XIII.

Come il conte Alberto e sua moglie potessero viver contenti sepolti

là in quel paesuccio, senza rallegrarne almeno la solitudine con le

feste e coi lauti banchetti, era un problema per molti. Esser ricchi

e non isfoggiare il lusso di fastosi equipaggi, e non udire i trilli

modulati delle _prime donne_, e non vedere i voluttuosi atteggiamenti

delle ballerine; esser ricchi e non sentirselo dir mille volle al

giorno dalla turba parasita dei cortigiani, e non profondere il suo

negli specchî di Francia, nelle porcellane di Sèvres e nei vasi del

Giappone, e non far la carità al suon di tamburi e trombe; esser

ricchi e non andare almeno due volte all'anno a Parigi per ammirarvi

i _boulevards_ che vengono su come funghi, e la costruzione del nuovo

edifizio dell'_Opéra_, è invero un modo assai gretto di comprendere

l'opulenza. Peccato che il conte Alberto fosse d'un diverso parere! —

Egli diceva che allietare la propria tavola con la presenza d'un amico

è cosa dolcissima, ma mutar la casa in _restaurant_ è un assurdo;

diceva che le gambe delle ballerine e le gole delle cantanti hanno

il loro merito, ma che non val la pena di mutar soggiorno apposta

per esse; diceva che i cortigiani sono come le mosche, le quali

si danno più pensiero delle vivande che delle persone; diceva che

sfarzo non vuol dir eleganza, e carità non vuol dir benefizio; diceva

finalmente che gli uomini non devono essere girovaghi come gli organi

di Barberia, e che dopo aver viaggiato quanto basta per estendere le

proprie cognizioni, fa d'uopo fermarsi stabilmente in un sito, giacchè

se movendosi si reca diletto e utile a sè, soltanto stando fermi si

giova agli altri. — Quanto alla Matilde, ella non diceva nulla....

ella era felice. Le sue gioie maggiori erano l'amore di suo marito e

de' suoi tre figlioletti; le sue occupazioni erano divise tra le cure

della famiglia, il dipingere, l'attendere in parte all'amministrazione

della tenuta, l'educare le sue contadinelle. Passava ore dolcissime

nel bello e vasto giardino, rallegrato a vicenda dalle limpide acque

correnti e dall'ombra di piante vetuste e dall'aperto delle praterie

smaltate di fiori. Oh! i fiori ella gli aveva tanto cari e li coltivava

ella medesima con sollecito affetto, ma non li voleva spiccati mai

dall'aiuole: erano così leggiadri a vedersi là sul loro gracile stelo,

era così misteriosa quella lor vita d'un giorno! perchè renderla ancora

più breve, perchè scolorire anzi tempo quei petali, su cui la luce si

riposava sì varia? All'imbrunire la famigliuola soleva raccogliersi sul

margine della riviera che traversava il giardino; i bimbi giocavano sul

pendio d'una collinetta vicina, empiendo l'aria di grida festevoli e

correndo di tratto in tratto presso i lor genitori a chiedere un bacio

o un sorriso. Oh! senza dubbio, i venerabili predecessori d'Alberto,

che avevano fatto della villa un convegno galante e qualche volta

un nascondiglio delle loro sozzure, sarebbero rimasti a guisa di

smemorati vedendo quel tenero idillio. Che cosa _bourgeoise_ è la vita

domestica! Lo schiamazzo di fanciulli indomiti rintrona l'aria che

anni fa mormorava dolcemente alle promesse d'amore: promesse sempre

fallite, ma che importa? Fuori che nell'autunno, in cui qualche amico

della città veniva a interrompere la solitudine di quel soggiorno, le

sale, già echeggianti all'armonie del cembalo e alle cadenze regolate

dei balli, risuonavano soltanto dei vagiti d'un bimbo in fasce e

degli amplessi d'una madre che gli porgeva le poppe; e la sera,

invece del baglior delle faci splendenti su cento bei volti, un'unica

lampada concentrava tutto il suo chiarore sopra una tavola, ove una

donna lavorava con l'_ago torto_ o un uomo era assorto in un libro.

Ma qualche volta gli sguardi di quelle due persone s'incontravano,

e un sorriso ne irradiava le fronti.... e pensare ch'erano marito

e moglie.... che prosa! Eppure Alberto e Matilde vivevano felici.

Le anime che vanno in traccia di grandi e continue commozioni, non

sono, a nostro credere, le più ricche, ma le più povere. Se ci si

concedesse l'immagine, vorremmo assomigliarle a camere disarmoniche,

ove la musica più sublime passa inavvertita, senza risonanza, senza

eco. Si, vi sono anime che non hanno risonanze. Nessuna impressione è

in esse durevole, nessun affetto vi lascia un solco profondo; perciò

si trovano sempre vuote e girano scapigliate pel mondo, implorando

qualcosa che le scuota, che le ravvivi. L'implorano dai ghiacci del

monte Bianco e dall'immensità dell'Oceano, dalle _grisettes_ di Parigi

e dalle rovine del Campidoglio, dai gorgheggi della Malibran e dalle

danze della Cerrito. Ma invano! Il mondo esterno ci appare come un

cadavere, se l'anima nostra non sa comunicargli il suo fuoco: qual

melodia potrà riprodursi da un'arpa, a cui mancan le corde? Se un

giorno la patetica cornamusa non sapesse più rendere i semplici canti

della sua Scozia, la crederemmo forse capace d'intuonarci la sinfonia

della Semiramide? Oh! davvero chi lascia spegnersi la fiamma interna

del cuore e dell'intelligenza e cerca altre fonti di vita, ci ricorda

il re Davide che chiamava la bella Sulamite a scaldargli la coltrice,

nè pensava che nulla tempera la rigidezza della morte. Quest'orrore

d'una esistenza tranquilla, questa smania dell'apparato scenico non è

piccola piaga per un paese. È essa che fa convergere tutte le forze

verso le capitali, e assottiglia quella schiera d'uomini laboriosi

senza schiamazzo che forniscono il loro ufficio coscienziosamente

per iscarico d'un dovere, non per sete di plauso. A somiglianza degli

edificî la società ha d'uopo soprattutto di fondamenti. Ora ella non si

appoggia nè sui facondi avvocati, nè sui medici egregi, nè sui pubblici

ufficiali, e nemmeno sugl'ingegni grandissimi. Gli archi maravigliosi

del Partenone non rapirebbero d'entusiasmo il pellegrino, ove il genio

della Grecia non avesse loro infuso l'attica grazia; ma e' non si

reggerebbero sotto il peso di tanti secoli, se non fossero costruiti

di solida pietra. Guai alle nazioni se, richieste delle loro glorie,

non potessero rispondere che con una filastrocca di nomi; guai alle

città se, oltre ai campanili, non potessero additare le case! Date

a un popolo agricoltori intelligenti, negozianti ricchi d'iniziativa

e d'onoratezza, industriali che abbiano lo spirito aperto alle nuove

idee; dategli volghi illuminati che s'inchinino meno innanzi a sconcie

superstizioni, ed abbiano una fede più viva nei loro destini, un senso

più alto dei loro doveri; dategli donne che plebee o patrizie intendano

il loro santo ministero d'amore, e avrete fatto davvero un popolo

grande. Onoriamo intanto tutte le opere virtuose, onoriamo l'attività

umana in qualsiasi campo ella si eserciti, quando le sia guida la

rettitudine degl'intendimenti; bando ai superbi disdegni: come leggera

polvere d'oro mista alle sabbie dei fiumi del tropico, forse v'è un

filo di poesia in ogni cosa onesta, v'è una musica in ogni onesta

parola. Sapete ove non è poesia e non è musica? In quel gelido scherno

che anzichè sferzare l'adulazione, l'ipocrisia, la bassezza, getta a

piene mani il ridicolo sulle nobili iniziative, e arresta i timidi e

conturba i gagliardi: in quel gelido scherno che irride alle dolcezze

della vita domestica, e finge ignorare che prima base delle virtù

cittadine sono le virtù casalinghe, che soltanto dove la famiglia è

rispettata, dove è inviolato il santuario dei lari, sorgono e durano le

libere istituzioni: in quel gelido scherno, che mentre mette in celia

le aberrazioni dei volghi grida ai pensatori — _Utopia_, — quand'essi

con ardimento di eroi, con fede di martiri, si scagliano per rovesciare

le vetuste carceri dell'intelletto e del cuore....

Racconti e bozzetti · 第 18 / 60 题