sarebbe delitto il mettere a repentaglio gli acquistati beni con le
discordie intestine e con le violenti diatribe, convinto che non v'è
gloria passata che basti a far perdonare la colpa di porre a cimento
le sorti della propria contrada. Perciò in quella terra veramente
eroica, in mezzo a quegli uomini veramente d'azione, non mi accadde di
sentir vituperato il Governo come solevasi dell'austriaco, nè di veder
fatti segno al pubblico sprezzo tutti coloro che sorsero a qualche
rinomanza in Italia. I difetti delle nostre amministrazioni e de'
nostri uomini si conoscono in Cadore non meno che altrove; ma i lamenti
che se ne muovono non prendono quel tuono d'acrimonia che distingue
in molte parti della Penisola le opposizioni, nè indossano quel manto
d'intolleranza che nega il patriottismo a chiunque si faccia lecito
di non osteggiare l'Autorità. E ciò che più conforta chi giunge dalle
città atrabiliari e dalle campagne indifferenti della pianura, si è
la pienezza della fede nei patrî destini, si è il sentirsi affollati
d'interrogazioni sulle vicende politiche e sull'avvenire economico del
paese; non già da ricchi possidenti del luogo, ma da poveri coloni, che
una cinquantina di miglia più in giù non saprebbero se non assordarci
di piagnistei sulla malattia delle uve e la gravezza delle imposte.
Oserò io dirlo? A quest'ultimo lembo della Penisola che, in ogni
moto di popolo, fu o un covo d'insorti, o un rifugio di profughi, a
questa regione alpina, ove dai 1848 al 1866 si congiurò in ogni casa,
giovò forse non esser gonfiata dagli articoli del giornalismo e dalle
arringhe dei _meetings_. Che pur troppo sinora in Italia pubblicisti
e tribuni fecero più male che bene alla patria. Come que' membri dei
consigli di disciplina della Guardia Nazionale che vestirono la divisa
di giudici, perchè non volevano aver le noie di militi, così una gran
parte di essi assunsero l'ufficio di dispensatori di luce per ismettere
l'uniforme di cittadini, per sottrarsene ai doveri, per giustificare
coi fremiti furibondi i tepidi e patologici affetti.
E adesso, chiudendo la parentesi, rimettiamoci in via, e dai Treponti
dirigiamoci al punto estremo del nostro pellegrinaggio, ad Auronzo.
Dopo Treponti si perde la compagnia della Piave, che, come abbiam
visto, vien giù dal Comelico, e la strada solitaria costeggia sempre
l'Ansei, passando in mezzo a un bosco di abeti. Uscendo dal fitto degli
alberi, ti si apre al guardo un altipiano di ricca e bella verdura,
cinto, ma non oppresso da monti, in mezzo al quale spiccano le candide
muraglie della chiesetta d'Auronzo e i tetti bassi ed affumicati delle
capanne di legno. Pieve arieggia uno de' soliti borghi della pianura,
Tai è composta di poche case, Calalzo non è che un gruppo di meschini
tugurî; ma Auronzo, paesotto piuttosto grosso e diviso in due parti
(_villa piccola_ e _villa grande_), ha un suo aspetto particolare con
quelle abitazioni quasi tutte di legno, con que' vicoli che salgono
con leggiero declivio sul pendio d'un monte, con quei mulini che vi
romoreggiano mossi dalla corrente, con quell'abbondanza di acqua che
vi zampilla in fontane, vi scorre in ruscelli, vi mugge in torrenti.
Nella mia qualità di cittadino delle lagune, al veder tanta ricchezza
di fonti, intorno alle quali le fanciulle d'Auronzo, ignude le
braccia, piegata la persona, s'affaccendano a fare il bucato, pensai
all'interminabile questione dell'acquedotto veneziano, lunga come
quella d'Oriente, complicata come quella dello Schleswig-Holstein, e
invocai sulla mia patria una vena della linfa cadorina per far tacere
una volta il cicaleccio e spegnere gl'incendi del nostro giornalismo.
Chi lo direbbe? Anche Auronzo «la divisa dal mondo ultima _Auronzo_»
ha una questione municipale. Qua e là vidi scritto col gesso —
_Abaso il segetario_, — e deplorai vivamente che nessun giornale del
luogo potesse con sagge e temperate polemiche, come si costuma fra
noi, illuminare l'opinione pubblica, e che gli abitanti d'Auronzo
non avessero alcun _organo indipendente_, su cui far valere le loro
ragioni. È davvero una cosa umiliante, tanti secoli dopo Panfilo
Castaldi e il Guttemberg, di non possedere un torchio e una scatola di
caratteri di stampa, coi quali annunziare a tutti i popoli della terra
che i propri concittadini son ladri e balordi, egoisti quando rifiutano
i pubblici uffici, impudenti quando gli accettano.
Frattanto alcuni degli abitanti d'Auronzo cercano consolarsi della
grave mancanza, formando un nucleo di società, che per sì piccola villa
è veramente prezioso. Si radunano in dieci o dodici in una specie di
gabinetto di lettura, ove ricevono i giornali di Venezia e di Firenze,
e così, giuocando e ciarlando, ingannano le lunghissime sere d'inverno,
e non si coricano che a mezzanotte, cosa da fare stupire chi consideri
che in alcuni mesi dell'anno il sole non rischiara quella valle per più
di tre ore al giorno, e una lastra di ghiaccio copre costantemente le
vie.
Una questione ben più grave della municipale tiene sospesi gli animi in
Auronzo, ed è quella della divisione dei boschi. In tutto il Cadore la
maggior parte della proprietà boschiva è in mano ai Comuni, ma tra i
Comuni più ricchi v'è quello d'Auronzo, ove, per singolare contrasto,
la popolazione è poverissima, e s'è avvezzata ormai a vivere di
sussidî. Ivi noi vediamo una miniatura del _pauper_ inglese, dell'uomo
cioè che, nella piena vigorìa dell'età, rinunzia alle compiacenze
del lavoro per chiedere burbanzoso i sussidî del suo Comune, come si
chiede una imposta. Perciò alcuni opinano che sarebbe saggio consiglio
di venire a un riparto dei boschi, i quali, dicendosi comunali,
sono, a rigore, proprietà dei singoli abitanti. Ma un provvedimento
sì radicale incontra gagliardi oppositori, mentre sembra a molti che
questa specie di legge agraria rovinerebbe il paese, affidando la
conservazione dei boschi a gente cupida di farne danaro, e improvvida
quindi dell'avvenire, e dimentica, o per accidia, o per ignoranza, di
quelle cure che un tal genere di proprietà richiede. I boschi sarebbero
distrutti, e con essi la principale, l'unica fonte di ricchezza del
luogo, e i coloni tornerebbero al vecchio mestiere di poveri, senza
poter affidarsi all'antica liberalità del Comune, ormai esausto di
mezzi. Vorrebbesi quindi da molti che la proprietà rimanesse indivisa
qual'è nelle mani del Municipio; ma che questo, anzichè volgerne i
profitti a mantenere un accattonaggio legale, sapesse convergerli a
far sorgere fonti di lavoro agli abitanti, a promuovere, per esempio,
l'industria mineraria, ristretta ora alle vicine cave di zinco. Di
tale questione, che si dibatte in Cadore con una vivacità che sente
dell'acrimonia, io mi son fatto semplice espositore: confesso però che
mi sembrerebbe incauto non poco un riparto di beni fra una popolazione
che non diede caparra alcuna di alacrità, ma fu avvezza sinora ad
aspettare la manna dal cielo.
Ed ora, giunto al termine della mia rapida corsa, dedicherò brevi
pagine, se il lettore me lo assente, ad alcune considerazioni generali,
le quali suppliranno alle immense lacune descrittive della mia
monografia. Nella medesima guisa, quando al teatro, per una ragione
o per l'altra, il capocomico non può far rappresentare l'ultimo atto
d'una commedia, manda uno dei suoi subalterni ad annunziare al colto
pubblico e all'inclita guarnigione che vi supplirà con una farsa non
compresa nel programma. Per solito il pubblico fischia; io ti prego, o
lettore, di non fare altrettanto, se in luogo di condurti in Comelico,
o al bosco di Somadida, o al pensile lago di Mesurina, dove si mangiano
di ottime trote, ti ammannisco una piccola dissertazione economica.
Tu non ignori che ormai l'economia politica è diventata uno di quei
pascoli comunali, ove una volta ciascuno menava gli armenti senza
pagar nulla a chicchessia. Come cent'anni fa si scriveva un sonettino
od un madrigale, così adesso si scrive una Memoria sul pauperismo, sul
risparmio e sul sistema cooperativo. Lasciami pagar questo tributo al
mio secolo.