XI.

Anche la zia Clara prende congedo.

La mattina appresso, poco dopo le nove, il professore Giacomo Moncalvo

stava prendendo il caffè nel suo studio, quando entrò la donna di

servizio con un biglietto.

— Manda suo fratello il commendatore, — ella disse. — E c'è giù la

carrozza che aspetta.

— La carrozza? — esclamò il professore. E con mano nervosa ruppe la

busta.

— C'è qualche disgrazia? — chiese la donna vedendolo impallidire.

— Mia sorella sta male, — egli biascicò. — Vado subito.... Giorgio è

uscito?

— Da un'ora.

— Se torna quando non ci sono.... — principiò Giacomo Moncalvo. E

s'interruppe come se gli ripugnasse di riavvicinar suo figlio alla

Mariannina. Ma si pentì delle esitanze e riprese: — Se torna, che venga

anche lui, là, in palazzo Gandi, in via Nazionale....

Infilò affrettatamente il soprabito e scese a precipizio le scale,

mentre la domestica sporgendosi dalla ringhiera del pianerottolo gli

gridava dietro:

— Sarà a casa per colazione?

— Non so, non so....

Nel _brougham_ egli rilesse ancora una volta il biglietto di Gabrio.

Non erano che due righe, buttate giù in gran furia:

«La Clara è aggravatissima. Ci sarà un consulto alle undici. L'ammalata

domanda di te e di Giorgio. Venite subito».

Nulla più di così. Quando, come s'era aggravata la Clara? Non

eran passate quarantott'ore dacchè Giacomo l'aveva vista, pallida

sì, debole, sofferente, ma non certo in condizioni da far credere

all'imminenza d'un pericolo. Diceva ella stessa ch'era stanca di

rimaner chiusa nella sua camera, che il medico le imponeva troppi

riguardi, che un po' d'aria libera le avrebbe giovato.... Che nuove

complicazioni eran sorte in così breve tempo? Il cocchiere non era in

grado di dar spiegazioni. Anch'egli aveva sentito dire che la signorina

Clara stava malissimo, e non sapeva nient'altro.... Del resto, non

c'era dubbio, se Gabrio aveva mandato quel biglietto, se aveva mandato

la carrozza, doveva trattarsi d'un caso urgente.... Non d'apoplessia

però; se la Clara non fosse stata in sè non avrebbe potuto chieder

di lui e di Giorgio.... E non c'erano obbiezioni possibili; Giorgio

aveva l'obbligo sacrosanto di rispondere all'appello della zia, e nè

il padre, nè alcuno al mondo aveva il diritto di trattenerlo.... Anzi

sarebbe convenuto cercarlo subito, prima che fosse troppo tardi!... Ma

intanto ciò che premeva di più era di arrivare, e a Giacomo Moncalvo

pareva che il _brougham_ non corresse mai abbastanza.

Al palazzo Gandi il professore trovò tutti profondamente commossi ed

ansiosi. Non solo il commendator Gabrio era sinceramente affezionato

alla sorella, ma anche la signora Rachele e la Mariannina erano avvezze

a considerare la Clara come una persona indispensabile, una persona

giudiziosa, modesta, pronta a sacrificarsi per gli altri.... proprio

quello che ci vuole in una casa d'egoisti.

— Non ce ne sappiamo dar pace, — disse Gabrio. — È vero; dopo quella

disgraziata gita in automobile ove c'era anche tuo figlio....

La Mariannina intervenne.

— Dov'è Giorgio?

— Ha lezione.... poco lontano di qui.... alla Scuola d'igiene, in via

Agostino De Pretis.... Si può trovar chi vada a chiamarlo....

— Ci penso io, — soggiunse la ragazza. E uscita nell'andito ove c'era

l'apparecchio telefonico, si fece mettere in comunicazione con la

Scuola d'igiene.

— C'è il professore Giorgio Moncalvo?

— Sì; è in laboratorio. Chi lo vuole?

— Che venga immediatamente al telefono. Preme moltissimo.

— Ma chi parla?

— Non importa. Preme, preme, preme. Ha capito?

Dopo un breve silenzio un'altra voce si fece sentire attraverso il

telefono, aspra, concitata, quasi aggressiva, e rinnovò la domanda:

— Chi parla?

— Son io, sono la Mariannina Moncalvo. Parlo con Giorgio Moncalvo?

La voce che pur dianzi aveva suonato iraconda si raddolcì, si velò, e

rispose:

— Sì, sono Giorgio.... Mi chiami tu, Mariannina?

— Io stessa. È necessario che tu lasci tutto per correre da noi. La zia

Clara sta male e desidera vederti.... C'è qui anche tuo padre.

— Oh Dio! Molto male sta?

— Molto, molto.... Fra poco ci sarà un consulto. Dunque ti aspettiamo.

— Fra un quarto d'ora sarò a casa vostra.

— Va bene. Addio.

Il commendatore spiegava intanto al fratello come la Clara, che

pur troppo non s'era mai rimessa dal gran raffreddore preso nella

sciagurata gita automobilistica, fosse stata colta la sera innanzi da

affanno di respiro e febbre violenta, come le condizioni si fossero

peggiorate nella notte, come il medico curante avesse detto trattarsi

d'una polmonite e avesse espresso il desiderio di consultar subito

Marchiafava.

— E ora aspettiamo con impazienza questo consulto, — concluse Gabrio

Moncalvo guardando l'orologio. — È per le undici.... e non sono che le

dieci e un quarto.

La signora Rachele, che veniva dalla camera della malata, si rivolse al

cognato:

— È più tranquilla.... Se vuoi vederla.... Procura però di non farla

parlar troppo.

Il professore stentò a nascondere l'impressione penosa prodotta in

lui dall'aspetto emaciato di sua sorella. Anche due giorni addietro

ell'aveva l'aria sofferente; ma quale opera di demolizione doveva, in

poche ore, la malattia aver compiuto nel gracile organismo! La pallida

faccia incorniciata da due liste di capelli grigi si sprofondava

nei guanciali; il petto era ansante, lo sguardo fisso; solo un

tenue incarnato diffuso sugli zigomi prominenti rivelava il fuoco

distruggitore della febbre.

Ella accennò a Giacomo di avvicinarsi e susurrò:

— Grazie della tua visita.... E Giorgio?

— Verrà più tardi.

— Che faccia presto.... Vorrei salutarlo.

Si voltò verso la Giovanna, la donna di servizio che l'assisteva, e la

pregò di abbassare una tenda.

— I nostri discorsi di ier l'altro! — ella proseguì tirando fuori dalle

coperte la mano esile e bianca e tendendola al fratello. — Ti ricordi?

Dovevo tornare a stabilirmi con voi....

Giacomo finse di non intendere il significato di queste parole.

— Ebbene? Ci tornerai.... appena guarita.

— Ormai non guarisco....

— Oh Clara!

— E fors'è meglio.... Evito di dare un dispiacere a loro che sono

sempre stati buoni con me.... E non vedrò delle cose che, anche viste

di lontano, mi dispiacerebbero.... È una triste commedia la vita, caro

Giacomo!... Tu hai i tuoi studi.... hai il tuo figliuolo....

La prese un nodo di tosse, e il professore, sollevandola alquanto, le

somministrò poche goccie di un calmante che la Giovanna gli porse.

— Ti lascio ora, — egli soggiunse. — Non devi affaticarti.

— E dove vai?

— Pel momento resto di là.

— Ah! — disse la Clara raccapezzandosi. — Attendi l'esito del consulto.

E abbozzò un sorriso scettico, triste.

— Se capita Giorgio, mandalo....

Nell'anticamera Giacomo Moncalvo trovò il fratello che gli veniva

incontro.

— Che effetto t'ha fatto?

— Ma! — sospirò il professore. — È molto giù.

— Pur troppo, pur troppo, — ribadì Gabrio rasciugandosi gli occhi. —

Povera Clara! Ti giuro che non so immaginarmi questa casa senza di

lei.... Un giorno mi mostrò l'intenzione di lasciarci per fissarsi

un'altra volta con voi altri.... Ma spero che si sarebbe ricreduta....

Perchè, perchè avrebbe dovuto lasciarci?

— Auguriamoci che guarisca, — rispose Giacomo. — Tutto il resto è

secondario.

— Hai ragione, — soggiunse il commendatore, lieto di poter fermare il

discorso e il pensiero su questo voto comune.

I due fratelli rientrarono insieme nel salottino da lavoro della

signora Rachele, la quale stava confabulando con la cameriera.

— Lo sapete che le chiavi le ha mia cognata. Saranno forse nel suo

cassettone.... Ora non è possibile.... Cercherete più tardi, dopo il

consulto.

Di nuovo il commendatore tirò fuori l'orologio:

— Dieci e trentacinque.... E fossero almeno puntuali!... E la

Mariannina?

— L'hanno chiamata al telefono.

Era miss Lizzie May, la sua amica americana, che la invitava a prendere

il tè al _Grand Hôtel_ alle 5, e la Mariannina Moncalvo spiegava

all'amica che le sarebbe stato difficile accettare l'invito per le

condizioni gravi della zia. Della qual cosa, naturalmente, miss May

era _very sorry indeed_. A questa manifestazione del suo cordoglio

l'americana aggiungeva una vaga allusione a certe notizie che correvano

circa a un gran matrimonio di _miss_ Moncalvo.... Si lagnava d'essere

tenuta all'oscuro di un avvenimento di tanta importanza. E miss

Moncalvo rispondeva che le notizie erano per lo meno assai premature, e

che quando vi fosse qualche cosa di positivo la prima a saperlo sarebbe

stata la sua _dilettissima_ miss May. La dilettissima miss May aveva

già iniziato la sua brava _controrisposta_, quando gli orecchi delle

due interlocutrici, anzichè il suono delle note voci, sorpresero una

conversazione smarrita nel labirinto delle reti telefoniche circa a un

riporto di 500 Obbligazioni del Prestito della città di Roma.

Dunque il dialogo terminò così, e la Mariannina, abbandonando

l'apparecchio, vide dietro di sè il cameriere che le disse:

— C'è suo cugino, il professor Giorgio. Devo accompagnarlo dalla

signora?

— Avanti, avanti! Ma che passi di qua. O che non è di famiglia?

— Oh Giorgio, ci vuole la minaccia di una disgrazia per vederti!... Ci

hai dimenticati.

Ella parlava come se nulla fosse successo, come se nulla li preparasse,

come se una barriera insuperabile non fosse in procinto di alzarsi fra

lei e questo cugino, fra lei e tutto il passato.

E Giorgio, fattosi del color della porpora, era dinanzi a lei

sbalordito, confuso, chiedendo a se stesso se non sognava, se proprio

era questa la Mariannina che per diventar principessa sacrificava le

sue simpatie, la sua dignità, i suoi ideali di donna.

Egli balbettò:

— La zia Clara?...

Con un gesto sfiduciato, la Mariannina rispose:

— Ho poche speranze.... Sentiremo i medici.... Sai che alle undici ci

sarà un consulto.... Vieni.

— Dove?

— Da lei.... dalla zia.... per un momento.

Gli si pose a fianco, lo avvolse nella carezza del suo sguardo, sentì

ch'egli sarebbe stato suo, sempre suo, checchè potesse accadere.

E la sua soddisfazione non era soltanto fatta d'orgoglio. Perchè

Giorgio le piaceva, perch'ella doveva confessare che vicino a lui ella

era più turbata che vicino a qualunque altro; e appunto per questo ella

desiderava la sua compagnia come il bevitore agguerrito desidera il

vino più generoso che lo eccita senza ubbriacarlo. Ell'era ben certa

che non si sarebbe ubbriacata.

— Tanto grave è? — chiese Giorgio, maravigliato anch'egli che la sua

domanda fosse così calma, non esprimesse un'ansietà più viva, una

commozione più profonda.

— Gravissima, — sospirò la Mariannina.

Schivando le camere ov'erano gli altri e di dove veniva un suono

di voci, ella infilò un corridoio, voltò per un andito, aperse un

usciolino a muro che metteva in un'anticamera piena di armadi.

Egli la seguiva. Ella disparve un momento dietro una portiera; poi,

alzando una pesante tenda di drappo, accennò a Giorgio di avvicinarsi.

— Ecco Giorgio! — ell'annunziò.

Sfiorò con un bacio la fronte dell'ammalata, scambiò una parola con

la Giovanna, raccattò da terra un mazzo di chiavi, le chiavi che la

cameriera cercava; poi uscì in punta di piedi, e sembrò a Giorgio che

uscisse con lei la poca luce che rischiarava la stanza.

— Giorgio! — chiamò con voce appena percettibile la zia Clara.

Egli si scosse, vergognandosi di se stesso, sentendo un velato

rimprovero nel tono con cui la zia proferiva il suo nome, quasi volesse

domandargli: — Sei venuto per _lei_ o per me?

Accostatosi al letto, egli prese la mano che disegnava un saluto e la

portò avidamente alle labbra.

— Zia Clara! Zia Clara!

— Mi sarebbe doluto assai non vederti! — ella bisbigliò. — E pure....

forse....

Non finì la frase, ma pregò il nipote di rassettarle i guanciali sotto

la testa.

— Così.... va bene....

Fece segno all'infermiera che non occorreva il suo aiuto e disse piano

a Giorgio:

— Non pensare a _lei_, Giorgio, non ci pensare.

Era estenuata e non potè soggiunger di più. Giorgio le sedette accanto,

in silenzio, con la fronte china a terra, trattenendo le lacrime che

gli annebbiavano la pupilla.

Qualcheduno entrò, lo toccò sulla spalla. Era lo zio Gabrio.

— Ho sentito dalla Mariannina ch'eri venuto.... Hai fatto bene.... Ora

lasciala.... I medici stanno salendo le scale.

E rivoltosi alla sorella che aveva le palpebre abbassate e pareva

sonnecchiare, ripetè:

— Sai, Clara, sono qui i dottori....

Ella accennò lievemente col capo.

— Conosci anche Marchiafava, non è vero?

— Sì....

Il consulto durò circa tre quarti d'ora e si chiuse con un responso

desolante. L'infiammazione polmonare si estendeva rapidamente, il cuore

era debole; bisognava esser preparati al peggio. In fatti tutte le cure

furono vane, e un secondo consulto non potè che constatare l'imminenza

della catastrofe. La signora Clara visse due giorni a forza di ossigeno

e di punture di canfora, pronunziando a stento qualche monosillabo, ma

mostrando d'intendere ciò che le si diceva e di conoscere le persone

che la circondavano. E i suoi occhi velati si fermavano di preferenza

sui due fratelli che la sua agonia riavvicinava per poco e che le

vicende della fortuna e le opposte tendenze avevano irrimediabilmente

divisi. Erano innanzi a lei, uomini più che maturi, ma ella li rivedeva

fanciulli, nella casa modesta, fin da allora diversi d'aspetto,

d'indole, di gusti; Giacomo, pallido, biondo, alto, sottile, di

lineamenti fini e delicati, timido, paziente, spesso taciturno, sempre

studioso; Gabriele, tarchiato, bruno di capelli e di carnagione, di

profilo spiccatamente semitico; loquace, ardito, ribelle alla famiglia

e alla scuola, e pur smanioso di primeggiare e atto a supplir con

la prontezza dell'ingegno alla deficienza dell'applicazione. Come le

volevano bene tutti e due, com'ella riusciva a calmar le loro piccole

bizze, a comporre i loro dissidi coi genitori gretti e sofistici, coi

nonni rigidamente attaccati al vecchio culto mosaico! I genitori ed

i nonni erano morti presto, ed ella era rimasta, a diciotto anni, a

dirigere la casa e a badare ai fratelli, di cui il maggiore, Giacomo,

non aveva ancora compiuto i quindici. Aiutandoli a diventare giovani

ell'aveva lasciato passare la sua giovinezza.... E quando ciascuno di

loro aveva battuto la propria via, abitando alternativamente con l'uno

e con l'altro, era stata sempre vicina a tutti e due col pensiero,

aveva chiuso il suo mondo nell'orbita del loro mondo. Era lei che

li univa, era per amore di lei ch'essi scordavano ciò che v'era

d'inconciliabile nelle loro opinioni e nei loro caratteri. Ora non

più, non più.... Il tenue filo si spezzava, la Clara partiva per non

tornare....

La mattina ch'ella morì, i due fratelli, avvolti anch'essi dall'onda

delle memorie, si gettarono le braccia al collo piangendo. Anch'essi

ricordavano ciò ch'era stata per loro la Clara, anch'essi sentivano che

ella li abbandonava proprio nel momento in cui ci sarebbe stato maggior

bisogno di lei.

Il commendatore era il più affranto dei due. Egli che, senza dubbio,

sarebbe stato il primo a dimenticare, egli che non avrebbe tardato

a riprendere con l'usata energia le sue occupazioni, sordo ad altre

voci che non fossero quelle della vanità, dell'ambizione, della smania

sfrenata di aggiungere ricchezze a ricchezze, oggi supplicava il

fratello di non lasciarlo, di difenderlo dagli importuni, di assisterlo

nelle cure penose di quei momenti.... Anche Giorgio poteva essere

utile.... Dov'era?

Giacomo disse che lo aveva mandato lui all'Università per una

ambasciata che gli premeva.

— Fin che quella santa creatura è sopra terra, — riprese Gabrio,

dovete restare con noi.... Sì, sì: per un paio di notti c'è modo

di accomodarvi.... Per te c'è la camera dei forestieri ch'è sempre

pronta.... Anche per Giorgio un buco lo troveremo.... E intanto

bisognerà vedere insieme se la povera Clara ha lasciato scritto qualche

cosa.... Io credo di sì.... Credo che in uno dei suoi cassetti ci sia

una carta.... Chi andrà a cercarla?... Io non posso.... non posso....

E ci sarà da far la partecipazione.... Abbi pazienza.... Falla tu.... E

il trasporto, Dio mio, il trasporto!

Qui si affacciava una grossa questione. La Clara, al pari degli altri

della famiglia, non osservava le pratiche di nessun culto, ma non

aveva mai abiurato la religione israelitica in cui era nata; anzi si

sapeva in modo positivo ch'ella disapprovava altamente la prossima

conversione, ormai certa, di sua nipote e quella probabile di sua

cognata. Quindi non c'era via di mezzo: o il funerale civile, o il

funerale secondo il rito ebraico. E già un delegato della Comunità era

venuto a prendere gli accordi.

Ma quando il segretario Fanoli portò l'ambasciata al principale, questi

andò su tutte le furie.

— Eccoli i corvi che si precipitano sui cadaveri. Si ha un bel voler

liberarsi di questa camicia di Nesso. Si ha un bel vivere trenta,

quarantanni della vostra vita fuori della religione che i parenti vi

hanno imposto; nossignori, ecco che all'ora della morte essa vi si

presenta sotto la forma di un'agenzia di pompe funebri.... Ma che non

ci secchino.

La signora Rachele, sopraggiungendo in quel punto, rincarò la dose.

— Ma sì, Fanoli, cacci via quell'indiscreto.... Gli dica che noi non

abbiamo rapporti con la _sua_ Comunità.

— Adagio, adagio, — ripigliò Gabrio Moncalvo, richiamato al senso

della misura dal linguaggio eccessivo della moglie. — Non c'è alcuna

necessità di far dichiarazioni di principii.

Il professore intervenne.

Mi pare che non possiate decider nulla senz'esservi assicurati prima

se vi sono disposizioni speciali della Clara.... Io risponderei a quel

signore che torni più tardi, o.... meglio ancora.... che telefonerete

voi.

Il suggerimento era così ragionevole che il Commendatore e la signora

Rachele non poterono non accoglierlo.

Fanoli accennò a lettere, telegrammi, ma Gabrio Moncalvo lo interruppe:

— Faccia lei quello che può.... Pel resto aspetti.... E oggi non voglio

veder nessuno.

— Appunto il direttore della _Banca Internazionale_ era venuto poco fa

in persona.... Ma non ha insistito per farsi annunziare, e io non ho

creduto....

— Benissimo..... Grazie.... E siamo intesi, licenzi quel messo della

Comunità. Come ha detto il professore, telefoneremo.

Un servo, entrato in punta di piedi, susurrò qualche parola

nell'orecchio della Signora Rachele, che fu pronta a moversi.

— Che c'è? — chiese il marito.

Ella, evidentemente turbata dalla presenza del cognato, replicò in

fretta:

— Nulla, nulla.... Un ordine da dare.

E uscì.

Giacomo passò al fratello un foglietto sul quale aveva buttato giù la

minuta dell'avviso mortuario.

Il commendatore lesse a mezza voce: «I fratelli Gabrio e Giacomo

Moncalvo, la cognata Rachele, i nipoti Giorgio e Mariannina partecipano

con profondo dolore la morte oggi avvenuta della loro dilettissima

Clara, donna esemplare per gentilezza d'animo e dirittura di mente,

vissuta cinquantacinque anni pensando il giusto, operando il bene,

sempre dimentica di se stessa per giovare agli altri».

— Vero, vero.... Va egregiamente.... Però tu sei il fratello

maggiore.... Il tuo nome dovrebbe figurar primo.

— Ma è morta in casa tua, e mi è parso....

— Come credi, — soggiunse Gabrio, che prevedeva le obbiezioni di sua

moglie se l'ordine fosse stato invertito. — E hai soppresso i titoli?

— La tua commenda?... Il professorato mio e di mio figlio?... Si

possono aggiungere.... ma mi sembrano così fuori di luogo in una

partecipazione funebre!

— Hai ragione. Quello che occorre è un cenno circa al giorno, all'ora,

al modo del trasporto.

— Lo so, e precisamente per questo dobbiamo premettere quella ricerca

nelle carte di nostra sorella.

Con uno sforzo il commendatore si alzò.

— Mi accompagni?

— Sì. Hai le chiavi?

— Le ha mia moglie.... Ha detto che torna subito.

— Non sarebbe male ch'ella fosse presente.

La signora Rachele entrava in quel momento.

— No, no, — ella dichiarò al cognato che la invitava a seguirli. — Non

mi fido de' miei nervi. Queste son le chiavi.... Quella della scrivania

è la più piccola.... Vi attenderò qui.

Ella premette il bottone del campanello elettrico.

— La signorina?

— È sempre nel suo studio con le sue amiche.

— Come sono invadenti quelle americane! — pensò la madre fra sè. E fece

un confronto mentale fra loro e monsignor de Luchi e il conte Ugolini

Ruschi che pur dianzi erano venuti a portarle una buona parola. Erano

rimasti in piedi e avevano insistito perchè non si disturbasse nessuno,

nè il signor commendatore, nè la Mariannina.

La signora Rachele aveva voluto saper l'opinione di monsignore circa

ai funerali, ed egli aveva risposto queste precise parole: — Ma è

naturale che i funerali si facciano secondo il culto a cui la defunta

apparteneva.... Non si può fare altrimenti.... Il funerale civile

sarebbe peggio, molto peggio.... Farebbe una pessima impressione anche

agli Oroboni.

I due fratelli non avevano durato fatica a trovare ciò che cercavano,

e ora Gabrio rientrava nel salottino di sua moglie tenendo in mano una

piccola busta chiusa sulla quale era scritto: «Ultime volontà di Clara

Moncalvo». Era pallido e sfatto come chi ha negli occhi una visione di

morte; posò in silenzio la busta sul tavolino, e sedette con lo sguardo

fisso, uno sguardo che non vedeva le cose presenti.

Inquieta, la signora Rachele gli si avvicinò.

— Vuoi aprir la finestra?... Vuoi un bicchierino di Marsala?

Egli rifiutò con un gesto.

— E Giacomo? — chiese la moglie.

— Viene.... S'è indugiato di là.... Sai, c'è Brulati nella camera....

S'è offerto spontaneamente di fare uno schizzo, prima che la fisonomia

si scomponga... Un vero amico, Brulati....

— C'è stato anche monsignor de Luchi, — avvertì la signora Rachele.

— Era qui? L'hai visto?...

— Sì, quando il cameriere m'ha chiamata.... Non s'è voluto nemmeno

sedere..... non ha voluto che lasciar le sue condoglianze e quelle

degli Oroboni.

— Pensare che si doveva proprio in questi giorni stipulare il

contratto! — sospirò il commendatore.

— L'ha detto.... Ha detto che stipulerete dopo i funerali... quando

crederai tu.... A proposito, la sua opinione.... Zitto.... Ecco tuo

fratello.

— Ed ecco anche la Mariannina.... Finalmente! Dov'eri?

— Con miss Lizzie e sua zia.

Il professore, abbastanza calmo, disse:

— Lo schizzo riuscirà bene.... Se tu vedessi, Rachele, che pace, che

serenità le spira dal volto!... Ha tutta la bellezza della sua bontà.

Prese la busta e domandò a Gabrio:

— Devo aprire?

— Apri.

La Mariannina si voltò verso lo zio.

— Non si aspetta Giorgio?

— È inutile. Lo rappresento io.

Il testamento era datato da due anni addietro ed era brevissimo.

La Clara aveva parole affettuose per tutte le persone delle due

famiglie presso le quali ell'aveva alternativamente vissuto; lasciava

a ciascuna d'esse un ricordo; lasciava piccoli legati alla servitù,

e istituiva erede residuaria della sua modesta fortuna una seconda

cugina, vedova e poverissima, che abitava a Ferrara e di cui Giacomo

e Gabrio avevano perduto ogni traccia. Solo la signora Rachele si

risovvenne che, essendo uscita un giorno a piedi, ell'aveva incontrato

sua cognata ch'entrava in un ufficio postale per assicurare una

lettera. Di quella lettera, che certo conteneva una rimessa di danaro,

ella aveva visto l'indirizzo e le pareva proprio che corrispondesse al

nome della persona menzionata nel testamento.

— Dev'essere una figlia del fratello di nostro nonno, che noi abbiamo

appena conosciuto.

— O piuttosto figlia d'un figliuolo.... E perchè poi, — soggiunse

Gabrio, — se era così povera, non s'è rivolta a me?

— Non avrà osato.

— Poteva osare la Clara.

— Avrà preferito di dar del suo.... in segreto, — replicò il

professore. — Era di quelle che non si vantano mai. E ha fatto

benissimo ad aiutare una parente disgraziata.

— A quanto può ascendere questa famosa eredità? — chiese la signora

Rachele.

— Il conto si fa presto, — rispose il marito, che, nel discorrere

di affari, trovava il suo sangue freddo. — La Clara ebbe alla morte

dei genitori una parte uguale a quella ch'è toccata a Giacomo e

a me. Venticinque mila lire.... Non le ha intaccate, ma non le ha

aumentate.... Depurandole dai legati, resteranno forse venti mila lire.

Per quella parente che non ha nulla è una provvidenza.

— Sì, sì, — borbottò la signora Rachele con condiscendenza di

milionaria. — E sui funerali non una parola?

— Nulla.

— Allora ne sappiamo quanto prima.... Come ci si regola?

— Eh, — rispose Giacomo, — non c'è altro che telefonare alla

Comunità.... come s'era rimasti intesi.... In mancanza d'istruzioni

precise, io credo che si debba tener la via consueta.... Nostra sorella

era molto spregiudicata, ma noi non possiamo sapere se nell'intimo

del suo cuore ella non si sentisse ancora legata in qualche modo alla

religione della sua infanzia.

Il commendatore si strinse nelle spalle.

— Tu mi dài questi consigli... tu che hai dichiarato tante volte di

voler funerali civili?

— Io dispongo di me, non degli altri.

— Il funerale civile, no certo, — protestò energicamente la signora

Rachele.

— È così brutto! — disse la Mariannina.

— Vedi bene, — riprese Giacomo, — che tua moglie e tua figlia sono

della mia opinione.

— Sì, ma esse sono molto più accanite di me contro i riti mosaici.

— Scusate, son pregiudizi.... I riti di tutte le religioni ebbero in

tempi di fede il loro significato profondo.... E anche quando la fede

non c'è, son degni del nostro rispetto.... Del resto, non pretenderete

mica di fare alla nostra povera Clara un funerale cattolico.

— Lo so che non è possibile, — rispose dispettosamente la signora

Rachele. — Ma sarà l'ultima volta che quei satrapi della Comunità

saliranno le nostre scale. È tempo di finirla con quest'umiliazione.

— Cara cognata, — disse Giacomo, — ti auguro di non aver mai

umiliazioni maggiori.

Gabrio accennò a sua moglie di tacere, e deciso oramai a votare il

calice fece chiamare il suo segretario. Era già risollevato dal suo

abbattimento, ricuperava le sue forze, la sua attività.

— Dunque, pel funerale, telefoni pure.... S'intende che vogliamo un

funerale di primissima classe.

— Bada, — insinuò Giacomo. — La Clara aveva gusti così semplici....

— Scusa, — ribattè pronto il commendatore, — qui non si tratta dei suoi

gusti, ma degli obblighi miei. — E chiese a Fanoli: — Sarà per domani?

— No, signor commendatore. Sarà per doman l'altro. Domani è sabato.

— Ah, c'è la festa.... Insomma telefoni e ci sappia dir precisamente

l'ora per inserirla nelle partecipazioni che devono esser stampate

e spedite in giornata.... Mio nipote l'aiuterà per gl'indirizzi.....

Credi che Giorgio dirà di no? — chiese Gabrio al fratello.

— Presterà l'opera sua senza dubbio, — rispose questo. — Aveva tanto

affetto per sua zia!

— Ecco, Fanoli, — ripigliò il banchiere. — Prenda questa minuta, la

completi lei appena s'è accordato con quei signori, e poi la mandi dal

tipografo.... Ordini una tiratura di mille copie.... Ha fattorini a sua

disposizione?

— La _Banca Internazionale_ ce ne dà quanti vogliamo.

— E adesso, — soggiunse Gabrio Moncalvo dopo aver licenziato Fanoli,

— adesso pensiamo al modo di onorar degnamente nostra sorella....

Io vorrei che fin da domattina comparisse nei giornali una lista di

elargizioni per un totale.... mettiamo.... di ventimila lire.... Sì,

sì, ventimila lire. La Clara non merita meno.... L'essenziale è di

spenderle bene.... Cerchiamo insieme.

Questa forma di carità fastosa dispiaceva al professore Giacomo,

come sarebbe dispiaciuta alla Clara: tuttavia egli si contentò di

schermirsi:

— Sei tu che spendi il danaro.... Fa' tu.

Il commendatore dissimulò un moto d'impazienza.

— Io sono negli affari e ho potuto accumulare un bel patrimonio.... È

naturale che spenda io.... Ma la mia intenzione sarebbe di far queste

offerte in nome di tutti e due.

— Nemmeno per idea, — dichiarò con fermezza il professore.

— Lo so che sei orgoglioso, lo so.

— Sarebbe molto strano che parlassi altrimenti.

— Vi raccomando l'_Opera di Sant'Antonio_, — interloquì la signora

Rachele.

La Mariannina si accostò carezzevole al padre.

— E io vi prego di non dimenticare le mie _pericolanti_.... Ce ne sono

di tanto carine.

— Quali _pericolanti_?

— Via, quelle dell'_Opera pia_ che abbiamo visitato la mamma ed io in

compagnia di monsignor de Luchi.

Il professore Giacomo non potè a meno di abbandonare la sua neutralità.

— Ho detto che non me ne immischio; mi sembra però che in queste

beneficenze dovreste procurar di conformarvi ai probabili desiderii

della nostra cara defunta.... E non credo che ella avrebbe pensato

nè all'_Opera di Sant'Antonio_, nè alle _pericolanti_ di monsignor de

Luchi.

— Perchè, perchè? — gridarono a una voce la signora Rachele e la

Mariannina.

Ma il commendatore riconobbe che Giacomo aveva ragione.

— All'_Opera di Sant'Antonio_ e alle _pericolanti_ penseremo un altro

giorno, — egli disse in tono conciliativo. — Oggi occupiamoci delle

istituzioni che anche la Clara avrebbe amate.

Il professore lo ringraziò d'uno sguardo.

I Moncalvo · 第 20 / 32 题