— È arrivato nessun telegramma all'indirizzo _Fausto Garleni_? —
chiesi, entrando nell'ufficio del capo stazione.
(Qui l'autore apre una parentesi per avvertire che chi parla qui
in prima persona non è lui, ma un suo amico che gli raccontò questa
storia.)
Il capo stazione discorreva con un signore tra i quaranta e i
cinquanta, vestito da provinciale, ma non senza pretensione, che
appena mi vide entrare si ritirò in disparte con un umile inchino come
di chi vuol propiziarsi. Allorchè io pronunziai il mio nome, questo
signore fece un gesto di piacevole sorpresa; pur non gli diedi retta,
aspettando la risposta del funzionario da me interrogato. Questi,
grosso, corto, con gran fedine nere, diede un'occhiata sul tavolino,
chiamò l'impiegato del telegrafo, e mi domandò:
— Il dispaccio doveva proprio essere fermo in stazione?
— Certamente.
— Allora non v'è nulla.
— Ebbene, — diss'io, — pazienza. —
E feci atto di andarmene, riprendendo l'ombrello e il microscopico
sacco da viaggio che aveva deposto in un angolo. Io non mancavo da casa
mia che da pochi giorni, e dovevo ritornarvi appunto colla corsa della
notte. Ma per una certa faccenda, che non ha nessuna importanza, avevo
lasciato l'ordine che mi telegrafassero a X***, se per avventura m'era
necessario di prolungar la mia assenza.
— Se capita, — soggiunse il capo stazione, — dove devo farglielo
avere? —
Ah! non ci avevo pensato. E, in verità, essendo la prima volta ch'io
mi recavo nella piccola X***, e non conoscendovi alcuno, ero proprio
imbarazzato. Ma il signore, che parlava prima col capo stazione, volle
togliermi d'impiccio e movendomi incontro:
— Mi perdoni, — disse: — ella è proprio il signor cavaliere Fausto
Garleni?
— A' suoi comandi. — (Che cosa volete? Sono cavaliere senza mia colpa.
Fui nominato su proposta del Ministro dell'istruzione pubblica per
aver sanificato alcuni terreni paludosi e presentato delle magnifiche
barbabietole a un'Esposizione di orticultura.)
— Ma quando lei è il signor Fausto Garleni, — continuò l'incognito
con voce più insinuante, — io sono Antonio Meravigli,... vale a dire,
scusi, perchè capisco che non è spiegarsi bene,... vale a dire ch'io
sono un po' suo parente. —
Invero questo nome di Meravigli non m'era nuovo, ma io non rammentavo
più nè come nè quando avessi udito farne menzione.
— Vedo ch'ella non si raccapezza, — egli ripigliò imperturbato, — e
mi spiego. Io sono cognato di sua cognata. Mia moglie è sorella della
signora Angela che ha sposato il suo signor fratello, avvocato nella
Pretura di ***.
— Ah! ora capisco, — risposi. — Senza dubbio ebbi occasione di sentir
parlare di lei; ma sono così smemorato!
— Ed è un pezzo che non vede il suo signor fratello?
— Parecchi mesi. Siamo entrambi pieni di faccende.
— A ogni modo — disse il signor Meravigli con un accrescimento di
officiosità, e strappandomi a forza di mano il sacco da viaggio — a
ogni modo, ella mi permetterà di congratularmi di questo lieto caso che
mi fa fare la conoscenza di una persona così distinta, e lascerà ch'io
mi metta a sua disposizione piena ed intera in quanto possa occorrerle
in questo paese. Intanto, se viene il dispaccio, si porterà a casa mia.
Grazie al cielo, — soggiunse poi pavoneggiandosi un poco, — mi è lecito
dire che sono qui ben visto da tutti, autorità e cittadini. Non è vero,
Roberti? — E si rivolse al capo stazione.
— Verissimo, — riprese l'altro, ch'era conciso quanto il signor
Meravigli era prolisso.
— Senta, signor Meravigli, — dissi io un po' sconcertato da quell'onda
d'offerte e desideroso solo di liberarmi da siffatto eccesso di
cortesia: — ella può credere s'io sia lieto di aver fatta la sua
conoscenza (non ero punto, ma son cose che si dicono); però lo scopo,
pel quale io mi trovo qui, è assai semplice e non permetterò certo
ch'ella si scomodi per cagion mia. Ove mi occorra davvero, non dubiti
ch'io farò conto delle sue gentili profferte. —
E così dicendo mi chinai per riprendere il mio sacco, ch'era divenuto
il perno della battaglia.
— Ah! nemmeno per idea, nemmeno per idea; — interruppe il degnissimo
signor Meravigli, schermendosi con abilissima tattica. — Non sarà mai
detto che il fratello di mio cognato si trovi qui senza ch'io lo abbia
introdotto presso mia moglie e la mia Romilda. —
Misericordia! pensai fra me e me, questo è un colpo di fulmine. E con
molto poca galanterìa risposi: — Sarebbe un onore; ma, com'ella sa,
mi trovo qui per affari, e sarò occupato tutte le ore del mio breve
soggiorno.
— Ma come? Se mi disse testè che non si tratta che di una
bagattella.... Via, via, sia buono. E intanto mi conceda di offrirle la
mia carrozza per andare in città.... Ci sono quasi due miglia, e c'è un
sole che abbrucia e una polvere che sale fino al ginocchio. —
Così dicendo, il signor Meravigli mi prese per un braccio e, condottomi
ad una finestra che riusciva sulla strada, alzò un momento la tendina
verde che vi faceva riparo. Vista orribile! La strada si protendeva in
linea retta, bianca, senz'alberi, animata soltanto da qualche nugolo di
polvere sollevato dal vento. Un unico veicolo si trovava fermo dinanzi
alla stazione con un cocchiere mezzo addormentato, e un ronzino che
andava cacciandosi di dosso le mosche coi moti impazienti delle zampe e
del capo.
Quella era senza dubbio la carrozza del signor Meravigli.
L'_omnibus_ era partito subito dopo l'arrivo della corsa, e lo stesso
dicasi dei pochi _fiacres_ che si trovavano colà.
Era colpa mia. Quella disgraziata fermata in stazione mi aveva
rovinato, e oramai lo schermirsi era impossibile. Inoltre una
passeggiata di tre quarti d'ora sotto un sole di giugno mi dava non
poco sgomento.
Accettai quindi l'offerta della carrozza, sperando di levarmi
d'impiccio con una visitina a madama Meravigli e a quella Romilda,
ch'io non sapevo ancora chi fosse.
Il generale Moltke non sarà stato più superbo della riuscita de'
suoi concetti militari che non fosse il signor Meravigli della mia
sommissione.
— Sia lodato il cielo! — egli esclamò con volto raggiante, porgendomi
la mano che gli restava libera. — Può dirsi che nessun forestiere
di riguardo sia venuto a X***, senza mangiare una zuppa in casa
Meravigli e conoscere la mia Romilda, e non ci sarebbe voluto altro
che una persona, la quale mi è quasi parente, fosse passata di qui
inavvertita. —
La situazione si aggravava fuor di misura. Non era più una visita da
fare, ma una zuppa da mangiare; insomma un pranzo bell'e buono fra
gente sconosciuta e, secondo tutte le apparenze, ridicola in grado
superlativo.
Deliberai di tentare un ultimo sforzo in carrozza, sperando che
quand'io fossi seduto troverei quell'energia che mi mancava quand'ero
in piedi.
Intanto, ricambiato un saluto col capo stazione, al quale il signor
Meravigli bisbigliò qualche parola all'orecchio, mi avviai o piuttosto
mi lasciai condurre dal mio ospite verso il modesto veicolo che stava
ad attendermi. Il cocchiere dormiva profondamente, e il cavallo ne
aveva profittato per tirar la vettura verso il margine della via, dove
c'era un po' d'erba da rosicchiare.
Uno spintone al braccio ed una chiamata sonora di _Luigi! Luigi!_
scossero il sonnacchioso auriga. Egli aprì una bocca enorme ad un
enorme sbadiglio, si rizzò sulla cassetta della carrozza, mi guardò
con occhio di curiosità senza nemmeno toccarsi il berretto, e prese in
mano le redini che aveva abbandonate e che penzolavano sul dorso del
tranquillo quadrupede.
E così, dopo alcune delle frasi solite: _Passi Lei — Anzi Lei — Oh la
prego_, ec. ec., mi trovai proprio nella vettura del signor Antonio
Meravigli a fianco di questo degno cittadino.
Che debbo dire? Faceva caldo, io ero un po' stanco dal viaggio di
strada ferrata, e nell'assidermi sui guanciali della carrozza provai un
sentimento insolito di benessere. Riflettei meco stesso che nemmeno un
pranzo in casa Meravigli sarebbe stato il finimondo, e i miei propositi
di resistenza andarono via via indebolendosi. Tutt'al più avrei
combattuto per l'onore delle armi.
— Oh! che fortuna per me — disse il signor Meravigli, stropicciandosi
le mani per la contentezza — di poter condurre dinanzi a Romilda un
uomo come il signor cavaliere Fausto Garleni. —
E vedendo ch'io mostravo di non capir troppo chi fosse questa Romilda:
— Ah! scusi, — proseguì; — siccome siamo quasi parenti, mi pare
impossibile che non ci conosciamo un po' più. La Romilda, diamine! è
mia figliuola. —
E lo disse in modo da far vedere che se ne teneva grandemente.
— Un bel nome! — interposi, tanto per non restarmene mutolo.
— Ah! ecco, — soggiunse il signor Meravigli un po' imbarazzato. — Il
vero nome della mia figliuola non era questo. La si era battezzata per
Orsola (capisce quei riguardi che si hanno in famiglia; era il nome
della mia povera madre), ma la fanciulla, appena fu giunta all'età
di ragione, mostrò una grande antipatia per esser chiamata così, e
andava sempre gonfiandosi la bocca di certi nomi, belli se vuole,
ma disusati, come Ermengarda, Ildegonda, Elettra, Antigone e simili.
Finalmente s'incapriccì di questo di Romilda, e deliberammo secondarla.
Le assicuro io, una figliuola che non si trova l'uguale a cercarla
col lumicino. Già il suo forte è lo studio. Per le faccende di casa la
non ci ha gusto, ma scrive come un angelo.... In versi poi.... Tutte
le prime celebrità d'Italia ne sono estatiche.... Insomma ho un gran
piacere ch'ella la conosca.... —
La pazienza asinina, con cui io andavo acconciandomi alla mia sorte,
fu alquanto turbata da questo nuovo incidente. E in vero i mali mi
si accumulavano sul capo con la rapida progressione delle tragedie
greche. L'incontro del signor Meravigli era una noia, il demone della
ospitalità che lo possedeva era una grave molestia; ma l'accademia di
poesia estemporanea, che mi si presentava oramai allo spirito come una
cosa inevitabile, era una sciagura bella e buona. Mi dichiarai onorato
grandemente di far la conoscenza di sì maravigliosa donzella; ma tentai
di abbreviare il supplizio, dicendo al mio Anfitrione:
— Se non le dispiace, quando io avrò fatto il mio dovere con la sua
famiglia mi permetterò di prendere licenza per isbrigar la faccenda che
mi condusse in questo paese.
— Cioè.... prender licenza.... spieghiamoci. Son io che mi farò un
piacere di accompagnarla. Non faccio per vantarmi, ma conosciuto
favorevolmente come sono io presso tutti gli uffizî, credo che potrò
agevolarle di molto il suo incarico.... E, se non sono indiscreto, di
che cosa si tratta? —
Glielo dissi in breve con malinconica rassegnazione.
— Alla Pretura! — egli esclamò battendo le mani. — Ma allora, si
figuri, è presto fatto. Il pretore è amicissimo mio. — Guardò con
prosopopea il suo orologio ch'era attaccato ad una catena d'oro grossa
due dita, e soggiunse:
— Sono le dieci. Adesso il pretore non ci sarà all'ufficio. Andremo
verso l'una. —
In mezzo a queste chiacchiere eravamo entrati in città. Il signor
Meravigli dava prove evidenti della sua famigliarità coi proprî
concittadini, salutando ad ogni piè sospinto i passanti o quelli
che stavano ingannando l'ozio sulla soglia della bottega. In questo
ricambio di saluti, nei quali il signor Meravigli manteneva una certa
aria di protezione, io pure ricevevo per lo più delle dimostrazioni di
ossequio. A un punto ci arrestammo. Credetti giunto il momento funesto
di presentarmi alla poetessa di casa Meravigli, e intesi tutta la
gravità del mio stato. Polveroso, sudato, istupidito dal caldo e dalla
noia, io ero senza dubbio destinato a fare una ben misera figura. Mi
ravviai nondimeno i capelli, tastai il nodo della cravatta.... ma non
avevamo toccata ancora la mèta.
Da una farmacia all'insegna del _Coniglio_, situata sotto un porticato,
uscì frettoloso e dimenando i fianchi un uomo di mezza età, piccolo
di persona, con un berretto nero, sotto cui spuntavano alle tempie due
ciocche di capelli rossicci, e il signor Meravigli, rivoltosi a lui ed
a me, col suo più beato sorriso fece la seguente presentazione:
— Il nostro signor Angelo Storni, chimico e farmacista. Il distinto
cavaliere Fausto Garleni fratello di mio cognato, l'avvocato Alessandro
Garleni.... Capite, caro amico, — soggiunse quindi parlando al
farmacista, — che quando si ha la fortuna di avere in X*** una persona
di tanto merito non gli si risparmia una zuppa in casa Meravigli. Anzi,
a questo proposito — egli continuò offerendo una presa di tabacco al
signor Storni che era fermo allo sportello della carrozza, tenendo con
la mano sinistra il berretto sollevato alquanto sul capo e guardandomi
come una bestia rara — a questo proposito sapete bene che in siffatte
occasioni vi è sempre posto per voi alla mia tavola. Alle quattro e
mezzo in punto, secondo il solito. Avvertitene anche il dottore Trigli.
Ah! non mi ricordavo. Il cavaliere ha una faccenda da sbrigare alla
Pretura. Potete dirgli voi s'io sia amico del pretore.
— Eh! amicissimo, — rispose l'altro.
— Vede, signor Garleni, che a me non si sfugge. Sarei ingiusto verso il
mio paese se non mi compiacessi della benevolenza che tutti hanno per
me, certo senza mio merito....
— Oh, che dice mai?... Anzi meritissimamente, — proruppe il farmacista.
— Un caro uomo il nostro Storni, — riprese con aria di superiorità il
signor Meravigli; — ma un adulatore. Se lo lasci dire, un adulatore.
Si figuri ch'egli non sa darsi pace ch'io non sia stato fatto ancora
cavaliere.
— Sicuro — sclamò il signor Storni — sicuro che non so darmene pace. È
una ingiustizia, è una....
— Zitto, zitto, — interruppe il modesto signor Meravigli, mettendo
una mano sulla bocca all'oratore. — Non vi lasciate trasportare
dall'amicizia. —
E, ordinato al cocchiere che si movesse, salutò con un cenno della mano
il signor Storni e poi bisbigliò a mezza voce:
— Che originale! Io cavaliere! E con che meriti? — Non trovandomi
in grado di rispondere a tale inchiesta, abbassai il capo in atto
riflessivo.
Di lì a un paio di minuti eccoci a una casa bianca con le persiane
abbassate, che il signor Meravigli mi dice essere la sua. Entriamo per
un portone laterale e ci arrestiamo in una rimessa, ove un contadino
viene ad aprire lo sportello, e una fantesca rubiconda con le maniche
rimboccate si avanza verso il portone con diplomatica solennità.
Nascosto dietro un uscio un fanciullo in giubboncino corto fa delle
boccaccie e dei gesti poco rispettosi verso di me, ma il signor
Meravigli non se ne accorge.
Mentre il signor Meravigli dà in fretta alcuni ordini alla tarchiata
fantesca che sembra il capo di stato maggiore della casa, e sta ad
ascoltare le disposizioni del suo padrone con le braccia arrovesciate
sui fianchi, io mi scuoto la polvere del vestito, consegno il mio sacco
e il mio ombrello al contadino e mi preparo docile come un agnello a
subir la grave penitenza che mi è destinata.
Finalmente, con mille scuse pel piccolo ritardo, mi si invita a salire
un brevissimo ramo di scala che dal cortile mette al così detto pian
terreno dell'abitazione.
— Agnese! Romilda! Agnese! — gridò l'eccellente uomo, introducendomi
in un salottino e pregandomi di attendere, finchè egli fosse andato a
chiamare le sue signore.
La stanza non aveva nulla di particolare, nè io perderò il tempo a
descriverla. E poi queste descrizioni sono un esercizio di lingua che
noi non Toscani non facciamo mai impunemente, nemmeno tenendo aperto
dinanzi a noi il libricciuolo del Fanfani: _Una casa fiorentina da
vendere._
Rimasto solo, guardo le litografie appese alle pareti e sto per mettere
la mano sopra un _albo_ di ritratti, quando un fruscìo di vesti mi
annunzia l'approssimarsi delle Dee.
L'uscio si spalanca, il signor Meravigli precede affannoso, trafelato.
Seguono le due donne.
— Mia moglie, mia figlia, il cavaliere Garleni. —
La signora Agnese Meravigli indossa un vestito di mussolino color
pistacchio, porta un _fisciù_ nero al collo, e le maniche a sbuffi di
velo bianco che lasciano scorgere due braccia poco meritevoli di essere
effigiate in marmo dallo scalpello di Fidia. Ha circa quarant'anni,
è magra, appuntita, nè grande, nè piccola, di carnagione olivastra,
di capelli scuri, piuttosto radi, che cominciano a inargentarsi qua e
là. La sua fisionomia è volgarissima, il suo sorriso insulso, porge la
mano tutta d'un pezzo, obliquamente, nel modo che i barcaiuoli sogliono
immergere il remo nell'acqua, e appena data la ritira, con una certa
furia e come se volesse dire: — Via, anche questa è fatta. — Parla....
ah! è graziosissima, vorrebbe parlare la lingua e non sa, parlerebbe il
dialetto e non può.... sua figlia glielo impedisce....
Sì, senza dubbio, la divinità della casa è Romilda.
La musa, che non è ancora ventenne, veste un abito bianco, succinto,
accollato, con le maniche abbottonate ai polsi: ha capelli neri che le
scendono a ricci sulle spalle e sul collo, il naso piuttosto grande,
e occhi che non sarebbero brutti se non cercassero troppo sovente
di parere ispirati. È magra come ben si addice ad una che si ciba di
poesia, ha statura giusta, e cammina con una singolare affettazione
tenendo sollevato con la mano il lembo anteriore del vestito, e
appoggiando appena la punta del piede quasi sdegnasse ogni contatto con
la terra. Parla con lentezza, calcando le doppie e facendo grande abuso
di diminuitivi. Allorchè apre la bocca lei, i suoi genitori tacciono
e rimangono estatici. Se la signora Agnese intromette qualche frase
nel discorso, la dotta Romilda è sulle spine, e quando la genitrice
si lascia sfuggire una sconcordanza (lo che avviene sovente), la
giovinetta è piena di fremiti grammaticali, che talora si rivelano con
una correzione detta a fior di labbro, ma stizzosamente.
— Ed è la prima volta che viene in questo _paesuccio_? — chiese Romilda
con una intonazione patetica.
— La prima, — io risposi, — e mi pare molto allegro.
— Oh mio Dio! polvere e fango, un soggiorno impossibile.
— Tu sei molto severa pel tuo paese, — osservò timidamente il signor
Meravigli.
— Non favellarmene, o babbo, — proruppe ella con uno scontorcimento
che voleva essere grazioso; — a voi altri che non sapete alzarvi un
_pocolino_ più in su delle vostre _faccenduole_ può anche parere, ma
chi chiude in seno anima d'artista qui deve morir d'asfissia.... Già
prevedo che questa sarà la mia fine. —