
disposta a render conto dei fatti suoi?
Le labbra di Giorgio si atteggiarono a un amaro sorriso.
— Una triste preferenza mi hai accordata.... Hai voluto tu stessa
cacciarmi il pugnale nel petto. E non temere di aver sbagliato il
colpo. La ferita è mortale.
Che cosa passò allora nell'anima della Mariannina? Fu vana lusinga di
sanare la piaga? Fu desiderio crudele di esacerbarla?
Fatto si è ch'ella allontanò violentemente la sedia alla cui spalliera
era stata appoggiata durante tutto il colloquio, e con un movimento
fulmineo della sua persona flessuosa si slanciò sul cugino e lo
baciò sulla bocca. Ma quando egli, balzando come una fiera sotto
la scottatura di quel bacio, cercò di stringerla al petto, ella
si svincolò con uno strappo gagliardo, e con agilità di scoiattolo
guadagnò la porticina della scala a chiocciola e gliela sbattè in
faccia.
— Guai se mi segui!... Addio per sempre.
In un attimo ella fu al sommo della scala, spinse l'altra porta che
metteva nell'appartamento superiore, e che scendendo ell'aveva soltanto
accostata, e la chiuse dietro di sè.
Dal basso, con gli occhi fissi nel buio ov'_ella_ era scomparsa,
ove l'aria era ancora impregnata del _suo_ profumo, Giorgio chiamò
inutilmente: — Mariannina! Mariannina! — Indi, barcollando, rientrò
nello studio. Una sedia, la sedia che la Mariannina aveva respinta,
era rovesciata sul canapè, un pacco di buste ch'ella aveva urtato col
gomito nel suo passaggio era sparpagliato sul pavimento, e quelle buste
orlate di nero, quelle buste che ricordavano il lutto della famiglia e
la presenza d'un cadavere nella casa, parevano gettar un'ombra lugubre
sulla rapida scena svoltasi dianzi lì dentro. Poveri morti! Povera zia
Clara!... Ella non era ancora sepolta, e già nella memoria del nipote
c'era appena un posticino per lei....
Mariannina! Mariannina! «Addio per sempre» ell'aveva detto a Giorgio.
Ma ell'era nel suo sangue, nella sua anima; era sulle sue labbra ove
ell'aveva impresso il bacio rovente, era nelle sue vene ov'ell'aveva
trasfuso un ardore di febbre. Ed egli se l'era lasciata sguisciar dalle
braccia, e non aveva saputo provarle, egli giovane e forte, che non
si scherza col fuoco, che non si suscita impunemente la tempesta dei
sensi.
Giorgio soffocava, aveva un bisogno imperioso d'aria e di spazio, un
bisogno di correre, di stancarsi, di domar con la fatica fisica le
membra e lo spirito. Anzichè risalire in casa per la scaletta interna,
uscì per la porta che dava sul pianerottolo dello scalone, la chiuse
a chiave, e un po' a tastoni, un po' aiutandosi coi fiammiferi, scese
nel vestibolo rischiarato da un fanale fioco, fiancheggiato da piante
di sempreverdi, triste ornamento alla cerimonia di domani. Aperse il
portone di cui in quella notte non s'era dato nemmeno il catenaccio,
e si trovò nella strada, avvolto da una nebbia fredda e sottile.
Nella nebbia, a lunghi intervalli, le poche lampade ad arco tuttora
accese mandavano una luce biancastra, riflettendosi qua e là nelle
pozze lasciate dalla pioggia recente; misterioso, arcigno, inospitale,
sorgeva di fronte il muro massiccio del giardino Oroboni, e, quasi la
notte fosse il suo regno, pareva dominar la via addormentata.
— Maledetto! Maledetto! — urlò Giorgio stringendo i pugni verso la mole
ciclopica, simbolo d'un passato che l'agile vita moderna non riusciva a
scalzare. — Maledetto! — egli ripetè, livido d'odio contro quella rocca
medioevale ove la Mariannina stava per seppellire la sua giovinezza. E
mentre si slanciava innanzi nella strada deserta, lo rodeva sempre più
acuto e cruccioso il sentimento della propria impotenza. Come non aveva
saputo esser cinico e brutale con la Mariannina, la cui sfida temeraria
non meritava altra risposta, così, egli n'era sicuro, non avrebbe
trovato il modo di colpire il nemico invisibile che trionfava per la
sola virtù dell'antichità della stirpe. Con che armi combatterlo? A
che gara chiamarlo? Che provocazione, che insulto scagliargli? Una
provocazione? Un insulto? Come? Quando? A uno che non s'incontrava
mai? A uno con cui non s'aveva nulla di comune, nè le consuetudini
della vita, nè le aderenze, nè le amicizie?... Perchè gli amici servono
(oh, servono benissimo), anche quali intermediari di villanie, e nulla
è più difficile che l'ingiuriare una persona con la quale non si ha
nessun punto di contatto.... Di nuovo alla mente di Giorgio balenò
l'idea d'un duello. Ma gli sovvenne di quello che gli aveva detto suo
padre: «Probabilmente Cesarino Oroboni non si batterebbe, o per non
incrociar la sua spada con un infedele, con un plebeo, o per non venir
meno ai suoi principî religiosi....». Sì, ma potrebbe accettare.... E
allora, che gioja! Ucciderlo o essere ucciso.... Una gioja?... Forse
una gioja sarebbe stata il morire.... Ma uccidere?... La natura,
l'educazione, tutto ciò che v'era in Giorgio Moncalvo d'ingenito e di
acquisito si ribellava contro questa voluttà selvaggia del sangue,
contro questa cieca e folle maniera di risolver le proprie contese.
Pure in mezzo alla sua esaltazione egli avvertiva la differenza
profonda tra lui e don Cesarino. Questi non sarebbe stato ridicolo
nè rifiutando di battersi in nome de' suoi pregiudizi, nè accogliendo
la sfida in nome degli usi cavallereschi; ridicolo sarebbe stato lui,
l'uomo di meditazione e di studi, ridicolo in ogni modo, tanto se il
suo antagonista lo metteva alla porta, quanto se gli accordava l'onore
del singolare certame.... Ah, dov'erano i tempi in cui egli scorreva
i suoi giorni tranquilli fra le pareti d'un laboratorio, assorto nelle
sue ricerche, sotto la guida amorevole del fisiologo illustre ch'egli
aveva considerato un secondo padre e che somigliava il padre vero per
l'ingegno, pel culto della scienza, per la purezza e la semplicità del
carattere? Anche allora, anche nel laboratorio silenzioso, egli aveva
conosciuto ansie ed emozioni profonde; aveva palpitato dinanzi alle sue
storte, ai suoi crogiuoli, alle lenti del suo microscopio, nel corso
d'un'esperienza che avrebbe potuto rivelare un nuovo segreto della
materia, una nuova legge del mondo fisico. Anche allora, fra i gas
pestiferi e le culture velenose, aveva visto da vicino la morte. E non
aveva tremato, e non aveva perduto mai la serenità del suo spirito....
Oggi invece....
La nebbia s'era sciolta in pioggia, una pioggia fine, minuta che
penetrava nell'ossa. Giorgio non vi badava; egli procedeva rapido nel
suo cammino mordendosi i pugni, agitando le braccia, biascicando frasi
rotte ed incomprensibili, guardato con curiosità diffidente dai rari
nottambuli che lo prendevano per un pazzo o per un ubbriaco.
Le gambe lo avevano portato nella direzione di casa sua, ma forse egli
stesso non vi pensava; vi pensò solamente quando, dopo via Tomacelli,
imboccò il ponte Cavour.... E allora s'arrestò perplesso, confuso....
Che ci andava a fare a casa sua ove non lo aspettava nessuno, ove non
avrebbe trovato nemmeno la sua camera apparecchiata e l'unica donna di
servizio sarebbe stata immersa in un sonno profondo, sapendo che i suoi
padroni dormivano in palazzo Gandi? Sicuro; egli alloggiava sotto il
medesimo tetto della Mariannina, della futura principessa Oroboni!...
No, in verità, neanche in palazzo Gandi egli non alloggiava quella
notte, perchè nel chiuderne il portone s'era dimenticato che non ne
aveva la chiave. Fino all'alba (e nel cuor di dicembre l'alba spunta
così tardi), egli era un vagabondo a cui i carabinieri avrebbero potuto
domandar le carte!...
Sul ponte non c'era anima viva; qualche lume disperso sulle rive, sui
colli circostanti rompeva a fatica l'ombre profonde; sotto gli archi,
contro le pile l'acqua gorgogliava con un sordo muggito.... Giorgio
Moncalvo si affacciò alla spalletta, guardò in giù, ebbe un istante
l'attrazione terribile dell'abisso.... Precipitarsi a capofitto,
esser travolto dal vortice, perdere dopo pochi secondi la memoria e la
conoscenza, divenire una cosa inerte che si dissolve.... E intanto fra
qualche ora, ai funerali della zia Clara, lo aspetterebbero invano.
Dov'è? Dove ha dormito? Chi lo vide uscire dal mezzanino? Chi fu
l'ultimo a parlare con lui?... Ah, certo, la Mariannina non si sarebbe
tradita.... Ma possibile ch'ella non provasse una vaga inquietudine,
che non avesse un vago sospetto, che non dicesse: «Se accade una
disgrazia ne son responsabile io»?
No, no, non questo ella direbbe. Direbbe invece: «Era un pazzo. Doveva
finir male».
Come talora, nel bujo più fitto d'un temporale, le tenebre si
squarcialo per un istante, e, per un istante, nell'interstizio di due
nuvole, appare l'occhio del sole ridonando forme e colori agli oggetti,
così, per una chiaroveggenza improvvisa e fuggevole, Giorgio Moncalvo
ebbe la lucida visione di ciò che v'era di grottesco, di assurdo
nei suoi propositi di suicidio.... Morire per la Mariannina; per lei
immerger nel lutto suo padre, lo scienziato alto ed integro del quale
egli era ormai l'unica gioja e l'unico affetto! Per lei rinunziare alle
febbri dell'indagine, alle speranze della gloria, alla santa ambizione
di aggiunger qualche particella di vero al patrimonio dell'umanità?
Il giovine si ritrasse bruscamente dalla spalletta del ponte e riprese
il suo pellegrinaggio notturno, sotto la pioggia che anche quando
cessava di cadere era come diluita nell'aria, avvolgeva le cose in
un'atmosfera umida e greve. Andò per via Ripetta a piazza del Popolo,
da piazza del Popolo per via del Babbuino a piazza di Spagna, ove un
fiaccheraio, seduto a cassetta sotto l'ombrellone aperto, gli fece
segno: — Vuole?
Perchè no? Giorgio era stanco, era fradicio; il _fiacre_ poteva
offrirgli un asilo fino al mattino.
— Dove? — chiese il cocchiere disceso ad aprir lo sportello e a levar
la tela cerata che copriva il cavallo.
— Ma!... Dove vuoi.... Anche in nessun posto... Anche qui fermo.
E poichè l'altro lo guardava attonito, soggiunse a modo di spiegazione:
— Ho dimenticato la chiave di casa e trovo inutile di picchiare chi sa
quanto al portone.... Mi basta essere al coperto.... Ti prendo a ora e
ti pago subito.
Mise un biglietto da dieci lire nelle mani del vetturale, i cui
sospetti svanirono per incanto.
— Star fermi non si può, — egli disse. — Gireremo qui intorno.
Giorgio Moncalvo si rannicchiò in un angolo e chiuse gli occhi sperando
che il movimento della carrozza che procedeva al passo gli avrebbe
conciliato il sonno. Non dormì; cadde in una specie di letargo,
durante il quale l'immagine tentatrice della Mariannina lo perseguiva
insistente. Ecco, ella si chinava su lui, lo baciava sulla bocca....
e rideva.... Egli, scotendosi in sussulto, tendeva invano le braccia
verso la Sirena, verso la Sfinge.... E a ognuno di questi risvegli si
sentiva peggio di prima; con le membra indolorite, con l'ossa peste,
con le tempie strette in un cerchio di ferro....
Quand'egli riebbe la piena coscienza di sè era ancora notte, ma già
la città si destava e le vie meno silenziose e deserte annunziavano
l'avvicinarsi del giorno.... Con uno sforzo Giorgio Moncalvo abbassò il
finestrino e diede al fiaccheraio l'indirizzo del palazzo Gandi.