Di quanti fastidii dovesse essere amareggiata l'esistenza dell'Angelina
nella sua nuova dimora, ognuno potrà di leggieri immaginarlo. Pure
alla malignità della zia, alla invidia stizzosa della cugina maggiore,
ella non opponeva che una calma amorevole, e cercava di confortarsi
nell'affetto del signor Bernardo e in quello vivissimo che le
portavano Matilde ed Amalia. L'intimità con la Matilde cresceva ogni
dì, perchè la buona ragazza si mostrava tanto più sollecita verso
la cugina, quanto più s'accorgeva dei bisbetici umori di sua madre
e di sua sorella. L'Angelina non era per lei soltanto un'amica, una
confidente; era un tipo, sul quale ella aspirava di modellarsi e
che facea tanto contrasto con l'artificiale di alcune persone di sua
famiglia, ch'ella, anima candida e ingenua, non poteva non sentirvisi
attratta con un misto di tenerezza e di riverenza. E poi l'Angelina
non poteva ella esser maestra alla Matilde? All'educazione di questa
non aveva preseduto una madre ornata di tutti que' pregi onde acquista
gentilezza la donna; nè il signor Bernardo, gran galantuomo, ma tutto
assorbito dalle sue faccende e corto d'intelligenza anzichè no, poteva
reggere al confronto del padre dell'Angelina riputatissimo, oltre che
per la onesta operosità della sua vita, anche per la coltura generale
del suo spirito. La Matilde, poveretta, uscita di collegio sapendo,
come accade, un pochino di tutto e nulla bene, pendeva attonita dal
labbro dell'Angelina, che non era certo un'arca di scienza, ma aveva
cognizioni meglio digerite, e di cui ella sapeva meglio rendersi conto,
perchè ne aveva inteso discorrere nella sua famiglia e vi aveva pensato
nei silenzî della sua cameretta. Le due ragazze lavoravano insieme,
insieme leggevano, e si ripassavano insieme le loro lezioni di musica.
Avevano il medesimo maestro; ma l'Angelina era ormai espertissima
sonatrice, e una sera in casa Mauri, dinanzi ad una ventina di persone,
toccò il cembalo con tanta arte e tanta passione, che tutti ne rimasero
attoniti e la Nella ne andò sulle furie. Perchè, in fatto di musica,
ella presumeva assaissimo, in ispecie per una certa sinfonia degli
_Arabi nelle Gallie_, ch'ella sonava a memoria e che faceva andare
in visibilio sua madre. Ora gli elogi fatti alla cugina la punsero
proprio sul vivo, e da quella volta non vi furono più trattenimenti
musicali in casa Mauri, e la Nella si recava invece con la genitrice
in qualche società amica a buscarsi applausi co' suoi _Arabi nelle
Gallie_. Tutte cose che davano molto sui nervi alla Matilde e
pochissimo all'Angelina, la quale presceglieva che la lasciassero
cheta nella sua stanza e non le togliessero la cara compagnia della
Matilde, della sua _indivisibile_, come ironicamente la chiamavano in
famiglia. La piccola Amalia aveva preso anch'ella a volere un gran bene
all'Angelina che si prendeva tanta cura di lei, e ogni mattina, prima
ch'ella andasse alla scuola, le allacciava il vestito e il nastro del
suo cappellino di paglia, e ogni sera le faceva leggere di così belle
novellette e la sovveniva di consiglio e d'aiuto in quello scabroso
affare delle _aste_, che le parevano il non _plus ultra_ della scienza
umana. Onde la vispa bambina, quando era in casa e non poteva correre
e saltare pel cortile, saliva volentieri nella stanza dell'Angelina e
vi passava delle buone mezz'ore, comunicando parte della sua schietta
ilarità alle due ragazze, che stavano confidandosi i molesti sentimenti
del loro animo. Così in casa Mauri s'eran disegnati due gruppi, uno
della signora Clara e della sua primogenita, l'altro della parte più
giovane della famiglia; ed a questo gruppo più giovane, più ingenuo,
più franco, il signor Bernardo veniva a chiedere qualche minuto di
distrazione. Pover'uomo! Ingolfato in un pelago d'affari superiori
alla sua intelligenza ed alle sue forze, ignaro egli stesso se fosse
ricco quanto alcuni credevano, il suo umore naturalmente gioviale
aveva perduto il suo brio, e non sapeva più trarre argomento di riso
dalle freddure della consorte. La quale ora più che mai lo infastidiva
con le sue nenie, e lo diceva ironicamente ammaliato anch'egli
dall'Angelina, e lo rimproverava a bassa voce di aver introdotto in
casa una serpe, che con tutte le apparenze della dolcezza e della
santità metteva la disunione in famiglia. Certo che se v'era accusa
infondata l'era appunto questa. L'Angelina s'era mostrata buona,
amorevole, piena di cortesie e di delicati riguardi per tutti di casa,
e se l'accoglienza della zia le rendeva più cari i silenzî della sua
stanza e la compagnia di quelli che veramente l'amavano, non una parola
acerba l'era sfuggita dal labbro, non una rampogna, non un lamento.
Forse ella non s'accorgea delle offese che perchè il cuore le diceva:
— Perdona. — Ma soffermiamoci alquanto, se il lettore ce lo consente,
a dipingere questa gentile fanciulla, che è pur la protagonista del
nostro racconto, e della quale non ancora ci siamo occupati con un poco
d'agio. Così un pittore che ha segnato nella mente i contorni d'una
soave figura tiene in pronto per ritrarla la matita e il pennello,
ma temendo sempre ch'ella non gli riesca quale l'ha nello spirito,
si occupa intanto degli accessori del quadro e serba per ultimo la
difficile prova. L'Angelina era alta della persona, ma non più che
a donna si convenisse; bianchissima la carnagione, e ben tornite
le membra; i folti capelli, di un biondo che traeva al castagno, le
si spartivano docili sulla fronte nè ampia troppo, nè angusta; gli
occhi avea bruni e profondi e leggermente velati da quella specie
di nebbia vaporosa, che tanto dona di voluttà e di mistero; l'arco
delle ciglia bello e corretto, quale avrebbe potuto desiderarlo uno
spasimato dell'arte greca. Contuttociò l'Angelina non era una Venere.
I critici più sottili avrebbero potuto notare in lei qualche linea
del volto troppo rigida e risoluta, e la bocca, che pur si fregiava di
candidissimi denti, un tantino più grande del necessario, e il mento
non affatto perfetto. Sennonchè il migliore di lei veniva dall'anima.
Un pensiero, un affetto, una passione che le colorasse le guance,
o le strappasse un gesto, un sospiro, un sorriso, raddoppiava nella
giovinetta i pregî della fisonomia e della persona. Lettore, tu se'
troppo pratico di siffatte bisogne, e io non debbo ammonirti che, senza
questi chiaroscuri della espressione, la bellezza è cosa statuaria
e non più, è il marmo, in cui Pigmalione tenta invano d'infonder la
scintilla vitale. E quale di noi, se fu colpito da un vago sembiante
di donna, non attese con ansioso desiderio che il volto leggiadro o
lampeggiasse d'un riso, o si ottenebrasse per cura importuna? V'ha
però anche nell'espressione un confine, oltre il quale l'allegria
diventa sguaiataggine, il dolore diventa spasimo e delirio. Soltanto in
certe nature privilegiate, e l'Angelina era tra quelle, questa misura
può serbarsi senza sforzo, senza violenza, per un innato istinto del
bello e dell'armonia. L'Angelina era educata a tutte le squisitezze
del sentimento, e le corde delicatissime dell'anima sua vibravano ad
ogni tocco leggiero; pure la ingenua grazia, ch'era parte di lei, non
si scompagnava mai da' suoi atti e dalle sue movenze. Ella non aveva
d'uopo dello specchio per raccogliere entro la bruna rete di seta il
fitto volume della sua chioma, senza che ne scappasse fuori un capello,
o per allacciarsi il vestito senza tradire la fretta o la negligenza.
Chi la vedeva di volo non poteva a meno di esclamare: — Com'è elegante!
— Chi la osservava più riposatamente doveva dire: — Com'è semplice! —
Una tinta di dolce malinconia soleva esserle diffusa pel volto, non di
quella malinconia querula e dispettosa che tedia gli altri e sè stessi;
ma di quella che trae origine da un'indole riflessiva, e non esclude
le serene allegrezze della vita e la spontanea compartecipazione ai
piaceri altrui. Saper partecipare ai dolori è nobilissima, ma non è
compìta virtù; le anime elette sanno partecipare come agli affanni,
alle gioie, come ai timori, alle speranze, come alle lagrime, al
riso. Nel breve corso de' suoi diciott'anni l'Angelina aveva molto
goduto e sofferto, e l'esperienza aveva nutrito in lei quella soave
disposizione alla simpatia che stringe di cari nodi gli umani. Oh!
la vita le si era pur dischiusa gioconda; nè carezze, nè agî erano
mancati alla sua cuna. Ella si ricordava ancora la casa ove nacque,
e il giardinetto ove correva bambina vigilata dall'attento occhio
materno. Si ricordava l'allegro salottino del pian terreno, ove suo
padre alzandola fra le braccia le faceva ammirare attraverso i vetri
colorati delle imposte le aiuole bizzarramente tinte di giallo, di
rosso, di violetto; mentre la genitrice, giovane, bella, elegante,
moveva rapidissime le agili dita sui tasti del pianoforte, e la
Filomena accomodava i fiori freschi nel vaso di _Sèvres_ posto sul
tavolino. Indi il pensiero le tornava a una notte angosciosa, nella
quale certi figuri dal volto sinistro avevano frugato ogni angolo
della casa, e condotto con loro il padre di lei, l'uomo amato, riverito
da tutto il paese. E si ricordava di sedici lunghi mesi trascorsi in
febbrile ansietà e della domanda da lei rivolta un giorno alla madre:
— Il babbo ha egli fatto qualche cosa di male che ce l'hanno condotto
via con sì cattiva maniera? — A cui quella, divinamente infiammandosi
in viso, aveva risposto: — Oh! no, fanciulla mia, tu non la puoi capire
la ragione, per la quale il tuo babbo è tribolato; ma sappi ch'egli
aveva in mente di gran belle cose, e che tu devi volergli più bene
di prima. — Ma tornerà presto? — Oh se tornerà! — Il dì del ritorno è
venuto: oh, quanto era bello! Avvenimenti incredibili si erano successi
con la rapidità della folgore, una vita nuova pareva commuovere la
città, le bandiere tricolori sventolavano da ogni finestra, le piazze,
le vie erano gremite di gente, era un abbracciarsi, un baciarsi,
un correre, un saltare a guisa di forsennati. Quand'ecco tra il
suono di allegre fanfare, tra le acclamazioni di un popolo immenso,
avanzarsi, agitando i fazzoletti, un gruppo d'uomini dall'aspetto
pallido e macilento, dal vestire dimesso, ma raggianti le fisonomie
di commozione e di gioia. Ed ella e sua madre in mezzo a quel gruppo
avevano ravvisato un caro volto, avevano segnato un punto in mezzo a
quella mobile onda di teste, e correndo a precipizio giù dalle scale,
e fendendo la folla che spontanea e riverente si apriva a far largo,
avevano toccato quel punto, s'erano gettate fra le braccia dell'uomo
sospirato affannosamente per sedici lunghi mesi. Come il babbo suo
l'aveva trovata grande, e seria, e giudiziosa! Non era più la bambina
che voleva ad ogni istante esser sollevata da terra per veder le
aiuole del giardino attraverso i vetri colorati del salotto: quei
sedici mesi ne avevano fatta un'altra persona, tutta riflessiva e
pensosa. Pure così ella era cresciuta felice, piena l'anima d'affetti
e d'armonie, adorando i suoi genitori e da loro trepidamente adorata.
Delle sue amiche la più cara era la Matilde, quantunque avesse due
anni meno di lei, e fosse d'indole più chiassosa e più inchinevole
ai giuochi dell'età sua; ma la bontà dell'animo, la quale avevano
comune, creava tra loro un vincolo indissolubile di simpatia. La Nella
non le piaceva, nè ella piaceva a lei, e sua madre e sua zia erano
di natura così diversa, che le due famiglie non potevano vivere in
una certa intimità. Sennonchè, quando il padre venne a morire, e la
genitrice ebbe l'interno presentimento che di corto dovrebbe seguirlo,
un pensiero terribile angustiò la povera donna: quello dell'abbandono,
in cui sarebbe restata la sua figliuola. E mandò pel cognato, tutore
dell'Angelina fino dalla morte del fratello, e a lui raccomandò
l'orfana derelitta, e che la prendesse in sua casa, e l'avesse in conto
di una sua creatura. Di che, assicurata da lui, spirò più tranquilla.
L'Angelina aveva una piccola sostanza, co' frutti della quale poteva
supplire alle spese del suo mantenimento e provvedersi quel poco di
vestiario che le occorreva; onde, seppur ella era ospite dello zio, non
era però di peso a nessuno: chè, se fosse stato altrimenti, non v'ha
dubbio che quell'anima caritatevole della signora Clara glielo avrebbe
ricordato dieci volle al giorno; non senza spacciare a' quattro venti
la propria magnanimità. Felice lei, chè così non apprese quanto sappia
di sale lo pane altrui, e parendo beneficata le fu più agevole di
essere benefattrice.