Funerali.
L'androne, le scale, i mezzanini, la sala d'ingresso dell'appartamento
padronale non bastavano a contenere la gente venuta ad assistere al
trasporto di Clara Moncalvo. A dire il vero, quelli ch'eran venuti
per lei, semplice, buona, modesta, eran pochini, semplici anch'essi e
modesti com'ella era stata, e si cercavano a vicenda, e si scambiavano
una parola e una stretta di mano, sforzandosi inutilmente di riunirsi
in un angolo, di sfuggire alla folla gonfia e pettoruta che li
spingeva, li sballottava di qua e di là nella smania di farsi vedere,
di giungere a uno dei tavolini ove su appositi fogli listati di nero
ciascuno scriveva la propria firma indicando, s'era il caso, l'istituto
o il sodalizio che rappresentava. Più indiscreti, più inframmettenti
di tutti, quattro o cinque cronisti di giornali cacciavano il naso in
ogni parte, interrogavano questo e quello, prendevano le loro note
come ad un ballo o a una seduta parlamentare. — Un funeralone, un
funeralone! — dicevano. Ed era infatti un funeralone che raccoglieva
insieme le classi più disparate della società romana. C'era il cospicuo
personaggio del Ministero degli esteri, c'era il segretario Cherasco,
un paio di senatori e un pizzico di deputati; c'erano, s'intende, i
pezzi grossi dell'alta finanza, presidenti e amministratori d'Istituti
bancari, seccati in fondo d'essersi dovuti scomodare senza il
confortino di una medaglia di presenza, ma dissimulando la noja sotto
la correzione irreprensibile delle forme. Ed essi, turba cosmopolita
superiore ai dissensi religiosi e politici, servivano di cuscino fra
i gruppi eterogenei che si guardavano in cagnesco: da una parte molte
delle conoscenze che i Moncalvo, per mezzo di monsignor de Luchi e del
conte Ugolini-Ruschi, avevano fatto nell'aristocrazia nera; dall'altra
gli ortodossi della comunità israelitica, che, come uccelli di preda,
s'erano abbattuti sul commendatore Gabrio al momento del suo arrivo a
Roma e che oggi parevano essersi data la posta in questa casa di dove
si voleva scacciarli. Oggi ancora vi entravano per virtù della morte,
vi entravano coi loro emblemi e coi loro riti, affermavano ancora una
volta la vitalità indomabile del loro Iddio e della loro stirpe.
Il cavaliere Fanoli e il pittore Brulati, intimi della famiglia,
ricevevano le condoglianze e ringraziavano in nome del commendatore,
che avrebbe voluto stringer la mano a tutti quanti, ma che doveva
risparmiar le sue forze per l'accompagnamento della salma fino al
cimitero.
— E come sta il commendatore? E la signora? E la signorina? — si
domandava a gara, fingendo una gran sollecitudine.
— Ma! Possono immaginarsi.... dopo lo strapazzo di questi giorni....
Non che la povera signora Clara godesse di una buona salute....
Tutt'altro.... Ma forse appunto per questo si era avvezzi alle sue
indisposizioni e nessuno s'aspettava una catastrofe così repentina.
Un giovane bianco come uno spettro fece una rapida apparizione sulla
soglia d'una delle stanze che davano sulla sala.
— Chi è? Chi è? — chiesero quelli che non lo conoscevano, ed erano i
più.
— È il nipote del commendatore, — risposero i bene informati. — È
figlio del professore all'Università.
Qualcheduno cascò dalle nuvole.
— Il commendatore ha un fratello?
— Sicuro, un fratello ch'era già a Roma un bel pezzo prima di lui.
— Non lo si sente mai nominare.
— E pure è un brav'uomo.... membro dell'Accademia dei Lincei, eccetera,
eccetera.... Vive molto a sè.
— Dev'essere un orso addirittura.... E quel figliuolo?
— Quello ha vissuto alcuni anni in Germania.... Da un paio di mesi è
assistente di Salvieni.
— Anche lui nella carriera dell'insegnamento.... Mangierà di magro.
— Ha l'aria di aver mangiato di magro sempre.... e di non aver vita
lunga.
— Infatti pare appena uscito di malattia.... Ma il padre dov'è?
— Sarà col resto della famiglia.... Lo vedremo or ora dietro la bara.
— Ed è vero poi, — domandò uno in gran segretezza, — che a giorni
scoppierà la bomba del matrimonio e della conversione?...
— Ma! — rispose colui al quale l'interrogazione era rivolta. E
strizzando l'occhio mostrò poco lontano il conte Ugolini-Ruschi. —
Bisognerebbe chiederlo a quello lì.
— O al pittore Brulati....
— No, no, il conte la sa certo più lunga.
Qualche parolina detta a mezza voce e raccolta con avidità provocò dei
sorrisetti maliziosi, dei colpetti di tosse, dei raschiamenti di gola.
— Via, saranno calunnie, — ammonì un benevolo.
E un impaziente guardò l'orologio.
— L'invito era per le nove e mezzo. E son le nove e tre quarti. Un po'
di puntualità ci vorrebbe.... I preti di tutte le religioni fanno i
loro comodi.
— Ma i rabbini sono già venuti.
— Sì.
— No.
— Sono venuti, non c'è dubbio.... Zitto.
Si spalancò una porta.... La folla ondeggiò.... Una luce fioca di ceri,
un borbottio di preci in una lingua incomprensibile.... il feretro
coperto da un drappo nero passava.... Tre o quattro si levarono il
cappello....
— No, tenerlo bisogna.
— Come?
— Ma sì.... Non hanno mai assistito a funerali israelitici?
— Ecco il commendatore.
— E quello è il fratello.... a braccio del figliuolo.
— Ah, quello lì!... È più vecchio....
— Credo.
— Non somiglia.
— Poco.... Però c'è il tipo.
Fanoli e Brulati si sbracciavano per regolare l'uscita.
— Un momento, un momento. Lascino andare avanti le signore.
Erano una ventina, tra le quali la miliardaria miss May, che s'era
decisa a venire e aveva ordinato al meccanico di andarla ad aspettare
con l'automobile davanti alla gradinata dell'Esposizione. Sua zia,
indisposta, era rimasta a casa.
— Ora, — disse Fanoli, — favoriscano di passare quelli che devono
reggere i cordoni.
Veramente, trattandosi d'una donna, quest'ufficio sarebbe toccato alle
signore, ma il commendatore Gabrio aveva preferito di vedere intorno
alla bara di sua sorella i _gros bonnets_ della finanza.
Ora i chiamati a nome da Fanoli, tutti commendatori, lavorando di
gomiti, ansando e sbuffando, si aprirono faticosamente la via. Le
lucide tube, le pelliccie di lontra e di martora, gli spilli di
brillanti alla cravatta, le ricche catene dell'orologio davano a questi
ragguardevoli personaggi una cert'aria di famiglia.
— Se si sfracellassero, che frittata di milioni! — sussurrò il cronista
della _Tribuna_ all'orecchio d'un compagno.
A malgrado di tutti gli sforzi, alla svolta dello scalone, sul
pianerottolo, ci fu un intoppo. Non si andava nè innanzi, nè indietro.
E intanto salivano su dall'androne gravi, lente, nasali, le preghiere
nella lingua sconosciuta. Erano le stesse cantilene che avevano
risonato per le vie di Sionne e lungo i fiumi di Babilonia, le stesse
che negli esilii dolorosi avevano confortato i lutti delle famiglie
raminghe. Non c'era angolo del mondo ov'esse non avessero portato
un'eco dell'Oriente lontano; s'erano confuse al fremito di tutti
i mari, all'urlo di tutti i venti; avevano invocato pace ai morti
d'Israele in tutti i cimiteri dispersi da Varsavia a Parigi, da
Francoforte a Siviglia, da Venezia ad Amsterdam, da Londra a Nuova
York, da Calcutta a Lisbona. Tramandate di generazione in generazione,
di secolo in secolo, avevano conservato come aromi preziosi la fede,
la speranza, le illusioni di un popolo, tanto più sicuro di risorgere
quanto più al fondo precipitava. Oggi la funebre nenia non suscitava
nè commozioni, nè affetti; le note strascicate, gutturali si alzavano,
ricadevano come zampilli d'una fonte a cui nessuno più si disseta.
«La grazia dell'Eterno sia su di noi», — cantava l'officiante nella
lingua ignota. — «Il premio delle nostre opere, deh, tu ci prepara, e
le opere stesse disponi in guisa che meritar lo possiamo.
«Chi dimora nel nascondimento dell'Altissimo alberga all'ombra
dell'Onnipossente. Io dirò al Signore: Tu se' il mio ricetto e la mia
fortezza: in te, mio Dio, sicuro confido».
Le preghiere cessarono.
— Avanti! — gridavano quelli ch'erano al sommo della scala.
E dal basso si rispondeva:
— Or ora. Un po' di pazienza.
— Avanti!... Si soffoca, — insistevano i primi.
Così dall'alto al basso si scambiavano parole iraconde, esclamazioni
crucciose, finchè, quando Dio volle, si fece un po' di largo
nell'androne, e la massa umana, stretta, schiacciata fra le pareti
della scala, potè rimettersi in movimento e unirsi al corteo già
incamminato. Il carro funebre di prima classe che portava il feretro
era innanzi un buon tratto quando gli ultimi uscivano dal palazzo.
Sulle faccie congestionate brillava la gioia ineffabile della
liberazione; il sole irrompendo trionfale dopo la notte e la mattinata
piovosa spazzava via, insieme con le nuvole, le immagini di morte;
il funerale diventava spettacolo a se stesso. Deposta la maschera di
dolore che molti avevano creduto necessario di accomodarsi sul viso
durante la prima parte della cerimonia, gl'intervenuti, specie quelli
ch'eran più lontani dal carro, chiacchieravano allegramente fra loro,
occhieggiavano le ragazze, si pavoneggiavano sotto gli sguardi curiosi
dei passeggeri dei tram elettrici, costretti ad arrestarsi o almeno a
rallentare la loro corsa.
Tra gli uomini d'affari la conversazione prendeva un carattere tecnico.
— Queste Borse sempre di buon umore, eh!
— Sicuro, anche iersera Parigi dava un mezzo punto d'aumento sulla
Rendita.
— E a Genova, le Terni, avete visto?
— Oh, cresceranno ancora.... Se poi si fa il _trust_.... — disse il
barone Bernheim lisciando con la manica la immancabile tuba bianca che
aveva il pelo arricciato come quello d'un gatto spaurito.
— I _concimi_ hanno un grande avvenire, — sentenziò un agente di
cambio. E annunziò la prossima formazione d'una nuova Società di
concimi chimici con dieci milioni di capitale.
Ma già parecchi sgattajolavano a destra e a sinistra, persuasi
d'avere ormai sacrificato abbastanza del loro tempo alle convenienze
sociali. Così, per esempio, miss May, giunta a piedi del Palazzo
dell'Esposizione, piantò in asso con americana disinvoltura il gruppo
delle signore, salì in un batter d'occhio la gradinata, e rivolta sulla
folla la macchinetta fotografica che aveva tenuta ad armacollo sotto
la pelliccia di lontra, tentò di fermare in un'istantanea la scena
pittoresca che le si svolgeva dinanzi. Poi scese tranquillamente ed
entrò nell'automobile che l'attendeva.
Tuttavia le diserzioni non impedirono al corteo di arrivar numeroso
fino a piazza delle Terme. Più in là non si spinsero che quelli
di famiglia, il cavalier Fanoli, il pittore Brulati, il conte
Ugolini-Ruschi, il direttore della _Banca Internazionale_, due
professori d'Università intimi di Giacomo Moncalvo, il giovine e
timidissimo dottor Flacci, assistente di questo, e pochi altri.
Sotto l'impressione dell'aria frizzante e del sole il commendator
Gabrio andava via via rinfrancandosi, e col direttore della Banca e
con Fanoli discuteva d'affari, criticava il Governo e il Parlamento,
schiavi delle vecchie formule, incapaci di secondare il mirabile
risveglio economico della nazione. Bisognava assolutamente cambiar
tutto, con nuovi uomini, con nuovi programmi.
Giacomo Moncalvo aveva lasciato il fratello per avvicinarsi a Giorgio,
di cui lo impensieriva il pallore mortale, e, più del pallore, il
silenzio cupo e la tristezza profonda.
— Ho vegliato la notte.... Sono stanco, — aveva detto Giorgio a sua
giustificazione.
— Lo so.... Invece di riposarti sei uscito.... non sei rincasato che
questa mattina.... Una pazzia. Ragione di più perchè tu ti riposi
adesso. Non occorre che tu venga al cimitero.
Ma a tutte le sollecitazioni Giorgio aveva opposto un rifiuto secco,
deciso, solo consentendo ad appoggiarsi al braccio del padre.
E il professore Giacomo sentiva lo sforzo che egli faceva per non
gravarlo di tutto il suo peso, per reggersi sulle gambe che gli si
piegavano.
— Ma tu non istai bene.... Non puoi venire fino a Campo Verano.... Vuoi
che torniamo indietro insieme?... O vuoi entrare in una delle carrozze
che ci seguono al passo?
— No, no, è meglio ch'io cammini.... Te ne prego, babbo, non
insistere.... Torneremo in carrozza insieme, dopo il funerale.... Andrò
a casa, mi metterò a letto.... dopo che avrò visto scender sotterra la
zia, che mi voleva tanto bene.
Sì, tanto bene ell'aveva voluto al nipote, e Giorgio pure l'aveva avuta
cara; ma Giacomo Moncalvo, benchè ignorasse la strana avventura di
quella notte, sentiva che suo figlio non diceva il vero, ch'egli non
era in quello stato unicamente per la passione di aver perduta la zia.
La Clara, la buona Clara, non poteva lasciar dietro di sè che un soave
ricordo; era un'altra che gli turbava la pace, un'altra, rigogliosa di
salute e di vita, che gli stillava il veleno nel sangue.
Giorgio taceva, schivando l'inquieto sguardo paterno, tenendo gli occhi
bassi, assorto nella sua visione di dolore e di voluttà, premendosi di
quando in quando col fazzoletto la bocca su cui ardeva ancora la fiamma
dell'ultimo bacio.
Il corteo, assottigliato, si avvicinava alla meta. Dopo la via di Porta
San Lorenzo, seguendo la via Tiburtina fiancheggiata da officine di
scalpellini, da botteghe di fiorai.... e da osterie consolatrici dei
superstiti, lasciandosi a destra la chiesa di San Lorenzo, varcata la
porta d'ingresso del riparto israelitico, esso procedeva per una via
chiusa fra due muri, verso una cancellata aperta proprio dirimpetto
alla cappella mortuaria.
Mentre il feretro era tolto dal carro, l'officiante intonava nuovamente
le preci funebri.
«Lodato sia il Signore Dio nostro, Re dell'Universo, che ci ha creati
nella sua giustizia, che ci ha nutriti e conservati per atto di
giustizia, e che nella sua giustizia ci ha fatti morire. Egli conosce
il numero di tutti coloro che dormono in questa polvere, e ci farà
tutti risorgere un giorno per atto di sua giustizia. Sii tu benedetto,
o Signore, che risusciti i morti».
E continuava nella cappella mortuaria:
«Dell'Onnipossente sono perfette le opere; egli è giusto in tutte le
sue vie. Gli atti suoi sono tutti amore e verità, nè in essi puossi
suppor difetto. Chi oserebbe chiedergli: Che fai?
«Egli governa l'Universo; a volontà sua fa vivere, fa morire, fa
scendere il corpo nella tomba, ma presso di sè richiama l'anima
immortale».
Nella fretta di finire, il rabbino biascicava sommessamente altre
preghiere. Ma da un angolo della cappella si levò una bella voce di
basso profondo:
«Perdona, o Signore, ai peccati della nostra sorella il cui cadavere
caliamo nel sepolcro».
Tutti si voltarono dalla parte di dove la bella voce veniva, tutti
sentirono vibrare in essa, che pur parlava un idioma sconosciuto, un
accento insolito di convinzione e di fede.
L'officiante, sconcertato un momento riprese:
«Usale misericordia in grazia dei meriti dei padri nostri....»
E l'altro, quello che nessuno si ricordava di aver visto nel corteo,
attaccò il versetto seguente:
«Riposi il suo corpo in pace e l'anima sua voli al cielo a godere della
felicità eterna. Amen!»
Di labbro in labbro corse la dimanda:
— Chi è?
— È un tedesco, il dottor Löwe, — rispose qualcheduno che nella figura
esotica, caratteristica, aveva ravvisato il fervente apostolo del
Sionismo.
E il dottore, nell'uscir dalla camera mortuaria, si accostò a Gabrio
Moncalvo per dirgli ch'era giunto quella mattina stessa dalla Polonia,
che in treno aveva letto la triste notizia e appresa l'ora dei
funerali, e che per non perder tempo s'era fatto portare subito al
cimitero.
Rimosse le ghirlande, rimosso il drappo nero listato d'argento, il
feretro è deposto sopra un carretto tirato a mano fino al posto della
sepoltura, fino ai piedi d'un colombario vuoto che aspetta.
In lugubre silenzio la gente assiste all'ultima parte della cerimonia.
Già la bocca spalancata ha divorato la sua preda, già i muratori sono
intenti a chiudere il vano coi mattoni e la malta. Suonano le ultime
preci:
«Il pietoso Iddio perdoni il peccato e non distrugga il peccatore; usi
tutta la maggior clemenza per reprimere la sua collera.... La terra
ritorni alla terra, com'era in origine, e lo spirito ritorni a Dio che
lo diede».
Gabrio Moncalvo disse al fratello:
— La collocano lì provvisoriamente.... Ho intenzione di farle erigere
un monumentino.
Giacomo tentennò la testa.
— Povera Clara! Non la vedremo più!
— Povera Clara! — ripetè il commendatore. — Non avrei creduto che
dovessimo perderla così presto.... Ah, guai se non ci potessimo
stordire col lavoro!... Pur troppo non c'è altro da fare... Andiamo!
Aveva fretta di uscir dal triste recinto, di rientrar nella vita, di
ripigliar le sue abitudini, di scordare quei giorni penosi.
Ma dovette prima scambiar nuove strette di mano e sorbirsi nuove
condoglianze e prodigar nuovi ringraziamenti.
— Grazie in nome di tutti noi.... anche di mia moglie e della mia
figliuola.... Davvero non dimenticheremo mai queste dimostrazioni....
Giacomo, Giorgio, non salite nel mio _landau_?
— Scusaci, — rispose il professore. — Noi abbiamo urgenza d'essere a
casa.... Io sono spossato.... E Giorgio è in peggiori condizioni di me.
— È vero.... Ho notato anch'io che questa mattina ha un gran brutto
colore.... Cos'ha?
— Spero non abbia nulla, eccetto un po' di stanchezza.
Il commendatore tese la mano al nipote.
— Animo, giovinotto.... Alla tua età i mali passano presto.... Dunque,
se proprio ci tenete ad andar subito a casa vostra, prendete una di
queste carrozze.... Fanoli, veda lei quale è disponibile.... Ce ne
devono esser d'avanzo. Abbia pazienza, Fanoli, metta a posto tutti
quanti.... E poi mi raggiunga a casa.... Farà colazione con me....
Anche Brulati, se vuole.
Il pittore si scusò. Aveva un impegno.
Prima di montare in una carrozza del S. O. M. di Malta, il conte
Ugolini chiese a Gabrio Moncalvo:
— Crede ch'io possa in giornata riverir le signore?
— Provi sul tardi. Erano a letto, con poca disposizione ad alzarsi per
oggi.... specie la Mariannina.... Provi a ogni modo.
Il commendatore si rivolse al direttore della Banca Internazionale:
— Venga con me, lei.... Dobbiamo discorrere.... Così va bene.... E ora,
avanti!
Cacciando la testa fuori dello sportello ordinò al cocchiere di far
trottare i cavalli.
Non pareva più l'uomo di prima, abbattuto, affranto sotto il peso del
suo dolore. E pure quel dolore era stato sincero, com'era sincera la
sua affezione per la sorella perduta. Ma in lui le impressioni erano
vive, non durevoli, ed egli aveva la felice attitudine a vedere il
lato buono delle cose. Anche in questa disgrazia, in questa grande
disgrazia, c'era quello che si direbbe il rovescio della medaglia.
Era noto che la Clara non avrebbe fatto buon viso ai prossimi
avvenimenti domestici, ma fino allora ella aveva taciuto per prudenza.
Avrebbe continuato a tacere quando fosse scoppiata la bomba? E le
inevitabili discussioni non avrebbero rischiato di creare un dissidio
insanabile? Era abbastanza che il dissidio vi fosse con l'altro ramo
della famiglia. Almeno la Clara era morta in pace con tutti, portando
seco la sicurezza di lasciare un vuoto nella casa ov'ell'era ospite
gradita e preziosa da tanti anni. Scomparsa lei, il commendatore si
sentiva più libero, e già affrettava col pensiero il colloquio che
aveva fissato per le tre pomeridiane col notajo e con monsignor de
Luchi, e che doveva preludere alla domanda ufficiale di don Cesarino
e alla stipulazione dei due contratti: il contratto di compravendita
del palazzo Oroboni e della villa di Porto d'Anzio e il contratto
di nozze. Era tempo ormai di uscire dal periodo preparatorio e di
passare il Rubicone. _Alea jacta est._ L'affare in sè era men che
mediocre; Gabrio Moncalvo lo sapeva benissimo, e la somma ch'egli
immobilizzava nel palazzo e nel podere avrebbe avuto ben altro valore
restando nelle sue mani; ma anche dal punto di vista commerciale la
speculazione poteva finire con l'esser buona se agevolava a lui e alla
sua Banca la conquista di nuove clientele nel mondo cattolico. A ogni
modo, bisognava veder le cose nel loro complesso, pensare al grande
significato del matrimonio della Mariannina, dell'entrata solenne
di lei nella società più chiusa, più aristocratica di Roma. Oh, la
Mariannina aveva ben ragione di non curarsi di quello che tutti possono
avere. Moglie d'un deputato, d'un senatore, d'un generale? Per una
ragazza che portava un milione di dote, più.... _les espérances_, dei
generali, dei senatori e dei deputati ce n'erano a dozzine; ma esser
moglie d'un principe Oroboni, d'uno dei rappresentanti più genuini
dell'intransigenza religiosa e politica, ecco la vittoria di cui
la Mariannina, non nobile, non cattolica, aveva il diritto d'andar
superba. C'era sì la formalità della conversione, e la prospettiva
delle inevitabili cerimonie dava un po' di noja a Gabrio Moncalvo.
Era anzi questo il motivo per cui egli aveva imposto alla consorte di
frenar pel momento i propri ardori di catecumena. A lui non conveniva
di far troppo chiasso in una volta, nè di compromettere i suoi
rapporti con la casa Rothschild. Più tardi forse, alla sordina, senza
pubblicità....
Questi pensieri che gli turbinavano nella mente non impedivano a Gabrio
Moncalvo di chiacchierar di politica e di finanza col direttore della
_Banca Internazionale_. E allorchè quest'ultimo tirò il discorso sulla
conversione della rendita, il commendatore diede una risposta che
valeva così per la coscienza religiosa di sua moglie come pel saggio
d'interesse del nostro consolidato 5 per cento.
— No, per ora la conversione non si farà.
Intanto, nella carrozza ov'egli era salito con Giorgio e col dottor
Flacci, il professore Giacomo era assorbito da tutt'altre cure, e non
distaccava gli occhi dal figliuolo, rannicchiato in un canto, con la
testa sprofondata nei guanciali, con le gambe e i piedi avviluppati in
un _plaid_.
Alle ansiose interrogazioni paterne Giorgio rispondeva appena.
— Sì, credo d'aver la febbre, ma passerà.
— Flacci, — disse il professore al momento di scendere dalla vettura,
— mi fa il piacere di passare in farmacia, in via Cicerone, e di pregar
che telefonino a Rangoni, il nostro medico....
— Vado subito.
— O babbo, che fretta! — barbugliò Giorgio. Ma non s'oppose.... Anzi
ringraziò Flacci con un cenno del capo.
Quando, sostenuto da suo padre e dal portinajo, ch'era un uomo
muscoloso e robusto, egli giunse su delle scale, la donna di servizio,
venuta ad aprire, non potè frenare un'esclamazione:
— Madonna Santa, che cosa è successo?
E si voltò verso il professore.
— Zitto, zitto, — replicò questi. — Non facciamo casi.... È la fatica,
l'emozione.... Un paio d'ore di letto sarà il miglior rimedio....
Andate a preparare la camera....