A chi non è accaduto di trovarsi talvolta in una compagnia, sulla quale
pesi la plumbea cappa dell'equivoco e dell'imbarazzo? Una parola men
che opportuna sfuggita ad alcuno dei presenti, una notizia inattesa,
raccontata fuor di proposito, bastano assai spesso a produrre questi
stati difficili, i quali spengono il buon umore nella più gaia comitiva
del mondo. Nel caso nostro l'imbarazzo aveva ben più serie cagioni.
L'Angelina, per ischietta che fosse, non poteva dir tutto alla Matilde,
nè parlare in guisa da toglierle ogni speranza; e la Matilde dal canto
suo sentiva che nelle confidenze della cugina vi era qualche cosa
di sforzato e qualche cosa di taciuto, e i sospetti, che lo sguardo
dell'Angelina aveva dispersi, tornavano a darle martello. Di Vittorio
è agevole intendere com'egli dovesse essere confuso e scontento di
sè. Con l'Angelina egli non aveva mentito. Ella non gli era stata mai
indifferente, e il vederla così giovane e bella perorare la causa di
un'altra con una sollecitudine tutta materna, gliela aveva resa mille
volte più cara. Favellandole d'amore in modo sì trasparente, egli aveva
obbedito a un impulso reale del proprio cuore, che in quell'istante
sentivasi affascinato dalle elette virtù e dalla peregrina avvenenza
della giovinetta: pure il suo affetto, non maturato nel silenzio,
non cresciuto solo e senza rivali, era esso forse degno di lei, anima
candidissima, nata piuttosto a chiudersi in sè, romita e sdegnosa, che
a piegarsi a passioni volgari? E poi ch'ella aveva respinto questo suo
amore, quale altro sentimento poteva provare per lui che il disprezzo?
Che altro poteva crederlo, se non un libertino svenevole, che, per
sottrarsi ai doveri dell'uomo onesto verso una donna, si mostrava
spasimante di tutte? Oh! il disprezzo dell'Angelina gli era grave fuor
di misura. E la Matilde che avrebbe pensato di lui? Ella lo amava!
E perchè egli non aveva accettato con lieto animo l'offerta di un
cuore, di cui egli solo aveva insidiato la pace? La Matilde non era
forse ella pure bella e virtuosa, non ne aveva egli mille volle lodato
a' suoi compagni di scuola e i bruni capelli, e gli occhi neri, e la
vispa persona, e la doppia fila di bianchissimi denti che ne faceva
sì attraente il sorriso? Perchè disdegnando un affetto che, per così
dire, gli veniva incontro spontaneo, ne aveva cercato un altro che
gli si rifiutava con tanta alterezza? E qui sopraggiungeva un nuovo
pensiero. L'Angelina aveva lasciato trasparire di amare qualcuno. Era
uno strattagemma di difesa? Era una verità? E in quest'ultimo caso,
chi poteva essere l'incognito amante? Onde venuto? E da quando?...
Se la Matilde non gli fosse piombata addosso in quel modo, forse egli
avrebbe potuto venire a capo dell'arcano, forse ottenere dall'Angelina
una men dura ed assoluta risposta. Ed ora, quale stato era il suo
in casa Mauri? Non gli conveniva d'uscirne al più presto? Così egli
passava d'una in altra interrogazione, senza trovar mai risposte che
lo soddisfacessero, e non avendo di ben chiaro e preciso altro che il
concetto dell'amor proprio ferito, e quell'indefinibile disgusto di sè
che nasce dal sentimento de' proprî torti.
In tal maniera l'Angelina, la Matilde e Vittorio ritornavano dalla
poco lieta passeggiata campestre, taciturni, discosti alquanti passi
l'uno dall'altro, a guisa di congiurati. L'Amalia che, dopo essersi
ripromessi mari e mondi da questa gita, vi si era invece indicibilmente
annoiata, piagnucolava di stanchezza e di tedio, e se talora con
la felice volubilità dell'età sua passava dalle lagrime al riso,
seguendo con gli occhi il volo d'una farfalla o il tuffarsi d'una rana
nel fosso, quando s'accorgeva che nessuno le dava retta, tornava a
brontolare ed a piangere.
Il sole era tramontato, lasciando parte del suo manto di luce a
certe nubi rossastre che si disegnavano nelle più pittoresche fogge
del mondo sugli ultimi lembi dell'orizzonte. Del resto, il cielo era
limpidissimo: soffiava una brezza ristoratrice, pronuba ai connubi
delle piante e dei fiori; i platani dimenavano gravemente il capo; e
le spighe dorate dei campi s'agitavano con un fruscìo pettegolo, pari
a quello che fanno le insegne spiegate al vento: il fiume, secondo i
movimenti del terreno, ora celato, ora aperto allo sguardo, menava con
un moto impaziente e con un sordo ribollimento le sue acque torbide
e gonfie, urtando con violenza le barche legate alla riva. La strada
era quasi deserta, chè la moda aveva in quell'estate assegnato a
convegno della società elegante una passeggiata dal capo opposto della
città: non vi s'incontrava che qualche drappello di contadini reduci
dai campi; qualche coppia d'amanti desiderosi della solitudine, e
qualche modesta carrozza, diretta alla vòlta d'una o d'altra villa
del circondario. Tra i virgulti d'una siepe, o dietro un muricciuolo,
vedevasi spuntare la canna d'un fucile e il cappello di feltro di
un dilettante di caccia, che col suo sigaro in bocca se ne stava
silenzioso spiando il cielo, in cui passavano a stormo gli spensierati
uccellini. Di tratto in tratto udivasi uno sparo, una nuvoletta di
fumo si levava nell'aria, e un cane sbucava fuori dalle macchie, con
le orecchie tese, con le narici enfiate, ed ora correva attraverso
i campi, ed ora scendeva rapidissimo per la china sdrucciolevole
dell'argine, riportando a' piedi del padrone la preda ancor palpitante
e dibattentesi pietosamente negli spasimi dell'agonia. A ciascuno di
quegli spari gli augelletti, che giravano innumerevoli per l'aria, si
stringevano sgomenti fra loro con un pigolìo lamentevole, e, come li
consigliava l'istinto, spingevansi alto alto nel firmamento, che, visto
dal basso, rendeva immagine d'un ampio padiglione turchino, punteggiato
di nero. Poi le povere bestioline, o vinte dalla stanchezza o
facilmente dimentiche, tornavano a raccogliere il volo verso la terra,
e allora ricominciava la sinistra armonia delle schioppettate. A poco
a poco anche quel suono cessò: i cacciatori col fucile ad armacollo
ritornavano in città, seguìti dai loro cani, e il verde dei campi e
l'azzurro del cielo andavano prendendo una tinta ognor più uniforme, e
le colline lontane si ravvolgevano in un tenue vapore, e gli alberi si
disegnavano in masse opache, su cui principiava a deporsi la rugiada
della sera. Insomma si avvicinava la notte, e la nostra comitiva era
ancora mezzo miglio dal sobborgo della città. L'Amalia inseguiva due
lucciolette, che, librate sulle loro piccole ali luminose, avevano
sembianza di due pallide stelle, e ora stringevansi l'una all'altra
come se volessero abbracciarsi, e ora si discostavano rapidamente,
tenendosi tuttavia nella medesima direzione lungo l'argine del fiume.
La fanciulletta, sventatella com'era, non badava troppo al pericolo, e
stava per perder l'equilibrio e rotolar giù dalla costa, se la Matilde,
avvedutasene a tempo, non le era tosto ai panni e non l'afferrava pel
lembo del vestito. Volle sfortuna che nel rispingere la sorellina verso
la strada non s'accorgesse d'una subita svolta del terrapieno, e il
piede le sdrucciolasse nel vuoto, onde cadde boccone sul pendìo esterno
dell'argine. Atterrita mise uno strido e cacciò le mani nell'erba,
ma l'erba, umida per la rugiada, non le offrì alcun punto d'appoggio,
anzi le agevolò la discesa, e in men che non si dice si sentì investita
dall'acqua e travolta dalla corrente. Un urlo terribile di spavento, un
grido angoscioso di _aiuto_ si levò per l'aria e scosse gli abitatori
dell'altra parte della riviera. Lumi apparvero nell'interno delle case,
e la gente affacciata alle finestre ripeteva, come per eco ripercossa,
il grido di — _Aiuto_. — L'Angelina era balzata sulla cima dell'argine,
pallida, con la fisonomia stravolta; aveva appiccicata alle vesti
l'Amalia, che chiamava Matilde in mezzo a un singhiozzo convulso. E che
facea Vittorio, e dov'era? — Vittorio, Vittorio! — proruppe l'Angelina
disperatamente. In quel punto, chinando il trepido sguardo verso il
fiume, vide, o le parve, un'altra persona alle prese con l'onda, ma
non nell'atto di chi sta per sommergersi; bensì come quegli che, sicuro
delle sue forze, s'avventura intrepido e quasi a sollazzo nell'infido
elemento. Col moto affrettato, eppur regolare, delle braccia, fendeva
rapidissimo l'acque, e ognor più guadagnando sulla corrente accostavasi
alla Matilde che ancora si dibatteva, sorretta dall'aria raccolta entro
l'ampio volume delle sue vesti. Intanto la gente accalcavasi sulle
due rive, ma non uno osava gettarsi nel fiume e accorrere in aiuto
de' pericolanti. Fra la folla eran divisi i pareri, e chi supponeva
che i caduti nella riviera fossero due, e chi, apponendosi al vero,
giudicava che l'uno tentasse il salvamento dell'altro: tutti però
erano d'accordo nel temere che la corrente travolgerebbe entrambi
nella sua furia. E già alle grida, alle alte querele si mescevano i
commenti, tra le donne in ispecie, e taluna osservava trattarsi di due
amanti, a cui le famiglie non permettevano di unirsi in matrimonio,
e che perciò morivano insieme; e tal'altra diceva che il fidanzato
aveva gettato nell'acqua la sposa per gelosia, ma, pentitosi tosto,
si slanciava a salvarla o a perire con essa. E queste cose dette in
modo dubitativo venivano poi affermate in gran pompa e ingrandite
secondo la fantasia del narratore. Ma intanto che questi pensieri e
queste parole si ricambiavano nello spazio di pochi secondi, i due
punti neri che stavano nell'acqua eransi avvicinati, e n'era successa
una specie di lotta a corpo a corpo. Chè la Matilde, quasi fuori de'
sensi per l'acqua che le era entrata dalla bocca, dagli occhi, dalle
narici, obbediva soltanto all'istinto della propria conservazione, e
s'era aggrappata al suo salvatore in modo da togliergli il movimento
e il respiro. Vi fu un momento che scomparvero entrambi: poi uno,
divincolatosi, ricomparve a galla, aspirando affannosamente una boccata
d'aria. Un grido di raccapriccio si levò fra gli astanti, e taluno se
ne andava pe' fatti suoi, dicendo: — Tutto è finito; — e tal altro,
accennando col dito, crollava il capo e bisbigliava al vicino: — Non
c'è più caso. Vedete: laggiù ci sono i mulini, la corrente si fa ancor
più rapida, e sfido il più gagliardo uomo del mondo ad uscirne. — In
quella, che è che non è, s'ode levarsi dal fiume una voce: — È salva.
— Era Vittorio; chè l'intrepido nuotatore non era altri che lui, e
il lettore se lo sarà immaginato, il quale, dopo infinite fatiche,
aveva potuto afferrar la Matilde per i capelli e trarla a terra. A
quella parola — è salva — rispose un immenso applauso, e una barca,
che finalmente erasi mossa dalla spiaggia e portava il così detto
soccorso di Pisa, fu accolta a risate ed a fischi. L'Angelina piangeva
dirottamente dalla consolazione, e copriva di baci la piccola Amalia,
anch'ella tutta in lagrime ed in singhiozzi. Molti scendevano con
cautela l'erta dell'argine per aiutare Vittorio a salire. Ma quegli,
tenendo fra le braccia la Matilde come si terrebbe un bambino di pochi
mesi, ringraziava col capo e saliva la costa senza appoggiarsi ad
alcuno. E alle congratulazioni che gli venivano fatte del suo coraggio
e della sua vigoria, rispondeva: — Se ho potuto tirarmi fuori dalle
acque del Volturno in mezzo a quel serra serra, vedono che non c'è
grande bravura a uscire illesi di qui. — La Matilde era svenuta: i
capelli grondanti le scendevano giù per le spalle, e sotto le vesti,
che inzuppate d'acqua le si aderivano alle membra, disegnavansi gli
eleganti contorni della bella persona. Vittorio, posto un ginocchio
a terra, l'adagiò soavemente sull'erba, tenendole sollevato il capo
con la mano sinistra e posandole la destra sul cuore per sentirne i
battiti; mentre l'Angelina, curva sopra la giacente, la scaldava del
suo respiro, e ad ogni istante alzava gli occhi verso Vittorio per
attingere dal suo sguardo sereno quella fiducia ch'ella non aveva
ancora interamente riacquistata. Quanto all'Amalia, ella non voleva
mai staccarsi dalle vesti di lei. Un capannello di curiosi erasi
fatto attorno a quel gruppo, e ognuno diceva la sua, e ognuno dava
un consiglio, e v'erano soprattutto due o tre donnicciuole che non
rifinivano di parlare: — Bisogna metterla con la testa all'ingiù. —
Oibò; anzi bisogna tenerla ritta. — Tutt'altro; il miglior modo è di
farla stare sul fianco. — E così di questo tuono. L'Angelina intanto,
zitta zitta, erasi accinta a slacciare il vestito della Matilde;
sennonchè, vedendo in quel crocchio degli uomini, si fermò un istante e
rivolse loro uno sguardo mezzo supplichevole, che pareva significare:
— Sarebbe più dicevole che se ne andassero. — Alcuni intesero; altri
no. Vittorio, o per delicatezza, o perchè credesse di esser più utile
in altro modo, si allontanò un momento, e l'Angelina, discinta ch'ebbe
la Matilde, le gettò addosso la sua mantiglia, e tornò a far di tutto
perchè si risentisse. E in fatto la fanciulla diè segno di ritornare
in sè; mosse prima un braccio, poi l'altro, aperse a stento gli occhi,
li girò un istante languidamente, e li richiuse di nuovo, trasse un
lungo sospiro, fece insomma quanto bastava per rassicurare ognuno
sul conto suo. — Ora ci vorrebbe una carrozza, — disse l'Angelina
in modo da essere intesa da quelli che le stavano attorno, nella
speranza che taluno volesse prestare un soccorso più efficace che
non rimaner lì a cicalare. Ma tosto si udì un romore di ruote. Era
Vittorio, che, procuratosi un'umile vettura scoperta in una fattoria
lì presso, ov'egli aveva qualche conoscenza, accorreva a gran trotto
per ricondurre a casa la Matilde ed il resto della comitiva. La Matilde
fu collocata con molta cura nel biroccino: le ravvolsero i piedi e
parte della persona in una ruvida coperta di lana; le acconciarono
il capo sopra un gran mucchio di paglia, affinch'ella non risentisse
le scosse del tragitto: l'Angelina le si assise a fianco; l'Amalia
dirimpetto; Vittorio salì in un batter d'occhio sulla serpe della
vettura, e, scuotendo le redini e agitando la frusta, mise in movimento
il cavallo, non senza ricambiare prima un saluto affrettato colla gente
ivi raccolta, che gridava: — Buon viaggio: il Signore gli accompagni.
— Vittorio pensava, con un giusto sentimento d'orgoglio, che, se non
fosse stato lui, la povera Matilde si sarebbe affogata da un pezzo, e
non è a dirsi quanto egli fosse contento dentro di sè. La strada era
sicura e il cavallo tranquillo, ond'egli a ogni tratto allentava le
redini, e girandosi sul fianco guardava nell'interno della carrozza.
L'aria fresca della sera aveva fatto rinvenire la Matilde, non però
tanto ch'ella si facesse giusto concetto delle sue impressioni.
Schiudeva un istante gli occhi, ma poi le palpebre le si riabbassavano
nuovamente, a cagione dell'estrema debolezza, e ricadeva come in un
sopore. La luna, uscita appena da un gruppo di nuvolette bianche e
sottili, le mandava in viso la sua candida luce, rivestendola di nuova
e arcana bellezza. Nè a Vittorio ella era mai sembrata tanto avvenente.
A cinquanta passi dalla casa trovarono il signor Bernardo
inquietissimo, ed è agevole immaginare il suo stupore vedendoli
arrivare in quel modo. La vettura gli passò innanzi rapidissima, e
forse, se non era Vittorio che con la mano gli accennava che stésse
tranquillo, e l'Angelina che gli gridava: — Non è nulla, non è nulla,
— non si sarebbe nemmeno accorto della Matilde mezzo svenuta. Ma quei
gesti e quelle parole, che dovevano rinfrancarlo, gli diedero una
trafittura al cuore. Temè d'una disgrazia, gli occhi gli caddero sopra
la figliuola, e con un sudore freddo per tutta la persona e con le
gambe barcollanti s'affrettò a ritornare a casa. La vettura era appena
entrata nell'androne, e tutta la famiglia era lì facendo ressa intorno
alla Matilde, le cui guance cominciavano a tingersi d'un rossore
febbrile. Non diremo delle domande angosciose, delle spiegazioni date
e ripetute, dei sussulti nervosi della signora Clara e della Nella,
nè delle smorfie che la fantesca faceva dietro a loro, ogni volta che
davano segni di cadere in deliquio. Diremo soltanto che il medico,
chiamato senza indugio, assicurò svanito ogni pericolo, pur che la
fanciulla stésse qualche giorno in riposo. E diremo che in quella sera,
mentre ancora tutti le erano presso il letto, la Matilde, girando gli
occhi attorno, li riposò sul giovine di nostra conoscenza, che l'aveva
salvata, e le sue prime parole furono: — Grazie, Vittorio. —