[418] MAMBRINO ROSEO, _Continuazione delle Storie del Mondo di Giovanni
Tarcagnota_, in-4. Venezia, Giunti, 1598, III, 153.
PAOLO GIOVIO cit.
COLLENUCCIO, ROSEO, E PACCA, _Storia di Napoli_, in-4. Venezia, 1613,
II, 113: «_Occorse di giugno che i soldati vecchi spagnuoli
abbottinatisi per conto delle paghe havevano occupato Aversa, et
saccheggiatala; et fatto di gran danni ad altri luoghi in Terra di
Lavoro._»
[419] CAPPELLONI cit., 52.
SIGONIO cit., 160.
[420] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 52.
[421] BOSIO cit., III, 127, B: «_Il prior di Roma più di tutti
avanzato.... stava già per investire alcune galere turchesche.... fu
proibito dal Principe._»
[422] CLEMENS PP. VII, _Ferdinando rom. regi. sub die XXI augusti
MDXXXIII_, ap. RAYNAL.: «_Per hos dies præsidium Coronis, quod a Turcis
obsidebatur, cesareæ et nostræ classis virtute, obsidione liberatum._»
[31 agosto 1533.]
III. — Liberati dal presente pericolo, i collegati rivolsero l'animo a
premunirsi contro gli assalimenti futuri: sbarcare le vettovaglie e le
munizioni, risarcire le mura, scambiare il presidio, opere di
prestissima esecuzione[423]. Il Mendoza col suo terzo riprese il mare,
secondo il patto; ed alla guardia di Corone sottentrò il maestro di
campo Maccicào con tre mila di quei fanti che si erano ammutinati in
Aversa, perché scontassero la pena della sedizione. Indi l'armata nostra
si rivolse di nuovo contro Lufty, che si teneva tra la Sapienza e
Modone. Indarno lo sfidarono a battaglia: esso portò in pace tutte le
cannonate e tutte le vergogne che gli toccarono; e ognora più
stringendosi al sicuro sotto le batterie di quella fortezza, e sempre
governandosi timidamente, come aveva fatto dal principio, rifiutò la
sfida, e cedette ai nostri la padronanza del mare. Vero è che Solimano
aveagli strettamente ordinato di fuggire il cimento, ma esso eseguiva
l'ordine con soverchia timidezza: e tutto ciò evidentemente più e più
dimostra che infino a questi tempi i Turchi nè riputavansi da sè, nè
dagli altri erano riputati invincibili in mare. Non però di meno tra
poco vedremo cambiarsi tutto al rovescio l'opinione; e poiché siamo
presso al termine tra l'uno e l'altro avviso, ne fo ricordo, perchè il
lettore non abbia a trovarcisi improvvisamente sorpreso.
Che se noi vorremo imparzialmente esaminare anche i fatti della presente
campagna ne caveremo tristi pronostici, e risulterà gran differenza
anche nelle cose nostre tra il passato, il presente e il futuro. Nel
trentadue assedii, battaglie, conquiste, città, fortezze, castelli: ed
ora tutto si riduce a cambiare un presidio ed a rifornire una piazza.
Niuna impresa di terra, niun combattimento sul mare. Perchè non dar
dentro in Modone? Perchè non distruggervi le galèe di Solimano, le fuste
del Moro, e il navilio degli altri pirati? Perchè non mettersi almeno
alla Sapienza e bloccarli tanto che vi si avessero a consumar di stento?
Perchè non venir mai le dodici galèe nuove di Spagna? Perchè tornare
indietro e licenziare gli ausiliari nel mese d'agosto? Il Giovio, e
tanti altri scrittori nostrani e stranieri, favorevoli e imparziali,
tutti dicono essere il Doria andato con pochi, il Bazano rimasto a
Messina, Cesare più che mai sicuro in Spagna, le forze navali tolte dal
pericolo di una battaglia in Levante, ed i Francesi presi a sospetto in
Ponente[424]. Insomma già si vede Carlo tentennare, e volgere l'animo a
quei ripieghi con che prima e dopo usarono governarsi i politici della
sua corte. Battere il Turco, ma non abbatterlo; osteggiarlo per zelo di
religione, e mantenerlo per freno dei rivali; librarsi tra le due col
pretesto di salvare l'armata, e scusare ogni magagna col sospetto dei
Francesi. Nella sostanza prevalevano le ragioni di stato contro i
Veneziani, i quali sarebbero divenuti troppo spigliati in Italia, se
altri avesseli ajutati a scuotersi di dosso il peso dei Turchi. Carlo
aspettava Milano da Francesco Sforza: e con tanti maneggi di armi nelle
Sicilie, col sacco di Roma, coll'assedio di Firenze, e colla lega di
quasi tutti i grandi e i piccoli stati italiani, compresivi pure i
Lucchesi, proprio in quest'anno, agognava a prepotenza, e temeva
soltanto di Venezia[425]. Dunque grande energia sul mare nella guerra
turchesca del trentadue, perchè trattavasi della salute di Vienna; ed
altrettanta tiepidezza nel trentatrè, perchè non si voleva dar ansa di
troppo rilievo ai Veneziani. Politica doppia, e sempre mantenuta dalla
corte di Spagna, per la quale perderemo molto capitale, e dappoi i
frutti di Lepanto, e adesso presto presto perdiamo Corone, come ora dico
per compiere, poichè ci sono, questo racconto.
Lufty-bey aspettò tanto in Modone, che ne fosse partito il Doria; e
allora, avendo intatta l'armata, riprese il blocco e l'assedio peggio di
prima. Il Maccicào si difese valorosamente: ma chicchessia alla lunga si
stracca, e col tempo ogni cosa si muta, e succede or lieta or trista.
Pensate lui proprio il Maccicào in una sortita cadere negli agguati ed
esser fatto a pezzi con molti de' suoi; pensate gli altri del presidio
senza capo, e di quella natura turbolenta che abbiam veduta; e non
avrete a maravigliare che nel mese d'aprile del trentaquattro siano
tornati i castelli in mano ai Turchi, gli Spagnoli in Italia, e i Greci
al giogo per altri tre secoli.
[12 settembre 1533.]
Primi dunque a provare i tristi effetti della mezza campagna ebbero a
essere gli autori delle mezze misure. Carlo ci rimise di riputazione, di
danaro e di gente, offese i Greci, e perse la piazza: Andrea, perchè non
dette dentro, toccò dai pirati di Corone la peggio. Imperocchè essendosi
ricondotto a Genova, e avendo lasciate sole in Messina tre delle sue
proprie galere per caricare certe seterìe di quei mercadanti, quando
esse vollero col ricco carico rimettersi in mare, in vece di tornare a
Genova, furono condotte in Barberia dal Giudèo, che se le prese a
salvamano[426].