Eppure Vittorio non era un libertino volgare che si compiace del male
che fa intorno a sè: era un poco leggiero, un po' spensierato, e non
altro. Egli andava lieto di destare la simpatia delle due cugine,
e forse anco di suscitare un senso di rivalità fra di loro; ma non
supponeva nemmeno che quella simpatia dovesse mutarsi in amore, ma
credeva, ed era questo il suo inganno, che due cuori inesperti di
giovinette potessero arrestarsi a tempo sullo sdrucciolevole terreno,
sul quale egli medesimo le aveva poste. Era però tanto accorto da
avvedersi ormai dell'errore commesso, e l'avvenuto di quegli ultimi
giorni gli era stato una rivelazione. Bisognava assolutamente ch'egli,
pur rimanendo cortese, si ristesse dalle soverchie assiduità verso la
Matilde per non dar pascolo a funeste illusioni. O forse non sarebbe
stato conveniente di venire a dirittura a una spiegazione franca e
sincera, e chiarire alla giovinetta com'egli intendeva di essere
buon amico e nulla di più? Gli balenò alla mente anche l'idea di
incaricare del delicato messaggio l'Angelina, ch'era d'indole così
buona e discreta: poi se ne ricredette, e giudicò miglior consiglio di
non appigliarsi a un troppo precipitoso partito, e di stornare invece
adagino adagino il pericolo. Finalmente si soffermò a indagare un poco
i segreti del suo cuore. In quell'arrisicato gioco d'equilibrio, a
cui s'era messo per solo istinto di giovanile galanterìa, era egli ben
certo di non avere piegato nè da una parte, nè dall'altra? Era certo
di essere così scevro d'ogni occupazione seria dell'animo, com'era
per lo addietro? In verità non faceva d'uopo d'un lungo esame per
accertarsi che nessuna passione violenta s'era impadronita di lui. Non
c'è pericolo che chi domanda a sè stesso: — Sono innamorato? — sia sul
punto d'impazzir per amore. Ma che cosa volete? Quelle due immagini
di donne, di così diversa bellezza, eppur entrambe sì belle, non gli
volevano uscir dallo spirito. E mezzo assopito com'era, cedendo alla
vanità naturale del suo carattere, gli sembrava di essere il pastore
dell'Ida in mezzo alle Dee: e quando gli passava innanzi la Matilde
gaia, espansiva, con le pupille nere e i neri capelli che spiccavano
sulla sua carnagione bianchissima, egli stava lì per darle la palma;
ma poi più contegnosa nella gioia, più composta nella malinconia e gli
occhi pieni di pensiero e d'affetto gli si affacciava l'Angelina, ed
era un fascino irresistibile che lo attraeva verso di lei. Qual fosse
la catena che vincolava la libertà de' suoi movimenti, non avrebbe
saputo dirlo egli stesso: pur libero affatto non era, pur non era
uscito della mischia senza ferita. E quanto più mulinava il modo di
rompere quei fili invisibili, tanto più il suo pensiero vi si smarriva
e le contraddizioni del suo carattere gli suscitavano mille difficoltà
imprevedute. Così nulla concludendo, finì coll'addormentarsi e col
rimandare al mattino la soluzione dell'arduo problema.
Neppur la Matilde passò la più placida notte del mondo. La repentina
violenza della sua passione le avea messo la febbre addosso, ed ella
si rivoltolava tra le coltri senza poter chiudere occhio. A' dubbî
suscitati dall'Angelina non voleva badare affatto, ma contro sua
voglia essi ritornavano a molestarla come la mosca importuna che par si
compiaccia nell'infastidirvi. Non era forse vero ch'ella aveva troppo
rapidamente aperto il cuore alla speranza, e che supponeva in Vittorio
un affetto, di cui egli non le aveva dato nessuna valida prova? E
bisognava pur venirne a capo e sapere a che cosa attenersi. Ma qui il
timore di una verità incresciosa la disanimava dal far più profonde
indagini; ed ella preferiva lasciar parlare la voce del cuore, che le
diceva: — Non è possibile ch'egli non ti ami. — Strano a pensarsi: in
mezzo a' suoi dubbî non le venne mai quello che l'Angelina potesse
amar ella Vittorio; è la più semplice ipotesi che ultima s'affaccia
allo spirito. Ma v'era anche un altro motivo che sviava la sua fantasia
da questa supposizione. L'Angelina aveva tanto avvezza la famiglia al
sacrifizio di sè, da non lasciar nemmen campo all'idea ch'ella potesse
opporsi come un ostacolo alla felicità altrui. Il mondo è fatto così.
A chi opera il bene una volta tanto piovono le lodi e le testimonianze
di riconoscenza; ma quando il praticare il benefizio diventa una
consuetudine della vita, diventa del pari una consuetudine pel
beneficato il riceverlo: non si tien conto all'uomo delle buone azioni
che ha fatto, ma si biasima acremente di quelle ch'egli non volle o
non seppe compiere: l'annegazione, che per gli altri è una virtù, per
lui è un dovere. In questa maniera, se la Matilde avesse supposto che
il povero cuore dell'Angelina osava battere degli stessi battiti suoi,
e che a lei, derelitta nel vasto universo, balenava il desiderio d'un
nuovo affetto, d'una nuova esistenza, ella non avrebbe lasciato certo
di chiamarla ingrata e cattiva. Ma non vi pensava, e del modo col quale
l'Angelina avea accolto le sue rivelazioni, accagionava la maraviglia
e null'altro, e non metteva in dubbio che in lei avrebbe trovato una
discreta confidente, un efficace strumento dell'amor suo.
Sfortunata Angelina! Ella era rimasta lungamente nella posizione,
in cui l'abbiamo lasciata, dinanzi al suo tavolino, dinanzi alla sua
tazza infranta, alla sua dalia appassita; aveva intesa, e l'era parsa
una crudele ironìa, la voce di Vittorio che canticchiava mentr'ella
piangeva, e sentiva pesarle tremenda sull'anima l'inesorabilità del
destino. Qual'era stata la sua vita da due anni in qua? Un sacrifizio
continuo d'ogni giorno, d'ogni ora, d'ogni minuto. Ella aveva diviso
il suo pane con gli altri; aveva con l'opera sua servito ad alimentare
la vanità di due donne sciocche e bisbetiche, quali erano la signora
Clara e la Nella; aveva forzato il labbro al sorriso per rasserenare la
fronte annuvolata del suo povero zio; erasi acconciata con lieto animo
alle privazioni, e mai non l'era sfuggita una parola di rimprovero,
e mai un lamento. E che ne aveva ella avuto in ricambio? Da alcuni
la indifferenza superba, dagli altri quell'amore egoista ch'è largo
soltanto di carezze e di smorfie, ch'è sempre pronto a chiedere e
restìo sempre ad offrire. Ed ora, a suggellare tanti suoi sacrifizî,
le si domandava di rinunziare alla speranza onde la vita è bella a
vent'anni, alla speranza d'essere amata! Ed era la Matilde, l'amica
sua prediletta che glielo chiedeva, come a renderle più arduo il
rifiuto, era essa che distruggeva il primo sogno di felicità ch'ella
aveva formato in due anni! Era dunque scritto lassù ch'ella, povera
sfortunata, non dovesse aspirare a cosa alcuna nel mondo, e immolarsi
sempre, e morire! Sì; un vago presentimento di morte andavasi
insinuando a poco a poco nell'animo dell'Angelina. Con l'ultimo
olocausto ch'ella si apprestava ad offrire, sentiva che le sarebbero
venute meno le forze, che la spossatezza si sarebbe resa signora di
lei. Ebbene! questo pensiero della morte, questa idea di sottrarsi per
sempre ai disinganni ed alle lusinghe, le metteva una calma infinita
nell'anima e la persuadeva, quasi senza ch'ella se ne avvedesse, alla
novella prova d'annegazione ch'era domandata al suo cuore. No; la
Matilde non avrebbe avuto a dolersi di lei: ella avrebbe soffocati i
suoi sentimenti, e quanto possedea d'eloquenza e d'affetto lo avrebbe
speso a commovere Vittorio in favore della cugina. Una risoluzione
presa, col deliberato proposito di mantenerla, ridona, almeno per
qualche istante, la calma allo spirito. Così l'Angelina, poichè si
fu acquetata in questo partito, riebbe un poco dell'antico vigore.
Benchè fosse innanzi nella notte e la luna accennasse al tramonto, e
qua e là nella campagna cominciasse a ridestarsi la vita che precede
i primissimi albori; ella chiuse le imposte, e si gettò sul letto
cercandovi il sonno. L'ospite invocato non venne, ma venne invece
quell'assopimento, che, se anche non ristora le forze, calma, attutisce
l'agitazione morale, quell'assopimento che non sospende la volontà, ma
ne diminuisce gli effetti. L'Angelina vide la luce del giorno entrare
nella sua stanza attraverso le imposte, intese come in un confuso
ronzìo l'orologio della torre vicina battere successivamente le sette,
le otto, le nove; ma la spossatezza delle membra le fece richiudere le
palpebre e voltarsi da un altro lato. Una vocina squillante la scosse
da quella specie d'incubo che la teneva inchiodata sulla coltrice. Era
la piccola Amalia che aveva messo pian piano la testa per lo spiraglio
dell'uscio, e battendo le mani con aria di infantile importanza,
proruppe:
— Ah! bellissima. Stamane mi tocca far lo svegliarino della famiglia.
La Matilde dorme, Vittorio non s'è ancora visto fuori di stanza, e
tu, che sei sempre in piedi innanzi degli altri, nemmeno ti sogni
d'alzarti.
— Sii buona, — rispose l'Angelina, che fin dalle prime parole
aveva dato segno d'esser desta; — aprimi le imposte e fa un po' da
donnina. —
L'Amalia eseguì prontissima l'ordine avuto; ma, quando l'aria e la luce
ebbero inondata la stanza, si avvide del disordine insolito che v'era,
ed esclamò ridendo:
— O che hai fatto baruffa col gatto stanotte? Guarda un po'....
un bicchiere in pezzi.... una dalia per terra che pare un pollo
spennacchiato, e tutto _sans dessus dessous_, come direbbe la mia
maestra di francese. —
L'Angelina si sforzò di far il viso ridente, e soggiunse:
— Orsù, poichè stamane sei una persona tanto assestata, metti un po' di
regola in questo _caos_. —
La fanciulla seria seria s'accinse al suo ufficio.... Rimise al posto
il tavolino e le sedie, prese fra la punta del pollice e dell'indice
i pezzi del bicchiere infranto, e li raccolse sul davanzale della
finestra; poi si pose a esaminare gravemente la dalia, e volgendosi
all'An- gelina disse:
— E questa? —
L'Angelina fece uno sforzo, poi rispose:
— Buttala via.
— Guarda, guarda, l'è quella stessa che ti regalò Vittorio tante sere
fa.... Glielo dirò io che bel fine ha fatto il suo fiore, — soggiunse
poi tra lo scherzevole e il malizioso, chè la loro malizia l'hanno
anche le bambine di nove anni. — In verità che mi par peccato.
— Oh, ma insomma — interruppe l'Angelina che in quel frattempo erasi
alzata — non vuoi più finirla? — E senza celare un po' di dispetto,
prese il fiore di mano all'Amalia e lo gettò dalla finestra.
— Ih! che furie! — sclamò la fanciulla fisando attentamente il volto
della cugina, che nella pallida tinta e nelle occhiaie infossate
serbava le tracce dell'agitazione di quella notte.
— Ma che cosa t'è accaduto? Se vedessi come sei scomposta in viso!
Parrebbe che tu avessi pianto. —
L'Angelina s'affacciò allo specchio e non potè nascondere la sua
commozione vedendosi tanto mutata: in poche ore le parve d'aver vissuto
dieci anni.
— Sono stata alla finestra sino a molto innanzi nella notte, —
diss'ella per giustificarsi in faccia all'Amalia; — l'aria era umida,
avrò preso del freddo.... Ma non perdiamo tempo in chiacchiere, aiutami
a fare un po' di _toilette_. — E sforzandosi di pigliare un tuono ilare
e disinvolto, si gettò sopra una sedia, sciogliendo le lunghe e folte
trecce de' suoi capelli che scesero giù fino a terra, e soggiunse:
— Vediamo se le tue manine son buone a dipanare questa matassa. —
Nell'età dell'Amalia ogni cosa serve di spasso, e l'impresa a cui ella
si era posta tra il comico e il serio, le diede argomento alle più
grasse risate, e lo fece lasciar da banda le sue domande sulle cagioni
del turbamento dell'Angelina.
Frattanto, nel piano inferiore della casa, la signora Clara aveva
chiamato a grave colloquio il marito. Le simpatie che s'erano
manifestate tra la Matilde e Vittorio rendevano necessario un sollecito
provvedimento. Se Vittorio fosse stato un ragazzo a modo, egli non si
sarebbe certo lasciato sfuggire un partito come la Nella, i cui pregî
di tanto avanzavano quelli della Matilde, e soprattutto avrebbe chiesto
consiglio a lei, alla madre, alla padrona di casa, verso la quale
ostentava invece così villana indifferenza. Ma Vittorio non era che un
uomo volgare: ella erasene accorta da un pezzo. Nondimeno, poichè era
ricco, e di ciò dovevasi pur tener conto, se vuole assolutamente sposar
la Matilde, che se la sposi; ma lo dica schietto e non si prenda giuoco
della famiglia che, se non per parte del signor Bernardo, almeno per
parte di lei, Clara Mauri nata Morelli, doveva essere rispettata....
E sul termine di questa filastrocca la signora Clara si lasciò cadere
maestosamente sopra una sedia a bracciuoli, facendosi fresco col
fazzoletto. Dopo pochi secondi di pausa e come a guisa di conclusione
soggiunse: — Ora tocca a voi. Dicono che siete il capo della famiglia;
dunque parlate col signor Vittorio, chè già io con quello sventato non
ci trovo gusto a discorrere, e poi venitemi a riferire il successo del
vostro colloquio. —
Il povero signor Bernardo, che nemmeno ne' suoi bei tempi era stato
un uomo di spirito, era molto meno adesso, dopo i suoi disastri
commerciali. Nondimeno il cuore gli teneva luogo qualche volta
dell'ingegno; aveva a tratti a tratti quella intelligenza del
sentimento, che è il privilegio dei buoni, e loro dà modo di non parere
ottusi del tutto. Solo nella famiglia, egli aveva un vago presentimento
della simpatia dell'Angelina per Vittorio. Quando però la signora Clara
ebbe da lui la timida rivelazione di questo dubbio, ella non rattenne
più la sua collera. E gestendo furiosamente: — Vorrei un po' vedere
— proruppe — che quella sfacciata pettegola si permettesse di far
all'amore in casa mia e di rubare i partiti alle mie figliuole. Oh!
sta a vedere che quel damerino del signor Vittorio avrà negletta una
giovane come la Nella, ed ora metterà in un canto anche la Matilde, per
far piacere a lei, alla signora maestra di musica! Non son chi sono
se non li mando fuori della porta tutti e due, ove sia vera una cosa
tale....
— Eh! per carità, — interruppe il signor Bernardo, che per quieto
che fosse non poteva a meno di essere indispettito della burbanza
della moglie, — non la prendiamo in tuono sì alto. Voi sapete meglio
di me che senza l'Angelina saremmo stati bene imbrogliati a campare:
toglieteci ora per soprassello anche la pensione che ci paga Vittorio,
e poi vi farete i vostri cappellini con la sporta del pesce.
— Che cappellini! che sporta! — sclamò fiammante di sdegno la signora
Clara, alzandosi in piedi in tutta la maestà della sua poderosa
persona. — Io che ho sacrificato la mia dote, e, ciò che più monta, la
mia gioventù, il mio spirito, il mio brio, le mie relazioni, tutto per
causa della vostra dabbenaggine. Ah! vi sta bene di prendere il tratto
innanzi e accusar me.... Avete trovato un pane per i vostri denti....
imbecille.... babbeo!... —
E senza nemmen terminare la sua perorazione uscì furibonda della
stanza, chiudendo con violenza dietro a sè tutti gli usci, siccome
era suo costume, e si recò a consolare la sua primogenita, alla quale
toccava la sorte della biblica Lia, senza speranza alcuna di trovare un
Giacobbe che la prendesse in iscambio.