E la madre dal suo letto ammoniva: — Gigi, Gigi, sii tranquillo.... —

Indi rompeva in uno scoppio di pianto. — Povera creatura! povera

creatura!...

— Via, Brigida, fàtti animo, — disse amorevolmente Eloisa.

Ma l'altra non tralasciava di piangere e soggiungea singhiozzando:

— O.... se non fosse per lui.... me ne importerebbe assai a me di

morire!... Già.... per quello che ho goduto quaggiù.... che altro

posso desiderare che un po' di pace?... Ma è lui.... è lui.... povero

bambino.... lui.... che resta solo nel mondo.

— Domani lo volete il latte, Brigida? — chiese Giuseppe, appena la si

fu un po' calmata.

— Domani! — ella rispose — oh! no.

— E perchè? — domandò Eloisa.

— Ah! padroncina.... — e le mormorò qualche cosa all'orecchio.

Credetti indovinare, e chiamai la fanciulla.

— Eloisa, — le dissi, porgendole una moneta d'oro, — per tutto quello

che avete di più caro al mondo, fategliela accettare, e che quella

povera donna abbia almeno il refrigerio della sua solita tazza di

latte. —

Si fece raggiante in viso, e (non esagero) parve che volesse saltarmi

al collo, ma si ricompose, e posta una mano sulla spalla di Giuseppe:

— Va, va pure.... ma torna domani, sai?... Sì, Brigida.... L'amico del

babbo ha accomodato tutto.... —

E, fattale luccicare davanti la moneta, la ravvolse accuratamente in

una cartolina e gliela pose sotto il guanciale, ch'era il luogo più

sicuro ov'ella potesse tenerla, mentre la malata si profondeva in

ringraziamenti, che è superfluo ripetere.

— Oh! signore, — soggiunse la poveretta, — se sapesse che cosa io debbo

a quest'angelo qui... — E additava la Eloisa.... — E Dio mi darà la

grazia che quand'io abbia raggiunto il mio uomo, ch'è in Paradiso da

due anni, la pensi lei a far sì che il mio Gigi non abbia da morire di

fame, nè diventi, chè sarebbe ancor peggio, un ragazzo scostumato....

— Ma, Brigida, — interruppe Eloisa, — perchè disperare?

— E vuol ch'io speri ancora dopo tre mesi che ho la febbre ogni giorno,

e son ridotta a segno di non potermi quasi più muover nemmeno nel

letto? Ho sperato, sa? ho sperato un pezzo, e quando mi dicevano che

la primavera mi avrebbe ristorato le forze, l'ho creduto, e quando mi

dicevano che il sole mi avrebbe corretto il sangue, sono stata con

le mie prime febbriciattole addosso, seduta lì sulla porta, col mio

lavoro in mano e con questa benedetta creatura vicino, che avrebbe

voluto ch'io giocassi e corressi con lui per i campi.... E mi ricordavo

di que' bei tempi, in cui accompagnavo lei a spasso, e avevo anch'io

l'ali ai piedi per seguirla, e non c'era dubbio di stancarsi, o tutt'al

più, se la si stancava lei, io me la prendevo bravamente sulle spalle

e la riconducevo a casa come un fagotto.... Già ci sgridavano talvolta

tutte e due; ma in fin dei conti non si era fatto nulla di male, e

si pigliavano le lavate di capo senza troppo scomporsi.... Ma! così

tornassero quegli anni!.... —

E qui, non potendone più, si coperse il viso col lenzuolo, e pianse

nascostamente.

Il bimbo, che fino a quel punto non aveva posto mente alle lagrime

materne e pareva dimentico della tragedia che gli si svolgeva

dinanzi, colpito da non saprei quale divinazione, allorchè vide la

sua genitrice cacciare il capo sotto la coltre, e starsene lì quieta,

tutta celata allo sguardo, ci fissò gli occhi in volto con una dolorosa

inquietudine, poi si slanciò sulla sponda del letto e si mise a

strillare disperatamente:

— Mamma! mamma! —

E quand'ella a quelle grida tirò fuori la testa, egli le gettò le

braccia al collo, piangendo a calde lagrime e un po' guardando lei,

un po' guardando dalla nostra parte con una cotale espressione mista

di dolor disperato e di sfida, quasi ci volesse dire: — Oh! chi potrà

portarmela via? —

L'inferma, alla sua volta, con una forza, di cui la non si sarebbe

detta capace, s'era voltata sul fianco e ravvolgeva le mani nei bruni

e ricciuti capelli del suo bambino, divorandolo cogli occhi e tenendosi

immobile, con le labbra serrate, con atteggiamento di statua, se non le

fosse apparsa la vita nell'ansare del petto e nel fuoco delle pupille.

Li quietammo entrambi, la Brigida con buone parole, il bambino col

promettergli un vestitino nuovo che Eloisa stava lavorando di nascosto

per lui, e col fargli veder sua madre che, poveretta! s'era forzata

a sorridere. E così, perchè omai s'era fatto buio, uscimmo di là

coll'anima straziata da quella scena. A pochi passi ci scontrammo con

una vecchierella (era l'Orsola) che veniva, secondo il costume, a tener

compagnia alla malata.

— Andate, andate, Orsola, chè la v'aspetta, — disse Eloisa.

— Oh! signorina, è lei? — rispose l'altra. — Vado, vado; ma ho paura

che ci sia più bisogno di prete che di altro.... Mi si strappa il cuore

pensando al povero Gigi.... Basta; il Signore provvederà.... —

E si allontanò.

Già tremolavano le prime stelle nel firmamento, le lucciolette

cominciavano a scintillare lungo le siepi e l'aria era piena dei suoni

e delle fragranze, di cui è dispensiera la notte.

— E ti sgrideranno, Eloisa, perchè hai fatto così tardi?

— Forse, — fu la sua risposta.

E senz'aggiunger parola si mise a studiare il passo, camminando a testa

china, come assorta ne' suoi pensieri.

Eravamo già entrati nel viale e si vedeva benissimo il caffè coi lumi

accesi, tuttavia gremito di gente.

— Senti, Eloisa, — io le dissi, — se accadrà sventura alla povera

Brigida, trova modo di farmelo sapere, e vedrò di aiutarti circa al

bambino.

— Dice davvero? — sclamò la fanciulla, levando verso di me i suoi begli

occhi, entro i quali brillavano due lagrimette.

— E puoi credere ch'io scherzi su questa cosa?

— Ma allora — proruppe ella con una cara ingenuità — è stata una gran

bella combinazione la nostra visita, e seppur mi sgrideranno ci vorrà

pazienza.

— Oh, eccoli qui! — gridò il signor Meravigli, che s'era mosso dal

caffè appena ci aveva visti da lungi. — Ma, caro cavaliere, dove s'è

lasciato condurre da questa bimba senza giudizio? Mi figuro già che

sarai andata dalla tua Brigida, quella smorfiosa, che per un fil di

febbre si è incaponita di dover morire....

— Oh, babbo! la sta proprio male!...

— Male! male! La si era avvezza a far la signora in casa nostra, ecco

il guaio. Ma, in verità, tu non avevi miglior trattenimento da offrire

al signor cavaliere? E io che contavo presentarlo a tutte queste

signore, che sarebbero andate a gara di fare la sua conoscenza.

— Eloisa! Eloisa! — chiamò alla sua volta la signora Agnese. — Brava!

bravissima! Non lo sapevi che a quest'ora devi leggere il _sfoglio_ a

Romilda? Non hai proprio cuore. Tua sorella è sola, e tu vai a zonzo.

Ah! io non sarei indulgente come tuo padre. —

Stimo inutile dilungarmi a riferire la mia eloquente perorazione in

favore dell'imputata, a cui si accordò grazia mercè mia, non senza

dichiarare che nel perdonar con tanta facilità c'era un po' di mancanza

di riguardi verso Romilda.

Ma, grazie al cielo, l'ora della corsa era prossima e io dovevo prender

congedo dai miei ospiti. L'ufficioso Meravigli dichiarò naturalmente

che mi avrebbe accompagnato alla stazione, ove aveva già fatto portare

dal servo il mio meschino bagaglio. Quanto alla signora Agnese, ella

doveva tornarsene a casa con Eloisa e Toniotto, il quale era entrato

nel caffè con grande sgomento dei camerieri; ma, contro al solito,

invece di fare insolenze s'era disteso sopra un sofà di paglia e

dormiva di profondissimo sonno.

— Al _bene_ di rivederla — mi disse la signora Agnese, porgendomi la

mano col solito garbo — e grazie _del vantaggio della sua conoscenza_.

— Ehi, Storni, — urlò il signor Meravigli, scuotendo il povero

farmacista addormentato, nel modo in cui si scuoterebbe un mulo, — non

vedete che il cavaliere parte? non venite alla stazione? —

Il degno uomo sbadigliò un lunghissimo _Ah_ e stirò ambe le braccia.

— I miei rispetti, signor cavaliere, — borbottò quindi con voce

mal sicura, e guardandosi intorno con occhi imbambolati, — i miei

rispetti.... Ah! se ne va?... Buon viaggio e felice ritorno.... Già

chi vive s'incontra.... Alla stazione.... se ci verrei.... altro! ma

bisogna che vada al _Coniglio...._ Oh! oh! oh! — E in tre colpi con

grande sforzo fu in piedi, e se ne andò traballando e ripetendo: —

Felicissima notte. —

Il dottor Trigli e il pretore avevano dovuto allontanarsi. Il signor

Osteolo col suo _aplomb_ consueto volle anch'egli essermi a fianco fin

ch'io partissi.

— Le manderò, se non le dispiace, alcune idee, che ho gettato in

carta alla buona, sopra le riforme delle dogane. Sono i miei studî

prediletti.... Quando posso staccarmi un po' dagli affari, è per me

una distrazione l'occuparmi di cose economiche. Eh! se non ci fosse

di mezzo l'interesse del paese, stralcerei la mia casa, e, secondo

le mie deboli forze, vedrei anch'io di aggiungere la mia pietruzza

all'edifizio, a cui loro scienziati lavorano.... Ma il decoro del

commercio è per me una gran cosa; non so che dire, son fatto così.

— In coscienza, cavaliere, non le pare che l'uomo, il quale sposerà la

mia Romilda, potrà chiamarsi felice? — mi disse con tuono indagatore il

signor Meravigli.

— Beato, — io risposi, tanto per finirla con una parola breve.

— L'essenziale starà nel trovare la persona adatta. Sarà difficile....

— Difficilissimo, — ripetei macchinalmente.

— Perchè, veda, — continuò l'altro, passando il suo braccio sotto il

mio e gestendo con la mano che gli restava disponibile: — in primo

luogo ci vuole una persona istrutta, assai istrutta, istruttissima; ciò

è fuor di questione. Come potrebbe vivere la Romilda con uno zotico,

con un ignorante? In secondo luogo è necessaria una persona agiata.

La mia figliuola, con quel talento che ha, deve forse far da cucina e

attendere alle bisogne casalinghe? Nemmeno per idea. In quanto all'età

sarei meno esigente.... Romilda non ha simpatia pei giovinotti di primo

pelo. È vero ch'ella ha diciannove anni soltanto, ma anche se il marito

ne avesse sedici o diciassette più di lei....

— Ah! è troppo, — interruppi.

— Non è troppo, mi creda, quando la persona sia ben conservata.... —

E, nel pronunziare queste parole, il signor Meravigli mi guardava con

quell'atto amorevole, con cui una buona massaia guarda un bel tacchino

posto in mostra dal pollaiuolo.

Che idea!... Siamo alla stazione, sento un campanello, mi svincolo in

gran fretta dal braccio del mio compagno che mi grida dietro non so che

cosa, e mi slancio allo sportello del bigliettinaio.

— Un biglietto per ***.

— Lo vuole per questo treno? Se aspetta un quarto d'ora c'è il

_diretto_.

— No, devo partire con questo.

— Badi che l'altro arriva prima a ***.

— Non importa, vi dico, voglio partire subito. —

L'impiegato mi dà il biglietto borbottando: — Uhm! per poche

lire! —

Non mi curo dell'insinuazione, lietissimo di potermela finalmente

svignare.

— Ma, caro cavaliere, — gridano in coro i signori Meravigli ed Osteolo

che mi avevano raggiunto, — c'è un equivoco. Questo che parte non è il

treno _diretto_, ma il treno _omnibus_.

— Lo so, — risposi, — ma mi piacciono i treni _omnibus_.

— Oh diavolo! — osservarono con qualche sorpresa i due signori.

— Mi duole — rispose il signor Meravigli — perchè avrei voluto

terminarle il mio discorso. —

Intanto s'intese la parola sacramentale _Partenza_.

— Duole anche a me, — dissi in fretta, porgendo la guancia ai baci del

signor Meravigli e del signor Osteolo; — ma ci rivedremo senza dubbio.

— Bravo; questo è parlar bene.... Solamente desidererei sapere una

cosa. Che pensa ella in massima del matrimonio?

— Ah! — risposi accomiatandomi — applico a mio modo un noto proverbio

arabo e dico: Il matrimonio è di argento, e il celibato d'oro.

— Eppure io la convincerei.... —

Non intesi altro, perchè ero già salito in un vagone.

— Signor cavaliere! signor cavaliere! — gridò una voce di fuori,

quand'io avevo già preso il mio posto fra un ecclesiastico e una donna

di colossali dimensioni.

Chiesi licenza e mi affacciai alla finestra. Era il capo stazione che

aveva riacquistata la padronanza di sè medesimo, e non parlava più in

francese.

— Mi permetta in primo luogo ch'io la saluti, — egli disse, — poi che

le consegni il suo sacco da viaggio e il suo ombrello ch'ella aveva

dimenticato, e lasci per ultimo ch'io le dia da parte del professore

Romoli questo piego. Buon viaggio, perchè il convoglio si muove. —

Sul piego c'era incollato un biglietto di visita con la seguente

leggenda: «_Il professore Augusto Romoli_ si permette di accompagnare

al signor cavaliere Fausto Guarleni cinquanta esemplari del suo

discorso _Sulla rinnovazione intellettuale in Italia_, pregandolo di

volerli dispensare alle persone che crederà più opportune. Con molte

scuse e ringraziamenti.»

Seccatore! Sedetti di nuovo, e presi sonno. E, dormendo, la mia

fantasia mi ricondusse al tugurio di Brigida, al suo bambino, e alla

buona Eloisa.

Sono ormai scorsi quattro mesi, e confesso ch'io m'ero quasi

dimenticato di questa mia gita. Ma iersera mi capitò una letterina

col bollo di X***. Era scritta con molta concisione e con bella

calligrafia, e suonava così:

_Pregiatissimo signor Fausto. — La povera Brigida ha languito

per altri quattro mesi ed è morta questa mattina. Il bambino

non ha nessuno. Io farò quello che potrò. Si ricordi della sua

promessa._

_La sua affez._

ELOISA MERAVIGLI.

Non ho presa alcuna deliberazione; ma non fallirò certo alla mia

promessa.

Eloisa non mi parla nè della illustre Romilda, nè della signora Agnese,

nè del signor Antonio, cognato di mia cognata. Segno che stanno tutti

benissimo. Chi vuole andarli a vedere prenda un biglietto di strada

ferrata per X***. Io non ho intenzione di tornarvi per ora.

_1871._

Racconti e bozzetti · 第 56 / 60 题