III.

Una modesta dichiarazione. — La leggenda del Cristo. — L'asina di

Balaam e i bovi cadorini. — La capitale del Cadore. — Aspetto della

natura dopo Pieve. — Le donne al lavoro dei campi. — Il torrente

Molinà e la villa di Calalzo. — I cimiteri di villaggio. — Lozzo

di Cadore e le sue rovine. — I Tre ponti. — Fatto d'armi del 14

agosto 1866. — Il patriottismo dei Cadorini. — Auronzo. — Un modo

primitivo di dibattere la cosa pubblica. — Un gabinetto di lettura

fra i monti. — La questione dei boschi. — Un ripiego da capocomico.

Come puoi credere, il paese di Tai non offre trattenimenti serali.

Il viaggiatore non ha da far nulla di meglio che coricarsi per esser

vigile e pronto ai primi chiarori dell'alba.

Una delle gite più frequenti pei forestieri che vengono a Tai è

quella sul monte Antelao. Si alzano per tempissimo e vanno a vedere

dalla pendice del monte il levarsi del sole. Potrei fartene anch'io

una descrizione di fantasia, piena d'entusiasmi a freddo, e di punti

ammirativi concepiti nel calamaio; ma, nell'accingermi a questa breve

monografia, ho giurato a me stesso di non compiacere in nulla ai

capriccî della immaginazione, e di non descrivere che quello che ho

veduto realmente. Ora la mia gita in Cadore fu così precipitosa, ch'io

non potei dilungarmi dalla strada postale, e mi dichiaro di per me

un _touriste_ di terzo o quarto ordine. Viaggiare presto, viaggiare

in carrozza seguendo l'itinerario della diligenza, è rinunziare

spontaneamente ad ogni azione sopra i lettori che vorrebbero sentirsi

narrare le cavalcate sull'asino, le ardue discese giù per i greppi, le

colazioni sull'erba, le cacce al camoscio, e che so io? Io mi scuserò

co' due versi di messer Lodovico Ariosto:

Nè che poco io vi dia da imputar sono,

Chè quanto posso dar tutto vi dono.

Credo del resto che il carattere di quel paese, il colorito naturale di

que' luoghi possano colpirsi anche senza gite troppo particolareggiate.

Intanto non fa punto mestieri di abbandonar la strada maestra per

recarsi al famoso santuario del Cristo di Cadore. È una delle poche

superstizioni di un paese che nel suo complesso è sveglio, e può valer

la pena di spendervi alcune parole.

Salendo da Tai a Pieve, e quando hai fornito per tre quarti il tuo

cammino, t'imbatti in una chiesetta bianca con peristilio romano e

con un affresco di pessimo gusto sulla facciata. Se domandi che cosa

sia quella chiesa e che cosa significhi quell'affresco, ti guardano

strabiliati, come se l'ignorarlo fosse una grandissima colpa, e poi ti

raccontano questo edificantissimo avvenimento. Accadde una volta che

de' bifolchi aravano in quel sito la terra co' loro buoi, quand'ecco i

laboriosi quadrupedi arrestarsi ad un tratto, nè voler più muover passo

per quanto i loro conduttori li evangelizzassero con buone ragioni e

con la dialettica persuasiva delle bastonate. L'asina di Balaam, narra

la Bibbia, si trovò essa pure in condizioni uguali; ma, da quella

bestia di spirito ch'ell'era, seppe almeno, per adoperare una frase del

volgo, _dire i suoi sentimenti_. Citerò un brano del dialogo (_Numeri

XXII_): _.... Ed ella disse a Balaam: Che t'ho io fatto che tu m'hai

percossa già tre volte?_

_E Balaam disse all'asina: Io t'ho percossa, perchè tu m'hai beffato;

avessi pure in mano una spada che ora t'ucciderei._

_E l'asina disse a Balaam: Non sono io la tua asina, che sempre hai

cavalcata per addietro fino a questo giorno? Sono io mai stata usata di

farti così? Ed egli disse: No._

Non sembra che i bovi cadorini sfoggiassero una sì persuasiva

eloquenza; sembra invece che, sordi ad ogni maniera d'argomenti,

s'inginocchiassero con grande compunzione, onde la loro pietà inusitata

insospettì gravemente i pastori, che si accinsero a scavare la terra in

quel punto. Scava, scava, trovano, oh meraviglia! una cassa di legno.

La schiodano, ed ecco, composto fra gli assiti del cataletto, un Cristo

in croce, coi capelli lunghi, con la testa china alquanto sul petto. E

quei capelli sono ancora cresciuti, e quella testa s'è chinata ancora

di più, quasi a dar testimonianza della sua natura miracolosa. Fu

quindi deciso che quello era Cristo crocifisso in persona, e si lasciò

all'altro Cristo di Betlemme la briga di accertare la propria identità,

cosa della quale egli non pare essersi finora occupato. Intanto nel

luogo, ove successero questi fatti singolari, si eresse un tempietto

votivo, il Cristo vi venne collocato con grandissima pompa, e cominciò

a rimeritare i devoti con una buona quantità di prodigi. Occorreva la

pioggia? S'invocava il Cristo, ed ecco egli disserrava le cateratte

del cielo. Occorreva il sole? Ed ecco il Cristo col suo soffio

onnipotente diradava le nuvole e faceva apparire il più bel sereno che

si potesse desiderare. Quindi un pellegrinaggio continuo al santuario,

quindi una miriade di offerte che, a quanto mi disse argutamente

un Cadorino, consentono al Cristo miracoloso di vivere di rendita.

I pellegrini vengono anche di lontano, e sogliono lasciar le loro

bisacce nel peristilio ed entrar nel tempietto umili e scalzi; prima

di partire, se non appartengono ai 17 milioni d'illetterati, scrivono

il loro nome sulla facciata della Chiesa, accompagnandolo talvolta con

iscrizioni ascetiche. Sono, qual più qual meno, portenti di sintassi e

d'ortografia, e mi colpì fra le altre la seguente:

QUI BALDASSARE CHELLI TOSCANO DI PRATO COL FILIO EMILIO E SUA

CONSORTE NINA VENNE PER DEVOSIONE.

Nello scorrere queste righe in istile epigrafico non potei a meno di

chiedere a me stesso se per avventura il signor Baldassare Chelli,

toscano di Prato, fosse salito in Cadore a spargervi _notizia della

buona lingua_, secondo il desiderio di Alessandro Manzoni e del

ministro Broglio.

Comunque sia, queste singole leggende de' varî paesi, nel mentre

attestano lo spirito superstizioso dei volghi, tendono al grande

accentramento cattolico, a cui mira la Chiesa. È il municipalismo

introdotto nella fede, è un tentativo di autonomia nel campo

dell'unità. Il giorno che si forma uno di questi miti nel cuore del

popolo, la gerarchia ecclesiastica non può a meno di sentirsene

scossa: la fede esce di carreggiata, e anzichè tenersi entro i

margini prescritti, cerca i suoi conforti nelle creazioni avventicce

del momento e del luogo. Ma come opporvisi? Il prete di campagna,

o partecipi egli pure alla credenza comune, o cerchi farne suo

pro per uscire alquanto di tutela e sottrarsi alle ferree spire

che lo costringono, e acquistar maggiore importanza presso i suoi

parrocchiani, si leva assai di rado a combattere le superstizioni

nascenti, e con animo volonteroso ministra all'altare dedicato

all'idolo che sorge. La Chiesa lo sa e lascia correre. Talora fa le

viste di non avvedersene, talora concede il diritto di cittadinanza

a questa o quella delle nuove leggende, e impone a' suoi dugento

milioni di fedeli la fanfaluca che ha dovuto accettare da un gruppo di

cinquanta pastori. Sottili arti d'impero, nelle quali Roma è maestra.

Dal santuario del Cristo a Pieve corrono appena cinque minuti.

Pieve è quasi per intero costrutta di pietra, e sebbene i vetturali,

che vogliono risparmiare ai loro ronzini un buon tratto di salita,

sostengano che non vi si alloggia nemmeno per idea come nell'_osteria

al Cadore_, ella ha un aspetto molto più signorile di Tai. Ha

guarnigione [cinquanta o sessanta bersaglieri], ha pubblici ufficî, e

quindi impiegati; ha Pretura, e quindi avvocati e legulei. La piazza è

sufficientemente ampia e regolare; ha un carattere antico e contiene

i due monumenti più ragguardevoli di Pieve, la casa di Tiziano e la

chiesa. Della casa ove nacque il grande pittore dell'_Assunta_ e del

_San Pietro Martire_, non saprei dirti nulla, tranne ch'ella serve

a una vendita di vino al minuto, ciò che non mi sembra invero troppo

dicevole. Quanto alla cattedrale, che contiene due dipinti di Tiziano,

essa è piccola, ma non inelegante.

Chi viaggia con la diligenza non può recarsi più in là di Pieve, perchè

l'impresa che aveva cominciato con lo spingere le corse fino ad Auronzo

non vi trovò il suo utile, e dovette far le sue colonne d'Ercole della

capitale del Cadore. Però la strada, sebben più deserta, non è meno

varia e pittoresca: anzi, quanto più t'inoltri, tanto più folto di

abeti e di larici è il dorso dei monti, e più spesso lo sguardo ti

si riposa sopra il molle declivio degli altipiani coltivati parte a

cereali, parte a prateria. E là su quelle praterie e su quei campi vedi

disegnarsi i gruppi dei contadini e delle villanelle intenti al lavoro.

Delle donne moltissime sono adoperate pei trasporti, o della legna, o

del concime, o del fieno, o anche di pesantissime pietre che servono

alle costruzioni, e tu le vedi curve sotto la rustica _gerla_ contesta

di vimini, che devi certo conoscere, se ricordi le povere femmine

che dall'Alto Friuli scendono fra noi a limosinare, portando in quel

recipiente di paglia ciò che le madri hanno di più prezioso, i loro

bambini. Nel Cadore trovi _gerle_ di tutte le dimensioni, e parrebbe

che anch'esse avessero la loro infanzia, tanto ve n'ha di piccine,

adatte a fanciulletti di cinque o sei anni. Quando non attendono a'

trasporti, le donne si mescono invece ne' campi al lavoro degli uomini.

Nella prima giovinezza, chè la fatica affretta in loro il corso degli

anni, sono bellissime di aspetto e di forme. Vestono semplici assai: le

ripara dal sole, o un cappello di paglia a larghe falde, o una pezzuola

avvolta intorno al capo, o rossa o celeste; un corpetto turchino senza

maniche fa spiccare le giuste proporzioni del busto; la gonnella più

oscura sollevata intorno alle anche, mentre vangano la terra, lascia

scoperta la sottana bianca come le maniche e come gli orli della

camicia ch'escono fuori del corpetto. Per lo più vanno scalze, o,

secondo il costume contadinesco, camminano portando i sandali in mano

per calzarli sulla strada maestra o ne' siti di maggiore riguardo.

Dopo Pieve il passaggio di carrozze è assai limitato, e perciò, come

i contadini del piano, quando guizza dinanzi a loro un convoglio di

strada ferrata, così quelle leggiadre montanine si fanno uno spettacolo

del transito d'un cocchio, e incrociate le mani sopra la zappa, oppure

tenendo il rustico arnese con la destra e appoggiando sul manico il

gomito sinistro, piegano la testa sull'avambraccio e guardano in

vaghissimo atteggiamento. Ho anch'io un'estetica esclusiva, e non

so idearmi la donna bella e poetica altro che splendida di seta,

o circonfusa di veli; ma gli è che le figure della nostra fantasia

aristocratica si disegnano tutte sopra un fondo convenzionale: o fra la

mezza oscurità di un salotto elegante, o fra i sentieri odorati di un

parco: ma la bella alpigianina, in mezzo a quei monti, a quel cielo, a

quelle pietre, sta bene vestita così; il paese che la circonda fa parte

del suo abbigliamento.

Ma eccoci a uno de' punti più pittoreschi del Cadore. A una svolta

della strada ti si apre inaspettato al fianco un angusto e profondo

burrone, stretto fra due coste del monte, entro il quale devolvesi

romoreggiante il torrente Molinà. Strepitano al basso i molini messi

in giro dall'acqua, e fa singolare contrasto col candor delle spume,

con la tinta fredda dei sassi e col malinconico colore degli abeti, il

verde vivo di qualche falda di terra coltivata a praterìa proprio al

lembo ultimo della sponda. In alto e alla sinistra di chi si affaccia

al parapetto della strada, il villaggio di Calalzo con la sua chiesetta

candida di neve, col suo campanile coperto di lavagna, pensile sulla

pendice d'un monte, pare intenda l'orecchio al gorgogliare dell'onda.

Indi la via prosegue con un'alternativa di salite e discese. Per lunga

pezza scorgi Pieve, di là da una vallata, o da monti più bassi; poi

incontri Vallesella, Donnegge, e ti additano il campanile di Lorenzago,

ove il Calvi s'accommiatò dagli amici, e quinci e quindi altre villette

vagamente sparse, quali sul vertice, quali sulla china d'un monte. Mi

ricordo una cosa semplicissima che mi colpì. A pochi metri da ciascuna

di quelle ville miri un recinto rettangolare chiuso da un muro bianco

e basso. È il cimitero. Quanto più commovente e più bello delle moli

superbe che raccolgono migliaia di estinti l'uno all'altro ignoti!

Colà almeno dormono insieme quelli che un giorno lavoravano insieme,

e la zolla senza nome è distinta fra mille più che il marmo istoriato

dei sontuosi cimiteri. Colà almeno, se qualche fremito di vita corre

attraverso le fredde reliquie, i defunti sentono le care e note favelle

nella capanna vicina, e nelle lunghe sere d'inverno, quando la neve

imbianca le povere croci, odono il ronzìo del consueto _filò_ entro

la tepida stalla, e indovinano la primavera al tintinnìo delle capre

erranti pei monti, e la state all'allegra canzone dei mietitori. Colà

almeno la religione della famiglia, sopravvissuta al naufragio di

tutti gli Olimpi, ha più facili i suoi riti pietosi, e l'alpigiano che

sfronda gli abeti o mena la vaccherella su pegli scoscesi sentieri,

vedendosi a' piedi il tranquillo recinto del camposanto, pensa a' suoi

diletti che ivi dormono l'eterno sonno, e tempra con soave malinconìa

la fierezza dell'animo.

L'aspetto d'un cimitero dispone lo spirito a tetri pensieri; ma v'è

qualche cosa di molto più lugubre, ed è l'aspetto della devastazione

e della rovina. Esso ti si presenta a Lozzo, villa distrutta poco men

che da capo a fondo da un incendio il 15 settembre 1867. Lo spettacolo

che essa mostrava nel maggio successivo, in cui gli abitanti erano già

innanzi nell'opera di ricostruzione, poteva darti un'idea della orrenda

catastrofe, facile del resto a immaginarsi, quando si pensi che le case

erano pressochè tutte di legno e che l'incendio divampò nella notte.

Facevano ingombro alla via le travi carbonizzate e i monti di sassi

destinati a rifabbricare più solidamente il villaggio, e alcuna delle

abitazioni di pietra non soggiaciute a quella ruina portava i segni

del guizzo capriccioso della vampa intorno alle muraglie sgretolate.

Le case erano ancor senza tetto; la popolazione viveva di giorno

sulla strada, e la notte trovava ricovero in qualche capanna ospitale

nelle vicinanze. Così quelle genti, colte dalla sventura in autunno,

avevano dovuto lasciar trascorrere i lunghi mesi del verno, avevano

dovuto lasciar che le nevi coprissero le macerie del loro paese, prima

di poter ricomporre di propria mano il povero nido. E fu davvero per

un miracolo di carità dei luoghi vicini, che riuscirono a durare i

rigori della stagione e a serbar vigorose le braccia e non accasciato

lo spirito. In mezzo a quella scena che ti ricorda le irruzioni

barbariche, causa di tanti lutti all'Italia, vedi ancora volti sereni,

odi le voci festive delle fanciulle che attingono al fonte, e le risate

clamorose dei bambini che giuocano sopra i mucchi di sassi.

A poche miglia da Lozzo trovi una specie di chiusa detta dei Treponti.

La strada si biforca: il braccio destro entra nel Comelico, il sinistro

va verso Auronzo. Dalla destra viene impetuosissima la Piave e in

quel sito accoglie le acque d'un altro torrente, che scende dal lato

opposto, l'Ansei. Il nome dato a quel luogo è dovuto appunto a tre

ponti di pietra, o, a meglio dire, a un ponte che si tripartisce e

con due delle arcate traversa le fiumane ancora divise, con la terza

le valica dopo il loro connubio. Tutto intorno sorgono monti alti

e scoscesi, fitti d'abeti sulla sponda dell'Ansei, aridi e nudi su

quella della Piave, quantunque chi penetri nel cuore del Comelico veda

nuovamente imboscarsi il terreno. In questa gola si combattè nel 14

agosto 1866 l'ultima scaramuccia fra Italiani ed Austriaci. Venivano

questi da Auronzo sotto il comando del generale Mensdorff Pouilly, ed

erano in numero di 4000, impazienti di forzare il passaggio, ignari

ancora dell'armistizio concluso due giorni innanzi. Avevano a fronte

pochissimi volontari cadorini, male vestiti e male armati, che, sebbene

colti alla sprovveduta, opposero una pertinace resistenza, spargendosi

qua e là dietro gli abeti lungo il dorso del monte che bagna le falde

nell'Ansei, e mantenendo un fuoco micidiale da bersaglieri contro le

masse nemiche. Vi furono da ambo i lati morti e feriti, vittime inutili

d'una lotta che non aveva più scopo. Un oste del luogo, vecchio coi

capelli bianchi, certo più che sessantenne, che quel giorno aveva

anch'egli brandita la sua carabina e preso parte alla pugna, me ne

disse le vicende con ardor giovanile, e l'inatteso approssimarsi

degli Austriaci, e lo sgomento delle donne, e il piglio risoluto dei

_nostri_, e il primo sangue versato, e il giungere al campo austriaco

d'una staffetta portante la novella dell'armistizio. Come mi piaceva

sentire in bocca al valoroso vegliardo quella frase — _i nostri!_ —

Com'era bello quel suo infiammarsi nel racconto del breve conflitto!

Certo nell'animo di lui non era sceso ancora lo scoramento, onde quasi

menano vanto tanti Italiani. La luna di miele della libertà dovrebbe

durare secoli: a noi sembrò più dicevole di chiuderla nella cerchia

coniugale d'un mese e di atteggiarci poscia a mariti noiati.

In Cadore il patriottismo è sano e vigoroso, convinto che dopo aver

toccato una mèta

Racconti e bozzetti · 第 40 / 60 题