II.

Si entra in Cadore. — Termine. — Gli abeti ed i larici, e studî

psicologici relativi. — Rivalgo e la difesa del Cadore nel 1848.

— Pietro Fortunato Calvi. — Perarolo. — La chiusa dei legnami. —

Tai e il suo albergo. — L'oste di Tai e il giuoco delle palle. —

Il cappello degl'impiegati regi in Italia. — Scorsa nell'interno

del paese. — Il monte Antelao. — Un'ora di passeggiata sulla strada

d'Ampezzo. — Pensieri malinconici.

Chi discorre de' paesi nordici senz'averli mai visitati non sa farsi

altra idea che di nevi perpetue e di desolati scopeti, e ignora

le grazie infinite, e le belle tinte, e i vaghi splendori di una

natura settentrionale. La natura è una elegante damina che ha il suo

guardaroba d'estate e il suo guardaroba d'inverno, e riesce seducente

del pari circonfusa di pelli, o ravvolta di bianchi veli ondeggianti.

Di là da Castello ella è in _deshabillé_ affatto: ha smesso il vecchio

manto senza indossare il nuovo: la si direbbe quasi peritosa di vestir

l'aspetto d'altri climi in una terra così profondamente italiana.

E la via corre fra montagne alte, e dirupate, e sterili, ove appena

tra sasso e sasso spunta qualche filo d'erba germinato per caso dagli

atomi fecondi ivi deposti dal vento. La Piave gorgoglia a una certa

profondità sotto il livello della strada, ma la senti senza poter

vederla, celata com'è dalla configurazione del terreno. Qua e là

un'apertura nella roccia t'indica che sei a una delle cave di pietra,

e difatti il suono argentino dello scalpello ti ferisce l'udito e ti

accusa la vicinanza di operai invisibili.

Non passa molto però che tu esci da quelle Forche Caudine, e la scena

si allarga notabilmente. A Termine, che è il primo paese del Cadore per

chi viene dalla parte di Longarone, il letto della Piave si amplia,

e monti men desolati succedono alle squallide crode sospese sul capo

del viaggiatore durante il breve tratto dopo Castello. Un ponte di

legno attraversava una volta il fiume in quel punto, mettendo dalla

parte opposta alla strada maestra: ora non ne rimangono che frammenti

nei tratti ove l'acqua corre più profonda. Il resto si passa a guado,

e mi ricordo d'aver visto delle villanelle che vi diguazzavano fino

alle ginocchia con infantile voluttà. Dalla cima del monte scende

un'abbondante cascata.

A mano a mano che tu procedi, la corrente ti move incontro più rapida

e vedi passarti innanzi con la celerità della slitta le zattere uscite

dall'uno o dall'altro degli opificî che si succedono lungo tutta la

via.

Ed ecco lentamente le pendici di quelle alture si imboscano, e l'aria

odorata di resina ti venta sul viso, e ti sorgono maestosi dinanzi allo

sguardo l'abete ed il larice. Chi non conosce questi due bellissimi

alberi, a cui toccò in sorte la forza e la grazia? Chi non conosce

il colore delle loro foglie, e la simmetria mirabile di quei rami

che vanno lentamente digradando sino al vertice e danno alla pianta

l'aspetto della piramide? L'abete col suo verde cupo ha qualche cosa

di più maestoso e fantastico: la pallida tinta del larice ti attrae e

ti riposa più dolcemente la pupilla. Sono alberi aristocratici, e per

dirti una mia bizzarra similitudine, a vederli l'uno vicino all'altro

e' mi rendono immagine di svelte coppie di ballerini che s'avanzano a

passo di _quadriglia_. L'abete è il _cavaliere_ in cerimonioso abito

nero, il larice è la _dama_ che tiene sollevate le falde del bianco

vestito per non averne impaccio alla danza. Non mescetevi ai loro

convegni, o semplici e modeste piante della pianura e del colle: se

vedeste com'essi guardano dall'alto del loro blasone perfino i tassi e

le mughe, che pur sono della famiglia! Son proprio patrizi puro sangue:

sin nel bisbiglio delle loro fronde v'è qualche cosa di compassato, sin

nel dondolarsi delle loro cime v'è un tal quale riserbo aristocratico

che non vuol saperne di troppa dimestichezza. Però badiamo bene: essi

non appartengono ad una nobiltà frolla e degenere, ma hanno la tempra

robusta delle stirpi privilegiate che si rinvigoriscono nei disagi

e nelle fatiche. Durano imperterriti i rigidi inverni del Cadore, e

in mezzo all'imperversare di quella natura selvaggia ed indomita ben

puossi applicar loro il verso di Dante:

. . . . . . . . . non mutò aspetto,

Nè mosse collo, nè piegò sua costa.

L'abete conserva intatto il suo color verde cupo, che fa vivo contrasto

col bianco della neve raccolta sopra i rami a festoni; il larice rimane

anch'egli ritto e impassibile, e solo perde una parte delle sue foglie

che diventano rossicce. Superbi come sono, anelano però ad una cosa,

a un raggio di sole; e come colui che tra la folla si mette in punta

di piedi per godere d'uno spettacolo gradito, così l'albero cresciuto

in plaga meno propizia o tenuto nell'ombra dal libero germoglio di più

felici compagni si schiude faticosamente il varco in mezzo a tutti gli

ostacoli, e, sia pur con l'ultima cima, riesce a confortarsi nel tepore

e nella luce dell'astro desiderato.

O che villaggio è questo, mezzo arso e distrutto, ma che pur non

porta i segni nè d'incendio, nè di devastazione recente? È Rivalgo;

e questo nome richiama una folla di pensieri alla mente. Son corsi

vent'anni, dacchè l'austriaca ferocia mise a ferro ed a fuoco quella

povera villa, e i Cadorini non vollero più riedificarla, pensando che

all'efferatezza straniera non potesse rizzarsi condegno monumento

che lasciando intatta l'opera sua. Ebbene: intorno a quelle travi

annerite, a quelle muraglie sconnesse, si agita una fantasmagoria

varia e grandiosa, e il severo paese d'intorno ti si anima tutto, e

la breve, ma splendida, epopea della difesa del Cadore ti si affaccia

dinanzi come cosa viva e presente. E odi i canti patriottici del 1848,

e le campane che suonano a stormo, e vedi i gagliardi alpigiani con la

coccarda tricolore sul petto, armati di fucili irrugginiti o di falci

correre alla difesa delle valli native, ed ogni gola di monti essere

una nuova Termopili, ed ogni scontro un trionfo. E allorchè il nemico

s'avanza, li vedi arrampicarsi sui greppi, appiattarsi dietro gli abeti

ed i larici, e di là tempestar l'invasore, o sfracellandolo sotto i

massi di pietra divelti alla roccia, o prendendolo di mira coi loro

moschetti. L'acqua della Piave riconduce verso il Bellunese i cadaveri

dei soldati austriaci, nefasto presagio a coloro che devono prenderne

il luogo, e che nel lasciare il quartiere sogliono farsi raccomandare

l'anima dal prete, disperati ormai del ritorno. È muto lungo le sponde

il romor delle seghe, è muto nelle foreste l'alterno picchiar della

scure; ma l'eco ripete di valle in valle gl'inni di guerra, e le urla

selvagge dei Croati che d'ogni sconfitta si vendicano, portando la

rovina ove passano. Così fu arso Rivalgo il 28 maggio 1848.... Ma chi

è che ha disciplinato quella massa d'uomini, di donne, di fanciulli,

chi è che ha ordinato quella eroica difesa? Tutta la popolazione

combatte, è vero; ma i soldati non sono che quattrocento, ma il duce

che li guida a Venas, alla Chiusa, a Rucorvo, alla Tovanella non è

che uno solo, Pietro Fortunato Calvi. È giovane, è bello di virile

bellezza, e il suo spirito indomito raddoppia in tutti coloro che lo

circondano l'ardimento e la fede. E per quaranta giorni l'oste nemica

si frange contro la cittadella inespugnabile delle valli cadorine,

sinchè un passo mal guardato le consente d'irrompere entro quella terra

di prodi, e di render vane le previdenze e gli sforzi dei difensori.

Onde, nell'umile borgo di Lorenzago, Pietro Fortunato Calvi s'accomiata

dai suoi, e ne scioglie la generosa falange per correre altrove a nuove

battaglie. È il 4 giugno 1848. Sette anni ed un mese dopo quel giorno,

il 4 luglio 1854, Pietro Fortunato Calvi lasciava la vita in Mantova

per mano del boia. Egli scontava col capestro le sublimi impazienze

dell'amor di patria, sdegnoso di proferire una parola che l'avrebbe

salvato. Per ventidue lunghi mesi pregustò a sorso a sorso la morte

nelle tetre carceri, ove l'avevano preceduto il Poma, il Tazzoli, lo

Zambelli, il Canal, e tanti altri che suggellarono la loro fede col

sangue; nè mai gli venne meno il coraggio, nè mai lo vinse il dubbio

nell'avvenire d'Italia. I giudici restavano stupefatti di questa tempra

d'uomo così dissimile dalla loro, e gli ufficiali della fortezza,

nei quali la disciplina militare non avea spento il senso delle cose

nobili e grandi, parlavano con riverenza del martire intemerato. Narra

il prete Martini[2] che, quando Pietro s'avvicinò alla carrozza che

doveva condurlo al supplizio, molti di loro gli si fecero intorno e

lo abbracciarono teneramente. Tanto poteva in quegli animi l'invitta

costanza del Calvi, il nome del quale è ormai raccomandato alla

storia![3]

Ma della difesa memorabile del Cadore non rimane che la tradizione

serbata gelosamente nei cuori di quegli alpigiani: nessuno si curò, e

pare impossibile in una popolazione che ha senso e fantasia d'artista,

di raccogliere gli sparsi frammenti della gloriosa epopea; nessuno

si curò di evocar la leggenda, che in questo caso sarebbe più vera

del diario d'un fedele cronista, perchè riprodurrebbe la vita e gli

entusiasmi di un popolo. I monti del Cadore, le sue valli, i suoi

torrenti, il suo cielo, che bel fondo ad un quadro, entro il quale si

moverebbero le animose schiere dei volontarî, stretti intorno alla

maschia figura del Calvi! Giova almeno sperare che, come la difesa

dei Vosgi nel 1814 ebbe un'eco lontana negli stupendi racconti degli

Erkmann-Chatrian, così i fasti del Cadore nel 1848 troveranno di qui a

cinquant'anni chi gl'illustri con le scritture e ne divulghi la notizia

a' meno versati nella patria storia. Però non potrebbe essere narratore

efficace chi prima non avesse percorso da capo a fondo quei siti

pittoreschi, chi non tingesse la sua penna nel colore locale. Onde, o

lettore, continuiamo la nostra gita, e chi sa ch'essa non t'invogli a

rifarla da te a miglior agio, per attingervi le ispirazioni del poeta e

del romanziere.

La strada da Termine a Perarolo costeggia per la massima parte la

Piave, ed è in continua salita. Se non che i viaggi di montagna

han sempre dell'inaspettato, e quando credi di toccare il vertice

d'un'alpe, t'avvedi d'essere alle falde di monti assai più elevati,

e quando stimi di esser giunto al fondo d'una vallata, ti trovi sopra

un altipiano donde scopri a' tuoi piedi nuove valli e nuove pianure.

Così, ascesa l'erta che ti conduce a Perarolo, anzichè misurare con lo

sguardo un immenso orizzonte, ti vedi stretto entro una cinta di monti.

Ed è forse quest'angusta cornice che ti scolpisce nell'animo più vivo

che mai il bel paese di Perarolo. Ponendoli sulla spianata dinanzi alla

chiesa, moderna opera dell'architetto Negrin, vedi irrompere frettolosa

la Piave e accogliere il tributo d'un largo torrente che si precipita

dalla tua sinistra e porta il nome di Boite; indi piegar leggermente

a levante e perdersi fra le montagne, seguendo la via che hai prima

percorsa. Due ponti traversano i due torrenti antecedentemente al loro

connubio; quello gettato sulla Piave riesce ad un gruppo di capanne di

legno, nere, affumicate, con le scale e i ballatoi esterni alla foggia

svizzera, che producono un effetto assai pittoresco, sospese come sono

su quelle acque biancastre e mugghianti, e contrastano coi pochi, ma

lindi fabbricati di Perarolo, ove si trovano alcune dimore di signorile

eleganza, come quella del senatore Costantini. I monti d'intorno sono

tutti vestiti di pini, d'abeti, di larici, di mughe, ed hanno una tinta

cupa che dà maggior risalto a qualche striscia di neve che ne incorona

le cime.

Dopo Perarolo si sale nuovamente e gli orizzonti s'allargano. Dalla

strada che gira intorno al monte domini ancora per un buon tratto

Perarolo, il Boite, Caralte, e sempre giù giù, serpeggiante fra balze

e dirupi come un nastro che si svolge capriccioso, vedi la Piave. E

appunto nella Piave scorgi la chiusa dei legnami detta _Cidolo_, sulla

quale ti dirò due parole di spiegazione. Allorchè l'albero è reciso

dal ceppo, esso viene assoggettato alla così detta operazione dei

_segni_, la quale consiste nell'incidere sopra ogni tronco un'impronta

particolare che serva a indicarne il proprietario. Indi, dai boschi,

i singoli pezzi sono gettati nel fiume e affidati alla corrente. Si

raccolgono entro il _Cidolo_ o la chiusa; e di là a certi tempi vengono

rimessi in libertà e procedono nel loro viaggio. A mano a mano che

passano davanti agli opificî di seghe, ciascuno riconosce dal segno

i pezzi che gli spettano, o li prende, lasciando che gli altri tirino

innanzi. È dogma del commercio cadorino di rispettare religiosamente i

_segni_, nè accadde mai a memoria d'uomo che alcuno facesse suo un solo

tronco d'albero che non gli appartenesse.

Ma ecco il campanile di Pieve e le rovine del vecchio castello, antica

sede del Governo cadorino. Due castelli sono lo stemma del Cadore:

l'uno è appunto questo di Pieve; l'altro sorgeva nell'ultimo lembo del

territorio cadorino, ora in potestà dell'Austria.

Però quando credi d'esser vicinissimo a Pieve, la via se ne dilunga

piegando a sinistra, e ti trovi invece nel piazzale di Tai, ove

sboccano altre due strade, quella che viene da Pieve ed Auronzo, e

quella di Cortina d'Ampezzo. Sebbene fra Tai e Pieve corra circa un

mezzo chilometro, pure questi paesi sogliono confondersi insieme e sono

realmente riguardati come una sola cosa. Fa il conto che Tai e Pieve

formino la Buda-Pest del Cadore. Tai è la città commerciale. Pieve è la

città politica. Tai è la città degli alberghi (veramente non ve n'ha

che uno). Pieve è la città dei pubblici ufficî, quando se ne eccettui

però l'ufficio telegrafico, che ha la sua ultima stazione a Tai. Come

Longarone, ch'è alle porte del Cadore, v'introduce le derrate che

riceve dalla pianura, così Tai, che si trova nel centro, è il fondaco

naturale di tutti quei distretti, pei quali Longarone è situata troppo

lontana. Convengono colà gli abitanti dei comuni dell'Ampezzano e di

quelli d'Auronzo, e sul piazzale dinanzi all'osteria, all'insegna del

Cadore, vedi arrestarsi sovente il biroccino del Tirolese, che con la

piuma bianca al cappello viene a spendere le sue _Bank-Noten_ e ad

aggiungere dell'altra carta alla carta, da cui è inondato il Regno

d'Italia. Oh! l'osteria all'insegna del Cadore, co' suoi letti di

ferro e le lenzuola di bucato, con le cortine diligentemente inamidate

e bianchissime, col soffitto senza ragnateli e con le pareti senza la

inevitabile vaschetta dell'acqua santa che ti perseguita nelle locande

di villaggio, può esser davvero maestra di decenza a certi alberghi

di città! Vi si conservano poi singolari abitudini patriarcali. Per

esempio, un forestiere di riguardo, e capisci che a Tai io passavo

per tale, può esser certo che durante il pranzo avrà la compagnia

dell'oste, il quale è anche il negoziante del luogo, uomo dalla

faccia rubiconda e serena, che ti esilara l'animo, e ha i caratteri

dell'onestà e dell'agiatezza. Intanto una delle padrone ti serve a

tavola, la saliera di lusso esce dallo scaffale della credenza, e ti

si ammanniscono porzioni di carne da farti credere uno di quegli eroi

d'Omero che sotto le mura di Troia si divoravano placidamente grossi

quarti di vitello e di bove. Tra un boccone e l'altro discorri di

politica, del ministero Menabrea, del corso forzoso e del prezzo della

rendita; poi, se sei uomo d'affari, cerchi d'insinuarti destramente

nell'animo del tuo interlocutore, che, come ti dissi, è persona

facoltosa, e gli esalti le mille virtù della tua casa di commercio,

e gli parli del petrolio, dello zucchero d'Olanda e di quello di

Germania, e tenti di concludere qualche negozio. Ma l'oste, ch'è

persona riflessiva, si mette in guardia e si riserba di esaminare,

vedere, ponderare, ec. ec.; si lagna degli scarsi consumi, nega di aver

moneta, e chiude il discorso con la frase consueta: — _Pochi affari,

signor mio, pochi affari._ — In questo mezzo arriva la posta, recando,

fra le altre cose, anche la _Gazzetta di Venezia_. L'oste naturalmente,

da quell'uomo saggio e stagionato ch'egli è, ha una grande venerazione

per questo periodico; nondimeno, per uno speciale atto d'ossequio, si

dà premura d'offrirtelo prima ancor di spiegarlo, e t'invita a leggerlo

all'aria aperta sopra uno dei sedili di paglia, che, il dopo pranzo, si

mettono fuori della locanda. Ivi si riuniscono, all'imbrunire, alcuni

fra' più notabili personaggi dei luoghi vicini e tengono conferenze

politiche e sociali, mentre altri più giovani e vigorosi giocano la

partita alle bocce, il _cricket_ degl'Italiani. I giuocatori non son

tutti del paese; vi si mescolano due o tre impiegati d'altre provincie

addetti agli ufficî di Pieve. L'impiegato, gracile vegetale del Regno

d'Italia, non è difficile a ravvisarsi fra mille. Io l'ho riconosciuto

a Tai da un distintivo infallibile, il cappello a cilindro unto alla

base. L'osservatore filosofo sa che il cappello di quel genere è

richiesto dalla dignità dello Stato, e che nel luccicare dell'unto sta

scritto in lettere cubitali: — _Il mio stipendio non mi permette di

comperarmi un cappello nuovo._ — Mentre le bocce rotolavano saltellando

sullo stradale, que' poveri impiegati discorrevano fra loro di

emolumenti, di traslocazioni e delle altre miserie di _monsù Travet_.

L'oste assisteva in piedi al progresso della partita, con le gambe

aperte come quelle d'un compasso che vuol descrivere un circolo, e con

le mani unite dietro la schiena, tenendo in pugno un grosso bastone di

legno che con la punta radeva il suolo: di tratto in tratto accorrevano

a fargli festa le nipotine, che poi sguizzavano rapidissime entro

un orto chiuso da un basso steccato e posto a fianco della locanda.

In verità, a me pareva d'assistere alla bella scena dell'_Ermanno e

Dorotea_ del Goethe, quando l'oste del _Leon d'oro_, insieme coi più

ragguardevoli cittadini, s'intratteneva delle cose del giorno.

L'osteria _al Cadore_ è per Tai un edifizio cospicuo, a cui non saprei

quale altro potesse agguagliarsi fuori dell'ufficio telegrafico che

vi sorge dappresso. È l'ultima stazione telegrafica di questo lembo

d'Italia, e ad allontanarsene si prova un senso d'infinito rammarico.

Sinchè quel filo misterioso ci segue, non v'è terra così remota ove noi

non ci sentiamo in famiglia; quand'esso ci abbandona, siamo assaliti

da una nostalgia inquieta e profonda: ogni stormire di foglia ci pare

debba annunziarci qualche sventura. Al davanzale d'una delle finestre

dell'ufficio stava appoggiata e sporgente con mezza la persona una

giovane vestita con eleganza cittadinesca; aveva, se non m'inganno,

un succinto abito bigio, il camicino e i polsini inamidati, e una

fettuccia di seta rosa intorno al collo. Era, senza dubbio, la moglie

dell'ufficiale telegrafico, e assisteva con una certa aria di tedio

alla partita che si giuocava sulla spianata davanti all'albergo;

tantochè, se non fosse una temerità poco lodevole a voler leggere in

viso alla gente, io avrei trovato scritto sulla fronte di lei: — _A

Tai mi ci annoio moltissimo._ — E, diciamola schietta, se per chi vi

passa due o tre giorni, quelli son luoghi d'incanto, chi vi rimane per

lunghi mesi ha bisogno di possedere la scienza della vita in sommo

grado. Non portando le abitudini e le raffinatezze della città, si

può passarsela tollerabilmente in mezzo ai monti: conviene diventar

panteisti, immedesimarsi con quella natura splendida ad un tempo e

selvaggia, attendere alla cascina e al verziere, e saper tenere lunghi

ragionamenti con la pecora che torna dal pascolo e con la pèsca che

s'indora sul ramo. Signora _telegrafista_, la mi perdoni, ma mi sembra

che con la sua leggiadrìa, e co' suoi polsini, e col suo camicino

bianco, e con la sua fettuccia rosa, ella questa scienza della vita non

l'abbia.

A un passo dall'ufficio telegrafico trovi una viuzza che sale sul

monte. Da una parte e dall'altra di questa via angusta e fangosa

sorgono le abitazioni di Tai. Sono di legno, e di quell'architettura

che abbiamo già osservata a Perarolo; i tetti di cortecce d'albero

sovrapposte sporgono in fuori per un buon metro, e hanno una pendenza

notevole, come suolsi nei paesi nordici ove bisogna agevolare lo

scolo alle nevi. I fumaiuoli non si usano, e il fumo esce dalla porta

annerendo le gallerie, le pareti esterne e le scale, ciò che, a dire

il vero, non coopera a dare un aspetto di decenza al villaggio.

Il pian terreno d'ogni casa è una specie d'arca di Noè, ov'hanno

domicilio gli animali domestici, e si vede che la popolazione di Tai

partecipa piuttosto ai gusti del Michelet che non segua i precetti del

Mantegazza, e concede sotto il suo tetto un posticino alle bestie.

— _Chicchirichì._ — Dal pollaio senti la nota misurata ed acuta del

vigile gallo, mentre vi risponde in chiave di baritono il paziente

e rassegnato bove dalla sua stalla, il porco grugnisce a mezza voce,

e l'asino, il tenore dei quadrupedi, innalza al cielo il suo raglio

patetico. Qua e là passeggia dinanzi al noto abitacolo il grave

tacchino, impettito come un senatore, la gallinella con passo leggiero

di danzatrice va beccando rasente alle siepi.

Però, anzichè occuparsi della gallina, sarà miglior consiglio alzare

il capo e fissare lo sguardo al monte Antelao, il re di quella catena,

la cui cima torreggia dominatrice sopra altri monti minori. Dicono i

Cadorini che, se il suo comignolo è vestito di nubi, la pioggia non è

lontana, e non conviene avventurarsi a troppo lunghe gite. Io, dopo

le debite osservazioni, ridiscesi la via percorsa e lasciai passare

un breve acquazzone camminando su e giù pel vestibolo dell'albergo,

e gettando di tratto in tratto l'occhio nella cucina, ove parecchî

uomini, vestiti a foggia di montanari, seguivano attenti il bollire

del riso nella pentola, e il giro uniforme dello spiedo sopra le

brage. Piovigginava ancora quando uscii all'aperto, e deliberai di

fare una passeggiata dalla parte che mena a Cortina d'Ampezzo. Le

nuvole s'erano diradate alquanto; non così però che il grigio non

prevalesse ancor all'azzurro. Le montagne s'erano liberate il capo

dalla benda che le teneva nascoste; ma, anzichè spiccare sulla curva

d'un orizzonte limpido e trasparente, disegnavano i loro contorni sopra

un fondo cinereo, mentre larghe falde biancastre si appiccicavano ai

loro fianchi come brandelli di una vesta sdrucita. Talora lasciavano

vedere soltanto le cime, e a mirarle così isolate, con quella loro

tinta fredda d'inchiostro di China punteggiata qua e là dalle nevi,

avevano qualche cosa di lugubre e di sinistro. Le avresti dette spettri

giganteschi che, celata la persona in un ampio lenzuolo, si fossero

alzati dalle loro tombe per godere ancora una volta lo spettacolo di

questo piccolo mondo. Il vento scomponeva gli ordini di quelle masse

di nubi che ora procedevano serrate, ora sciolte, ora s'incontravano

evitandosi rapidamente, ed ora cozzavano e si mischiavano insieme.

Dalle pensili selve usciva un gemito malinconico, malinconico come il

cielo velato, malinconico come l'ora che transita fra il giorno e la

notte. E io andavo innanzi senza avvedermene, lasciavo alla mia destra

Nebiù, piccola villa tutta fra i monti, e in faccia mi si prospettava

Valle, grosso paesotto, e un po' più in là Venas, posta sul ciglione

d'un monte non elevato, da cui si direbbe volesse spiccare il salto di

Saffo. Stupendo paese, abbenchè ivi tu non senta il romoreggiare della

Piave, e la strada sia meno variata, e le pendici dei monti, coltivate

a frumento o a praterìa, non abbiano punto dell'arido come in altri

luoghi del Cadore. Voci di fanciulli si sollevavano dietro a quegli

alberi, gruppi festevoli ruzzolavano pel verde declivio di quelle

alture, e qua e là le campane suonavano l'_Ave Maria_. È l'ora dei

raccolti pensieri, è l'ora in cui l'anima sospira affannosamente alle

cose lontane o perdute. Come se la brezza increspa la superficie d'un

lago, discerni solo confusamente ciò che vi dorme nel fondo, così nella

lotta diuturna della vita talora il passato si nasconde o si vela. Ma

come se l'acqua si spiana, gli oggetti ch'ella ricopre si disegnano con

netti contorni, così nella solitudine e nel silenzio acquistano rilievo

le memorie dei tempi fuggiti. E l'anelito che ti fa evocare i diletti

estinti sembra pago un instante, e li vedi affacciarsi al tuo sguardo

e sorriderti, e schiudere le braccia all'usato amplesso. Oh! non così,

immagine fuggitiva ed eterea, non così io credevo incontrarti su questi

monti, mia sorella, mia sposa, Emma mia. Anima soavemente innamorata

del bello, perchè non eri tu meco a ritrar sulla tela i varî aspetti di

questa natura sublime? Poveretta! I tuoi pennelli giacciono polverosi

nel loro cassetto, i tuoi disegni sono intatti nella cartella; ma la

tua mano bianca e gentile non mescerà più i colori sulla tavolozza,

non prenderà più la matita. Mia buona Emma, mia perduta da un anno!

Così giovane, così leggiadra, così pura, perchè involarti da me?

Non eravamo sempre vissuti insieme, non avevamo cominciato ad amarci

bambini, giocando insieme nella sala o sul terrazzo della tua dimora?

Il tuo nome non chiudeva per me ogni dolcezza? Ed ecco, oggi io non so

più scriverlo senza che la guancia mi si bagni di pianto, non so più

sentirlo proferire dagli altri senza che un fremito mi corra tutte le

membra. E vorrei che la mia prosa negletta acquistasse, parlando di

te, un inusato fascino, onde come in nitido cristallo vi si potesse

specchiar la tua immagine e invaghire di sè chi svolge le carte di

questo volume. Nè ti dolga, schiva com'eri di lodi, s'io consacro alla

tua memoria questa pagina disadorna, e faccio pubbliche le tue virtù e

il nostro amore. No, io non disturberò la tua pace con vanti superbi;

mi basti richiamare sulla tua tomba un sospiro e una lagrima di chi

sente la religione della famiglia, e sa che vuoto lasci nel mondo il

dileguarsi d'una di queste dee casalinghe, ministre di sacrificî e di

affetti. O giovani madri, che vi vedete saltellare intorno una nidiata

di bambini, e li vedete crescere dal vostro soffio nudriti, dall'ombra

vostra difesi, come teneri arbusti che isolati non reggerebbero nè

all'impeto del vento, nè alla sferza del sole, possa un Nume tutelare

serbarvi a que' cari angioletti. Ma se voi li lasciate, chi prenderà il

vostro posto? Di che canzoni culleremo i loro sonni, di che racconti

intratterremo la loro infanzia? Dalla _ninna nanna_, con cui la

balia addorme il lattante, fino al volumetto di novelle, sul quale il

fanciullo impara a sillabare, per tutto è il nome materno: il mondo

non ha previsto il caso che i bambini non avessero madre. Miei poveri

orfanelli, aprendo il libro della vita, voi troverete lacerata una

pagina; la pagina che vi avrebbe compensato di tante altre, o stolte, o

ingannatrici, o nefande; la pagina, su cui avreste riposato lo sguardo

nei giorni dell'abbattimento e dello sconforto; la pagina, nella quale

era scritto a lettere d'oro: — _Amore materno!..._ —

E tu perdona, o lettore, s'io ti parlai de' miei lutti. Vi sono tanti

che riempiono interi volumi dei loro panegirici vanitosi, ch'io spero

meritare indulgenza se ho consacrato poche parole al mio dolore....

Racconti e bozzetti · 第 39 / 60 题