L'Angelina lesse e rilesse il singolare messaggio, sperando di trovarne
la chiave. Quale poteva essere questa gran confidenza, di cui la
Matilde serbava a lei le primizie? Era certamente un segreto del cuore,
era una passione amorosa. Ma per chi? Qui l'Angelina andava contando
sulle dita i giovani di qualche intrinsechezza con la Matilde; ma,
con sua grandissima noia, quando aveva portato l'indice della mano
destra sul pollice della sinistra e contato _uno_, non le veniva
fatto di andare più innanzi. E quell'uno era Vittorio. Dio buono! Di
tanti uomini che vi sono al mondo, doveva essere proprio Vittorio il
prescelto? E l'Angelina ritornava da capo, e si sforzava di richiamare
alla sua fantasia i nomi di tutti gli uomini al disotto dei trent'anni,
che aveva visti in casa Mauri; ma o non le venivano a mente, o li
ritrovava tutti inferiori a Vittorio. Però chi rassicurava che, ne'
sette giorni della sua assenza, la Matilde non avesse conosciuto
qualcuno, e non si fosse accesa subitamente di questo _incognito_?
Era una meschina scappatoia: pur l'Angelina facea di tutto per esserne
soddisfatta, e si infastidiva de' dubbî che ad ogni momento tornavano a
darle travaglio.
Il giorno appresso i suoi ospiti la fecero ricondurre in città in una
sontuosa carrozza, e adagiata sovra i morbidi guanciali di essa ella
lasciava libero il volo alla sua fantasia, e inebbriavasi ne' sogni
d'una felicità senza nube. Ma di tratto in tratto le si oscurava la
fronte come per cura molesta, e allora traeva dal taschino del suo
vestito la lettera della Matilde, e ne pesava ogni riga ed ogni parola,
cercando se di là donde le era venuta l'inquietudine, potesse venirle
il conforto. Fatica gettata: quel foglio non diceva nulla di più, e le
nuove letture non facevano che dar esca al fuoco.
Giunta in città, la prima persona ch'ella vide fu Vittorio. Egli
tornava a casa per l'ora del pranzo, e il romore delle ruote, e il
calpestio de' cavalli che s'appressavano, lo fecero trattenere un
istante sulla porta. Quando ravvisò l'Angelina, la sua fisonomia
manifestò il piacere grandissimo ch'egli aveva di rivederla, corse
sollecito ad aprir lo sportello della carrozza e con ambe le mani
l'aiutò a scendere.
— Finalmente siete ritornata.
— Finalmente? Se la mia assenza dura appena da una settimana!
— Ebbene: perdonate ai vostri amici, se loro è parsa tanto lunga. —
L'Angelina si fece rossa: pur quell'accoglienza la rendea giubbilante
e dissipava i suoi dubbî. Ascese frettolosamente le scale, e sul
pianerottolo trovò la Matilde e l'Amalia che le saltarono al collo,
baciandola e ribaciandola con vivissimo affetto. Volse alla Matilde uno
sguardo scrutatore, ma quella, portando l'indice al labbro, le accennò
che tacesse. Ricambiati i saluti col resto della famiglia, e in ispecie
con lo zio che l'abbracciò teneramente, salì un istante nella sua
stanza a mutar di vestito e a ravviarsi i capelli. Sul davanzale della
finestra, e precisamente tra i vetri e le persiane, vide un bicchiere
con entro la dalia che le aveva regalata Vittorio nove giorni addietro.
La dalia non è de' fiori che appassiscano più presto, ma quella lì, che
stava da una settimana nella medesima acqua, può immaginarsi se fosse
languida ed avvizzita. Pur non le bastò il cuore di gettarla via, la
prese delicatamente fra le dita, la mise in una tazza d'acqua fresca
che era sul tavolino, e stette qualche minuto a contemplarla. Poi diede
un'altra occhiata allo specchio, e scese nel salotto da pranzo. Dopo il
desinare, che trascorse più silenzioso del solito, e durante il quale
le diede argomento di novella inquietudine l'imbarazzo dei commensali,
e in ispecie di Vittorio e della Matilde, ritornò nella sua stanza,
seguita dalla cugina, e, non senza mostrare nella voce e nel gesto una
certa commozione, sedette presso di lei alla finestra a ricevere la
confidenza del suo segreto.
La Matilde, come accade sempre in tali casi, era tutta confusa e non
trovava la via di principiare: eppure era dinanzi alla sua amica,
alla sorella del suo cuore. Finalmente fece uno sforzo supremo, e con
mille perifrasi, e chinando il capo, e arrossendo, proferì la solenne
parola. Ella amava Vittorio. Da quando? Non saprebbe dirlo: forse dal
primo giorno che lo vide. Come se n'era accorta? Nemmen questo sapeva:
quell'amore le si era insinuato dolcemente nell'anima, l'aveva cinta
d'una rete invisibile, ed ora ella lo sentiva, nessun altro partito
le rimaneva che quello di subirne le leggi. E del resto perchè avrebbe
dovuto sottrarvisi? era forse indecoroso questo suo affetto? No, cerio.
O forse il gelido soffio del disinganno minacciava distruggere le sue
speranze? No, il cuore le diceva ch'ella era riamata.
Mentre la Matilde parlava, l'Angelina erasi fatta bianca come la
pezzuola che teneva alla bocca e che andava logorando coi denti: a
guisa di nuvole varie di forma e di tinta, che passano rapidissime
sopra un cielo tempestoso, le sensazioni più diverse s'erano dipinte
sul suo pallido volto. Sennonchè la pietà naturale alle anime gentili
come la sua prevaleva agli opposti affetti, e atteggiava la sua
fisonomia ad una espressione malinconica, eppur rassegnata, a un
cordoglio profondo, eppure scevro di acrimonia e di rancore. Però alle
ultime parole della Matilde le sue guance si colorarono lievemente, gli
occhi, volti a terra ed immobili, si sollevarono con trepida ansietà, e
con voce tenue ed incerta ella chiese:
— Ma quali prove hai tu del suo amore? —
Allora la Matilde cominciò una minuta descrizione di tutto ciò che
s'era passato fra lei e Vittorio sino dal giorno dell'arrivo di lui in
casa, e gli sguardi ricambiati, e le parole del giovane ora scherzose,
ora serie, ma sempre più che cortesi, e certe sue delicate attenzioni
che con le persone indifferenti certo non si usano, e di cui invece
egli era prodigo verso di lei. E disse come nell'ultima settimana
egli le si era mostrato più gentile che mai, e come l'aveva difesa
vivacemente in uno sciagurato diverbio nato una di quelle sere tra lei
e sua madre e sua sorella, e come essendosi ella rivolta a lui tutta
commossa e avendogli chiesto — _Mi proteggerete voi sempre?_ — egli le
avesse risposto — _Sempre_, — e strettale la mano con tanta effusione
che un senso ineffabile di voluttà le avea ricercato tutte le fibre.
Queste cose ella andava raccontando, ed altre che forse erano inezie,
ma che sommate insieme non facea maraviglia se aveano turbato il suo
cuor di fanciulla.
L'Angelina, che in sul principio pareva racconsolata, vedendo che
non si trattava di una seria e formale dichiarazione d'amore, ma
solo di comuni galanterie, era a poco a poco ricaduta nel primiero
abbattimento. Vittorio, ben è vero, non aveva detto nulla d'esplicito
alla Matilde: ma a _lei_ che cosa avea detto di più? Con qual titolo,
con qual diritto poteva ella opporsi alla felicità dell'amica? Forse
perchè Vittorio in un momento d'espansione le aveva regalato un flore,
forse perchè le aveva sorriso al ritorno, o perchè le aveva declamati
i suoi versi, o perchè le avea confidato le cure e i dolori della sua
fanciullezza? O doveva ella architettare un inganno per disingannare la
Matilde, e sforzare le tinte, e dir ciò che non era? O con un eccesso
di franchezza strappare il velo che nascondeva a lei medesima i segreti
del suo cuore, e proclamarsi amante di Vittorio e dichiarar guerra alla
sua rivale? Ciò rifuggiva affatto dal carattere dell'Angelina. Ella era
energica sì, ma solo nell'effettuazione del bene; operava risolutamente
quelle cose soltanto, della cui bontà non avea dubbio alcuno
nell'animo. E poi troppo era aliena dalle violente manifestazioni de'
suoi sentimenti. Per lei anche la passione più viva doveva avere la
sua verecondia e non fare sfoggio di sè agli occhi del mondo. Inoltre
quello ch'ella soffriva le facea presupporre ciò che avrebbe sofferto
la Matilde in condizione uguale alla sua, ed ella, avvezza alla parte
pietosa del Cireneo, non sapeva risolversi a far pesare sovra un'altra
i proprî dolori.
Pur non si ristette dall'ammonire la Matilde. — Bada — le diceva — di
non t'illudere, di non fabbricarti un mondo che svanisca ad un soffio
come una bolla di sapone. Gli uomini, vedi, si trastullano molte volte
con noi, ci pigliano per il passatempo di una giornata, d'un'ora, e
mentre, senz'accorgersene forse, gettano nel nostro cuore il seme d'una
di quelle passioni che durano tutta la vita, pensano a nuove galanterie
e a nuovi trionfi.
— Oh! no, — sclamava la Matilde interrompendola; — sarebbe troppo
crudele. Vittorio non può esser fatto così.... Oh! quando tu la
proverai, Angelina, quando tu la proverai questa febbre d'amore (chè
non devi sperar di scamparne, bella e seducente come tu sei), quando
uno sguardo appassionato t'avrà fatto battere il cuore d'un battito
nuovo, t'avrà aperto lo spiraglio di non più visti orizzonti, oh!
allora tu intenderai che cosa sia il timore di veder dileguarsi ad un
tratto tutte le proprie speranze... Oh! non dev'essere permesso. Ci
dev'essere una legge del cuore che lo vieta agli onesti.... E Vittorio
è onesto, sai.... —
E così dicendo si mise una mano sugli occhi rattenendo a stento i
singhiozzi.
L'Angelina le si fece più presso, e, curvata innanzi sulla seggiola di
lei, rimosse dolcemente quella mano che le facea velo alle pupille, e
la guardò fisa, e con un accento pieno di tenerezza le chiese:
— Ma l'ami tu veramente? —
— Oh! se l'amo! — rispose la Matilde unendo le palme, e levando gli
occhi al cielo. E soggiunse, a compire le rivelazioni che lo aveva
fatte prima: — Senti, Angelina, io in questa casa non ci posso più
stare. E dal dì che Vittorio mi lasciò intravvedere la sua simpatia per
me, una speranza dolcissima mi si pose nell'anima, quella d'uscire di
qui, ove mi si vuole inutile e uggiosa, per entrare in una famiglia ove
potrò farmi amare, ove potrò esser buona a qualcosa. Le tue virtù io
non le possiedo; io non sono al pari di te un angelo di rassegnazione
e di sacrifizio.... Qui divento cattiva, ma se Vittorio mi farà sua,
se mi sarà consentita la nobile attività della madre di famiglia....
oh! te lo giuro, Angelina, che mi ricorderò del tuo esempio, e sarò
degna di te.... Tu m'aiuterai a correggermi de' miei difetti, Angelina,
tu mi trarrai da quest'angoscia, non è vero? tu parlerai a Vittorio,
gli dirai quello ch'io soffro.... Non negarmelo, Angelina mia; le tue
parole possono avere un gran peso, perchè se v'ha persona ch'_egli_
stimi grandemente, tu sei quella.... Oh! se si compissero i miei sogni,
— soggiunse quindi nell'atto di chi segue un'idea vagheggiata dalla
fantasia, — potremmo esser tutti felici! Sì: perchè tu verresti a stare
con noi, ed io vorrei usarti un'ospitalità da regina per renderti in
parte almeno il bene che tu m'hai fatto.... Ma, che cos'hai, Angelina,
che piangi così?... —
E infatti l'Angelina piangeva. Aveva frenato la sua commozione nel
ricevere la confidenza d'un amore che dissipava tante sue dolci
speranze, aveva serbato la calma, mentre la Matilde la scongiurava di
parlare a Vittorio in favore di lei; ma quando la inconscia fanciulla
venne ad offrirle l'ospitalità nella futura sua casa, sentì scoppiarsi
il cuore e inondarsi il viso di lagrime. Temè d'essersi tradita, ma per
buona ventura la Matilde aveva pigliato la cosa in tutt'altro senso, e
le disse:
— Tu sei commossa, Angelina, sei commossa per me, non è vero? — E
così dicendo s'era abbandonata fra le braccia della cugina, e le due
giovinette piansero insieme. L'Angelina ruppe il silenzio la prima.
— Acquetati, Matilde, prendi un po' di riposo; domani riparleremo
a miglior agio, ora è tardi, io sono un po' stanca.... a domattina,
sai....
— Ma dunque non mi prometti nulla? Vuoi abbandonarmi?
— Oh! Matilde, dubiteresti di me?
— Giammai, giammai, — rispose la Matilde con un accento convinto, che
scosse profondamente l'Angelina.
In quella sonarono le dieci; chè il colloquio delle due giovinette
aveva durato più di quattr'ore, e, senza che se ne avvedessero, le avea
sopraggiunte la sera. Era una bella e limpida notte di agosto: l'aura
olezzante di caprifoglio e d'acacia entrava per le finestre spalancate,
la luna nel pieno suo disco tenea luogo di ogni altra face. Le due
ragazze si alzarono in silenzio, e l'Angelina, ch'era un po' all'ombra,
tenea fise le pupille nella Matilde, il cui volto era rischiarato
dalla luce fredda e scintillante ad un tempo che inondava la stanza. Ed
era egli realmente un effetto di luce che la trasfigurava così, o era
il soffio creatore della passione? L'Angelina non l'aveva mai veduta
sì bella, e, tali sono le contraddizioni del cuore umano, ella, già
quasi deliberata all'estremo dei sacrificî, pur tremava che Vittorio
entrasse in quel punto e fosse colpito dalle grazie peregrine della sua
rivale. La ricondusse fino alla soglia e poi si trascinò al suo letto,
come glielo concedevano le forze stremate e lo spirito agitatissimo,
e si gettò boccone sulla sponda celandosi il volto fra le mani, e
tentando raccogliere i suoi pensieri. Ma non le venne fatto, e si alzò
nuovamente, e si approssimò alla finestra per prendervi una boccata
d'aria: guardò il cielo limpidissimo e la campagna rischiarata dalla
luna e la tremula striscia del fiume che si perdeva nella pianura, udì
il sibilo acuto della strada ferrata che solcava i campi lontani, e
il gracchiare della stridula cicala tra le foglie degli alberi, e il
gemito amoroso della colombella sotto la gronda ospitale, aspirò il
profumo dei fiori che confidano alla notte i loro segreti, sentì il
concerto armonioso che governa il creato, e non sorrise, e non pianse,
e non disse parola. Poi si staccò dal balcone come se vi soffocasse,
e rientrando nella stanza urtò col gomito nel tavolino: qualche cosa
ne cadde e si ruppe. Si chinò al suolo e la sua mano toccò frantumi
di vetro ed un fiore. Era appunto la dalia, a cui ella poche ore prima
aveva voluto prolungar l'esistenza, era la dalia che a lei significava
amore e speranza. L'Angelina non era superstiziosa, ma le parve che
quella tazza in frantumi, che quel fiore caduto, volessero dirle: —
Destati: il tuo sogno è finito. — Rizzossi in piedi, e stette qualche
minuto a contemplare gli avanzi della sua cara illusione, come si
contemplano le rovine d'un antico edifizio; indi si lasciò cadere sopra
una seggiola, e proruppe in dirottissimo pianto. In quel punto s'intese
qualcuno salir con rapido passo la scala, zufolando uno de' più
popolari motivi del _Ballo in maschera_. Era Vittorio che ritornava dal
teatro. L'Angelina involontariamente sollevò il capo e tese l'orecchio.
Ma non sentì altro che aprirsi e richiudersi l'uscio della stanza di
Vittorio: in un istante tutto era tornato nel silenzio di prima.