NOTE:

[503] ARCHIVIO dei notaj e cancellieri di camera cit., Volume intitolalo

_Contract. ab. ann._ 1531, _ad_ 1539. Ch. 34. rect. Berisius Not. —

«_Die Lunæ vij decembris MDXXXIV. — Rmus in Xto P. D. Augustinus

Spinula, tit. S. Apollinaris presb. card. Perus. S. R. E. Camerarius,

asserens et affirmans habere in manibus a SSmo D. N. D. Paulo div. prov.

Pp. III quædam capitula, conventiones et pacta ut cum Ilmo D. Gentile

Virginio Ursino de Anguillaria comite, super conducta d. D. Gentilis

comitis in capitaneum generalem ad custodiam maris Tyrrheni et Splagiæ

romanæ ineat, contrahat et celebret sibi tradita et de S. S. scitu

firmata et stabilita juxta tenorem infrascriptum, volens ut par est

mandatis apostolicis obsequi, et securæ navigationi d. maris pro romana

Curia et ad eam venientium et ab ea recedentium commoditate providere,

hinc est quod praef. Rmus D. card. Camerarius assistentibus,

intervenientibus et consentientibus R. in Xto pabus d. Ascanio epo

Arimin. SSmi. d. n. p. thesaurario generali, el Joanne de Gaddis, et

Uberto de Gambara, epo Terdonen. Cameræ aplæ clericis insimul

congregatis ad hunc effectum et totam Cameram aplcam representantibus de

præf. SSmi D. N. Pp. mandato ex una, et præfatus Illmus D. Gentiles

Virginius Ursinus comes prædictus presens partibus ex altera, super

conducta prædicti Comitis in Capitaneum generalem ad custodiam dicti

maris el Splagiæ capitula pacta et conventiones infrascripta inierunt

contraxerunt, in hunc qui sequitur modum...._

»_Actum Romæ in burgo S. Petri, in palatio residentiæ præfati Card.

Camerari die, mense, et anno, ut supra._»

[504] BOSIO, III, 140, E: «_Il Papa ajutava l'imperatore con dodici

galere, che a sue spese aveva fatto armare in Genova et in Civitavecchia

a carico di Virginio Orsino._»

ARCHIVIO conventuale dei Domenicani in Civitavecchia, codici intitolati

_Ricordanze_ tre volumi in-fol. parv. segnati A. B. C., e codice

intitolato _Campione_, in-fol. e l'altro intitolato _Memorie_, p. 50:

«_Paolo terzo fece fare nove galere in Genova, alle quali aggiunse le

tre galere che erano solite di guardare la spiaggia, e delle dodici

galere fece generale il sig. Virginio Orsini._»

COLECION de documentos ineditos para la historia de España. ed.

NAVARRETE, in-8. Madrid, 1843. III, 545: «_Carta de Carlos V a la

imperadriz, del Caller 12 junio 1535: »Vinieron las tres galeras de Su

Santidad con otras nueve que armò en Jenua._»

ALFONSO ULLOA, _Vita di Carlo V_. in-4. Venezia, 1566, p. 137: «_Il papa

fece armare nove galere oltre alle tre che aveva prima, dandovi per capo

Virginio Orsino._»

[505] RAYNALDUS, _Ann._, 1534, n. 43: «_Pontifex novem triremes in portu

Genuensi comparavit, quibus tres alias quæ jam instructæ in portu

Centumcellarum erant conjunxit, Virginium Ursinum præfecit.... Adjuncto

Paulo Justiniano veneto, navali peritia insigni._»

[506] BOSIO cit., III, 140, E: «_Dando al conte Orsino per luogotenente

quel Paolo Giustiniani, gentiluomo veneziano, del quale sopra facemmo

menzione che di Candia aiutata aveva la Religione, mentre in Rodi si

trovava._»

IDEM, p. 3, A; et p. 6, E; etc.

[507] PAULI PP. III, _Bulla impositionis duarum decimarum super

fructibus ecclesiasticis in tota Italia_. — BIBL. CASANAT. _Collezione

grande di Bolle, editti, bandi_, etc. dal principio della stampa fino al

presente in più che settanta grossi volumi in-fol. t. I, n. 46.

[2 marzo 1535.]

III. — La notte seguente al due di marzo il conte dell'Anguillara

salpava colle dodici galere da Civitavecchia verso Napoli, ove intendeva

congiungersi a don Pietro di Toledo, figliuolo del vicerè e capitano

delle galèe del Regno. Ecco un altro documento da intestare

nell'archivio domestico al nome del conte Gentile, della cui persona e

navigli onorevolmente si parla. Breve e nitida letterina del capitano

Giustiniani a Paolo III; scritta in volgare, meno le formole consuete in

quel tempo della introduzione e della chiusura che sono in latino[508]:

«Beatissimo Padre. Dopo l'umile raccomandazione di me stesso, e dopo

baciati i Santi piedi; vengo a dire come credo che Vostra Santità per

lettere dell'eccellenza del Conte intenderà che, essendo buon tempo,

coll'aiuto di Dio questa notte ci partiremo per Napoli, e di là poi

anderemo col resto dell'armata a trovare l'eccellenza del signor

principe Doria. Le galere di Vostra Santità sono così bene armate, come

ogni altra galera che sia per mare. Spero coll'aiuto di Dio, che il

Conte mio padrone farà onore a Vostra Santità ed a sè medesimo, ed

utilità alla religione cristiana. Io quanto più genuflesso mi raccomando

alla Santità Vostra e bacio i santi piedi, pregandola si contenti avere

per raccomandati i poveri miei figliuoli, e commettere al reverendo

signor Datario che il memoriale dato a Vostra Santità abbia effetto.

Bacio i santi piedi, pregando il signore Iddio che sana e felice

conservi Vostra Santità. — Di Civitavecchia a dì 2 marzo 1535. — Umile

servitore e schiavo, Paolo Giustiniani.»

[18 aprile 1535.]

Tre porti erano stati principalmente assegnati in Italia come centro

della spedizione contro Tunisi: Napoli, Genova e Cagliari. Di qua le

forze italiche, di là le oltramontane, nel mezzo la convergenza degli

uni e degli altri, per procedere unitamente al punto obbiettivo. Il

Toledo e l'Orsino, colle ventisei galere dello Stato e del Regno, erano

fin dal mese di marzo in Napoli, ed aspettavano Antonio Doria, di nostra

conoscenza, che doveva venire con altre ventidue galere scortando le

quaranta navi grosse del marchese del Vasto colle fanterie italiane

prese a Portovenere. Se non che, pesando ai due primi la tardanza del

terzo, uscirongli incontro per congiungersi più presto con lui, che

veniva lentamente di porto in porto, pigliando vittuaglia, artiglierie e

gente, secondo che ne trovava apparecchiate: e così gli uni e gli altri

capitarono a mezza via nel porto di Civitavecchia, dove altresì

dovevansi imbarcare alcune fanterie nostrane scritte per l'Imperatore

nella provincia della Marca[509].

[20 aprile 1535.]

Or mentre tanti bastimenti e così gran numero di soldati e di marinari

incontravansi in Civitavecchia, venne il desiderio al Papa di vederli; e

similmente alla gente raunata sul mare, il desiderio di riceverne la

benedizione: cosa facile, e prestamente messa ad effetto. Perciò

chiamarono a palazzo Biagio Martinelli da Cesena, prefetto delle

cirimonie, e imposergli di allestire ogni cosa secondo il rito già usato

da Sisto IV nel licenziare l'armata sua alla riscossa di Otranto contro

i Turchi, come altrove ho narrato[510]. Biagio istesso, scrivendone il

ricordo nei suoi diarî, dice essergli tornata vana ogni ricerca negli

archivi, tanto fra le scritture del Burcardo, che del Volterrano, e di

Paride (sia detto a nostro sollievo quando sovente ci troviamo in simile

distretta): però conchiude di aver composto del suo una formola

conveniente coll'approvazione del Papa, e spedito ai cardinali e a ogni

altro della cappella l'invito di trovarsi tutti insieme nella sala del

concistoro in Civitavecchia la mattina del ventitrè di aprile feria

sesta, sull'ora di terza, per ricevere i capitani, consegnare lo

stendardo, e dare la solenne benedizione all'armata. Aggiugne don Biagio

che per certa sua infermità non si mosse di Roma; e in vece mandò a

dirigere l'esecuzione Gianfrancesco Fermano, secondo cerimoniere e suo

collega[511].

Aveavi nel porto dodici galèe del Conte, quattordici del Toledo,

ventidue del Doria, in tutto quarantotto galèe; quaranta navi di alto

bordo, il marchese del Vasto, il principe di Salerno, quel di Bisignano,

lo Spinelli, il Caraffa, i due Sanseverini, il conte di Sarno, il

marchese del Finale, lo Spinola e tanti altri capitani delle fanterie, e

delle navi, e delle galere, con sopravi tra soldati, marinari e

rematori, più di trenta mila uomini[512].

Questi sono fatti da tutti saputi o visti nel secolo decimosesto; ed

altri simili saputi e visti seguiranno nei tempi posteriori, infino alla

spedizione di Egitto.[513] Per l'occupazione di Roma ai nostri giorni io

stesso ho veduto più volte andare e venire di Francia in flotta con

armi, bagaglie, artiglierie e cavalli, dieci e venti mila uomini; e

agiatamente nel porto di Civitavecchia compiere le operazioni di imbarco

e di sbarco con celerità e sicurezza. Non all'amore di patria, nè alle

passioni nostrane o straniere, nè ai capitani di inverno o di estate

m'appello io: sì bene ai fatti, cui niuno può misconoscere, quantunque

altri voglia fare le viste di obliarli. Al modo stesso, sostenuto dai

fatti, ripeto che infino a cinque anni fa, quando io scrivevo e stampavo

la mia Marina, e quando non correvano ancora i treni delle strade

ferrate per la Liguria, nè per le province di Roma, nè pei trafori del

Cenisio, allora il porto di Civitavecchia contava per uno dei centri

della navigazione a vapore di tutti i paesi; non essendovi linea

periodica di levante di ponente, che da Marsiglia e da Messina non

facesse punta di andata e di ritorno nel porto medesimo; dove trovavano

come altrove la comodità, e più che nei porti vicini la sicurezza. E

quantunque d'inverno e col tempo cattivo si stia male da per tutto,

nondimeno l'artificiosa struttura ed unica del nostro porto offriva ed

offre ai legni combattuti dalle tempeste comodo ricetto e sicura

stallìa; tanto che può dirsi arcirarissimo il caso di naufragio nel

porto medesimo, come non di raro succede altrove. Lascio da parte

Giovanni Villani, che, parlando di tempesta in Napoli, dice: «Quante

galèe e legni avea in quel porto, tutti li ruppe e gittò in terra.»

Lascio quel che tutti sanno di Livorno che non vi finisce burrasca che

non lasci qualche bastimento in secco sotto al Marzocco. Lascio gli

odiosi paragoni, i registri pubblici e le cifre arruffate. Basta

ricordare il fatto dei giorni presenti, registrato nell'ufficiale

Rivista marittima per raccogliere con certezza, come tra un centinajo di

naufragî in men di due mesi, pei porti di destra e di sinistra, non se

ne conti nè pur uno pel nostro; il cui movimento annuo, segnato dalla

stessa Rivista ufficiale, risulta di tremila duecento otto bastimenti

tra entrati e usciti, con cinquecentomila tonnellate, e trentamila

persone di equipaggio, per l'anno 1872, che è il primo della decadenza.

Si potrà nel tempo futuro ridurre ogni cosa al nulla, potremo cadere

come Pisa e come Amalfi: ma non sarà giammai possibile annichilire i

fatti del tempo precedente, nè censurare la verità delle proposizioni

che li ricordano[514].

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 152 / 177 题