Pochi mesi eran corsi dacchè la Matilde si trovava nella villa, quando,
coincidendo il tempo dei raccolti ubertosi assai più dell'usato, il
conte Alberto pensò di approntare una festa campestre in onore della
sua sposa. Era la ridente stagione, in cui la natura offre agli uomini
le sue ricchezze, e le spighe inchinandosi verso terra pel soverchio
del peso invitano alla mietitura. L'anno scende bensì la curva del
tempo, ma è vegeto ancora e robusto: invano il sole dardeggia sugli
alberi, invano il vento va scompigliando le fronde, non una foglia
ingiallisce, non una foglia strappata dai rami ingombra il cammino.
Le vigne, tenendosi l'una con l'altra pari a coppie gioconde di
danzatori, mostrano il lento rosseggiare dei grappoli; le pesche
pendono mature dal gambo, mentre, lontane annunziatrici del verno, le
mele acide ancora e scolorite si arrotondano sulla malinconica pianta.
Era la stagione, in cui pel cominciar delle pioggie qualche striscia
argentea serpeggia fra i ciottoli del torrente; era la stagione, in
cui la luna svela più ampio e luminoso il suo disco. Gli uccelli,
immemori delle offese dell'uomo, tornano fra le siepi a rallegrarlo
dei variati gorgheggi; la tuberosa ed il gelsomino, aprendo a gara
le candide foglie, riempiono l'aria delle più soavi fragranze, e la
_dahlia_ nascosta ancor nella buccia sta acconciandosi il magnifico
vestimento. I carri colmi di mèssi s'avanzano con maestoso incesso
verso le fattorie. — _Harvest home_, cioè la raccolta a casa, —
gridano i contadini inglesi con unanime entusiasmo; — _harvest home_,
— e mille feste rallegrano in quei dì le campagne. È il carnovale del
colono che nel tempo dei teatri e dei balli non ha altro spettacolo
che un tappeto di neve sul suolo, che un velo di nubi nel cielo, e fa
mostra d'animo scarsamente gentile chi non sia tocco da quelle semplici
solennità. E non soltanto nelle campagne, ma dappertutto le feste in
comune sono un gran sollievo per la povera gente. Noi altri, però,
che siamo gente _chique_, guardiamo con un sorriso di compassione que'
convegni popolari, e se qualcuno di noi v'interviene lo fa specialmente
per adocchiarvi le belle ragazze, giacchè fra i molti privilegi nostri
sulla _gentuccia_ v'è pur quello di poter insidiarne la pace e l'onore.
Oh! se pensassimo che i tapinelli, i quali vivono sotto un tetto
affumicato, affranti dalle diuturne fatiche, nell'incertezza perpetua
del domani, non hanno passatempo migliore di quelle riunioni, non
hanno altro modo per dimenticare il tedio della penosa esistenza, oh!
senza dubbio la celia ci morrebbe sul labbro. E invece d'irridere le
feste popolari, vorremmo anzi promuoverle, e chi sa se, opportunamente
dirette, non potrebbero informare a maggior gentilezza i costumi e
svegliare nell'anime più torpide il senso educativo del bello.
Una vasta prateria di recente falciata, a un angolo della quale
sorgeva l'edifizio disposto ad uso di scuola, e a cui faceva cintura un
lunghissimo pergolato, venne scelta come il sito più acconcio a quella
solennità campestre. Sotto il pergolato eran disposte due tavole; l'una
assai grande per gli adulti, l'altra minore pei fanciulli. La Matilde
si era fatta assegnare un posto in questa, pigliandosi l'arduo ufficio
di vigilare uno sciame di bimbi. Alcuni rivenduglioli girovaghi, che
avevano avuto sentore della festa, s'erano introdotti nella villa fino
dal dì precedente, e il conte aveva loro permesso di rizzare lo loro
_baracche_ nella prateria per far più variato lo spettacolo; ond'essi
alla mattina per tempissimo sfoggiarono le loro merci, che consistevano
per lo più in balocchi, in spilli, in ombrelloni rossi di lana e in
ghiottonerie d'ogni fatta. Accorsero anche de' suonatori, ma trovarono
il posto occupato, chè quasi a mezzo della prateria erasi costruito,
con assi di legno commessi insieme alla meglio, un palco, dal quale
la banda doveva esporsi al pubblico per la prima volta. Un'asta
levigatissima sorgeva a foggia di vessillo a pochi metri di distanza,
e in cima a quell'asta erano degli abiti nuovi e delle appetitose
salsiccie; guiderdone serbato a chi avesse agilità bastante a giungere
lassù. Questa gara della _cuccagna_, i suoni, il banchetto, le danze
che potevano continuarsi tino a tarda sera nelle due sale della scuola,
ecco tutti i sollazzi della giornata. Ma quel trovarsi insieme uomini,
donne, fanciulli in un dì d'allegria; quello smettere per poche ore
la zappa e la marra; quel vedersi convitati con tanta affabilità dai
signori del luogo; erano circostanze che nell'animo ingenuo dei villici
accrescevano a mille doppi il valore del divertimento. Il sole era
sorto da poco che già la prateria rigurgitava di gente: venivano le
famiglie intere, quali a piedi, quali, se abitavan discoste assai,
nel loro biroccino con l'asinello, oppure sopra un carro pesante
tirato da buoi. Curiosissimo era lo studio che traspariva in tutte le
vesti e l'acconciature; non v'era vecchia rimbambita che non avesse
rovistato ne' suoi armadî per cercare di mettersi in fronzoli. Delle
giovani, alcune avevano un fiore nel crine, altre tenevano sul capo un
_fisciù_; e le più eleganti erano adorne di un cappellino di paglia,
assettato in testa con una certa negligenza che manifestava vie più
l'artificio. I contadini erano divisi in due classi: i partigiani del
buon tempo antico, che non rinunzierebbero per tutto l'oro del mondo a
sfoggiare i loro polpacci, e quindi tengono i calzoni corti e stretti
al ginocchio; i progressisti, che hanno adottato le brache lunghe alla
moda cittadina. Ma questi erano ben pochi nel paese di ***.
La Matilde associatasi ai bambini ne dirigeva festosamente i giochi, e
le vispe creature che non sanno ancora di riguardi sociali, posta da
banda ogni timidezza, le carolavano intorno con clamorosa allegria.
Per una delicata sollecitudine di alcuni fra i coloni, tre fanciulle
delle più leggiadre in abito bianco, vagamente acconciate, la
presentarono d'un bel mazzo di fiori, mentre la banda intuonava una
_polka_, che il signor Placido aveva scritto apposta, intitolandola: —
_Matilde._ — Alle prime note si fece universale silenzio. Le femmine
interruppero il loro cicaleccio, i rivenduglioli cessarono dagli
striduli richiami, e, vedi miracolo! i bimbi stessi divennero zitti.
In mezzo alla dolce maraviglia, scolpita in viso a quelle turbe non
avvezze ad altre armonie che al suono dell'organo o al fracasso delle
trombe dei saltimbanchi, in quell'agitarsi di tante bionde testine,
chi poteva guardar pel sottile all'ispirazione musicale della suonata
o all'accuratezza dell'esecuzione? Gli applausi furono immensi, ed era
singolare sentir poi le donne bisticciarsi tra loro, poichè ognuno che
avesse congiunti o amici nella banda, attribuiva ad essi a preferenza
degli altri il buon esito della suonata.
Poco prima del pranzo la contessa, quale regina della festa, chiamò a
sè i fanciulli d'ambo i sessi ch'erano più lodati per la svegliatezza
dell'ingegno e la bontà del costume, e regalò ciascheduno d'un libretto
della Cassa di Risparmio da lire 20, avvertendo che se di lì a un anno
non lo avevano intatto, non si aspettassero più da lei nè un dono
nè un chicco. Soggiunse a un tempo che il giorno appresso avrebbe
tentato di spiegar loro che cosa fossero quei libretti e a che cosa
servissero. Diremmo una bugia asserendo che i bimbi ne restassero
assai soddisfatti: a sentirsi parlar d'un presente la loro fantasia era
volata tant'alto, che per poco non si aspettavano uno di que' castelli
di fate, onde avevano udito discorrere negl'invernali _filò_.[1]
Qualcuno nel vedersi in mano quel magro libretto sentiva imperlarsi
la lagrima sul ciglio, ma il pranzo fece porre ogni cosa in obblìo.
Finito il banchetto, che si chiuse con un brindisi entusiastico alla
salute degli sposi, la banda ricominciò le suonate ed ebbero principio
le danze, alle quali assistettero molte fra le _notabilità_ del
villaggio. Il parroco, per salvar capra e cavoli, giunse al _dessert_:
così poteva dire di non essere stato a pranzo, e insieme buscavasi
un dolce e un bicchier di vino: certo che gli uomini dei partiti
estremi condannavano siffatto temperamento, certo che il sacrestano,
rappresentante delle idee ultra-conservatrici, non solo non avea messo
piede nella villa in quel giorno, ma anzi s'era assentato dal paese
per fare una dimostrazione ostile al conte Alberto; però il parroco
diceva: — Male, malissimo, bisogna saper tenersi con tutti... io mi
pregio d'esser moderato. — E questa soddisfazione di sè ei la condiva
abbondantemente col vino della cantina del conte. Quanto al vecchio
marchese, che la curiosità spingeva ad ogni tratto nella villa e che
s'era tanto doluto della mancanza di livree, egli aveva assistito
alla festa con un sorriso di superiorità. E, voltosi al parroco, gli
bisbigliò all'orecchio: — Creda pure, Reverendo, che le feste vogliono
esser date da noi altri nobili di vecchia data. Non crede?... dica
liberamente. — Eh! credo. — Io una volta ho avuto nel mio palazzo i
professori d'orchestra di ***, nientemeno, capisce, Reverendo? Ma nelle
sale, s'intende, non già nei campi per far ballare un po' di plebaglia.
Sarà stata una festa ben migliore di quella d'oggi, non le pare?... —
Eh! sicuramente.... — Ma, fra noi due, che nessuno ci senta, queste son
pagliacciate belle e buone.... Via, mi dica la sua opinione.... — Ma,
secondo.... si.... capisce.... — Come? — La causa di questa evoluzione
era l'avvicinarsi del conte Alberto, al quale, non appena ei fu giunto,
don Gaudenzio e il marchese gridarono in coro: — Festa stupenda,
impareggiabile; ce ne congratuliamo col conte Alberto. —