[405] GIOVIO, 272: «_Avendo tagliato la via maestra, vi avevano tirato
una fossa a traverso.... Mandato il signor Pietro della Tolfa con
trecento archibugeri.... i Turchi spingendo i cavalli.... cadevano nella
fossa._»
[23 settembre 1532.]
XIV. — La mattina seguente, come surse il sole dal mare rimpetto al
torrione del primo ingresso, la salva dei cannoni salutò la levata dei
tre nuovi stendardi sulle mura della piazza. Le chiavi di Roma, la croce
di Malta e l'aquilone dell'Imperio ondeggiarono insieme per
dimostrazione pubblica di possesso[406]. Imperciocchè di unanime
consentimento i capitani in consiglio avendo deliberato mantenere la
piazza a beneficio del cristianesimo ed a base di future operazioni,
incontanente il Principe fece risarcire le mura, crescere l'artiglieria,
deporre nei magazzini abbondanti provvigioni da guerra e da bocca,
presidio spagnuolo di mille fanti, e governatore delle armi don Girolamo
di Mendoza. Al quale, perchè ci si adattava di mala voglia, il Principe
in fede di cavaliero cristiano promise soccorso in qualunque estremo
bisogno, anche a private sue spese, se mai fosse assalito dai Turchi.
[1 ottobre 1532.]
Intanto spediva otto galere scelte nell'arcipelago, perchè scorrendo
quei mari pigliassero informazioni più fresche dell'armata nemica, non
forse avesse a disturbare improvvisamente tornando le altre imprese che
si divisavano. Andarono col cavalier Salviati le tre galere di Malta,
una di Genova, e quattro di Roma; che molto volentieri, come nipote di
sua Santità, lo seguirono[407]. Il resto dell'armata sciolse da Corone,
fece l'acquata a Navarino, e si presentò a Patrasso, città dell'Etolia,
allora squallida come tutte le altre invase dai Turchi, e ai nostri
giorni rifiorita, al pari dei tempi antichi, ricca di commercio,
frequentata dai navigli, ed abbellita da trentamila Ellèni che ancora ti
mostrano i classici profili del tempo di Pericle, resi più e più
cospicui dal pittoresco vestimento nazionale. L'albergo delle tre
potenze mi ricordava il risorgimento della Grecia, e l'altro di costa la
vicinanza dell'Italia.
[12 ottobre 1532.]
Sulla riva della gran rada si attelò l'armata nostra, e sull'atto pose
in terra cinque mila uomini in arme. Ma i Turchi avevano prestamente
sgombrato la città bassa, e colle loro donne e fanciulli eransi ridotti
all'acropoli, allogando alla rinfusa la turba imbelle in una grande
opera esteriore, che a guisa di falsabraca circondava il castello con un
muro ed un fosso. Dunque avanti colle trincere: avanti, che snuda la
spada il conte di Sarno. Mille archibugeri a levar di posto i difensori,
cento bombardieri ad aprire la breccia, le ciurme in giornèa alla
fascina per la colmata. Presto vien giù la vecchia muraglia esteriore,
presto si livella il passaggio nel fosso. Primo vi salta Giovanni
Cavaniglia, giovane cavalier napoletano, secondo il conte di Sarno con
tre alfieri e tre bandiere, appresso le compagnie in colonna. I Turchi
abbandonano il ridotto esterno, come già avevano lasciato la città. Gran
cosa la prestezza e l'ardimento nelle fazioni di guerra, gran forza
l'esempio dei fatti precedenti, gran peso il precipizio di chi comincia
a cadere.
Resterebbeci ora la difficile espugnazione del castello sulla rocciosa
cima del monte; se i Turchi, alla vista miserabile delle femmine e de'
bambini in strida e in pianti, e senza provvigioni da sostentarsi
lungamente, non venissero a sollevarci, offerendosi pronti di
capitolare. Sono dunque ricevuti liberi, salvo l'onore delle donne, i
panni di dosso a ciascuno, e il passaggio assicurato a tutti pel golfo
di Lepanto. Patti gelosamente mantenuti, e sanzionati col capestro al
collo di tre o quattro sciaurati che eransi arditi di mettere le mani su
certe donnette, e di rapirne gli ornamenti[408].