E così dicendo lasciò cadere la testa come un limone

Troppo grave al picciuol che lo sostiene,

e incrociò le braccia sulle ginocchia in atteggiamento di vittima.

I coniugi Meravigli parvero dolorosamente colpiti da questo lugubre

pronostico e mi guardarono quasi chiedessero conforto a me.

— Però — io osservai alla povera Saffo — la solitudine è propizia agli

studî, ed ella, che ama la poesia, può attendere al culto delle Muse

meglio qui che tra i clamori di una gran città.

— È quello che mi scriveva ier l'altro anche.... (e nominò un letterato

italiano di qualche grido) — ma questa non è la solitudine. Oh così pur

fosse! Qui mi sembra di essere a Recanati come il gran Leopardi che vi

logorò la sua anima. —

Povero Leopardi, io pensai, che similitudine lusinghiera per te!

— Veda, — interpose il signor Meravigli, — io potrei anche adattarmi

a mutar paese; ma oltre che difficilmente troverei un luogo ove fossi

così ben voluto da tutti, autorità e cittadini, come son qui, gli è che

non so dove andare. I miei poderi gli ho in questi dintorni, gli altri

due miei figliuoli che, pur troppo! non hanno il talento di Romilda, si

compiacciono in questa vita mezza di campagna e mezza di città....

— Via, via, smettiamo; — disse Romilda con un sorriso smorto e con

l'aria di persona che è sempre avvezza a sacrificarsi per gli altri.

— E lei, signor Garleni, coltiva pure le lettere? E, se è lecito, si

occupa di poesia lirica, didascalica, o epica? —

Mi affrettai a rispondere ch'io non ero altrimenti un vate, ma solo

scribacchiavo di tratto in tratto qualche bagattella, e per lo più in

prosa.

— Ah! la prosa, lo confesso, mi pare non basti alle anime di fuoco. Le

mie _cosuccie_ io le ho sempre scritte in versi.

— E gli farai sentire qualcheduno de' tuoi lavori al signor cavaliere,

non è vero, Romilda? Son certo ch'egli ne avrà piacere. —

Messo così fra l'uscio e il muro, sfido io a risponder di no. I

paladini della sincerità ad ogni costo mi fanno una rabbia da non

dirsi. Se a questo mondo si dovesse spiattellare tutto quello che si

pensa, io credo che non vi sarebbe cittadino, il quale potesse passar

ventiquattr'ore senza essere picchiato. Non nacqui con la voluttà

del martirio e debbo umilmente riconoscermi reo di alcune piccole

transazioni. Non mai a fine inonesto, lo giuro; non mai una lusinga

mi fruttò onori o ricchezze. Detto ciò a scarico di coscienza, tiro

innanzi.

— Il signor Meravigli si è bene apposto, — io risposi, mettendo insieme

una frase cruschevole per essere all'altezza della situazione. — Se la

signora Romilda volesse aver la bontà.... —

La signora Agnese dopo i primi complimenti era rimasta muta come

un pesce. In quel momento però ella stimò opportuno di rompere il

ghiaccio. Avvicinò la sedia a quella della Romilda, e, passandole un

fazzoletto sulla fronte, uscì in queste parole:

— Mi sembra che tu _sei_....

— _Sia_, — disse Romilda.

— Che tu sia un po' sudata, — continuò la signora Agnese senza

scomporsi. — Sarebbe forse meglio che _ti_ leggessi più tardi....

— _Tu_, — proruppe la giovinetta con mal celata impazienza.

— Per esempio, dopo pranzo.

— Sì, sì, — esclamò il signor Meravigli, — è verissimo; adesso fa

troppo caldo. Dopo pranzo ci sarà anche qualchedun altro.

— Fate voi, — disse Romilda. — Del resto son _cosine_, sa. Fu troppo

buono il.... (e pronunziò il nome d'un altro letterato), il quale me

ne scrisse quasi entusiasticamente. Anzi credo d'aver la lettera nel

taschino del vestito. —

Com'era naturale, l'aveva e me la porse.

Era un panegirico.

— Vedo ch'ella ha il suffragio di critici distintissimi....

— Oh! non mi gonfio per questo. So di far male e desidero la censura.

Nessuno è più tollerante di me verso la critica. Non mancarono

i biasimi alle mie poesie. Chi le trovava oscure, chi esagerate,

chi una cosa e chi l'altra. _Poveracci!_ Come s'io non avessi uno

stile perspicuo, e non mi studiassi soprattutto di esser naturale.

Dicano pure quello che vogliono, ma ch'io non sia chiara, ch'io sia

esagerata!... —

Così la signora Romilda Meravigli dava prove luminose della sua

tolleranza.

Il dialogo andava languendo. O la dotta giovane si era disingannata sul

mio conto, o ella era occupata nella gestazione di qualche capolavoro.

La madre di lei colse l'opportunità per uscire del suo silenzio e dirmi

a bassa voce, in un linguaggio che avrebbe lasciato largo campo alle

osservazioni della figliuola, quanto ella fosse superba di Romilda, e

quanto dissimile da quel portento fosse l'altra sua prole.

— Non a tutti è concesso essere uguali, — diss'io filosoficamente.

— È quello ch'io ripeto sempre a Romilda. —

Non potendo dimenticare lo scopo della mia gita a X***, mi permisi di

rinfrescarne la memoria al padrone di casa.

Egli si drizzò tutto d'un pezzo come quei fantocci, sotto cui si fa

scattare una molla, e mi disse:

— A sua disposizione, signor cavaliere. Basta prendere il cappello ed

andarsene. —

Com'io mi alzavo in piedi, Romilda si scosse, arrovesciò alquanto il

capo sulla spalliera della seggiola e mi porse languidamente la destra

con un fare sentimentale. — A rivederci, signor Garleni. —

La signora Meravigli venne ad aprirmi l'uscio, si lasciò stringer la

mano con la stessa annegazione di prima e mi disse elegantemente: — _Si

conservi._ —

Mutar noia è, fra le disgrazie, una delle minori, e quando io uscii di

quella stanza mi parve di respirare. Il cortile era deserto, e solo una

gallina passeggiava su e giù con grande prosopopea, sostando di tratto

in tratto come a far le sue riflessioni, poi scrollando vivamente il

capo e tirando innanzi. Forse ella pensava alle compagne che, poco

addietro, applicavano seco il metodo peripatetico, ed ora bollivano

nella pentola in mio onore.

Il pretore era un uomo molto loquace, il quale mi porse tutte le

informazioni che mi occorrevano; ma mi fece perdere in ciarle tre

quarti d'ora, abbenchè io ad ogni pausa tentassi d'andarmene. Perchè

il degno funzionario aveva tra gli altri meriti quello di tener le

mani sul vestito dei suoi interlocutori, sia levandone qualche filo

bianco che vi si trovasse per avventura, sia afferrandoli per la

falda acciocchè non partissero. Ogni volta ch'io accennavo a fare un

movimento sulla seggiola, egli prendeva un lembo del mio soprabito,

ond'io dovevo acconciarmi all'immobilità per non mettere a repentaglio

una parte così importante dei miei indumenti.

Mentre l'egregio funzionario parlava, il signor Meravigli ascoltava con

aria di soddisfazione, e non già per riverenza ch'egli avesse di quel

personaggio, ma sibbene perchè quel personaggio cantava le lodi di lui

su tutti i tuoni. Ed io appresi in questo modo che il signor Meravigli

era comandante della Guardia Nazionale, e ch'era stato sindaco e tale

avrebbe potuto essere ancora, solo che lo avesse voluto, ma era troppo

modesto.

— Gran virtù la modestia, — soggiunse il pretore; — ma in uomini come

il signor Meravigli la modestia è un peccato. —

Il signor Meravigli strinse con effusione la mano del suo panegirista.

— Del resto — disse il signor pretore, socchiudendo gli occhi con

maliziosa importanza — del resto le cose municipali qui non vanno bene.

Bisognerebbe che tutti fossero come il nostro signor Antonio. —

Racconti e bozzetti · 第 54 / 60 题