[445] PROTOCOLLO del notajo Berisio, nell'Archivio dei Notari e
Cancellieri di Camera a Montecitorio in Roma. Volume intestato
_Contract. ann. 1534, cart. 152, vers._
«_Die XVI aprilis MDXXXIV. R. D. frater Bernardus de Salviatis prior
prioratus almæ Urbis, Ordinis sancti Joannis hierosolymitani, et
triremium SSmi D. N. Papæ ad custodiam maris Thirreni dispositarum
Generalis capitaneus, sua sponte etc. per se etc. dixit et declaravit,
et palam publice confessus fuit in tribus triremibus et brigantino,
quorum ut præfertur capitaneus existit esse omnes et singulas munitiones
et furnimenta infrascripta Cedula inferius registrata, et ejus manu et
subscriptione munita, contenta et annotata. Quæ omnia una cum prædictis
galeis et brigantino præfatus D. Bernardus capitaneus restituere et
consignare promisit, juxta formam capitulorum dictæ conductæ omni
exceptione remota. Pro quibus etc. se obligavit etc. — Actum Romæ in
palatio familiæ de Medicis, prope Agonem, nunc habitationis ipsius D.
Bernardi etc. — Tenor dictæ Cedulæ.:_»
[446] _Inventario_, qui segue il testo in volgare, salvo l'ammenda
ortografica: e si noti che non è per la restituzione immediata, ma per
la consegna, coll'obbligo di restituire quando ne sarà richiesto dalla
Camera.
[447] _Galèa_, dalla clausola in fine si deduce che si parla della
Capitana, essendo le altre due ugualmente fornite, meno il Fanale,
proprio della prima, e alcuni attrezzi comuni a tutte tre.
[448] _Pedagna_, queste voci ho già dichiarate nella storia del _Medio
èvo_, I, 187: ho detto come i rematori salendo dalla pedagna alla
banchina e al banco «_facevano descrivere al braccio del remo spazio
circolare doppio più che non era la distanza da banco a banco,
gittandosi colle spalle addietro, e traendosi il remo al petto sino alla
proda del banco seguente_.» Questo metodo era notissimo, come pur qui si
vede, due secoli prima di Giambattista Baliani, il quale nei suoi
Opuscoli fisico-matematici ritorna sul medesimo, come se fosse nuovo.
Parrebbe che al suo tempo (secolo decimosettimo inoltrato) fosse stato
da altri dismesso e da lui riprodotto; per quanto ora si può argomentare
dall'oscuro latino suo, e senza figure.
[449] _Catene_, oggi nei quadri diconsi _Landre_.
[450] _Aguglia_, ciascun pernio grande su cui gira il timone, il dim.
_Agugliotto_. — _Feminella_, l'occhio mastiettato con le sue bandelle,
nel quale entra l'aguglia. — L'_Aggiaccio_ è la barra per governarlo.
[451] _Remi_ per vogare a terzeruolo, cioè con tre remi per banco: indi
banchi ventisette, remi 162, e otto di rispetto.
[452] _Catene_ interziate, torna il medesimo tre rematori per banco.
[453] _Accette_, per legnare nei boschi.
[454] _Ronzoni_, àncore a quattro marre senza ceppo.
[455] _Vernicale_, torna la voce per scodella grande, come è detto fin
dal 1268. (I, 352.)
[456] _Stipa_, ramaglia da brusca usata nel calafatare: per traslato le
botti che sopra vi posano.
[457] _Pavesi_, scudi da far pavesata.
[458] _Artimone_, qui vela latina, minore del bastardo.
[459] _Mattaffioni_, funi matte, cioè cavetti che per lo più non si
annodano, ma pendono dalle verghe o vele, ed oscillano al vento, e
servono a diverse legature quando occorre sulle vele e verghe medesime.
— _Cordino_ per raccogliere la vela nel mezzo.
[460] _Trevo_, vela quadra e bassa; cioè vela di fortuna per la galèa.
[461] _Prodàno_, in genere canapo di proda o di prua, talvolta ormeggio,
e talvolta straglio di prua: e specialmente cavo piano di primo tiglio
per lavori di forza.
[462] _Vetta_ dal lat. _Vitta, ae, f. a vinciendo_, Capo di manovra
minore sopra un'altra manovra maggiore. Tirante, o Menale.
[463] _Ghindare_ già dichiarato (I, 200, 220.)
[464] _Osta_, cavo che mette e tiene l'antenna al vento, ed osta che non
si sposti.
[465] _Orza_ qui manovra e cavo da orientare il carro; e la novella di
riserva in caso che l'ordinaria si rompa.
[466] _Palmare_, _da palo e mare_: canapo manesco da essere portato per
acqua da un uomo a nuoto, e legato a un palo in terra. Indi le voci
Palombaro, Paróma e simili.
[467] _Grippia_ da aggrappare, Cavo legato all'àncora e al gavitello che
ne segna il posto: _da collo_, dicesi quella più forte che ajuta a
salpare.
[468] _Barbetta_, cavetto per legare lo schifo a rimburchio.
[469] _Serpentino_, cannone da cinquanta e di lunga volata, e lunga
canna, sino alle ventisei bocche, ma leggiero di metallo.
[470] _Mezzi cannoni_, da ventiquattro e di lunga canna.
[471] _Quarti cannoni_, cioè da dodici per le bande, da appostare sui
fianchi, come si vedrà qui appresso.
[472] _Smerigli_, tornano altri quattro pezzi sui fianchi, come sopra.
_Smerigli piccoli_ da quattro libbre di palla, che traevano a scaglia
posti sui ceppi.
[473] _Carcatura_, polvere, palle, metraglia, e tutta la munizione degli
undici pezzi.
[474] _Bucio_: ecco una prova di più, oltre a quel che è detto del
Bucintoro nel _Medio èvo_ (II, 469): la voce durava nel secolo XVI.
[20 aprile 1534.]
X. — Non posso lasciar correre la lindura e la brevità del documento ora
prodotto senza la compagnia di alcuni commenti. Il capitano Salviati,
parlando del fusto di un brigantino, non si perita chiamarlo il Bucio.
Dunque la radicale ormai notissima del famoso Bucintoro durava pel
comune uso tradizionale anche nel secolo decimosesto, e sotto la penna
di un marinaro che sentiva a un tempo di Firenze, di Malta e di Roma.
Potrei citare altri esempî[475]. Ma più di tutto stimo il suggerimento
dell'Archivio Veneto, e l'opinione anteriore di Angelo Zon, da me non
avvertita prima, la quale ora corrobora la mia diversamente cavata, e
tronca ogni altra disputa con un argomento di fatto[476]. Il cerimoniale
della basilica di san Marco, codice del secolo decimoterzo, parlando
della festa solenne dell'Ascensione, e della comparsa del Bucintoro alla
marina di Venezia, dice tutto aperto[477]: «I Canonici devono
accompagnare il Doge quando navigherà sul Bucio.»
Nel nostro documento esce adesso per la prima volta il titolo di
capitano Generale[478]. Bisogna avvertire che, venuto al governo della
squadra romana, il Salviati già teneva al suo carico la squadra maltese;
e per questo comandava sedici galèe, con due capitane. Indi a maggiore
autorità fece seguito più grandioso titolo. Lo stesso innalzamento dopo
venti anni successe in Malta a proposito di Leone Strozzi, di cui si
legge così[479]: «Al primo di giugno 1553 Leone Strozzi, priore di
Capua, prese possesso delle galere che erano sette: cioè le quattro
ordinarie della Religione, e le tre del medesimo Priore, che stavano al
soldo del comun tesoro. E perchè egli aveva avuto così gran carichi, et
allora comandava due capitane, per questo fu egli da tutti chiamato
comunemente il Generale. E questa fu la prima volta che il capitano con
tal titolo chiamato fosse.» Similitudine di cause, di effetti e di
avvertenze tra Malta e Roma.
Vuolsi ancora notare nell'inventario il costume romano sul conto delle
artiglierie. In ogni galèa undici pezzi, e i tre maggiori serpentini.
Intendi cannoni colubrinati, di lunga canna, almeno di ventisei bocche,
per più lontana gittata; e non troppo ricchi di metallo per maggior
leggerezza. Il corsiero da cinquanta, i laterali da ventiquattro, gli
estremi da dodici; due smerigli alle bitte, e quattro alla mezzanìa.
Sistema espressamente ricordato dal Pantera con queste parole[480]:
«Oltre al pezzo di corsìa, sogliono le galere portare un sagro dall'una
e dall'altra parte, e appresso ai sagri si mette un cannone petriero da
quindici: e più si suole accomodare verso le posticce uno smeriglio
dall'una e dall'altra banda della galèa. Questi pezzetti, caricandosi
con i mascoli et maneggiandosi facilmente, sono comodissimi. Alla poppa
portano un simile pezzetto da ogni parte alla spalla, o un petriero
piccolo, acciocchè aggravino meno. Et quest'ordine si tiene nell'armare
di artiglieria le galere ponentine.» Ne vedremo l'importanza e
l'applicazione.
Più largamente pel tempo successivo entrano in questi particolari i
codici più recenti dell'Archivio camerale, cominciato per ordine di
Alessandro VII, e continuato infino agli ultimi tempi[481]. Centinaja di
volumi, attenenti alle cose del mare, che forse io solo (dopo messi ai
palchetti) ho studiato ad uno ad uno per amplissima concessione del
cavaliere Angelo Galli, ministro allora delle Finanze in Roma, e
coll'assistenza di Pietro Benucci, archivista del ministerio: ambedue
ricordati per debito di gratitudine. Ne darò gli estratti secondo il
corso dei tempi seguenti: ma perchè questi ci rimandano agli anteriori,
valgano per sempre i cenni presenti di fatto mio proprio, che tutti quei
codici ho veduto nel palazzo Salviati (fabbricato dal medesimo nostro
capitano Generale), donde sono passati al moderno Archivio di Stato,
come mi dice il Corvisieri.