III.

Di quanti fastidii dovesse essere amareggiata l'esistenza dell'Angelina

nella sua nuova dimora, ognuno potrà di leggieri immaginarlo. Pure

alla malignità della zia, alla invidia stizzosa della cugina maggiore,

ella non opponeva che una calma amorevole, e cercava di confortarsi

nell'affetto del signor Bernardo e in quello vivissimo che le

portavano Matilde ed Amalia. L'intimità con la Matilde cresceva ogni

dì, perchè la buona ragazza si mostrava tanto più sollecita verso

la cugina, quanto più s'accorgeva dei bisbetici umori di sua madre

e di sua sorella. L'Angelina non era per lei soltanto un'amica, una

confidente; era un tipo, sul quale ella aspirava di modellarsi e

che facea tanto contrasto con l'artificiale di alcune persone di sua

famiglia, ch'ella, anima candida e ingenua, non poteva non sentirvisi

attratta con un misto di tenerezza e di riverenza. E poi l'Angelina

non poteva ella esser maestra alla Matilde? All'educazione di questa

non aveva preseduto una madre ornata di tutti que' pregi onde acquista

gentilezza la donna; nè il signor Bernardo, gran galantuomo, ma tutto

assorbito dalle sue faccende e corto d'intelligenza anzichè no, poteva

reggere al confronto del padre dell'Angelina riputatissimo, oltre che

per la onesta operosità della sua vita, anche per la coltura generale

del suo spirito. La Matilde, poveretta, uscita di collegio sapendo,

come accade, un pochino di tutto e nulla bene, pendeva attonita dal

labbro dell'Angelina, che non era certo un'arca di scienza, ma aveva

cognizioni meglio digerite, e di cui ella sapeva meglio rendersi conto,

perchè ne aveva inteso discorrere nella sua famiglia e vi aveva pensato

nei silenzî della sua cameretta. Le due ragazze lavoravano insieme,

insieme leggevano, e si ripassavano insieme le loro lezioni di musica.

Avevano il medesimo maestro; ma l'Angelina era ormai espertissima

sonatrice, e una sera in casa Mauri, dinanzi ad una ventina di persone,

toccò il cembalo con tanta arte e tanta passione, che tutti ne rimasero

attoniti e la Nella ne andò sulle furie. Perchè, in fatto di musica,

ella presumeva assaissimo, in ispecie per una certa sinfonia degli

_Arabi nelle Gallie_, ch'ella sonava a memoria e che faceva andare

in visibilio sua madre. Ora gli elogi fatti alla cugina la punsero

proprio sul vivo, e da quella volta non vi furono più trattenimenti

musicali in casa Mauri, e la Nella si recava invece con la genitrice

in qualche società amica a buscarsi applausi co' suoi _Arabi nelle

Gallie_. Tutte cose che davano molto sui nervi alla Matilde e

pochissimo all'Angelina, la quale presceglieva che la lasciassero

cheta nella sua stanza e non le togliessero la cara compagnia della

Matilde, della sua _indivisibile_, come ironicamente la chiamavano in

famiglia. La piccola Amalia aveva preso anch'ella a volere un gran bene

all'Angelina che si prendeva tanta cura di lei, e ogni mattina, prima

ch'ella andasse alla scuola, le allacciava il vestito e il nastro del

suo cappellino di paglia, e ogni sera le faceva leggere di così belle

novellette e la sovveniva di consiglio e d'aiuto in quello scabroso

affare delle _aste_, che le parevano il non _plus ultra_ della scienza

umana. Onde la vispa bambina, quando era in casa e non poteva correre

e saltare pel cortile, saliva volentieri nella stanza dell'Angelina e

vi passava delle buone mezz'ore, comunicando parte della sua schietta

ilarità alle due ragazze, che stavano confidandosi i molesti sentimenti

del loro animo. Così in casa Mauri s'eran disegnati due gruppi, uno

della signora Clara e della sua primogenita, l'altro della parte più

giovane della famiglia; ed a questo gruppo più giovane, più ingenuo,

più franco, il signor Bernardo veniva a chiedere qualche minuto di

distrazione. Pover'uomo! Ingolfato in un pelago d'affari superiori

alla sua intelligenza ed alle sue forze, ignaro egli stesso se fosse

ricco quanto alcuni credevano, il suo umore naturalmente gioviale

aveva perduto il suo brio, e non sapeva più trarre argomento di riso

dalle freddure della consorte. La quale ora più che mai lo infastidiva

con le sue nenie, e lo diceva ironicamente ammaliato anch'egli

dall'Angelina, e lo rimproverava a bassa voce di aver introdotto in

casa una serpe, che con tutte le apparenze della dolcezza e della

santità metteva la disunione in famiglia. Certo che se v'era accusa

infondata l'era appunto questa. L'Angelina s'era mostrata buona,

amorevole, piena di cortesie e di delicati riguardi per tutti di casa,

e se l'accoglienza della zia le rendeva più cari i silenzî della sua

stanza e la compagnia di quelli che veramente l'amavano, non una parola

acerba l'era sfuggita dal labbro, non una rampogna, non un lamento.

Forse ella non s'accorgea delle offese che perchè il cuore le diceva:

— Perdona. — Ma soffermiamoci alquanto, se il lettore ce lo consente,

a dipingere questa gentile fanciulla, che è pur la protagonista del

nostro racconto, e della quale non ancora ci siamo occupati con un poco

d'agio. Così un pittore che ha segnato nella mente i contorni d'una

soave figura tiene in pronto per ritrarla la matita e il pennello,

ma temendo sempre ch'ella non gli riesca quale l'ha nello spirito,

si occupa intanto degli accessori del quadro e serba per ultimo la

difficile prova. L'Angelina era alta della persona, ma non più che

a donna si convenisse; bianchissima la carnagione, e ben tornite

le membra; i folti capelli, di un biondo che traeva al castagno, le

si spartivano docili sulla fronte nè ampia troppo, nè angusta; gli

occhi avea bruni e profondi e leggermente velati da quella specie

di nebbia vaporosa, che tanto dona di voluttà e di mistero; l'arco

delle ciglia bello e corretto, quale avrebbe potuto desiderarlo uno

spasimato dell'arte greca. Contuttociò l'Angelina non era una Venere.

I critici più sottili avrebbero potuto notare in lei qualche linea

del volto troppo rigida e risoluta, e la bocca, che pur si fregiava di

candidissimi denti, un tantino più grande del necessario, e il mento

non affatto perfetto. Sennonchè il migliore di lei veniva dall'anima.

Un pensiero, un affetto, una passione che le colorasse le guance,

o le strappasse un gesto, un sospiro, un sorriso, raddoppiava nella

giovinetta i pregî della fisonomia e della persona. Lettore, tu se'

troppo pratico di siffatte bisogne, e io non debbo ammonirti che, senza

questi chiaroscuri della espressione, la bellezza è cosa statuaria

e non più, è il marmo, in cui Pigmalione tenta invano d'infonder la

scintilla vitale. E quale di noi, se fu colpito da un vago sembiante

di donna, non attese con ansioso desiderio che il volto leggiadro o

lampeggiasse d'un riso, o si ottenebrasse per cura importuna? V'ha

però anche nell'espressione un confine, oltre il quale l'allegria

diventa sguaiataggine, il dolore diventa spasimo e delirio. Soltanto in

certe nature privilegiate, e l'Angelina era tra quelle, questa misura

può serbarsi senza sforzo, senza violenza, per un innato istinto del

bello e dell'armonia. L'Angelina era educata a tutte le squisitezze

del sentimento, e le corde delicatissime dell'anima sua vibravano ad

ogni tocco leggiero; pure la ingenua grazia, ch'era parte di lei, non

si scompagnava mai da' suoi atti e dalle sue movenze. Ella non aveva

d'uopo dello specchio per raccogliere entro la bruna rete di seta il

fitto volume della sua chioma, senza che ne scappasse fuori un capello,

o per allacciarsi il vestito senza tradire la fretta o la negligenza.

Chi la vedeva di volo non poteva a meno di esclamare: — Com'è elegante!

— Chi la osservava più riposatamente doveva dire: — Com'è semplice! —

Una tinta di dolce malinconia soleva esserle diffusa pel volto, non di

quella malinconia querula e dispettosa che tedia gli altri e sè stessi;

ma di quella che trae origine da un'indole riflessiva, e non esclude

le serene allegrezze della vita e la spontanea compartecipazione ai

piaceri altrui. Saper partecipare ai dolori è nobilissima, ma non è

compìta virtù; le anime elette sanno partecipare come agli affanni,

alle gioie, come ai timori, alle speranze, come alle lagrime, al

riso. Nel breve corso de' suoi diciott'anni l'Angelina aveva molto

goduto e sofferto, e l'esperienza aveva nutrito in lei quella soave

disposizione alla simpatia che stringe di cari nodi gli umani. Oh!

la vita le si era pur dischiusa gioconda; nè carezze, nè agî erano

mancati alla sua cuna. Ella si ricordava ancora la casa ove nacque,

e il giardinetto ove correva bambina vigilata dall'attento occhio

materno. Si ricordava l'allegro salottino del pian terreno, ove suo

padre alzandola fra le braccia le faceva ammirare attraverso i vetri

colorati delle imposte le aiuole bizzarramente tinte di giallo, di

rosso, di violetto; mentre la genitrice, giovane, bella, elegante,

moveva rapidissime le agili dita sui tasti del pianoforte, e la

Filomena accomodava i fiori freschi nel vaso di _Sèvres_ posto sul

tavolino. Indi il pensiero le tornava a una notte angosciosa, nella

quale certi figuri dal volto sinistro avevano frugato ogni angolo

della casa, e condotto con loro il padre di lei, l'uomo amato, riverito

da tutto il paese. E si ricordava di sedici lunghi mesi trascorsi in

febbrile ansietà e della domanda da lei rivolta un giorno alla madre:

— Il babbo ha egli fatto qualche cosa di male che ce l'hanno condotto

via con sì cattiva maniera? — A cui quella, divinamente infiammandosi

in viso, aveva risposto: — Oh! no, fanciulla mia, tu non la puoi capire

la ragione, per la quale il tuo babbo è tribolato; ma sappi ch'egli

aveva in mente di gran belle cose, e che tu devi volergli più bene

di prima. — Ma tornerà presto? — Oh se tornerà! — Il dì del ritorno è

venuto: oh, quanto era bello! Avvenimenti incredibili si erano successi

con la rapidità della folgore, una vita nuova pareva commuovere la

città, le bandiere tricolori sventolavano da ogni finestra, le piazze,

le vie erano gremite di gente, era un abbracciarsi, un baciarsi,

un correre, un saltare a guisa di forsennati. Quand'ecco tra il

suono di allegre fanfare, tra le acclamazioni di un popolo immenso,

avanzarsi, agitando i fazzoletti, un gruppo d'uomini dall'aspetto

pallido e macilento, dal vestire dimesso, ma raggianti le fisonomie

di commozione e di gioia. Ed ella e sua madre in mezzo a quel gruppo

avevano ravvisato un caro volto, avevano segnato un punto in mezzo a

quella mobile onda di teste, e correndo a precipizio giù dalle scale,

e fendendo la folla che spontanea e riverente si apriva a far largo,

avevano toccato quel punto, s'erano gettate fra le braccia dell'uomo

sospirato affannosamente per sedici lunghi mesi. Come il babbo suo

l'aveva trovata grande, e seria, e giudiziosa! Non era più la bambina

che voleva ad ogni istante esser sollevata da terra per veder le

aiuole del giardino attraverso i vetri colorati del salotto: quei

sedici mesi ne avevano fatta un'altra persona, tutta riflessiva e

pensosa. Pure così ella era cresciuta felice, piena l'anima d'affetti

e d'armonie, adorando i suoi genitori e da loro trepidamente adorata.

Delle sue amiche la più cara era la Matilde, quantunque avesse due

anni meno di lei, e fosse d'indole più chiassosa e più inchinevole

ai giuochi dell'età sua; ma la bontà dell'animo, la quale avevano

comune, creava tra loro un vincolo indissolubile di simpatia. La Nella

non le piaceva, nè ella piaceva a lei, e sua madre e sua zia erano

di natura così diversa, che le due famiglie non potevano vivere in

una certa intimità. Sennonchè, quando il padre venne a morire, e la

genitrice ebbe l'interno presentimento che di corto dovrebbe seguirlo,

un pensiero terribile angustiò la povera donna: quello dell'abbandono,

in cui sarebbe restata la sua figliuola. E mandò pel cognato, tutore

dell'Angelina fino dalla morte del fratello, e a lui raccomandò

l'orfana derelitta, e che la prendesse in sua casa, e l'avesse in conto

di una sua creatura. Di che, assicurata da lui, spirò più tranquilla.

L'Angelina aveva una piccola sostanza, co' frutti della quale poteva

supplire alle spese del suo mantenimento e provvedersi quel poco di

vestiario che le occorreva; onde, seppur ella era ospite dello zio, non

era però di peso a nessuno: chè, se fosse stato altrimenti, non v'ha

dubbio che quell'anima caritatevole della signora Clara glielo avrebbe

ricordato dieci volle al giorno; non senza spacciare a' quattro venti

la propria magnanimità. Felice lei, chè così non apprese quanto sappia

di sale lo pane altrui, e parendo beneficata le fu più agevole di

essere benefattrice.

Racconti e bozzetti · 第 24 / 60 题