Il signor Antonio fece un mezzo inchino biascicando un lunghissimo _Oh!_

— Abbiamo già avuto in due anni cinque crisi municipali, provocate

tutte da un monumento.

— Un monumento! — esclamai.

— Sicuro; d'un nostro concittadino fucilato nel 1849 dagli Austriaci.

Non c'è stato mai verso di mettersi d'accordo sul luogo, in cui

collocarlo.

— Ma scusi, — obbiettai, — non si va a' voti?

— Sì signore; ma non essendovi nel nostro regolamento comunale alcun

articolo che vieti di riproporre in Consiglio le cose già votate,

il giorno dopo una decisione presa in un senso i fautori del partito

opposto si presentano compatti, rimettendo all'ordine del giorno la

loro proposta, e trionfano.

— Così la non si finisce più, — diss'io.

— È precisamente quello che ho sempre detto.

— E nemmeno i giornali vanno mai d'accordo, — osservò il signor

Meravigli.

— Ah! si stampano anche qui giornali?

— Sicuramente; due: il _Riscatto_ e la _Rinnovazione intellettuale_.

Il primo esce la domenica ed è governativo; il secondo si pubblica

il giovedì, e quantunque non si occupi di politica, si vede che tende

all'opposizione. Non si possono soffrire, ma vanno a gara per inserire

nelle loro colonne i versi della signora Romilda. —

Il signor Meravigli s'inchinò.

Felicissimi abitanti di X***! dissi fra me, che possono leggere nelle

loro due effemeridi i parti poetici di sì illustre scrittrice.

Quando a Dio piacque, ci fu dato muoverci. Compresi che il pretore era

anch'esso uno dei commensali, e che tali sarebbero pure altre persone

ch'io non avevo vedute e che rappresentavano l'eletta del paese. Non

ti dispiaccia, o lettore, se cominciando da quel momento io ruminai

un brindisi, che però prometto e giuro di non trascrivere su queste

pagine.

Le bellezze di X*** non mi trattennero gran fatto. Il signor Meravigli,

mentore assiduo ed infaticabile, mi condusse nella cattedrale, nel

teatro, nel casino di società, nell'accademia dei _Ben Pasciuti_,

nel viale di platani ove tre volte per settimana suonava la banda

cittadina, e ove almeno c'era un po' di moto e d'allegria.

Fatta questa gita, nella quale io manifestai il mio alto aggradimento

delle cose vedute, ci avviammo nuovamente verso casa Meravigli.

Erano fermi sulla soglia due degl'invitati, il farmacista Storni e

un personaggio nuovo, il dottore Trigli. Se i cappelli avessero una

fisonomia, io direi che il lucidissimo cilindro del farmacista pareva

altrettanto sorpreso di trovarsi su quella testa, quanto pareva la

testa di portar quel cappello. Il povero Storni aveva sempre le mani in

moto per rassettarselo, e le due ciocche rossiccie, che spuntavano con

tanta grazia di sotto all'usato berretto, si trovavano invece a disagio

con quell'insolita acconciatura. Era evidente che al signor Storni,

come a Napoleone III, non conferiva il _coronamento dell'edificio_.

Nulla dirò adesso del dottore: mi parve tosto parlatore facondo ed era

di fatto, nè aveva la maldicenza meno pronta della parola.

Nel salotto ove, a mo' di presentazione, mi fu sciorinata una

filastrocca di nomi, i raccolti si dividevano in due gruppi. Da una

parte, intorno a Romilda, gli uomini dotti; dall'altra, intorno alla

signora Agnese, i personaggi di minor rilievo. Fra questi mi colpì

primo un fanciullo dai dieci agli undici anni, ch'era quello appunto

ch'io aveva visto il mattino far le boccaccie dietro una porta.

Gli stava presso una ragazzina forse tredicenne che si lasciava

sermoneggiare da una donna di mezza età, la nobile signora Prassede

Altamura, discendente dagli antichi feudatari d'un borgo vicino, e

risoluta di non maritarsi fintanto che un patrizio d'alto lignaggio

non volesse offrirle la sua mano e un nome che valesse quello degli

Altamura. Non essendosi presentato nessuno, ella conservava il bene

prezioso della sua verginità, tanto più secura da ogni insidia, in

quanto che ella era brutta e senza quattrini. All'altro lato della

signora Agnese sedeva un signore attempatello con pochi capelli grigi

aderenti alle tempie, senza un pelo di barba, con certi occhi scimuniti

che parevano scattare fuori dell'orbita e con ciglia rade e quasi

invisibili. Quella fisonomia così squisitamente imbecille mi restò

impressa per lungo tempo. La mi ricordava qualche cosa ch'io non sapevo

definire, finchè, giorni fa, al pranzo di nozze d'un amico, visto

imbandire un grandissimo pesce lesso, balzai sulla seggiola con un moto

invincibile di riconoscimento. Era ben desso, era il signor Baldassare

Alieni, possidente di X***; o se non era lui, era per lo meno il suo

fratello di latte.

Vorrei trattenermi in questo crocchio abbastanza comico, dove la

signora Agnese trovandosi lontana dalla sua Romilda parla il dialetto;

vorrei esaminare lo sgarbatissimo Toniotto, disperazione de' suoi

genitori; vorrei soprattutto studiar davvicino la Eloisa, sorella

minore della sapiente Romilda, tenuta in poco conto dalla famiglia,

eppure dall'aspetto simpatico, e pieno d'una malinconia soave.... ma

l'astro della casa mi chiama: eccomi a' tuoi piedi, o Romilda!

— Il direttore della _Rinnovazione intellettuale_ desidera una speciale

presentazione, — disse la dea, additando con aria di regina un uomo

di mezzana statura, vestito di panni neri, alquanto sgualciti. — Il

dottor Augusto Romoli si occupa specialmente di questioni didattiche,

— ella soggiunse; poi inchinò alquanto il capo, appoggiando la

fronte su due dita della mano sinistra, e sospirò: — Oh le venture

generazioni! —

Posto in tal modo il problema educativo, si tacque.

Se io avessi veduto nella città di X***, nonchè un fiume, un corso

d'acqua qualunque, avrei creduto fermamente che il signor Romoli ne

fosse uscito in quel punto. La chioma nera, lunga e distesa, la barba

pur nera che gli adombrava buona parte del viso e i cui peli scendevano

in linea convergente fino ad unirsi in un pizzo a quattro dita sotto il

mento, i vestiti lucidi per tarda età ed attillati alla persona, tutto

insomma gli dava l'aspetto di un annegato.

Non istetti molto ad accorgermi che il signor Romoli era di opinione

repubblicano.

— Miserrima Italia! — egli sclamò — che credi di esser libera ed

una. —

Osservai rimessamente che, dacchè avevamo anche Roma, quanto all'unità

non c'era obiezione possibile.

— Che unità! che unità! — gridò egli accendendosi in volto. — Unità

di schiavitù! unità di vergogna! Dov'è il rispetto agl'ingegni onde

vanno segnalati i popoli degni d'avere una patria? Eh, signore! Io

lessi quattro anni fa un discorso sulla _Rinnovazione intellettuale in

Italia_, lo mandai ai quattro Ministri dell'istruzione pubblica che si

sono succeduti.... crede ella che se ne siano nemmeno accorti? Eppure

insigni uomini, a cui trasmisi quel mio lavoro, gli fecero lusinghiere

accoglienze, come può vedersi anche nell'ultimo numero del mio

periodico, che mi pregio di offrirle insieme con un esemplare del mio

discorso. —

Così dicendo, mi porse entrambi i preziosi oggetti. Sfogliai il

giornale che si pubblica in fascicoli di otto pagine, e mi fu argomento

di non lieve maraviglia il vedere che gli articoli s'intitolavano quasi

tutti allo stesso modo: _Della rinnovazione intellettuale, discorso

letto dal professore Augusto Romoli all'Accademia dei Ben Pasciuti

il 4 maggio 1867. — Giudizî d'illustri Italiani_; oppure: _Sulle idee

pedagogiche del professore Romoli — lettera al Direttore_; o infine:

_Sulla necessità di riformare l'istruzione in Italia secondo le idee

esposte dal professore Romoli nel suo discorso del 4 maggio 1867_. Onde

mi persuasi sempre più dell'esistenza dei _ruminanti intellettuali_.

Chiamerei con questo nome coloro, e non sono pochi, i quali avendo

un giorno della loro vita esternato un'idea, o messo in carta quattro

righe, o pronunziato in un'adunanza poche parole, fanno di quell'idea,

di quello scritto, di quelle parole il perno della loro esistenza e vi

tornano su le migliaia di volte, tanto per riuscire a persuadere anche

gli altri che hanno realmente o detto o fatto qualche cosa di grande.

Costoro abusano della facile condiscendenza degli uomini illustri, che,

quando si sentono lodati, lodano, e si cacciano attorno ai potenti

ed ai celebri mendicandone lettere e dichiarazioni lusinghevoli, di

cui si fanno sgabello per mettere in mostra la loro stolida vanità.

E i potenti ed i celebri, pur di levarsi la seccatura, profondono a

cotali pigmei incoraggiamenti, onde il campo degli studî si popola di

miserabili ortiche. Che il professore Augusto Romoli non abbia trovato

ascolto presso il Governo, è per me oggetto di gradevole meraviglia, e

proporrei una lapide commemorativa con la seguente epigrafe:

AI QUATTRO MINISTRI DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA

CHE NON DIEDERO RETTA AL PROFESSORE AUGUSTO ROMOLI

IL POPOLO ITALIANO

RICONOSCENTE.

Mentre il signor Romoli mi spiegava il suo concetto di riforme, mi era

seduto dall'altro lato il signor Guglielmo Osteolo, cavaliere de' Santi

Maurizio e Lazzaro, uomo ricco, negoziante accorto, che si spacciava

come protettore delle lettere e delle scienze. Egli approfittò

della prima pausa del dottor Romoli per chiamare sopra di sè la mia

attenzione.

— Veda, signor cavaliere, — egli mi disse, — io non so intendere

coloro che, per essere negli affari, fanno divorzio dagli studî. Nei

limiti delle mie forze ho sempre cercato, lo confesso, di coltivarmi lo

spirito, specialmente per quanto riguarda le discipline economiche. E

poi, per chi sappia guardar le cose un po' a fondo, il commercio non si

associa egli benissimo con gli studî?

— Senza dubbio, — risposi.

— Certo che bisogna saperlo esercitare, bisogna metterci dentro qualche

cosa che non sia il vile interesse. —

Guardai attentamente il signor Osteolo. Egli non mi aveva aspetto di

filantropo.

— Posso dire senza ostentazione — continuò questo negoziante modello

— che negli affari ho sempre cercato piuttosto il decoro che l'utile.

Avrei potuto ritirarmi da molto tempo, chè, grazie al cielo, una

discreta fortuna l'ho messa da parte; ma (che vuole?) l'idea di

giovare al paese, di dare un buon esempio, mi ha consigliato a restare.

Sono così pochi quelli che lavorano in Italia! E glielo assicuro in

coscienza mia, quando vedo altre case che sorgono e mi contrastano

il terreno, non ne ho dispiacere: tutt'altro. Purchè lo facciano con

delicatezza, con onestà, sarei io il primo a stringer loro la mano,

dicendo: — Bravissimi! Ben fatto, per Dio!... Sono così; non c'è merito

alcuno, ma sono così. —

E nel pronunziare queste parole apparve tanto commosso della propria

bontà ch'io sono sicuro che, se un uomo potesse baciar sè medesimo,

il signor Osteolo in quel momento si sarebbe baciato con la massima

effusione.

— Del resto il signor Romoli sa s'io faccio quanto posso per favorire i

veri ingegni. —

Il signor Romoli s'inchinò in atto di approvazione, dicendo: — Così

fossero tutti!

— Le mie occupazioni mi conducono in giro per la provincia, e posso

assicurare che non v'è caffè dei villaggi vicini ch'io non abbia

associato alla _Rinnovazione intellettuale_. Il giornale è buono,

tende a rialzare la moralità e l'intelligenza pubblica; dunque va

diffuso: questo è il mio ragionamento. E se ciò mi costa qualche

sacrificio pecuniario, sia pure. Non dobbiamo tutti sacrificarci pei

nostri simili? E poi, sono fatto così; non c'è merito, ma son fatto

così. —

E il signor Osteolo e il signor Romoli si diedero una stretta di mano

tanto vigorosa, che al negoziante scivolò di tasca un piccolo involto

di carte.

— Scommetterei che sono fogli di pensione comperati al cinquanta per

cento, — mi bisbigliò all'orecchio il dottor Trigli che stava ritto

dietro la spalliera della mia seggiola.

La malignità umana è pur grande. Ecco un uomo che io mi sarei dipinto

come un martire del lavoro e della benevolenza, se il ghigno amaro di

Mefistofele non fosse venuto a cacciarsi tra me e la mia visione e non

le avesse dato di botto le linee poco seducenti di uno strozzino.

Discorrere di tutti i personaggi che si trovavano nel salotto mi

parrebbe superfluo. Oltre a quelli già menzionati v'era il capo

stazione, a cui il signor Meravigli dimostrava la necessità di avere un

sindaco, schermendosi delle offerte che gli venivano fatte, acciocchè

accettasse egli medesimo la carica. Due signori che m'erano stati

presentati, ma il cui nome m'era sfuggito, subivano le dissertazioni

del signor Romoli e intesi che l'uno di essi diceva:

— È chiaro; così non si può andare innanzi. —

La signora Agnese e la sua vicina, avendo probabilmente esaurito ogni

soggetto di dialogo, guardavano insieme il soffitto, la Eloisa si era

dileguata, il signor Baldassare Alieni teneva l'occhio rivolto con una

impazienza mal celata dalla timidezza verso l'uscio, da cui doveva

venir l'annunzio del pranzo, e Toniotto era accovacciato dietro la

seggiola di questo signore con una tranquillità che pareva pochissimo

conforme alla sua età e alla sua indole.

Finalmente s'intese la parola aspettata: _È in tavola_.

Sorgo, offro il mio braccio a Romilda, e sto per aprire la marcia.

Un mugolìo lamentevole si leva dall'angolo, ov'è seduto il signor

Alieni. Cielo! quel simpatico cittadino sarebbe colto da improvvisa

indisposizione? Fatto si è ch'egli non può alzarsi. Si accorre in suo

aiuto. Il signor Alieni è accuratamente legato alla seggiola.

— Ecco, — dice il mansueto uomo con voce tremula, — forse mi sarò

legato io stesso giocherellando sbadatamente col vestito.

— Che vestito! Se c'è un gomitolo di spago.... —

Il signor Meravigli padre si spicca dal braccio della nobil donna

Prassede Altamura, e ghermisce per un orecchio il signor Meravigli

figlio, il quale era seduto placidamente sopra uno sgabello come se il

fatto non fosse suo.

Romilda, che è tuttora a braccetto a me, congiunge le mani ed esclama:

— Dire ch'è mio fratello! —

Il signor Meravigli figliuolo subisce la strappata d'orecchi con

rassegnazione spartana, e guardando fiso il signor Alieni gli fa con la

mano quel segno che vuol dire: — Aspetta che me la pagherai. —

Se il lettore è un poco filosofo non istupirà che il signor Toniotto

Meravigli, dopo aver legato alla seggiola il signor Alieni, voglia

anche fargliene pagare le conseguenze, perchè queste son cose che si

vedono tutti i giorni.

Quanto al signor Alieni, egli, crescendo in mansuetudine con le

circostanze, dice:

— Lo lasci stare, caro Antonio, lo lasci stare, non è stato lui, credo

d'essere stato io medesimo; sono tanto sbadato!... —

Ma il signor Antonio non abbandona la preda, e, anzi, chiedendo

licenza, passa avanti di tutti, e porta il delinquente fuori di stanza,

rincarando la dose con alcuni scappellotti, che però strappano appena

un sordo muggito alla vittima.

Romilda si copre gli occhi con la mano per non vedere questa vergogna

domestica, e il signor Romoli osserva che, se i ragazzi fossero educati

col metodo suggerito dal suo discorso, non accadrebbero siffatte cose.

Siamo a tavola. Ho alla mia destra Romilda e dall'altra parte il signor

Osteolo. Il professore Romoli è alla destra della poetessa ed ha per

vicino il farmacista Storni. La nobile signora Prassede Altamura è

fra lo Storni e il pretore. Dirimpetto a noi sta la signora Agnese,

avente per suoi cavalieri da un lato il capo stazione, dall'altro il

dott. Trigli. Segue il personaggio, il quale nel colloquio col signor

Romoli aveva dichiarato che così non si può andare innanzi e che seppi

chiamarsi il signor Falco. La ragazza Meravigli, la cui fisonomia mi

riesce sempre più simpatica, è fra questo signore e suo padre. Il

signor Alieni è invece alla sinistra del capostazione, e l'idea di

essere a tavola lo ha trasfigurato. Egli si frega lo mani in silenzio

dopo di aver passato un lembo del tovagliuolo sotto il colletto. Il

signor Antonio, che, come si addice al padrone di casa, è a capo di

tavola, si trova cinto e quasi nascosto da monti di piatti e zuppiere

d'ogni dimensione.... Vedo un posto vuoto a breve distanza da me e

quasi in faccia al signor Alieni. La spiegazione non si fa attendere.

Entra in salotto da pranzo la Caterina (che è la fantesca di nostra

conoscenza) e chiama la signora Agnese. Quella si alza e viene a

confabulare con l'autorità culinaria della casa. Sono a pochi passi da

me e colgo questo dialogo:

— Signora, Toniotto ha già rovesciato due casseruole, pensi adunque che

cosa si deve farne, perchè in cucina non lo voglio sicuramente. —

Il signor Meravigli è chiamato a consulta. Egli tira fuori il capo

dalla selva dei piatti che lo nasconde agli sguardi umani, e, pur

dispensando la minestra alla Maria, vispa contadinotta che serve a

tavola, rivolge la sua attenzione al grave problema. La signora Agnese

parla il dialetto, e usa frasi poco parlamentari verso il turbolento

figliuolo, piaga della sua vita.

— Che c'è da fare? — dice il signor Meravigli, alzando un po' troppo il

cucchiaione della minestra, mentre la Maria avvicinava la zuppiera per

evitare disgrazie. — Che c'è da fare? Mettiamolo pure a tavola, ma che

sia buono. —

Detto ciò, il signor Meravigli padre uscì della stanza per rientrarvi

col signor Meravigli figlio tirato per un orecchio. A quanto pare,

quest'è precisamente il manico dell'ultimo rampollo della famiglia.

— Domanda scusa a tutti questi signori, — intuona solennemente il

signor Antonio.

— Domando scusa, — ripete Toniotto con voce nasale e con una singolar

cantilena.

— Domanda scusa in particolare al signor Bartolommeo, — soggiunse il

padre.

Il signor Alieni diè un balzo sulla seggiola e parve assai conturbato

di sentirsi tirare in campo, mentre egli non anelava che a poter

pranzare in silenzio.

— Domando scusa in particolare al signor Bartolommeo, — tornò a dire

con aria di canzonatura il ragazzo. E vi aggiunse di proprio un _Cu!

Cu!_ che non entrava menomamente nella giaculatoria paterna.

— Non importa, non importa, caro Toniotto.... ottimi amici come prima;

— si affrettò a sclamare il signor Alieni, facendo cenni con la mano

che volevano significare — Tenetelo più lontano che sia possibile. —

Nello stesso tempo si sforzò di sorridere, ma non gli riuscì, e fece

una smorfia come se avesse inghiottito un chiodo.

Il tacito, ma ardente desiderio del poveruomo non fu secondato, perchè

il recalcitrante fanciullo venne fatto sedere nel posto vuoto, che,

come avvertimmo innanzi, era pressochè dirimpetto a quello del signor

Alieni. Una nube di profonda tristezza si stese sulla fronte del

fabbriciere.

Io ero il coppiere di Romilda. Ella mi diceva sempre, mentre io le

versavo il vino nella tazza: — Un _ditino_, nulla più che un _ditino_.

— Però questi _ditini_ mi tenevano in perpetue faccende, giacchè la

poetessa sorseggiava continuamente il bicchiere.

La qualità caratteristica del banchetto non era la squisitezza

delle vivande, ma l'abbondanza delle porzioni. V'era qualche cosa di

omerico nei pezzi di carne che i commensali divoravano con suprema

disinvoltura. Al giungere d'ogni pietanza io vedevo fissi sopra

di me gli sguardi dei coniugi Meravigli, i quali venivano in aiuto

delle cortesi insistenze della fantesca. Il signor Antonio diceva

invariabilmente:

— Prenda, signor cavaliere, prenda senza complimenti. —

La signora Agnese dal canto suo osservava al marito con aria compunta:

— Se non prende, vuol dire che non aggradisce. —

Ed io, per aggradire, mi rimpinzavo.

Grazie al cielo, non tardai a sperimentare la verità della teoria

svolta dal Torelli nella sua _Fragilità_ circa gli alleati impreveduti.

Qualche cosa di assai morbido venne a cacciarmisi fra le gambe,

e io vidi con indicibile compiacenza che gli era un gatto. Nè la

mia soddisfazione provenne soltanto dalla stima grandissima che ho

per l'egregio animale che fu confidente del Richelieu e amico del

Chateaubriand, ma ben anco dall'essermi subito venuto in mente ch'egli

poteva riuscirmi di grande sollievo nelle mie strette. In fatti, pur

continuando a dialogare con la poetessa Romilda e coll'economista

Osteolo, io seppi dispor le cose in maniera che di tratto in tratto

qualche grosso pezzo di carne scivolasse nella bocca del quadrupede,

il quale, per alcun tempo, come fosse d'intesa meco, divorava la sua

parte in silenzio. Non oserò dire che la cosa fosse conciliabile col

_Galateo_, ma nessuno ha l'obbligo di schiantare.

Sennonchè, come disse il Petrarca:

Cosa bella mortal passa e non dura.

Il mio collaboratore, imbaldanzito della deferenza mostratagli, mi

poneva ogni momento le due zampe anteriori sulle ginocchia. Non era

cosa gradevole; pur non me ne dolsi, finchè una volta, avendo per

inavvertenza abbassato troppo la mano, l'intelligente animale vi mise

sopra le ugne con uno di quei movimenti subitanei e aggraziati, di

cui il gatto ha il segreto. Il giovinetto spartano che, avendo rubato

una volpe, seppe tenerla nascosta in seno senz'alzare un lamento,

abbenchè ella gli dilaniasse le viscere, era un eroe, un eroe ladro, se

vuolsi; ma le leggi di Licurgo non guardavano tanto pel sottile, e anzi

giudicarono degno di premio l'atto audacissimo. Io sono un galantuomo,

nè ruberei una volpe per tutto l'oro del mondo. Ma se giungessi a tale,

e la bestia mi cacciasse i denti nelle carni, protesto che la lascerei

andare pe' fatti suoi. La graffiatura del gatto mi fece alzar vivamente

la mano, e mi strappò di bocca un _Ahi!_ I miei vicini di tavola

intesero il mio lamento. — Il micio! il micio! — proruppe Romilda

in tuono patetico. — Che animalaccio! Via, che lo chiudano nella

sbrattacucina. — I coniugi Meravigli balzarono in piedi con doloroso

stupore. — E le ha proprio fatto male? Che fatalità! Per amor del

cielo, perdoni. Maria, Caterina, via il gatto.... Ma scusi, sa.... Ha

bisogno di lavarsi la mano?... Veda, fa sangue. —

In mezzo alla commozione universale destata dalla mia disavventura,

il piccolo Toniotto rideva sgangheratamente senza che lo sguardo

fulmineo del genitore potesse metter freno alla sua ilarità. Con la

condiscendenza propria dei vigliacchi, il signor Alieni per ingraziarsi

il suo dirimpettaio faceva anch'egli il bocchino da ridere. Certo

in questo incidente egli ravvisava un diversivo a qualche martirio

inflittogli dall'_enfant terrible_ della casa. E infatti io mi ero

accorto che il degnissimo signor Bartolommeo faceva di tratto in tratto

uno di quei movimenti rapidi, convulsi che si fanno, quando si sente la

punzecchiatura d'un insetto. Era invece il naso del fabbriciere preso

di mira da certe pallottole di mollica di pane preparate accuratamente

dall'amabile Toniotto, e slanciate con una precisione che avrebbe fatto

di lui un ottimo tiratore di fionda.

La nobil donna signora Prassede Altamura fece udire la sua voce.

— È un bel gatto, — ella disse con l'aria di persona che se ne intende;

— ma il più bel gatto, di gran lunga il più bel gatto, un gatto

magnifico era quello del defunto conte Gaspare mio fratello, sia pace

all'anima sua. Si dice che le bestie non si commuovano, ma io so che

il giorno in cui morì mio fratello, l'ultimo maschio degli Altamura,

il gatto si cacciò sotto il letto, e non volle prender più cibo, e

dopo due giorni seguì il suo padrone. — E a questo punto si passò

il rovescio della mano sugli occhi, non si sa se piangendo l'ultimo

maschio degli Altamura, o il gatto fedele.

— Era nobile il gatto? — chiese il dottor Trigli.

L'erede dei feudatari si strinse nelle spalle infastidita.

— In fin dei conti — osservò il professor Romoli — anche dagli animali

domestici si potrebbe trar partito per l'educazione. Ma — soggiunse

toccandosi la fronte con le dita — a che vale che vi siano le idee,

se non v'è il mezzo di porle ad effetto? Che cosa fa il Governo, o

piuttosto che cos'è il Governo? Per me lo Stato libero non dovrebbe

essere che un gran campo sperimentale, sul quale gl'ingegni fossero

messi in grado di svolgere i loro concetti. Senza di ciò, quale è il

prezzo della libertà? Niente.

— Niente — disse assentendo il farmacista — ossia niente e molto;

niente, perchè non rende, molto, perchè costa. E io la tassa della

ricchezza mobile non la posso mandar giù.... —

Il professore parve assai poco soddisfatto dell'appoggio datogli dal

signor Storni.

— Non è questo, non è questo; — borbottò egli, scrollando le spalle.

— Ecco, — osservò il conciliativo signor Meravigli: — mi pare che vi

sia una via di mezzo. Che il Governo abbia torto a non prendere in

considerazione uomini del valore del signor Romoli, questo è fuori di

dubbio.... —

Un mormorìo adesivo si fece intendere tutto intorno alla tavola.

— Ma che dall'altra parte possa sostenersi che la libertà non giova

a nulla, mi sembra esagerato. Non dico per me, che, trattato con ogni

deferenza dalle autorità locali, non oserei affermare di aver ricevuto

particolari favori dal Governo centrale....

— Se è quello che ho sempre detto, — interruppe il farmacista; — si

profondono onori a tutti, e una degna persona come il nostro signor

Antonio non deve ancora esser nominato cavaliere....

— Silenzio, Storni, — gridò severamente il signor Meravigli, — non

impiccioliamo in questa maniera le grandi questioni. Dato anche, e non

concesso, che il Governo mi avesse un po' trascurato, dovrei forse per

questo cambiare la mia bandiera politica? In fin dei conti, udo dei

primi obblighi del cittadino non è quello di sacrificarsi? Eh, signori,

la mia fede è troppo antica.... Esaltato mai, liberale sempre!

— Verissimo, — esclamò lo Storni.

— No, no, caro Storni, non c'è da farsene vanto; ma vi ricordate

come spesso, durante il dominio straniero, io esternassi nella vostra

farmacia idee sovversive. Il signor Alieni era allora un poco perplesso

nello sue opinioni.... —

A sentir pronunciare nuovamente il suo nome, il signor Alieni fece un

salto a guisa di pesce gettato ancor vivo nella padella, e rosso come

un gambero balbettò in tuono piagnucoloso: — Ma, caro amico,... io

perplesso.... non mi fate questo torto.... non vorrei che i signori

credessero.... —

Il signor Meravigli aveva intanto smarrito il filo del discorso e non

trovava più modo di raccapezzarsi. Onde il professor Romoli prese egli

la parola, e sciorinò una lunga perorazione in favore delle istituzioni

repubblicane.

— In teoria sono repubblicano anch'io, — disse il signor Meravigli; — e

chi non è repubblicano? Ma in pratica, oh! in pratica non sono davvero.

— Ah! io comprendo soltanto le repubbliche di Grecia, — esclamò

Romilda, — e per me il mondo non ha fatto che peggiorare d'allora in

poi.

— Sommessamente non sono del suo parere, — esclamò il cavaliere

Osteolo, tenendo sospesa la forchetta, — per me credo al progresso.

Il commercio aumenta, le verità economiche si fanno strada,

l'industria....

— Che industria? che verità economiche? che commercio? — urlò come un

ossesso il signor Falco. Monopolio, intrigo, contrabbando!...

— Oh! oh! — disse il signor Osteolo.

— Oh! oh! oh! — soggiunse il signor Meravigli.

— L'ho detto e lo confermo in barba ai moderati.

— Bene! — interruppe il signor Romoli.

— La società presente è condannata a perire. I Governi sono ladri,

ladri i Ministri, ladri i negozianti più o meno cavalieri.

— Signor Falco! — gridò il cavaliere Osteolo — ha ella voluto

offendermi? — E senza lasciar tempo all'altro di aprir bocca, rispose

da sè medesimo alla propria inchiesta. — Non lo ha voluto? Tanto

meglio. Prendo la questione dall'aspetto generale, e sostengo che

la classe dei negozianti è onestissima. — E così dicendo, agitava

furiosamente una coscia di pollo arrosto.

— E io sostengo che una rivoluzione sociale è imminente e che la

_Comune_ aveva ragione. —

Il signor Meravigli, che voleva far da paciere, si arrestò inorridito

dinanzi a questa parola della _Comune_ e si nascose fra i suoi piatti.

La maggioranza dei commensali disapprova il linguaggio del signor

Falco. La signora Prassede si fa il segno della croce e si copre

il viso col tovagliuolo; Romilda mi prega di spruzzarle un po'

d'acqua sulla fronte, io temo che nasca un precipizio:... ma, come

seppi dappoi, il signor Falco è un uomo inoffensivo che va soggetto

periodicamente a queste esplosioni, e che poi si calma da sè.

— Can che abbaia non morde, — mi disse dopo pranzo il dottor Trigli. —

Il feroce signor Falco è un _comunista_ ricco, che in fin dei conti è

molto più conservatore di me, e che nelle elezioni amministrative vota

coi clericali. —

In mezzo a tutte queste escandescenze demagogiche il pretore nella sua

qualità di pubblico funzionario s'era tenuto in un prudente riserbo.

— Avrei potuto protestare contro le eresie del signor Falco, — egli

mi osservò dopo tavola; — ma sono d'un temperamento tanto focoso che

sarei certo diventato un basilisco. E allora si fa peggio. Io devo

sempre tenere a mente che quello che dico e che faccio compromette il

Governo! —

Quanto al signor Alieni, dopo aver preso la parola, come direbbero,

_per un fatto personale_, egli si era studiosamente astenuto dalla

discussione. Il suo pensiero era altrove. Al bombardamento regolare

ch'egli sopportava in silenzio dallo sgarbato Toniotto, s'era aggiunta

una nuova tribolazione. Fosse malignità della fantesca, o puro caso,

fatto si è ch'egli era sempre l'ultimo servito. I suoi occhi seguivano

con ansietà melanconica i piatti che andavano in giro, e quando vedeva

ritardare il suo _turno_, la sua fisonomia assumeva l'atteggiamento

che deve aver avuto quella del profeta Geremia, mentre contemplava le

rovine della città _già così piena di popolo_.

Il pranzo procedeva verso il suo termine, e secondo il costume diveniva

sempre più animato.

Alle frutta si versò lo sciampagna. Era il momento dell'eloquenza.

Il professor Romoli prese la parola per primo e propinò alla

salute della famiglia Meravigli, cogliendo la bella opportunità per

intercalare nel brindisi l'esordio del suo discorso _Sulla rinnovazione

intellettuale in Italia_. Il signor Osteolo bevette alla prosperità dei

commerci aventi a guida il decoro e il bene del paese. — Questo — egli

concluse alzando il calice — questo fu sempre il commercio da me amato

e praticato, ed i più pingui lucri non avrebbero potuto darmi ugual

compiacenza. —

Era ben naturale che il signor Meravigli facesse il suo discorsetto.

Narrò come, sempre, contro i suoi meriti, egli fosse stato ben veduto

in paese dai cittadini e dalle autorità; come questa benevolenza fosse

il maggiore suo conforto, la sua maggiore dolcezza. Soggiunse che, da

quando la fortuna aveva voluto largirgli una figliuola del merito di

Romilda, egli aveva stimato necessario di aprir la sua casa a tutte

le persone cospicue che venivano in X***, e a questo proposito tessè i

miei elogî, annunziò ch'io ero quasi suo parente, e continuò per alcuni

minuti nella onesta ricerca di un punto fermo, che non gli fu dato

trovare.

Liberarsi dal rispondere era impossibile. Ma ho promesso al lettore

di non riprodurre il mio brindisi, e non mancherò certo alla data

parola. Dirò soltanto che citai tre versi di Dante, uno del Petrarca,

e uno giocoso del Guadagnoli, che paragonai il signor Meravigli

all'Arabo ospitale che accoglie lo straniero nella sua tenda, che feci

un'allusione galante a Romilda e che conclusi col proporre un viva alla

salute della città di X***, e de' suoi abitanti.

L'effetto prodotto dalla mia arringa fu inarrivabile; il signor

Meravigli corse ad abbracciarmi, Romilda dichiarò che mi avrebbe

risposto se la commozione non glielo avesse impedito. Ma i suoi nervi

erano così delicati, che tutto li metteva a soqquadro. Il professore

Romoli, e il mio vicino, cavaliere Osteolo, mi diedero segni non dubbî

del loro alto aggradimento.

Calmatasi questa effervescenza così lusinghiera al mio amor proprio,

m'accorsi di qualche curiosa novità. Il capo stazione, che aveva

serbato fino allora un contegno singolarmente tranquillo, era

soprappreso da una ilarità repentina ch'egli sfogava intercalando

parole francesi nei suoi discorsi e chiamando la fantesca

_Mademoiselle_. — _Eh bien! qu'est-ce que tu as, Marie? Est-ce que tu

ne crois pas à mon amour? Je bois à la santé de Mademoiselle Marie,

la belle servante de la maison Meravigli!_ Signori, crederebbero forse

ch'io fossi ubriaco, _ivre?_ Ah! s'ingannano, _vous vous trompez_; non

è vero, Maria, _ma chatte?_ —

E nel pronunciare queste frasi egli era in piedi tenendo la domestica

per un lembo del vestito, mentre con l'altra mano alzava il calice

dello sciampagna e ne versava il contenuto sulla testa della signora

Agnese Meravigli, la quale riceveva quest'abluzione come se avesse

fatto la cura idropatica.

— Ah! signor Garleni, che cosa le pare? — chiese Romilda, nascondendosi

il volto con ambe le mani.

Tentai confortarla, dicendole che è difficilissimo evitare in un pranzo

cotal genere d'incidenti.

V'era però un altro spettacolo non meno degno di considerazione.

Durante il mio brindisi il giovane Meravigli s'era cacciato sotto

la tavola e s'era messo a tirare per le gambe il signor Bartolommeo,

che, con l'usata mansuetudine, non faceva lagnanze, ma si contentava

di starsene sulla difensiva, tenendosi stretto ai bracciuoli della

seggiola. Se io fossi stato il commendatore Pasquale Stanislao

Mancini, i cui discorsi cominciano all'alba e finiscono al tramonto,

il pover'uomo avrebbe senza dubbio dovuto abbandonare la posizione;

ma poichè io mi sono un ben più modesto oratore e la mia arringa

non durò che pochi minuti, lo spiritoso ragazzo, accortosi di non

poter più contare sulla distrazione dell'adunanza, lasciò la sua

preda, e il signor Alieni potè riprendere il periclitante equilibrio

con quell'aspetto di compiacenza infinita che la provvida natura fa

succedere nell'uomo alle grandi tribolazioni. A ragione il Leopardi

cantava:

.... Uscir di pena

È diletto fra noi.

Una delle sentenze, con le quali è costume d'instillare negli animi

l'idea della caducità umana, è quella che _ogni cosa che ha principio

ha termine_. Era quindi naturale che anche il banchetto Meravigli

finisse.

Romilda, ch'era la vera padrona di casa, diede il segnale d'alzarsi

e tutti gli altri le tennero dietro, o, per maggiore esattezza di

linguaggio, si provarono a tenerle dietro. Come avviene degli eserciti,

che nelle marcie perdono sempre un buon numero di sbandati; così

nel passaggio tra il salotto da pranzo e quello in cui si doveva

bere il caffè, andò dispersa parte della comitiva. Il pretore e il

farmacista appena alzatisi di tavola si abbracciarono senza un perchè

al mondo, e rimasero alcuni secondi in questo atteggiamento patetico.

Il signor Alieni, grave, obeso, con occhi piccini e col tovagliuolo

al collo, mossosi a guisa d'un vascello che leva l'àncora, cercava a

passi tardi una poltrona elastica ch'egli sapeva dovervi essere nel

corridoio fra le due stanze, e, trovatala, vi si lasciò cadere con

tutto il peso della sua persona, e in un attimo si addormentò, russando

profondamente. Quanto al capo stazione, egli voleva a tutti i costi

aiutare Maria a sparecchiare la tavola, e prendendola ogni momento per

la cintura, gridava: — _Ah Marie, ma belle!_ —

Io, sanissimo e di mente e di corpo, come il lettore può credere,

porgevo il braccio a Romilda, la quale, fosse effetto del pranzo o

d'altro, vi si riposava con un certo abbandono che avrebbe potuto

essere voluttuoso; il signor Meravigli accompagnava la nobil donna

Prassede Altamura, che diceva come il conte Gaspero suo fratello

solesse ripetere costantemente: essere lecito al nobile l'ubriacarsi,

non al plebeo; la signora Agnese era per un momento rimasta sola, visto

la distrazione del dottor Trigli e le voglie erotiche dell'altro suo

vicino, il capo stazione; ma l'officioso signor Osteolo si era fatto

un dovere di supplire alla manchevole galanteria dei due cavalieri

accompagnandosi alla gentil dama, che gli faceva gli occhietti teneri.

Il caffè è già bevuto, Romilda è seduta sopra una scranna d'onore

davanti a un tavolino, su cui sta un bicchier d'acqua, l'adunanza

è atteggiata ad una aspettazione piena di rassegnazione, i coniugi

Meravigli sono in faccende intorno alla figliuola, il terribile

Toniotto è costretto a rimanere nel salotto durante tutta l'accademia,

sia per inebriarsi nei parti poetici della sorella, sia per non

tormentare i sonni del mansueto signor Alieni. Il pretore e il

farmacista si sono sciolti dal loro amplesso e riuniti al grosso della

comitiva. Sono però entrambi addossati allo stipite di un uscio e si

tengono con le braccia intrecciate come i due Aiaci nell'opera _La

belle Hélène_. Con le mani nelle tasche del panciotto, il signor Falco

siede vicino alla nobil donna Prassede Altamura e fa delle boccaccie,

che originariamente erano destinate ad esser sbadigli.

Io ho vicino a me la piccola Eloisa. Ella mi passò dappresso, mentre io

prendevo il mio posto dirimpetto a Romilda, e la chiamai per nome.

Parve sorpresa, ma non turbata: si fece rossa, pur non si schermì

affatto, e si lasciò prendere per la mano. In verità v'è nel suo

portamento qualche cosa di sì composto e aggraziato, che il mio

sguardo stanco della caricatura e volgarità dei signori Meravigli

e de' loro ospiti non sa staccarsi da quella personcina modesta e

vereconda, da quel volto non bellissimo, ma intelligente, e diffuso

d'una cara espressione di gentilezza e di bontà malinconica. Eloisa

porta il vestito corto come si usa dalle fanciulle, e in fatto ella

è tuttora fanciulla; però in quel periodo della fanciullezza che

confina con l'adolescenza. I suoi capelli d'un castagno scuro sono

lisci e finissimi, e le scendono giù dalla nuca raccolti in due lunghe

treccie....

— Eloisa, tirati in là, non dar noia al signor Garleni, — disse Romilda.

— Ma sono io che l'ho pregata di starmi vicino; è un mio gusto.

— Romilda fece una smorfia, come volendo dire: — Un gusto

scipito! —

Intanto il signor Meravigli chiudeva la finestra dietro alla poetessa,

affinchè il fresco non le facesse male, e la signora Agnese le porgeva

un quaderno, rasciugandole col fazzoletto i sudori della fronte, e

dicendole:

— _Fai a pianino_, cara, non _investirti_ troppo. —

Romilda fe' un gesto di languido assentimento, e prese il quaderno....

Ci siamo!... Ma le mancava ancora qualche cosa.

— Toniotto! Eloisa! — ella gridò in tuono imperativo — datemi lo

_sgabellino_ che è lì in quel _cantuccio_. —

Prima che i nominati potessero muoversi, l'ordine era stato eseguito

dai signori Romoli e Osteolo, slanciatisi sulla preda con nobile gara.

— _Disutilacci!_ — sclamò Romilda rivolgendosi al fratello e alla

sorella — _Disutilacci!_ O che non potevate muovervi voi? Come siete

tardi! Non si direbbe che ci corre lo stesso sangue nelle vene. —

Eloisa chinò il capo senza rispondere. Si capiva ch'ella era avvezza a

queste rampogne e che stimava inutile ogni tentativo di giustificarsi.

Ts! ts! ts! La declamazione ha principio.

Nessuno fiata. Il primo canto è dedicato all'Italia. Come il Leopardi,

l'autrice domanda armi:

A me pur date un brando, un moschetto!

— Che sentimenti! — disse il pretore che rientrava in sè.

— E che versi! — esclamò il professor Romoli.

Il signor Meravigli in punta di piedi fa il giro della stanza, e viene

per di dietro a battermi sulla spalla.

— Che cosa le pare, eh?

— Ah! bellissimo, — rispondo io in sussulto.

Eloisa, che mi stava ritta vicino e ch'io teneva per mano, rivolse i

suoi occhi espressivi verso di me, quasi per indagare la sincerità del

mio elogio.

Silenzio! Si ricomincia. Dopo la poesia politica, la poesia elegiaca,

sentimentale. Vi furono _il mesto salice_, _la candida luna_, _l'onda

tremula_, _la pallida vergine_ e _il biondo menestrello_.

Alla qual parola, non so per che associazione d'idee, Toniotto diè in

uno scoppio di risa così clamoroso che il padre, montato in furore, lo

cacciò a forza dalla stanza, consegnandolo a Caterina.

Finalmente udimmo un sonetto _sulla morte di Cleopatra_, tèma pieno

di attualità, un altro che voleva essere spiritoso _sul secolo di

ferro_, e un terzo _sull'educazione_, ch'era ispirato dal discorso

del professor Romoli, e commosse siffattamente l'esimio pedagogo da

costringerlo a soffiarsi il naso parecchie volte per aprire un varco

indiretto alle lagrime.

Terminata la declamazione tra unanimi applausi e grugniti accademici,

i coniugi Meravigli abbracciarono la loro figliuola, le rasciugarono

nuovamente il sudore e le raccomandarono di star quieta alcuni minuti

e di ricomporsi. Indi la signora Agnese chiamò Eloisa e la condusse

a dare un bacio alla sorella, dicendole: — Quand'è che _ti_ diverrai

simile a Romilda? —

Il signor Antonio, recatosi in traccia di Toniotto, lo rimenò per un

orecchio gridandolo indegno di appartenere ad una famiglia, nella quale

si trovava un essere superiore come Romilda. — Ma pur troppo — egli

soggiunse in un accesso di umiltà — sono degno io di tanta figliuola? E

n'è degna la mia Agnese? Quand'io me le paragono trovo che a lei sola

dovrebbe essere rivolta la benevolenza, di cui tutti mi colmano in

questo paese.

— Ah no! — esclamò il farmacista con aria tragica — illustre la figlia,

ma non meno illustre il genitore....

— No, Storni, non crescete la mia mortificazione; — interruppe il

signor Meravigli con un gesto espressivo.

— Non sono poeta, — confessò candidamente il signor Osteolo, — e le mie

preferenze, com'è noto, sono pegli studî economici e pel commercio bene

esercitato, ma i versi della signora Romilda vanno al cuore. E il cuore

io lo rispetto.... quello prima di tutto. —

Il dottore Trigli si avvicinò alla nobil signora Prassede e le chiese

la sua opinione.

— Ah! — rispose ella con singolare modestia — da quando è morto

mio fratello il conte Gaspare, io non giudico. Lui sì ch'era un

buongustaio! E se non fosse, che, com'egli diceva, un nobile non deve

esporsi a esser criticato, io credo ch'egli avrebbe potuto stampare

cose.... cose.... —

E lasciò incompiuta la frase, ma si capiva ch'ella intendeva dire:

_cose molto superiori a quelle che abbiamo sentite testè_.

Intanto il sole volgeva al tramonto e dalle due finestre ch'erano

rimaste aperte veniva il dolce refrigerio d'un po' d'aria fresca che

invitava ad uscire.

Onde, allorchè il signor Meravigli propose di andare al caffè del

viale dove suonava la musica, un raggio di soddisfazione ineffabile si

diffuse sul volto della maggioranza degli astanti.

Non di tutti però. Romilda sostenne che era _tardino_ e che al caffè

non vi si trova che _gentuccia_; che, del resto, dopo che si era

_costretta_ a declamare i suoi versi, ella aveva tutto il sistema

nervoso in agitazione e sentiva il bisogno d'un _pocolino_ di calma.

Il professore Romoli si scusò dicendo che doveva pensare al prossimo

numero del suo periodico _La Rinnovazione intellettuale_, e la nobile

signora Prassede annunziò la sua intenzione di ritirarsi a casa, non

convenendo a lei, zittella, di recarsi ad un caffè ove, pur troppo, il

conte Gaspare suo fratello non poteva più accompagnarla, ed ove ella

non aveva poi alcuna speranza di iniziare qualche relazione che venisse

a _un risultato onorevole_.

Queste parziali obiezioni non tolsero però che la passeggiata si

effettuasse. Romilda venne raccomandata alle cure di Morfeo, nè mi

soffermerò a descrivere la cerimonia del commiato ch'io presi da lei;

il professore e la signora Prassede se ne andarono pei fatti loro;

il signor Alieni rimase a dormire nel corridoio, e il capo stazione,

che abbiamo lasciato alle prese con la Maria, aveva finito collo

svignarsela per una porta laterale e col correre al suo ufficio, ove

non avrebbe tardato a riprendere la sua gravità consueta.

La signora Agnese, salita un momento nella sua stanza, ricomparve

indi a poco del tutto trasformata. Ella indossava un vestito di velo

di color giallo fino alla cintola e rosso _solferino_ dalla cintola

in giù, come quelle _granite_ metà d'arancio e metà di lamponi che si

prendono nei caffè. La sua acconciatura, non meno singolare, consisteva

in un cappellino di paglia con due enormi piume dei due colori

dell'abito che ondulavano maestosamente come spighe giunte a maturità,

e due nastri verdi che le scendevano, svolazzando, giù per la schiena.

— Non ho altra vanità da quella dei cappellini in fuori, — ella mi

disse, quand'io le offersi il braccio. — Sarà una debolezza, ma che

vuole? Mi pare che ciò che distingue veramente la donna di buon gusto

sia l'acconciatura. —

Il viale di platani presentava un aspetto animatissimo; gli ultimi

raggi del sole proiettandosi orizzontalmente si rompevano attraverso

i rami e le fronde dei begli alberi regolari, e le più vaghe, e

fantastiche, e mobili ombre del mondo si disegnavano sul terreno. La

gente, quale percorreva in frotta i due sentieri laterali riserbati ai

pedoni e coperti di ghiaia minutissima, quale raccolta in capannelli,

faceva siepe intorno alla banda. Gli equipaggî non brillavano nè per

copia nè per eleganza; però v'era un certo viavai di vetture guidate

da Automedonti più o meno esperti che venivano a far mostra della

loro destrezza dinanzi al caffè. Ivi era il fiore della cittadinanza,

ivi lo sfarzo supremo delle _toilettes_. La mia qualità di forestiero

mi concedeva il diritto d'una escursione critica, e inforcatomi il

_pince-nez_, mi posi a girar tra le sedie e i tavolini col dottor

Trigli per Mentore. Non mi farò a ripetere le maldicenze di questo

personaggio, il quale conosceva tutti ed era conosciuto da tutti. Solo

mi colpì la descrizione ch'egli mi fece d'una coppia che sedeva in

disparte e aveva nella fisonomia un misto di boria e di noia. Erano

marito e moglie, giovani entrambi, vestiti con una ricercatezza che

rivelava l'opulenza, ma faceva a' pugni col buon gusto, e preoccupati

soprattutto di parer _chiques_. Si trovavano a X*** da poco, mi

disse il Trigli, ed era la quarta città, in cui avessero fermato il

loro soggiorno nel corso d'un anno, non avendone per anco trovata

alcuna, nella quale potessero godere in pace i titoli ambiti di conte

e contessa. Conte e contessa! Non erano davvero, ma si rodevano di

rabbia perchè tali fossero certi loro cugini, e appunto perciò avevano

abbandonato il loro paese e si trascinavano di luogo in luogo, sperando

che troverebbero un sito, in cui esser creduti sulla parola. Pur

sembrava una fatalità. Nè lo scrivere i dolci titoli sui biglietti da

visita, nè il cinguettare francese tra loro, nè il sedere in un angolo

appartato del caffè per non contaminarsi con la plebe, nè l'aggiungere

alla stupidità e svenevolezza propria la svenevolezza e stupidità della

_haute_, era bastato a far loro conseguire l'intento. Dappertutto si

scopriva l'inganno, e i poveri patrizî in _fieri_ restavano corbellati.

L'aristocrazia non li voleva per un conto, la borghesia non li voleva

per l'altro, ed essi rifacevano i loro bagagli e cercavano spiagge più

propizie e ospitali. Singolare pellegrinaggio, che dovrà esser tenuto

in gran conto da qualche filosofo venturo, il quale studii il tèma

della trasmigrazione dei popoli.

Mentre il Trigli rispondeva a due signore che lo chiamavano a nome, e,

secondo tutte le apparenze, lo interrogavano sull'esser mio, la mia

attenzione fu attirata da un'altra parte. Annunziata dall'argentino

tintinnìo dei sonagli, usciva di mezzo alla folla, saltellando

allegramente, una capretta di pelo folto e lunghissimo color caffè,

seguìta da un contadino, vecchio d'anni, ma d'una vecchiezza rubizza

ed alacre, come poteva vedersi dall'occhio vivo e dal passo agile e

svelto. Egli portava una giubba verde-mare, le brache di ruvida tela

bigia chiuse al ginocchio, le calze turchine attillate in guisa da

lasciare scorgere due polpacci assai sodi e massicci, le scarpe con

fibbie d'ottone, e in testa un cappello di paglia a larghe falde, sotto

cui spuntavano alcune ciocche di capelli bianchi. Nella mano teneva

una bacchetta sottile destinata a spingere o a guidare la sua bestia;

ma poichè il docile animale non aveva bisogno nè di eccitamento nè di

freno, egli se ne serviva piuttosto per galanterìa, come i _dandies_

delle città si servono della loro mazza col pomo dorato. La Eloisa,

che sedeva al caffè, si levò d'un balzo, e, apertosi un passaggio

fra la gente, raggiunse la bestiuola ed il suo guardiano che parevano

entrambi conoscerla. Vidi ch'ella palpava il collo alla capretta, la

quale alla sua volta torceva il muso e cacciava fuori la lingua per

lambirle la mano, senza però che quest'incontro l'arrestasse punto sul

suo cammino. Era invece Eloisa che si era accompagnata alla piccola

comitiva. Procedettero tutti e tre in mezzo alla strada per alcun

tratto; indi, ormai oltrepassata la folla, si posero per uno dei due

sentieri laterali. La signora Agnese, infatuata a discorrere con due o

tre donne, non aveva posto mente al subito involarsi della figliuola;

il signor Antonio, dal canto suo, era occupato a tener desti il pretore

ed il farmacista, i quali ad ogni tratto lasciavano cadere la testa

pesante dal sonno. Mi prese vaghezza di seguir la simpatica fuggitiva,

e studiai il passo per avvicinarmele. E, invero, s'io non mi fossi

affrettato, l'avrei perduta di vista, chè, indi a poco, ella ed i suoi

compagni presero un viottolo chiuso fra due siepi. Fu colà appunto

ch'io la raggiunsi. Ella sentì che alcuno camminava dietro di lei,

e si voltò. Come mi scorse, si tinse di porpora e parve visibilmente

confusa. Il contadino e la capretta si fermarono anch'essi un istante,

e il vecchio si levò il cappello di testa.

— Eloisa, — io le chiesi, — ove vai? — (Potrei esserle padre, onde non

v'è nulla di sconveniente nella formula confidenziale del _tu_.)

Abbassò gli occhi a terra, ma non certo come fa chi deve confessare una

colpa. Indi balbettò con un forzato sorriso:

— Vado qui vicino, dalla Brigida.

— O chi è la Brigida? — soggiunsi, ponendomele a fianco e camminando

con lei.

— Una povera donna che sta lì. — E segnò col dito una capannuccia

nell'interno dei campi.

— Mi lasci venir teco?

— Venga, — disse; ma poi un po' dubbiosa: — Conosce la Brigida?

— Io, no; ma posso conoscerla ora.

— Poverina! è malata, — sospirò la fanciulla, e una lagrima le scorse

lenta lenta giù per la guancia.

Passammo sopra un tronco d'albero tagliato a mezzo e gettato a guisa

di ponticello attraverso un fosso, e la fronte malinconica di Eloisa

si spianò alquanto vedendo ch'io mostravo sì poco coraggio in quel

tragitto.

— Si fa così, — ella esclamò ridendo, e fu in due salti alla parte

opposta.

Appena lo squillo argentino dei sonagli giunse alla casupola, ch'era

la mèta del nostro pellegrinaggio, un bambino che giocherellava sulla

soglia ci corse incontro tutto ilare e frettoloso, mi guardò un po'

infastidito, ma senza mettersi in soggezione, si lasciò sollevare

per di sotto le ascelle dalla Eloisa, che gli stampò un bacio in

fronte, poi, svincolatosi, fece mille feste alla capretta. Poteva

avere cinque o sei anni al più, ed era, nella negligenza del vestito

e dell'acconciatura, bellissimo. Indossava pochi stracci che gli

lasciavano scoperta parte delle membra, camminava scalzo, e vispo così

che pareva avesse le ali. Anche i cenci acquistavano vaghezza sulla sua

personcina.

— E come sta la mamma, Gigi?

— Meglio, — egli rispose con quella beata spensieratezza della sua età,

nella quale si dice _meglio_, perchè non si può intendere _peggio_.

Eloisa scrollò il capo, e continuò:

— Ci fu il dottore a vederla?

— Sì, stamane. —

E il bimbo ricominciò a saltellare intorno alla capretta, finchè fummo

entro un piccolo campicello incolto, chiuso da canne, ove sorgeva la

capanna della Brigida. Un porcellino girava su e giù col muso a terra,

come persona inquieta. La porta era aperta, e la luce, omai scarsa, del

crepuscolo entrava per quella nell'unica stanza che serviva da camera

da letto, da cucina, e da tutto. Gli occhi discernevano a stento da una

parte un focolare, dall'altra qualche cosa che somigliava ad un letto.

Si fece udire una voce debole e velata.

— È lei, padroncina?

— Son io, Brigida, come va?

— Al solito, padroncina, al solito. —

E, com'io stavo sulla soglia, ed ella vide certo una figura sconosciuta

disegnarsi nel vano della porta, chiese faticosamente:

— C'è qualcuno con lei?

— Un amico del babbo.

— Oh Vergine Santa! — sclamò la Brigida — e nessuno gli dà una sedia, e

in questa camera, con questo disordine....

— Non vi affannate, buona donna, — dissi io avvicinandomi, — ho

accompagnato Eloisa; ma non voglio cerimonie.

— Ah! solo ch'io potessi alzarmi qualche ora al giorno, cercherei di

mettere un po' in assetto la stanza.... Mi fa una pena a veder tutto

sossopra.... Ma la padroncina lo sa.... non ho che l'Orsola, la quale

mi fa la carità di passar la notte meco perchè non resti sola. —

E qui fu assalita da una tosse cupa, profonda, che faceva male a

sentirla.

Il contadino intanto aveva condotto la capretta fin presso al letto,

e le aveva munto dalle poppe una gran tazza di latte, che Eloisa gli

prese di mano e volle dare ella stessa all'inferma, non senza aver

prima acceso un lumicino posto sopra una scansìa che sovrastava al

letto.

— Dio buono, — bisbigliò la Brigida, — vuol disturbarsi lei? —

E, ansando, si pose a sedere reggendosi sopra uno dei gomiti, mentre

con la mano che aveva libera, aiutata dalla Eloisa, portava il

bicchiere alla bocca.

Povera donna! Com'era scarna, com'erano affilate quelle sue dita, e

che rossore di cattivo augurio sulle sue guance! Del resto era giovane

e forse non sarà stata brutta; ma ormai su quel giaciglio, con quei

capelli scomposti, con quelle pupille già vitree, con quel breve

respiro, non destava che un senso d'infinita pietà.

Ella beveva a sorsi, affannosamente, e, ad ogni sorso, se Eloisa

non l'avesse sostenuta, avrebbe certo lasciato cadere la testa sul

guanciale, tanto le si vedeva dipinta la stanchezza sul viso. La

capretta era lì immobile davanti al letto, col muso all'insù, cogli

occhi fisi nella malata, da far parere ch'ella medesima ne avesse

compassione. Gigi, sollevando una delle sue gambine, si provava a

mettersi a cavallo della buona bestia, che lasciava fare; ma Giuseppe

(era il nome del contadino):

— Bada — gridò — che tu non me la schiacci, — e lo fece smettere.

Racconti e bozzetti · 第 55 / 60 题