[539] DE HAMMER cit., X, 459: «_Chaireddin voleva fare uccidere per sua
sicurezza i settemila schiavi cristiani; ma lo ritennero gli abitanti
della città._» — BOSIO, GIOVIO, _cæteriq._
[540] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 61: «_Aveva Barbarossa fatto
condurre nel Castello tutti i vogadori, fra quali erano circa ottomila
Cristiani schiavi.... accadè che alcuni rinegati, vedendo la rotta dei
Turchi, apersero la porta della prigione, animando i Christiani alla
libertà, il che eseguirono facilmente, e pigliate quelle armi che
poterono nel Castello, se ne impadronirono._»
[541] BOSIO, 153, E: «_Affrettando la fuga fu cagione che Aidin,
sopranominato Cacciadiavoli, arso dal sole e dalla sete, bevendo
crepasse._»
[542] DE HAMMER cit., X, 461: «_Tre ore aveva durato il consiglio per
decidere se fosse da concedersi all'esercito il saccheggio. Ma la
rapacità degli Ispani preponderò.... trentamila abitanti perirono e
diecimila furono tratti in schiavitù.... sfrenata in particolare la
rabbia dei soldati spagnuoli: cercavano avidamente l'oro, distruggevano
moschèe, scuole, statue, libri.... tutto alla rinfusa come polve._»
BOSIO cit., III, 153, C: «_Tunisi saccheggiato.... non perdonando a
sesso nè ad età._»
[21 luglio 1535.]
XI. — Il vigesimo primo del mese di luglio l'Imperatore con alla destra
l'Orsino, pel cui senno e costanza era giunto a tanta altezza, entrava
trionfalmente nella città di Tunisi, seguito dall'esercito vincitore. E
senza distendermi in lungo sul governo di Carlo, brevemente dirò che
rimise sul trono il re Muleasse già discacciato da Barbarossa; e ciò
tanto per non aizzare maggiormente gli Africani, quanto per avere tra
loro un sostegno, e per liberarsi dalle spese e dalle molestie. Poi
trattando con lui, imposegli annuo tributo di omaggio, perpetuo divieto
di pirateria, libertà ai Cristiani nella pesca del corallo, cessione
della Goletta, e vettovaglie al presidio spagnuolo. Però gl'ingegneri
imperiali subitamente presero a rimettere in difesa lo sbocco della
Goletta: risarcirono la torre maestra, e attorno menarono un quadrato
con quattro baluardi acuti, e però biasimati dal celebre capitano de'
Marchi, il quale implicitamente dava la preferenza al pentagono
precedente[543]. Venne poscia con spazio molto maggiore, ed a cavallo
sul canale, una fortificazione sui lati dell'esagono: si conservò per
quarant'anni, e fu perduta alli ventitrè di agosto nel settantaquattro
da don Giovanni d'Austria, come a suo tempo diremo. Finalmente oggidì,
mutate le condizioni, cresciuto il commercio, le case e i magazzini
attorno al canale, non se ne vede più nulla.
[Agosto 1535.]
L'armata vittoriosa sciolse dai lidi africani, menando migliaja di
cristiani riscattati a libertà, e appresso ammarinati i bastimenti dei
nemici. L'imperatore prese terra a Trapani: e die' licenza all'Orsino,
partecipe delle fatiche e della gloria, di ricondurre le galèe a
Civitavecchia. Tornò menomato non solo dei tanti che dato avevano la
vita per la pubblica salute, ma con molti soldati e marinari monchi,
feriti e poveri più di ogni altro. Imperocchè, secondo il solito, essi
non toccarono guadagni nè di artiglierie, nè di navigli, nè di
ricchezze[544]. Ebbero soltanto in dono dalle istesse mani
dell'Imperatore un catenaccio, insieme col chiavistello e la stanga
della porta di Tunisi, perchè l'avessero a mostrare nella basilica di
san Pietro in Roma a perpetua consolazione della anima loro.
Restarono quei rugginosi ferri per qualche anno nel portico della
chiesa, dappoi nella sacrestia, e finalmente oggidì si trovano (come io
scrittore ho veduto e riveduto le tante volte) nell'atrio esterno
dell'archivio canonicale, e vicino alle catene del porto di Satalia,
delle quali altrove ho fatto menzione. Quivi sporge dal muro una vecchia
lapida, che dice così[545]: «Carlo V imperatore, espugnata la città di
Tunisi, mandò questa stanga e questo serrame al tempio del beato Pietro
apostolo, per ricordare ai posteri la segnalata vittoria.»
Qual maraviglia che i minuti particolari e i fatti egregi dei nostri
marini non suonino più che tanto nella storia, quando dello stesso
nobilissimo condottiero e prode romano, stato sempre a' fianchi di
Carlo, per suo rispetto, si tace anche il nome nelle iscrizioni
monumentali di Roma?