Come il conte Alberto e sua moglie potessero viver contenti sepolti
là in quel paesuccio, senza rallegrarne almeno la solitudine con le
feste e coi lauti banchetti, era un problema per molti. Esser ricchi
e non isfoggiare il lusso di fastosi equipaggi, e non udire i trilli
modulati delle _prime donne_, e non vedere i voluttuosi atteggiamenti
delle ballerine; esser ricchi e non sentirselo dir mille volle al
giorno dalla turba parasita dei cortigiani, e non profondere il suo
negli specchî di Francia, nelle porcellane di Sèvres e nei vasi del
Giappone, e non far la carità al suon di tamburi e trombe; esser
ricchi e non andare almeno due volte all'anno a Parigi per ammirarvi
i _boulevards_ che vengono su come funghi, e la costruzione del nuovo
edifizio dell'_Opéra_, è invero un modo assai gretto di comprendere
l'opulenza. Peccato che il conte Alberto fosse d'un diverso parere! —
Egli diceva che allietare la propria tavola con la presenza d'un amico
è cosa dolcissima, ma mutar la casa in _restaurant_ è un assurdo;
diceva che le gambe delle ballerine e le gole delle cantanti hanno
il loro merito, ma che non val la pena di mutar soggiorno apposta
per esse; diceva che i cortigiani sono come le mosche, le quali
si danno più pensiero delle vivande che delle persone; diceva che
sfarzo non vuol dir eleganza, e carità non vuol dir benefizio; diceva
finalmente che gli uomini non devono essere girovaghi come gli organi
di Barberia, e che dopo aver viaggiato quanto basta per estendere le
proprie cognizioni, fa d'uopo fermarsi stabilmente in un sito, giacchè
se movendosi si reca diletto e utile a sè, soltanto stando fermi si
giova agli altri. — Quanto alla Matilde, ella non diceva nulla....
ella era felice. Le sue gioie maggiori erano l'amore di suo marito e
de' suoi tre figlioletti; le sue occupazioni erano divise tra le cure
della famiglia, il dipingere, l'attendere in parte all'amministrazione
della tenuta, l'educare le sue contadinelle. Passava ore dolcissime
nel bello e vasto giardino, rallegrato a vicenda dalle limpide acque
correnti e dall'ombra di piante vetuste e dall'aperto delle praterie
smaltate di fiori. Oh! i fiori ella gli aveva tanto cari e li coltivava
ella medesima con sollecito affetto, ma non li voleva spiccati mai
dall'aiuole: erano così leggiadri a vedersi là sul loro gracile stelo,
era così misteriosa quella lor vita d'un giorno! perchè renderla ancora
più breve, perchè scolorire anzi tempo quei petali, su cui la luce si
riposava sì varia? All'imbrunire la famigliuola soleva raccogliersi sul
margine della riviera che traversava il giardino; i bimbi giocavano sul
pendio d'una collinetta vicina, empiendo l'aria di grida festevoli e
correndo di tratto in tratto presso i lor genitori a chiedere un bacio
o un sorriso. Oh! senza dubbio, i venerabili predecessori d'Alberto,
che avevano fatto della villa un convegno galante e qualche volta
un nascondiglio delle loro sozzure, sarebbero rimasti a guisa di
smemorati vedendo quel tenero idillio. Che cosa _bourgeoise_ è la vita
domestica! Lo schiamazzo di fanciulli indomiti rintrona l'aria che
anni fa mormorava dolcemente alle promesse d'amore: promesse sempre
fallite, ma che importa? Fuori che nell'autunno, in cui qualche amico
della città veniva a interrompere la solitudine di quel soggiorno, le
sale, già echeggianti all'armonie del cembalo e alle cadenze regolate
dei balli, risuonavano soltanto dei vagiti d'un bimbo in fasce e
degli amplessi d'una madre che gli porgeva le poppe; e la sera,
invece del baglior delle faci splendenti su cento bei volti, un'unica
lampada concentrava tutto il suo chiarore sopra una tavola, ove una
donna lavorava con l'_ago torto_ o un uomo era assorto in un libro.
Ma qualche volta gli sguardi di quelle due persone s'incontravano,
e un sorriso ne irradiava le fronti.... e pensare ch'erano marito
e moglie.... che prosa! Eppure Alberto e Matilde vivevano felici.
Le anime che vanno in traccia di grandi e continue commozioni, non
sono, a nostro credere, le più ricche, ma le più povere. Se ci si
concedesse l'immagine, vorremmo assomigliarle a camere disarmoniche,
ove la musica più sublime passa inavvertita, senza risonanza, senza
eco. Si, vi sono anime che non hanno risonanze. Nessuna impressione è
in esse durevole, nessun affetto vi lascia un solco profondo; perciò
si trovano sempre vuote e girano scapigliate pel mondo, implorando
qualcosa che le scuota, che le ravvivi. L'implorano dai ghiacci del
monte Bianco e dall'immensità dell'Oceano, dalle _grisettes_ di Parigi
e dalle rovine del Campidoglio, dai gorgheggi della Malibran e dalle
danze della Cerrito. Ma invano! Il mondo esterno ci appare come un
cadavere, se l'anima nostra non sa comunicargli il suo fuoco: qual
melodia potrà riprodursi da un'arpa, a cui mancan le corde? Se un
giorno la patetica cornamusa non sapesse più rendere i semplici canti
della sua Scozia, la crederemmo forse capace d'intuonarci la sinfonia
della Semiramide? Oh! davvero chi lascia spegnersi la fiamma interna
del cuore e dell'intelligenza e cerca altre fonti di vita, ci ricorda
il re Davide che chiamava la bella Sulamite a scaldargli la coltrice,
nè pensava che nulla tempera la rigidezza della morte. Quest'orrore
d'una esistenza tranquilla, questa smania dell'apparato scenico non è
piccola piaga per un paese. È essa che fa convergere tutte le forze
verso le capitali, e assottiglia quella schiera d'uomini laboriosi
senza schiamazzo che forniscono il loro ufficio coscienziosamente
per iscarico d'un dovere, non per sete di plauso. A somiglianza degli
edificî la società ha d'uopo soprattutto di fondamenti. Ora ella non si
appoggia nè sui facondi avvocati, nè sui medici egregi, nè sui pubblici
ufficiali, e nemmeno sugl'ingegni grandissimi. Gli archi maravigliosi
del Partenone non rapirebbero d'entusiasmo il pellegrino, ove il genio
della Grecia non avesse loro infuso l'attica grazia; ma e' non si
reggerebbero sotto il peso di tanti secoli, se non fossero costruiti
di solida pietra. Guai alle nazioni se, richieste delle loro glorie,
non potessero rispondere che con una filastrocca di nomi; guai alle
città se, oltre ai campanili, non potessero additare le case! Date
a un popolo agricoltori intelligenti, negozianti ricchi d'iniziativa
e d'onoratezza, industriali che abbiano lo spirito aperto alle nuove
idee; dategli volghi illuminati che s'inchinino meno innanzi a sconcie
superstizioni, ed abbiano una fede più viva nei loro destini, un senso
più alto dei loro doveri; dategli donne che plebee o patrizie intendano
il loro santo ministero d'amore, e avrete fatto davvero un popolo
grande. Onoriamo intanto tutte le opere virtuose, onoriamo l'attività
umana in qualsiasi campo ella si eserciti, quando le sia guida la
rettitudine degl'intendimenti; bando ai superbi disdegni: come leggera
polvere d'oro mista alle sabbie dei fiumi del tropico, forse v'è un
filo di poesia in ogni cosa onesta, v'è una musica in ogni onesta
parola. Sapete ove non è poesia e non è musica? In quel gelido scherno
che anzichè sferzare l'adulazione, l'ipocrisia, la bassezza, getta a
piene mani il ridicolo sulle nobili iniziative, e arresta i timidi e
conturba i gagliardi: in quel gelido scherno che irride alle dolcezze
della vita domestica, e finge ignorare che prima base delle virtù
cittadine sono le virtù casalinghe, che soltanto dove la famiglia è
rispettata, dove è inviolato il santuario dei lari, sorgono e durano le
libere istituzioni: in quel gelido scherno, che mentre mette in celia
le aberrazioni dei volghi grida ai pensatori — _Utopia_, — quand'essi
con ardimento di eroi, con fede di martiri, si scagliano per rovesciare
le vetuste carceri dell'intelletto e del cuore....