IV.

Un'erudizione a buon mercato. — La proprietà e l'amore dei litigî

in Cadore. — I boschi. — L'oligarchia dei negozianti di legname.

— Loro spirito stazionario. — La _tariffa_ dei legnami. — I

_punti neri_ del commercio cadorino. — Progetti per arrestarne

la decadenza. — La pastorizia. — Necessità di diffonderla. —

Una dissertazione economica a proposito di un _beefsteak_. — Le

attitudini dei Cadorini. — Perorazione finale.

Comincio con facilissima erudizione. Il Cadore, come tutti sanno, è

situato nel Settentrione delle provincie venete, e forma parte del

Bellunese. Posto sulla pendice delle Alpi Rezie, è una delle cittadelle

naturali d'Italia. Dopo varie vicende, fece nel 1420 atto spontaneo

di dedizione alla Repubblica di San Marco, dalla quale ebbe in cambio

ampli privilegî ed una larghissima autonomia, che avvezzando il

popolo al governo della cosa pubblica ne acuì maggiormente la pronta

e sottile intelligenza. Può dirsi anzi che Venezia non esercitasse

sopra il Cadore che un semplice protettorato. Il paese si reggeva

con leggi proprie: la sua _Magnifica Comunità_, eletta per centurie a

suffragio di popolo, radunavasi in Parlamento ogni mese e costituiva

il potere legislativo, mentre il potere esecutivo era affidato a

quattro _Consoli_ e ad un _Vicario_, nominati dallo stesso _Consiglio_.

Rappresentava la Repubblica un _Capitano_ residente nel Castello di

Pieve, il quale assisteva bensì alle adunanze del _Consiglio_, ma

senza diritto di voto. Quest'ordine di cose durò fino al 1797. Indi

i Cadorini seguirono le alterne fortune di Venezia, alla quale li

stringe inalterabile affetto e dal cui risorgimento economico molto

s'aspettano. Il numero degli abitanti è ora di circa 40,000, ripartiti

in cinquanta villaggi, gente robusta di membra e di spirito, calda

di nobili sensi, immaginosa, faconda, ospitale; vero fenomeno per chi

conosce il gretto contado della pianura veneta. È raro il Cadorino che

non sappia leggere, e, cosa mirabile, il Comune di Pieve manteneva

scuole pubbliche fino dal 1300! Ed è pur difficile trovar quivi chi

non possieda un campicello e una casa, tanto vi è divisa la proprietà.

Ne derivano vantaggi e danni: citerò fra questi lo scarso progresso

dell'agricoltura e la smania de' litigî, che pare congenita nel

piccolo possesso e che qui s'alimenta dalla sottigliezza dialettica

della popolazione, la quale cita il Codice a memoria e ne discute

gli articoli; tantochè se il Racine fosse stato in Cadore, si direbbe

ch'egli vi avesse trovato i tipi dei suoi _Plaideurs_. A tante cause

non bastano i pochi avvocati, e un discreto numero di legulei va

ronzando intorno ai bisticciantisi, e soffia nel fuoco, e prolunga le

questioni fuor di misura.

La produzione agraria del Cadore supplisce appena al consumo di due o

tre mesi, onde non è concesso agli abitanti di vivere dei frutti del

possesso, e devono impiegarsi nei boschi o negli edificî di seghe.

I boschi fanno la vera ricchezza del Cadore e occupano una superficie

di pertiche censuarie 718,089:44.[4] Sono per la massima parte

proprietà dei Comuni o delle Chiese: alcuni sono di privati: uno

solo, quello di Somadida, appartiene all'Erario, per dono fattone

dalla Comunità cadorina alla Repubblica veneta nel 1463. I Comuni,

di triennio in triennio, aprono le aste per vendere i loro prodotti

boschivi, e negli anni addietro i negozianti che vi concorsero, vi

fecero immensi profitti, onde in mezzo al possesso frastagliato, alle

consuetudini democratiche del Cadore, si costituì un'oligarchia di

famiglie opulenti. Sennonchè le dovizie assai rapidamente accumulate

hanno seco gravi inconvenienti, quello fra gli altri grandissimo

di assopire le ardite iniziative, di non tener desto lo spirito ai

bisogni e alle mutazioni dei tempi. Questo è un rimprovero che, salvo

alcune eccezioni, può farsi ai ricchi negozianti del Cadore. Essi

non hanno inteso la legge di progresso che governa tutte le cose, e

videro in ogni innovazione un'insidia alla loro supremazìa. Citerò un

fatto. Per insinuazione di alcuni di loro venne, durante il dominio

austriaco, sospesa per qualche tempo la linea telegrafica di Tai,

la quale, rendendo di pubblica ragione giorno per giorno il listino

della Borsa di Vienna, li disturbava in certi loro affari di cambio.

Le così dette _tariffe_ dei legnami sono uno specchio fedele della

stazionarietà cinese di questa gente. Quali erano cinquant'anni fa,

tali sono adesso. La loro unità di valore è la lira austriaca, la loro

unità di misura è il _bollo_ e l'_oncia_, la loro lingua è il dialetto

veneziano, tantochè vi vedi scritto _Refudi_ invece di _Rifiuti_,

_Roversi_ in luogo di _Rovesci_. Le cifre sono immutabili; ma siccome

anche i legnami vanno soggetti alla legge dell'offerta e della domanda,

così le variazioni di prezzi si convertono in aumenti o ribassi dalla

tariffa. I legnami scelti che vanno per la Puglia subiscono un aumento,

che oltrepassò qualche anno fa il 22 per cento, ed oggi è dal 15 al 20:

la massa però va soggetta a un ribasso, che talvolta supera il 26 ed

il 30. Comunque sia, un forestiero che consulti la tariffa, principia

col non intendere l'idioma, in cui essa è scritta, e, quando se l'è

fatta spiegare, termina col saperne quanto prima, perchè gli manca

il dato regolatore dell'aumento e del ribasso. Così una _tariffa_ di

legnami, assurda nel suo titolo, perchè tariffa significa immobilità,

assurda nella sua lingua, nelle sue misure e nella sua moneta, che non

sono nè la lingua, nè le misure, nè la moneta italiana, esige almeno

altrettanti commenti, quanti ne voglia uno de' canti più astrusi della

_Divina Commedia_.

È naturale che con tanta grettezza e con tanti intralci un commercio

non possa a lungo prosperare, ed infatti il commercio cadorino è

seriamente minacciato. Su molti degli antichi mercati il legname del

Cadore trova la concorrenza formidabile di quello della Stiria, della

Carintia, del Tirolo, della Norvegia, e persino dell'America, e non

è che la robustezza della sua fibra, e un po' anche la tradizione,

che gli consentano di mantener con decoro la lotta. Qui pure la

strada ferrata ha prodotto una rivoluzione. I legnami della Carintia

e del Tirolo, appena recisi, vengono messi nella strada ferrata,

e non subiscono quindi nè la perforazione ai due capi, che produce

una perdita per ogni pezzo, nè i ritardi d'un viaggio fluviale, nè

i danni della troppo lunga immersione; a quelli della Norvegia e

dell'America giova il modico prezzo, a tutti il sistema più semplice di

contrattazione.

Credo sarebbe vana speranza quella di rimettere nell'antico suo fiore

il commercio dei legnami cadorini. Nel Levante, nelle Isole Jonie ed

altrove, esso godeva di una specie di monopolio, perchè le tradizioni

onnipotenti della Repubblica di San Marco ne incatenavano il commercio

alle antiche vie, e perchè i mezzi imperfetti di comunicazione

rendevano o difficile, o impossibile la concorrenza straniera. Ma è

opera gettata l'affannarsi sulle tracce dei monopolî perduti. Ormai

non si può impedire che Trieste, la quale, favorita per tanti anni dal

Governo austriaco, e, diciamolo pure, anche dalla maggiore operosità

de' suoi abitanti, sorse vigorosa a fronte della nostra Venezia,

continui ad approfittare della strada (_Südbahn_ e sue diramazioni)

che la congiunge alla Carintia e alla Stiria, ed a spargere co' suoi

vapori i legnami lungo le coste adriatiche e mediterranee; nè si può

arrestare la concorrenza dell'America, che, sbarazzandosi con la scure

il cammino verso l'Oceano Pacifico, slancia in Europa le reliquie delle

foreste che le facevano impaccio, e vince col basso prezzo gli ostacoli

delle distanze e dei noli. Il commercio dei legnami in Cadore ha tre

_punti neri_; il prezzo superiore a quello delle altre provenienze,

la lentezza del trasporto, la perforazione delle tavole. La prima

difficoltà è forse la meno ardua a superarsi, perchè i Comuni possono

ribassare il prezzo dei loro prodotti boschivi, e i negozianti devono

contentarsi di men lauti profitti in un tempo, nel quale ogni traffico

vede assottigliati i proprî utili, ed è legge inesorabile lavorar molto

per guadagnar poco. Più malagevole sarà l'accelerare il trasporto e il

lasciare intatte le tavole, perchè ad ottener ciò converrebbe poter

valersi della strada ferrata. Ora un tronco di strada ferrata che da

Conegliano per Vittorio si spingesse direttamente attraverso il Cadore

e andasse ad unirsi col ramo della Pusteria, divisato dall'Austria per

arrivar poscia alla linea del Brennero, sarebbe certo cosa immensamente

proficua, ma non conviene dimenticare gli ostacoli e il dispendio

d'una tale impresa, che dovrebbe far superare ai convogli pendenze

assai forti. Nondimeno varrebbe certamente la pena che gli uomini

dell'arte studiassero il problema, e vedessero se i vantaggi di questa

linea ferroviaria non ne compenserebbero in larga misura la spesa.

Un altro disegno, assai degno di menzione, è quello di fondare in

Venezia un grandioso edificio di seghe a vapore. Con un deposito sempre

compiutamente assortito, con un lavoro non interrotto, esso ovvierebbe

al gravissimo inconveniente del ritardo che soffrono ora le commissioni

date in Cadore pegl'intralci naturali della fluitazione, aumentati

talora o dai ghiacci, o dall'improvviso ingrossamento delle acque;

tantochè, mentre chi si provvede in Stiria, in Carintia, in Tirolo, sa,

per così dire, il giorno preciso, nel quale riceverà la sua merce, chi

l'aspetta da Perarolo o da Longarone deve acconciarsi a imprevedibili

indugî. Non fa mestieri di spender molte parole per dimostrare che un

opificio di questo genere produrrebbe una rivoluzione nel commercio del

Cadore. L'esattezza e la celerità del lavoro, il risparmio della mano

d'opera dovuto all'azione dei grandi motori meccanici, basterebbero

di per sè soli a dar la prevalenza al nuovo opificio in confronto di

quelli ch'esistono lungo la Piave: vi si aggiungerebbero però altri

vantaggi di non minore importanza. Sparirebbe la perforazione, perchè

il legname, anche arrivando ugualmente per via fluviale, sarebbe

affidato alla corrente in tronchi anzichè in tavole, e i singoli

pezzi potrebbero quindi venir commessi insieme in modo diverso:

si conserverebbe la bianchezza apprezzata su molti mercati, e, per

ultimo, sarebbe evitato il deperimento che la tavola subisce per la

fluitazione sino a Venezia. Ma, d'altro canto, non v'ha dubbio che

interessi particolari verrebbero offesi, e il capitale fisso investito

negli edificî di seghe soffrirebbe un subitaneo deprezzamento. Quanto

ai lavoranti, essi potrebbero o trasferirsi in Venezia, ove il nuovo

opificio offrirebbe loro più larghe mercedi, o attendere ai depositi

di legname, che rimarrebbero in Cadore. Comunque sia, ammettendo pure

la possibilità d'una crisi passeggiera, non sarebbe da combattersi a

questo titolo un'utile iniziativa; solo converrebbe provvedere a quei

modi che rendessero meno penosa la transizione.

A tal uopo nulla sarebbe più opportuno che il vivificare le altre

fonti di ricchezza del Cadore. Chi percorre questa regione alpina,

ammira, negl'intervalli lasciati dai boschi, la bella e ricca verdura

stendentesi talvolta sino alle estreme giogaie dei monti elevati, e

non sa intendere come non abbia ad esservi in fiore la pastorizia, e

come il paese non sia la cascina del Veneto. La Scozia e la Svizzera

s'affacciano spontanee al pensiero del viaggiatore; la Scozia e la

Svizzera, che hanno col Cadore tanta analogia di paese e sono entrambe

sì rinomate pei loro pascoli e per la bontà delle carni, del latte,

dei burri e dei formaggi che producono. Il Cadore non può, certo,

aspirare a gareggiar con esse da questo lato, perchè sarebbe follìa

che esso atterrasse i boschi per coltivare a prato i terreni; ma forse

gli converrebbe sfruttar meglio i pascoli esistenti, importando nuovo

bestiame, e soprattutto fornendosi delle razze migliori che gli mancano

affatto. La pastorizia, la quale rappresenta uno dei primi passi della

giovane umanità, è tornata in singolare onore presso i popoli più

innanzi nell'incivilimento, dappoichè gli scienziati hanno scoperto

che le nazioni sono tanto più potenti, quanto maggiore è la quantità

di _beefsteaks_ che consumano. E siccome è impossibile esigere che il

cittadino mangi _beefsteak_ solo per patriottismo, conviene che gli

si ammanniscano carni abbastanza saporite da mettere d'accordo il suo

palato con la sua coscienza. Queste ed altre considerazioni io faceva

meco medesimo al cospetto del _beefsteak_ che vidi portarmi alla

locanda di Tai e che, fisiologicamente, sarà stato un buon riparatore

di forze, ma, gastronomicamente, non era un buon cibo; ciò che prova

che l'allevamento del bestiame è ancora indietro in Cadore.

Un progresso razionale, continuato, in questa industria non può

certo operarsi dal più della popolazione cadorina che ha un possesso

omeopatico, e gran parte dell'anno sta nei boschi, o per le _taglie_

o pei _segni_. oppure è occupata nelle seghe; ma bisogna che vi si

accinga di proposito alcuno di que' ricchi che sono in istato di

portarvi un sussidio di tempo, di capitali e di studi. Io sono di

parere che chi si ponesse all'opera, oltre a recare un beneficio al

paese, otterrebbe un largo compenso alle proprie fatiche, e mi figuro

talvolta ciò che, col solo pungolo dell'interesse individuale, farebbe

un gruppo d'Inglesi che dovesse soggiornare in questa contrada, e come

presto esso vi diverrebbe maestro di fortunate iniziative, di diuturna

solerzia e di virilità persino nelle manifestazioni dell'opulenza.

Indi le cacce ardimentose, indi le stalle riccamente fornite, indi

l'allegro movimento della cascina, i cui prodotti diverrebbero materia

d'esportazione.

Certo un alto ufficio è assegnato agli uomini, che con dovizia di

mezzi e d'affetto imprenderanno a risanare il Cadore dal malessere

che lo affligge. Sia che essi tentino d'arrestar sulla sua china

il periclitante commercio dei legnami, sia che vogliano introdurre

in quella regione montuosa le abitudini della pastorizia, sia che

s'occupino a ravvivare altre industrie, come la mineraria[5] e

quella degl'intagli di legno, per la quale i Cadorini hanno rare

disposizioni,[6] da per tutto incontreranno difficoltà, ma da per

tutto anche elementi di buon successo e di compiacenza. Da un lato le

opposizioni inevitabili degl'interessi offesi, la resistenza passiva

d'un popolo schivo, forse, in sulle prime di essere disciplinato, e

non sempre operoso del pari che intelligente; ma dall'altra parte, nel

popolo medesimo quella svegliatezza d'ingegno che, a lungo andare, non

può a meno di renderlo accessibile ai savî consigli, e quell'indole

franca e leale che, quando accoglie un'idea, raccoglie senza reticenze

e senza sottintesi. E le solide virtù e i semplici costumi di queste

genti le renderebbero immensamente adatte a svolgere nel proprio grembo

tutte quelle istituzioni onde s'onora la civiltà moderna, e che appunto

non mettono salda radice ove non trovino il fondamento dell'onestà. Un

Cadore seminato di piccole Banche alla foggia scozzese o tedesca, di

Unioni di mutuo soccorso, di Casse di risparmio, di Società di consumo,

è oggi un sogno e non più, ma potrebbe essere una realtà fra pochi

anni, purchè alcuno accendesse la scintilla animatrice. Oh, fra tanti

che in Cadore sortirono il grave carico dell'opulenza, dispensiera,

a chi ben l'intenda, più di cure che d'agî, non ve n'ha un solo che

senta quest'ambizione? Non ve n'ha un solo che, prescegliendo il

soggiorno di queste Alpi agli ozî delle città, ponga qui sua dimora e

spenda qui l'attività dell'ingegno e quella più efficace del cuore? Ho

detto che, se per avventura un gruppo d'inglesi dovesse abitare questa

contrada, opererebbe immensamente per la trasformazione del paese,

ma certo l'Italia non manca di cittadini atti a pugnare ed a vincere

nell'arringo della civiltà e del lavoro. Io auguro al Cadore un uomo

come Alessandro Rossi di Schio, il quale, vigile sempre, e non iscorato

mai nell'avversa fortuna e non imbaldanzito mai ne' trionfi, ottenne

la più bella ricompensa, a cui possano aspirare gli spiriti generosi,

quella di far suonare alto e rispettato il nome del suo borgo natale.

Che se il Cadore avrà qualcheduno che gli somigli, io spero, o lettore,

che fra alcuni anni noi rinnoveremo sotto migliori auspicî questa gita

attraverso i monti.[7]

_1868_.

Racconti e bozzetti · 第 42 / 60 题