Non andò molto che un grande avvenimento mise in subbuglio la villa.
Dopo qualche mese d'assenza il conte Alberto annunziò il suo ritorno,
avvisando però ch'ei non sarebbe solo, ma con _un'altra_. Il conte
s'era ammogliato, e si può immaginar quanti commenti si facessero
di questo suo matrimonio, e quante congetture per l'avvenire. Chi
diceva che una giovane, avvezza alla vita romorosa della capitale e
alle conversazioni ed ai teatri, non potrebbe trovarsi a suo agio in
un paesuccio così povero d'ogni consorzio, e turberebbe la pace del
marito co' suoi capricci; chi invece ne traeva lietissimo augurio, e
sperava che la presenza d'una gentile signora infonderebbe nuovo brio
nella villa. Il partito codino cercava, dal canto suo, di gettare
il discredito sulla futura contessa, e non v'è malanno che non le
cacciassero addosso. Nei villaggi la malignità abbonda e poco si bada
alla qualità dell'armi brandite, pur di ferire.
La giovane sposa, descritta in mille guise diverse secondo il
ghiribizzo di chi non l'aveva mai vista, comparve alfine a portare
la discussione sul _terreno dei fatti_. Non beltà sfolgorante, ma
leggiadria di volto e di forme; era tutta grazia nelle movenze, tutta
dolcezza nello sguardo e nei modi. Vi sono creature privilegiate, alle
quali natura diede di poter fare ogni cosa con garbo, e di mostrare
negli atti della vita più semplici l'eletto animo e l'armonia delle
facoltà. La Matilde, che così avea nome, era tra queste. Non umiliava
i suoi dipendenti nè con riserbo sdegnoso, nè con dimestichezza
affettata: chi crede tutti gli uomini uguali, può talvolta parer meno
affabile di chi, sentendo altamente del censo e del nome, cerca pure
di appianare le differenze con la famigliarità delle forme; ma per gli
spiriti ben fatti la fratellanza vale ancor meglio della pietà.
Quantunque nata e cresciuta in una capitale, Matilde amava la vita
campestre. E il conte Alberto comprese ottimamente che per non
fargliela venire a noia bisognava ch'ella non ne fosse semplice
spettatrice, ma si addimesticasse con quelle abitudini e con quegli
interessi. Le donne ricche, a' nostri tempi soprattutto in cui, la
Dio mercè, l'esigenze della vanità si son fatte men formidabili,
nè il _cavalier servente_ e lo specchio si dividono con tirannica
monotonia il pensiero femminile, son minacciate da due grandi malanni,
l'ozio e la noia. Le costumanze sociali hanno precluso alla nostra
compagna tante sorgenti d'attività, l'educazione ch'ella riceve suol
esser sì frivola, che quando non la soverchino le cure di numerosa
famiglia, il suo tempo è piuttosto consumato che adoperato. La è cosa
doppiamente funesta, e perchè mille germi fecondi inaridiscono nella
donna senza metter fiore, e perchè l'uomo viene a perdere un'alleata
operosa, la quale ha gl'istinti del bello e del vero, e se difetta
della pertinacia necessaria a condurre a termine le grandi imprese,
abbonda dell'entusiasmo necessario ad iniziarle. Abbandonata a
pernicioso influenze, per la mobilità della sua tempra inchinevole alla
superstizione ed al misticismo, ella riesce sovente un ostacolo, mentre
dovrebbe riuscire un aiuto, e quante volte alle dolcezze ineffabili
della carezza materna, alla soavità dei consigli d'amore si mescono
ammaestramenti, contro i quali protesterà più tardi l'animo nostro. Ma
la colpa è di chi sdegna seminare in quel suolo ferace, e per tema di
perdere uno scettro illusorio, non aiuta la debole creatura ad uscir di
pupillo.
Fortunatamente la vita campestre offre alla donna più modi assai del
vivere cittadino per adoprare utilmente le proprie forze. Nè Alberto
poteva consentire che sua moglie fosse una signora feudale alla foggia
antica, una di quelle dame che col falcone sull'omero si recavano alle
splendide caccie, beatificando di languidi sguardi i paggi svenevoli:
non in quell'atmosfera cortigianesca lo spirito si ritempra alle forti
virtù, non tra quelle molli consuetudini può esercitarsi l'ufficio vero
della donna.
La contessa Matilde aveva due campi d'attività innanzi a sè. Da un
lato ella poteva attendere alle bisogne della villa, e vigilare quella
parte di lavori campestri più particolarmente affidati alle donne,
quali sarebbero la coltivazione dei bachi, la filanda, la cascina,
ec.; dall'altro sarebbe stato ufficio non meno utile, non meno
lusinghiero pel suo amor proprio, il prendersi cura di quelle povere
contadine, e dirozzare alcun poco quelle bimbe lasciate crescere come
le male erbe. La giovane signora non esitò un istante ad assumersi
ambedue quest'incarichi: come padrona della tenuta, ella diceva suo
dovere di promuoverne gl'interessi; come donna, come patrocinatrice
delle sue dipendenti, pareale altrettanto necessario di accingersi
coraggiosamente a quell'ufficio educativo, checchè potessero dirne
e pensarne i fannulloni e i malevoli. Nè le chiacchiere mancarono.
Una brutta e scipita vecchia, che aveva fino allora congiunto i due
ufficî di levatrice e di maestra, venne a querelarsi personalmente
con la contessa, assicurandola di aver sempre tenute le bambine
legate alla sedia nel massimo ordine e meravigliandosi altamente
che si potesse fare qualche cosa di più. Il maestro di scuola
che pel numero scemato degli alunni soleva occuparsi con maggior
sollecitudine dell'agricoltura, stanco di quella parte da Cincinnato
tornò a rimescolarsi pe' suoi lesi diritti, e i due rappresentanti
dell'_istruzione pubblica_ strinsero alleanza offensiva e difensiva per
abbattere gl'inaspettati rivali. Che se l'opera loro riuscì inutile,
non tacque però la maldicenza paesana e nessuno poteva capacitarsi che
la villa dei conti *** fosse ridotta una scuola. Ma se ne capacitavano
a poco a poco i coloni, e quell'istruzione data alla buona, e più in
guisa di consiglio fraterno che d'insegnamento burbanzoso, sortiva già
ottimo effetto.