XIV.

Funerali.

L'androne, le scale, i mezzanini, la sala d'ingresso dell'appartamento

padronale non bastavano a contenere la gente venuta ad assistere al

trasporto di Clara Moncalvo. A dire il vero, quelli ch'eran venuti

per lei, semplice, buona, modesta, eran pochini, semplici anch'essi e

modesti com'ella era stata, e si cercavano a vicenda, e si scambiavano

una parola e una stretta di mano, sforzandosi inutilmente di riunirsi

in un angolo, di sfuggire alla folla gonfia e pettoruta che li

spingeva, li sballottava di qua e di là nella smania di farsi vedere,

di giungere a uno dei tavolini ove su appositi fogli listati di nero

ciascuno scriveva la propria firma indicando, s'era il caso, l'istituto

o il sodalizio che rappresentava. Più indiscreti, più inframmettenti

di tutti, quattro o cinque cronisti di giornali cacciavano il naso in

ogni parte, interrogavano questo e quello, prendevano le loro note

come ad un ballo o a una seduta parlamentare. — Un funeralone, un

funeralone! — dicevano. Ed era infatti un funeralone che raccoglieva

insieme le classi più disparate della società romana. C'era il cospicuo

personaggio del Ministero degli esteri, c'era il segretario Cherasco,

un paio di senatori e un pizzico di deputati; c'erano, s'intende, i

pezzi grossi dell'alta finanza, presidenti e amministratori d'Istituti

bancari, seccati in fondo d'essersi dovuti scomodare senza il

confortino di una medaglia di presenza, ma dissimulando la noja sotto

la correzione irreprensibile delle forme. Ed essi, turba cosmopolita

superiore ai dissensi religiosi e politici, servivano di cuscino fra

i gruppi eterogenei che si guardavano in cagnesco: da una parte molte

delle conoscenze che i Moncalvo, per mezzo di monsignor de Luchi e del

conte Ugolini-Ruschi, avevano fatto nell'aristocrazia nera; dall'altra

gli ortodossi della comunità israelitica, che, come uccelli di preda,

s'erano abbattuti sul commendatore Gabrio al momento del suo arrivo a

Roma e che oggi parevano essersi data la posta in questa casa di dove

si voleva scacciarli. Oggi ancora vi entravano per virtù della morte,

vi entravano coi loro emblemi e coi loro riti, affermavano ancora una

volta la vitalità indomabile del loro Iddio e della loro stirpe.

Il cavaliere Fanoli e il pittore Brulati, intimi della famiglia,

ricevevano le condoglianze e ringraziavano in nome del commendatore,

che avrebbe voluto stringer la mano a tutti quanti, ma che doveva

risparmiar le sue forze per l'accompagnamento della salma fino al

cimitero.

— E come sta il commendatore? E la signora? E la signorina? — si

domandava a gara, fingendo una gran sollecitudine.

— Ma! Possono immaginarsi.... dopo lo strapazzo di questi giorni....

Non che la povera signora Clara godesse di una buona salute....

Tutt'altro.... Ma forse appunto per questo si era avvezzi alle sue

indisposizioni e nessuno s'aspettava una catastrofe così repentina.

Un giovane bianco come uno spettro fece una rapida apparizione sulla

soglia d'una delle stanze che davano sulla sala.

— Chi è? Chi è? — chiesero quelli che non lo conoscevano, ed erano i

più.

— È il nipote del commendatore, — risposero i bene informati. — È

figlio del professore all'Università.

Qualcheduno cascò dalle nuvole.

— Il commendatore ha un fratello?

— Sicuro, un fratello ch'era già a Roma un bel pezzo prima di lui.

— Non lo si sente mai nominare.

— E pure è un brav'uomo.... membro dell'Accademia dei Lincei, eccetera,

eccetera.... Vive molto a sè.

— Dev'essere un orso addirittura.... E quel figliuolo?

— Quello ha vissuto alcuni anni in Germania.... Da un paio di mesi è

assistente di Salvieni.

— Anche lui nella carriera dell'insegnamento.... Mangierà di magro.

— Ha l'aria di aver mangiato di magro sempre.... e di non aver vita

lunga.

— Infatti pare appena uscito di malattia.... Ma il padre dov'è?

— Sarà col resto della famiglia.... Lo vedremo or ora dietro la bara.

— Ed è vero poi, — domandò uno in gran segretezza, — che a giorni

scoppierà la bomba del matrimonio e della conversione?...

— Ma! — rispose colui al quale l'interrogazione era rivolta. E

strizzando l'occhio mostrò poco lontano il conte Ugolini-Ruschi. —

Bisognerebbe chiederlo a quello lì.

— O al pittore Brulati....

— No, no, il conte la sa certo più lunga.

Qualche parolina detta a mezza voce e raccolta con avidità provocò dei

sorrisetti maliziosi, dei colpetti di tosse, dei raschiamenti di gola.

— Via, saranno calunnie, — ammonì un benevolo.

E un impaziente guardò l'orologio.

— L'invito era per le nove e mezzo. E son le nove e tre quarti. Un po'

di puntualità ci vorrebbe.... I preti di tutte le religioni fanno i

loro comodi.

— Ma i rabbini sono già venuti.

— Sì.

— No.

— Sono venuti, non c'è dubbio.... Zitto.

Si spalancò una porta.... La folla ondeggiò.... Una luce fioca di ceri,

un borbottio di preci in una lingua incomprensibile.... il feretro

coperto da un drappo nero passava.... Tre o quattro si levarono il

cappello....

— No, tenerlo bisogna.

— Come?

— Ma sì.... Non hanno mai assistito a funerali israelitici?

— Ecco il commendatore.

— E quello è il fratello.... a braccio del figliuolo.

— Ah, quello lì!... È più vecchio....

— Credo.

— Non somiglia.

— Poco.... Però c'è il tipo.

Fanoli e Brulati si sbracciavano per regolare l'uscita.

— Un momento, un momento. Lascino andare avanti le signore.

Erano una ventina, tra le quali la miliardaria miss May, che s'era

decisa a venire e aveva ordinato al meccanico di andarla ad aspettare

con l'automobile davanti alla gradinata dell'Esposizione. Sua zia,

indisposta, era rimasta a casa.

— Ora, — disse Fanoli, — favoriscano di passare quelli che devono

reggere i cordoni.

Veramente, trattandosi d'una donna, quest'ufficio sarebbe toccato alle

signore, ma il commendatore Gabrio aveva preferito di vedere intorno

alla bara di sua sorella i _gros bonnets_ della finanza.

Ora i chiamati a nome da Fanoli, tutti commendatori, lavorando di

gomiti, ansando e sbuffando, si aprirono faticosamente la via. Le

lucide tube, le pelliccie di lontra e di martora, gli spilli di

brillanti alla cravatta, le ricche catene dell'orologio davano a questi

ragguardevoli personaggi una cert'aria di famiglia.

— Se si sfracellassero, che frittata di milioni! — sussurrò il cronista

della _Tribuna_ all'orecchio d'un compagno.

A malgrado di tutti gli sforzi, alla svolta dello scalone, sul

pianerottolo, ci fu un intoppo. Non si andava nè innanzi, nè indietro.

E intanto salivano su dall'androne gravi, lente, nasali, le preghiere

nella lingua sconosciuta. Erano le stesse cantilene che avevano

risonato per le vie di Sionne e lungo i fiumi di Babilonia, le stesse

che negli esilii dolorosi avevano confortato i lutti delle famiglie

raminghe. Non c'era angolo del mondo ov'esse non avessero portato

un'eco dell'Oriente lontano; s'erano confuse al fremito di tutti

i mari, all'urlo di tutti i venti; avevano invocato pace ai morti

d'Israele in tutti i cimiteri dispersi da Varsavia a Parigi, da

Francoforte a Siviglia, da Venezia ad Amsterdam, da Londra a Nuova

York, da Calcutta a Lisbona. Tramandate di generazione in generazione,

di secolo in secolo, avevano conservato come aromi preziosi la fede,

la speranza, le illusioni di un popolo, tanto più sicuro di risorgere

quanto più al fondo precipitava. Oggi la funebre nenia non suscitava

nè commozioni, nè affetti; le note strascicate, gutturali si alzavano,

ricadevano come zampilli d'una fonte a cui nessuno più si disseta.

«La grazia dell'Eterno sia su di noi», — cantava l'officiante nella

lingua ignota. — «Il premio delle nostre opere, deh, tu ci prepara, e

le opere stesse disponi in guisa che meritar lo possiamo.

«Chi dimora nel nascondimento dell'Altissimo alberga all'ombra

dell'Onnipossente. Io dirò al Signore: Tu se' il mio ricetto e la mia

fortezza: in te, mio Dio, sicuro confido».

Le preghiere cessarono.

— Avanti! — gridavano quelli ch'erano al sommo della scala.

E dal basso si rispondeva:

— Or ora. Un po' di pazienza.

— Avanti!... Si soffoca, — insistevano i primi.

Così dall'alto al basso si scambiavano parole iraconde, esclamazioni

crucciose, finchè, quando Dio volle, si fece un po' di largo

nell'androne, e la massa umana, stretta, schiacciata fra le pareti

della scala, potè rimettersi in movimento e unirsi al corteo già

incamminato. Il carro funebre di prima classe che portava il feretro

era innanzi un buon tratto quando gli ultimi uscivano dal palazzo.

Sulle faccie congestionate brillava la gioia ineffabile della

liberazione; il sole irrompendo trionfale dopo la notte e la mattinata

piovosa spazzava via, insieme con le nuvole, le immagini di morte;

il funerale diventava spettacolo a se stesso. Deposta la maschera di

dolore che molti avevano creduto necessario di accomodarsi sul viso

durante la prima parte della cerimonia, gl'intervenuti, specie quelli

ch'eran più lontani dal carro, chiacchieravano allegramente fra loro,

occhieggiavano le ragazze, si pavoneggiavano sotto gli sguardi curiosi

dei passeggeri dei tram elettrici, costretti ad arrestarsi o almeno a

rallentare la loro corsa.

Tra gli uomini d'affari la conversazione prendeva un carattere tecnico.

— Queste Borse sempre di buon umore, eh!

— Sicuro, anche iersera Parigi dava un mezzo punto d'aumento sulla

Rendita.

— E a Genova, le Terni, avete visto?

— Oh, cresceranno ancora.... Se poi si fa il _trust_.... — disse il

barone Bernheim lisciando con la manica la immancabile tuba bianca che

aveva il pelo arricciato come quello d'un gatto spaurito.

— I _concimi_ hanno un grande avvenire, — sentenziò un agente di

cambio. E annunziò la prossima formazione d'una nuova Società di

concimi chimici con dieci milioni di capitale.

Ma già parecchi sgattajolavano a destra e a sinistra, persuasi

d'avere ormai sacrificato abbastanza del loro tempo alle convenienze

sociali. Così, per esempio, miss May, giunta a piedi del Palazzo

dell'Esposizione, piantò in asso con americana disinvoltura il gruppo

delle signore, salì in un batter d'occhio la gradinata, e rivolta sulla

folla la macchinetta fotografica che aveva tenuta ad armacollo sotto

la pelliccia di lontra, tentò di fermare in un'istantanea la scena

pittoresca che le si svolgeva dinanzi. Poi scese tranquillamente ed

entrò nell'automobile che l'attendeva.

Tuttavia le diserzioni non impedirono al corteo di arrivar numeroso

fino a piazza delle Terme. Più in là non si spinsero che quelli

di famiglia, il cavalier Fanoli, il pittore Brulati, il conte

Ugolini-Ruschi, il direttore della _Banca Internazionale_, due

professori d'Università intimi di Giacomo Moncalvo, il giovine e

timidissimo dottor Flacci, assistente di questo, e pochi altri.

Sotto l'impressione dell'aria frizzante e del sole il commendator

Gabrio andava via via rinfrancandosi, e col direttore della Banca e

con Fanoli discuteva d'affari, criticava il Governo e il Parlamento,

schiavi delle vecchie formule, incapaci di secondare il mirabile

risveglio economico della nazione. Bisognava assolutamente cambiar

tutto, con nuovi uomini, con nuovi programmi.

Giacomo Moncalvo aveva lasciato il fratello per avvicinarsi a Giorgio,

di cui lo impensieriva il pallore mortale, e, più del pallore, il

silenzio cupo e la tristezza profonda.

— Ho vegliato la notte.... Sono stanco, — aveva detto Giorgio a sua

giustificazione.

— Lo so.... Invece di riposarti sei uscito.... non sei rincasato che

questa mattina.... Una pazzia. Ragione di più perchè tu ti riposi

adesso. Non occorre che tu venga al cimitero.

Ma a tutte le sollecitazioni Giorgio aveva opposto un rifiuto secco,

deciso, solo consentendo ad appoggiarsi al braccio del padre.

E il professore Giacomo sentiva lo sforzo che egli faceva per non

gravarlo di tutto il suo peso, per reggersi sulle gambe che gli si

piegavano.

— Ma tu non istai bene.... Non puoi venire fino a Campo Verano.... Vuoi

che torniamo indietro insieme?... O vuoi entrare in una delle carrozze

che ci seguono al passo?

— No, no, è meglio ch'io cammini.... Te ne prego, babbo, non

insistere.... Torneremo in carrozza insieme, dopo il funerale.... Andrò

a casa, mi metterò a letto.... dopo che avrò visto scender sotterra la

zia, che mi voleva tanto bene.

Sì, tanto bene ell'aveva voluto al nipote, e Giorgio pure l'aveva avuta

cara; ma Giacomo Moncalvo, benchè ignorasse la strana avventura di

quella notte, sentiva che suo figlio non diceva il vero, ch'egli non

era in quello stato unicamente per la passione di aver perduta la zia.

La Clara, la buona Clara, non poteva lasciar dietro di sè che un soave

ricordo; era un'altra che gli turbava la pace, un'altra, rigogliosa di

salute e di vita, che gli stillava il veleno nel sangue.

Giorgio taceva, schivando l'inquieto sguardo paterno, tenendo gli occhi

bassi, assorto nella sua visione di dolore e di voluttà, premendosi di

quando in quando col fazzoletto la bocca su cui ardeva ancora la fiamma

dell'ultimo bacio.

Il corteo, assottigliato, si avvicinava alla meta. Dopo la via di Porta

San Lorenzo, seguendo la via Tiburtina fiancheggiata da officine di

scalpellini, da botteghe di fiorai.... e da osterie consolatrici dei

superstiti, lasciandosi a destra la chiesa di San Lorenzo, varcata la

porta d'ingresso del riparto israelitico, esso procedeva per una via

chiusa fra due muri, verso una cancellata aperta proprio dirimpetto

alla cappella mortuaria.

Mentre il feretro era tolto dal carro, l'officiante intonava nuovamente

le preci funebri.

«Lodato sia il Signore Dio nostro, Re dell'Universo, che ci ha creati

nella sua giustizia, che ci ha nutriti e conservati per atto di

giustizia, e che nella sua giustizia ci ha fatti morire. Egli conosce

il numero di tutti coloro che dormono in questa polvere, e ci farà

tutti risorgere un giorno per atto di sua giustizia. Sii tu benedetto,

o Signore, che risusciti i morti».

E continuava nella cappella mortuaria:

«Dell'Onnipossente sono perfette le opere; egli è giusto in tutte le

sue vie. Gli atti suoi sono tutti amore e verità, nè in essi puossi

suppor difetto. Chi oserebbe chiedergli: Che fai?

«Egli governa l'Universo; a volontà sua fa vivere, fa morire, fa

scendere il corpo nella tomba, ma presso di sè richiama l'anima

immortale».

Nella fretta di finire, il rabbino biascicava sommessamente altre

preghiere. Ma da un angolo della cappella si levò una bella voce di

basso profondo:

«Perdona, o Signore, ai peccati della nostra sorella il cui cadavere

caliamo nel sepolcro».

Tutti si voltarono dalla parte di dove la bella voce veniva, tutti

sentirono vibrare in essa, che pur parlava un idioma sconosciuto, un

accento insolito di convinzione e di fede.

L'officiante, sconcertato un momento riprese:

«Usale misericordia in grazia dei meriti dei padri nostri....»

E l'altro, quello che nessuno si ricordava di aver visto nel corteo,

attaccò il versetto seguente:

«Riposi il suo corpo in pace e l'anima sua voli al cielo a godere della

felicità eterna. Amen!»

Di labbro in labbro corse la dimanda:

— Chi è?

— È un tedesco, il dottor Löwe, — rispose qualcheduno che nella figura

esotica, caratteristica, aveva ravvisato il fervente apostolo del

Sionismo.

E il dottore, nell'uscir dalla camera mortuaria, si accostò a Gabrio

Moncalvo per dirgli ch'era giunto quella mattina stessa dalla Polonia,

che in treno aveva letto la triste notizia e appresa l'ora dei

funerali, e che per non perder tempo s'era fatto portare subito al

cimitero.

Rimosse le ghirlande, rimosso il drappo nero listato d'argento, il

feretro è deposto sopra un carretto tirato a mano fino al posto della

sepoltura, fino ai piedi d'un colombario vuoto che aspetta.

In lugubre silenzio la gente assiste all'ultima parte della cerimonia.

Già la bocca spalancata ha divorato la sua preda, già i muratori sono

intenti a chiudere il vano coi mattoni e la malta. Suonano le ultime

preci:

«Il pietoso Iddio perdoni il peccato e non distrugga il peccatore; usi

tutta la maggior clemenza per reprimere la sua collera.... La terra

ritorni alla terra, com'era in origine, e lo spirito ritorni a Dio che

lo diede».

Gabrio Moncalvo disse al fratello:

— La collocano lì provvisoriamente.... Ho intenzione di farle erigere

un monumentino.

Giacomo tentennò la testa.

— Povera Clara! Non la vedremo più!

— Povera Clara! — ripetè il commendatore. — Non avrei creduto che

dovessimo perderla così presto.... Ah, guai se non ci potessimo

stordire col lavoro!... Pur troppo non c'è altro da fare... Andiamo!

Aveva fretta di uscir dal triste recinto, di rientrar nella vita, di

ripigliar le sue abitudini, di scordare quei giorni penosi.

Ma dovette prima scambiar nuove strette di mano e sorbirsi nuove

condoglianze e prodigar nuovi ringraziamenti.

— Grazie in nome di tutti noi.... anche di mia moglie e della mia

figliuola.... Davvero non dimenticheremo mai queste dimostrazioni....

Giacomo, Giorgio, non salite nel mio _landau_?

— Scusaci, — rispose il professore. — Noi abbiamo urgenza d'essere a

casa.... Io sono spossato.... E Giorgio è in peggiori condizioni di me.

— È vero.... Ho notato anch'io che questa mattina ha un gran brutto

colore.... Cos'ha?

— Spero non abbia nulla, eccetto un po' di stanchezza.

Il commendatore tese la mano al nipote.

— Animo, giovinotto.... Alla tua età i mali passano presto.... Dunque,

se proprio ci tenete ad andar subito a casa vostra, prendete una di

queste carrozze.... Fanoli, veda lei quale è disponibile.... Ce ne

devono esser d'avanzo. Abbia pazienza, Fanoli, metta a posto tutti

quanti.... E poi mi raggiunga a casa.... Farà colazione con me....

Anche Brulati, se vuole.

Il pittore si scusò. Aveva un impegno.

Prima di montare in una carrozza del S. O. M. di Malta, il conte

Ugolini chiese a Gabrio Moncalvo:

— Crede ch'io possa in giornata riverir le signore?

— Provi sul tardi. Erano a letto, con poca disposizione ad alzarsi per

oggi.... specie la Mariannina.... Provi a ogni modo.

Il commendatore si rivolse al direttore della Banca Internazionale:

— Venga con me, lei.... Dobbiamo discorrere.... Così va bene.... E ora,

avanti!

Cacciando la testa fuori dello sportello ordinò al cocchiere di far

trottare i cavalli.

Non pareva più l'uomo di prima, abbattuto, affranto sotto il peso del

suo dolore. E pure quel dolore era stato sincero, com'era sincera la

sua affezione per la sorella perduta. Ma in lui le impressioni erano

vive, non durevoli, ed egli aveva la felice attitudine a vedere il

lato buono delle cose. Anche in questa disgrazia, in questa grande

disgrazia, c'era quello che si direbbe il rovescio della medaglia.

Era noto che la Clara non avrebbe fatto buon viso ai prossimi

avvenimenti domestici, ma fino allora ella aveva taciuto per prudenza.

Avrebbe continuato a tacere quando fosse scoppiata la bomba? E le

inevitabili discussioni non avrebbero rischiato di creare un dissidio

insanabile? Era abbastanza che il dissidio vi fosse con l'altro ramo

della famiglia. Almeno la Clara era morta in pace con tutti, portando

seco la sicurezza di lasciare un vuoto nella casa ov'ell'era ospite

gradita e preziosa da tanti anni. Scomparsa lei, il commendatore si

sentiva più libero, e già affrettava col pensiero il colloquio che

aveva fissato per le tre pomeridiane col notajo e con monsignor de

Luchi, e che doveva preludere alla domanda ufficiale di don Cesarino

e alla stipulazione dei due contratti: il contratto di compravendita

del palazzo Oroboni e della villa di Porto d'Anzio e il contratto

di nozze. Era tempo ormai di uscire dal periodo preparatorio e di

passare il Rubicone. _Alea jacta est._ L'affare in sè era men che

mediocre; Gabrio Moncalvo lo sapeva benissimo, e la somma ch'egli

immobilizzava nel palazzo e nel podere avrebbe avuto ben altro valore

restando nelle sue mani; ma anche dal punto di vista commerciale la

speculazione poteva finire con l'esser buona se agevolava a lui e alla

sua Banca la conquista di nuove clientele nel mondo cattolico. A ogni

modo, bisognava veder le cose nel loro complesso, pensare al grande

significato del matrimonio della Mariannina, dell'entrata solenne

di lei nella società più chiusa, più aristocratica di Roma. Oh, la

Mariannina aveva ben ragione di non curarsi di quello che tutti possono

avere. Moglie d'un deputato, d'un senatore, d'un generale? Per una

ragazza che portava un milione di dote, più.... _les espérances_, dei

generali, dei senatori e dei deputati ce n'erano a dozzine; ma esser

moglie d'un principe Oroboni, d'uno dei rappresentanti più genuini

dell'intransigenza religiosa e politica, ecco la vittoria di cui

la Mariannina, non nobile, non cattolica, aveva il diritto d'andar

superba. C'era sì la formalità della conversione, e la prospettiva

delle inevitabili cerimonie dava un po' di noja a Gabrio Moncalvo.

Era anzi questo il motivo per cui egli aveva imposto alla consorte di

frenar pel momento i propri ardori di catecumena. A lui non conveniva

di far troppo chiasso in una volta, nè di compromettere i suoi

rapporti con la casa Rothschild. Più tardi forse, alla sordina, senza

pubblicità....

Questi pensieri che gli turbinavano nella mente non impedivano a Gabrio

Moncalvo di chiacchierar di politica e di finanza col direttore della

_Banca Internazionale_. E allorchè quest'ultimo tirò il discorso sulla

conversione della rendita, il commendatore diede una risposta che

valeva così per la coscienza religiosa di sua moglie come pel saggio

d'interesse del nostro consolidato 5 per cento.

— No, per ora la conversione non si farà.

Intanto, nella carrozza ov'egli era salito con Giorgio e col dottor

Flacci, il professore Giacomo era assorbito da tutt'altre cure, e non

distaccava gli occhi dal figliuolo, rannicchiato in un canto, con la

testa sprofondata nei guanciali, con le gambe e i piedi avviluppati in

un _plaid_.

Alle ansiose interrogazioni paterne Giorgio rispondeva appena.

— Sì, credo d'aver la febbre, ma passerà.

— Flacci, — disse il professore al momento di scendere dalla vettura,

— mi fa il piacere di passare in farmacia, in via Cicerone, e di pregar

che telefonino a Rangoni, il nostro medico....

— Vado subito.

— O babbo, che fretta! — barbugliò Giorgio. Ma non s'oppose.... Anzi

ringraziò Flacci con un cenno del capo.

Quando, sostenuto da suo padre e dal portinajo, ch'era un uomo

muscoloso e robusto, egli giunse su delle scale, la donna di servizio,

venuta ad aprire, non potè frenare un'esclamazione:

— Madonna Santa, che cosa è successo?

E si voltò verso il professore.

— Zitto, zitto, — replicò questi. — Non facciamo casi.... È la fatica,

l'emozione.... Un paio d'ore di letto sarà il miglior rimedio....

Andate a preparare la camera....

I Moncalvo · 第 24 / 32 题