Uno strano appuntamento.
— Qui, qui, — disse Giorgio Moncalvo al garzone del fiorista che lo
seguiva. — Qui, su questa cassapanca, ove c'è ancora posto.
E il fattorino posò nel luogo indicato una bellissima corona di
sempreverdi, da cui pendeva un largo nastro di seta con queste parole
ricamate in argento: «Alla cara zia, il nipote Giorgio».
Mentre il professore si frugava nelle tasche per dar la mancia al
ragazzo, un uscio laterale si aperse e a fianco della miliardaria
miss May comparve la Mariannina Moncalvo. Vestiva tutta di nero; i
neri occhi sfavillavano sotto le lunghe ciglia arcuate; la bianchezza
marmorea del fronte spiccava sotto la massa opulenta dei bruni
capelli; sotto la stoffa greve dell'abito succinto e nella sua severità
elegantissimo si disegnavano mirabilmente le linee della persona che
Fidia non avrebbe sdegnato di prendere a modello.
— Oh Giorgio, — ella esclamò trattenendo con lo sguardo il cugino che
cercava di sgattajolare. — Hai voluto portare anche tu una ghirlanda
alla povera zia.... Vedi quante ne son venute.
Infatti ce n'eran d'ogni specie e misura, così da coprir quasi
interamente le pareti: la più grande, la più ricca era quella di miss
May.
— Ora ti presento alla mia amica, — soggiunse la Mariannina. — Il
professore Giorgio Moncalvo, mio cugino; miss Lizzie May.... È un po'
orso questo professore, ma si ammansa.... _Address him in english, my
dear. He can speak very well._
— _O indeed_? — disse miss May. E scambiò poche parole col giovine
professore, che aveva l'aria imbarazzata, confusa e si occupava appena
di lei, assorto com'era nella contemplazione dell'_altra_, tanto più
bella ed affascinante.
Nella superba sicurezza de' suoi milioni, l'americana non provò nè
dispetto, nè invidia; lasciò morire il colloquio con Giorgio e si
accommiatò verbosamente dalla Mariannina.
— Domattina ho una gran paura di non poter assistere ai funerali....
Se potessi seguire il trasporto in automobile?... _What do you think of
it_?... Che ne pensate?... Non conviene?... Eh, no, capisco anch'io che
non conviene.... E allora temo che non ci vedremo prima di lunedì....
Domani non avrò neanche il tempo di respirare.... Il servizio
divino, il sermone.... due conferenze.... un concerto.... il _five
o'clock_ al _Grand Hôtel_ ove ci sarà il vostro celebre romanziere
Vannoni.... E poi, per le otto, il pranzo all'ambasciata americana....
L'ambasciatrice vuol mostrarmi l'albero di Natale che sta preparando
per i bimbi della colonia.... Cara mia, questa Roma mi ammazza.... Ma
lunedì presto telefonerò.... No, no, non chiamate, è inutile.... Il
mio automobile dev'esser giù che m'aspetta.... _Good bye, darling_....
_How beautiful you are in black_! Come siete bella in vestito nero!...
_Good bye, sir_.... _Very pleased to have made your acquaintance_....
Lietissima d'aver fatta la sua conoscenza.
Giorgio, ch'era all'altro angolo della sala, chinato sopra una
ghirlanda di provenienza ignota, si scosse in sussulto, si avvicinò e
strinse macchinalmente la mano giojellata che miss May gli porgeva.
La Mariannina accompagnò l'amica fino sul pianerottolo; Giorgio tornò
a subir l'attrazione della ghirlanda misteriosa. Era più piccola delle
altre, tutta di viole, senza nastro.
— Chi l'ha mandata? — chiese il professore alla cugina, che dopo un
ultimo saluto a miss May richiudeva la porta.
— Quale?
— Questa.... la sola che non abbia l'indicazione del donatore.
La Mariannina aggrottò le ciglia.
— Che t'importa saperlo?
— È un segreto?
— No, — rispose alteramente la ragazza. — L'ha mandata don Cesarino
Oroboni.
Giorgio Moncalvo impallidì, una sofferenza acuta gli si dipinse sul
volto, gli spezzò, per un istante, la parola sul labbro.
La Mariannina, impassibile, lo dominava con gli occhi.
E intanto un ultimo raggio di sole entrava, obliquo, dalla grande
vetrata, strisciava sui sempreverdi, sui crisantemi, sulle orchidee,
sui lunghi nastri di seta tessuti in oro o in argento.
Moncalvo fece uno sforzo supremo.
— Bisogna ch'io ti parli, — egli disse.
La Mariannina non manifestò alcuna sorpresa di quella brusca richiesta.
— Parla.
— Non ora.
— Non ora, lo so.... È impossibile.
— Quando?
Ella si raccolse per pochi secondi; poi riprese:
— Stasera. Il babbo t'ha pregato di sorvegliare la restituzione delle
carte da visita a quelli che ci fecero avere le loro condoglianze.
Sarai dunque nel mezzanino con Fanoli e con i due scrivani della
_Banca Internazionale_.... Per mezzanotte il lavoro sarà finito, e,
in ogni modo, verso mezzanotte licenzia tutti.... Saranno beati di
andarsene.... Io, appena sarò sicura che tu sei solo, verrò.
— Tu.... verrai?... — egli chiese, stupito della prontezza con cui ella
assentiva alla sua domanda, e, più che di questo, dell'ora e del luogo
da lei scelti per il colloquio.
— Verrò.... Dovrei forse aver paura? — ella soggiunse con un gesto
sprezzante.
Il sole era scomparso, la breve giornata invernale finiva quasi senza
crepuscolo.
La Mariannina si accostò a una parete, girò una chiave, e, come per
incanto, cinque lampade elettriche si accesero al centro e agli angoli
della sala, piovendo la loro luce fredda sulle ghirlande, mettendo
in rilievo l'alta figura della giovinetta, che, nel bruno vestito
succinto, in mezzo a quei fiori di morte, aveva l'aria d'una fata
bellissima posta a custodir la soglia d'un cimitero.
— Mariannina! — balbettò Giorgio.
Ella si portò l'indice alla bocca.
— Zitto. Qualcuno può udirci. A stasera.
E lo lasciò solo, sgomentato all'idea dell'abboccamento ch'egli aveva
pur dianzi mostrato di desiderare. Perchè lo aveva desiderato? Che
avrebb'egli detto alla Mariannina? Che avrebb'ella detto a lui ch'egli
già non sapesse o non immaginasse?... A ogni modo, anche volendo, non
gli era più possibile di ritirarsi.
Quasi fosse d'accordo con la figliuola, lo zio Gabrio lo chiamò di lì a
poco e gli disse:
— Abbi pazienza, povero Giorgio.... Speravo di liberarti dalle
seccature, ma non c'è caso.... Stasera mi fai la cortesia di dare il
cambio a quel disgraziato Fanoli che da jer l'altro in poi non ha avuto
un momento di requie.... Resteranno ai tuoi ordini i due impiegati
dell'_Internazionale_.... Procura che spiccino quanto più lavoro
possono e allorchè li hai congedati chiudi il mezzanino e tieni la
chiave.... Me la consegnerai domattina.... prima della cerimonia.... Io
andrò a letto presto per aver domani la forza necessaria per seguire
il trasporto.... Tutti andremo a letto presto stasera, tutti siamo
affranti.... mia moglie, la Mariannina, tuo padre.... Egli poi a
maggior ragione degli altri.... Non è più un giovinotto, e ha voluto
far troppo.... Figùrati, ha voluto comporla nella cassa lui stesso....
Non lo sapevi?... Sì, sì, oggi alle tre.... con l'ajuto di Brulati....
Oh, io non avrei resistito.... Basta, ancora domani....
E sotto le frasi rotte, slegate di Gabrio Moncalvo s'indovinava una
specie d'intolleranza dello spettacolo di tristezza e di morte che
da vari giorni affliggeva la casa, una specie d'impazienza che tutto
finisse, che la vita riprendesse i suoi diritti e il suo impero.
Già per lui essa cominciava a riprenderli, e prima di pranzo desiderò
dar un'occhiata alle ultime lettere e agli ultimi telegrammi che
eran giunti e chiamò Fanoli per richiamargli alla memoria un certo
versamento di titoli che si doveva fare il lunedì alla Tesoreria
generale. Quindi, con lo stesso Fanoli, trattenuto a desinare, parlò
di un Sindacato ch'egli aveva in animo di promuovere per spingere il
prezzo della Rendita e agevolare la conversione. A tavola fu quasi solo
a discorrere, confortato dai monosillabi approvativi del segretario.
Discorreva di finanza, di politica, e anche d'edilizia romana, come uno
che vuole sviar la mente da pensieri importuni, distrarre l'orecchio da
suoni molesti. In fatti era in lui il ribrezzo della morte, della morte
ch'era entrata nella sua casa, che gli era tanto vicina.
Prima delle frutta, la signora Rachele, che aveva bevuto soltanto un
brodo ristretto e mangiato un'ala di pollo, accusò delle vertigini e
delle nausee strane e diede il segnale della partenza. La Mariannina
la seguì dopo aver augurato la buona notte a tutti. Parve a Giorgio
ch'ella lo salutasse in modo speciale, gli parve che gli occhi di lei
si fissassero nei suoi per ricordargli l'appuntamento. E gli salì una
fiamma al viso.
Indi a poco si alzò il professore Giacomo.
— Ti duole il capo? — gli chiese amorosamente il fratello.
Egli fece segno ch'era una cosa da nulla.
— Buona notte.
— Buona notte.
— Accompagno il babbo, — disse Giorgio.
— Sì, accompagnalo, — replicò lo zio. — E dopo torna qui.
— Era proprio inutile, — susurrò Giacomo appoggiandosi al braccio del
figliuolo.
Passarono davanti la camera della Clara. L'uscio n'era semplicemente
rabbattuto. Giacomo Moncalvo lo spinse ed entrò.
Il letto era disfatto, senza coperte, nè lenzuola, nè materassi, nudo
come uno scheletro. Appoggiata su due solidi cavalletti, la bara,
coperta d'un drappo nero, con frangie d'argento, teneva il mezzo della
stanza; quattro ceri le ardevano ai lati spargendo intorno una luce
gialla e fumosa or più or meno intensa, secondo che più o meno vivace
e frizzante penetrava l'aria per le imposte socchiuse. L'armadio
a specchio era quasi interamente mascherato da un'enorme ghirlanda
di foglie verdi e di bacche nere e lucenti sul cui largo nastro si
leggeva la scritta: «All'angelo della casa». Due donne d'aspetto
volgare, nè vecchie nè giovani, sedevano presso a un tavolino con le
gambe avviluppate in due grossi scialli di lana; avevano dinanzi a
sè un vassojo e sul vassojo un fiasco e due bicchieri; l'espressione
della loro fisonomia rivelava la suprema indifferenza acquistata
nell'adempimento professionale d'un triste ufficio.
All'apparire dei _signori_ le due donne si alzarono, offersero
ossequiosamente le loro sedie.
Giacomo Moncalvo fece segno che non occorreva e con un dito sulle
labbra impose silenzio.
Stettero qualche minuto, padre e figliuolo, con gli occhi fissi sul
feretro ove giaceva quella che ben a ragione era detta l'«angelo della
casa»; poi, taciti com'eran venuti, si dileguarono, senza badare
alle donne che, addossate alla tavola, si profondevano in inchini,
nascondendo, forse per un resto di pudore, il fiasco e i bicchieri,
compagni delle loro veglie.
Giorgio ricordava intanto le ultime parole che aveva raccolte dalla
bocca della moribonda: «Non pensare a lei». Monito vano. Egli non aveva
mai pensato a _lei_ così intensamente come ci pensava ora.