[339] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1526, n. 10: «_Jacobus Sadoletus
episcopus Carpectoractensis, postea cardinalis, qui Pontifici a
consiliis erat, extitit semper belli dissuasor._»
[340] GREGORIO ROSSO, _Giornali_ cit., p. 4.
GIUSTINIANUS, _Rer. Venet._, in-fol. Argentorati, 1611, p. 259.
BELCAIRUS, _Rer. Gallic._, in-fol. Lione, 1625, p. 582.
VERDIZZOTTI cit., II, 478.
[341] AMMIRATO cit., II, 363.
[342] GIO. MATTEO GHIBERTI, _Lettera a messer Andrea Doria_, tra le
«_Lettere dei principi._» Venezia, 1575, II, 165.
IDEM, _Corrispondenza segreta col cardinale Agostino Trivulzio,
decifrata e pubblicata dal marchese Filippo Gualtieri_, in-8. Torino,
1845.
CAPPELLONI cit., 28: «_Il Pontefice.... chiamò Andrea a Civitavecchia,
il quale imbarcò.... alcune genti di guerra.... sotto il carico di
Orazio Baglione.... e alla Fiumara di Roma monsignor di Valdimonte._»
(Vaudemont.)
[343] BELCAIRUS cit., 590.
GUICCIARDINI cit., 1242.
MURATORI, _Ann._, 1527.
[344] CLEMENTIS, PP. VII. _Epistolæ et acta diversa._ Mss. Casanat., X,
IV, 47.
RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1527, n. 11.
[345] GIUSTINIANI cit., 278, X: «_Il duca di Borbone, quale era andato
in Spagna a parlare con Cesare, ritornò a Genoa con quattro gallere, et
passò in Lombardia, et restò capitan generale._»
[346] MARCELLO ALBERINI (romano e testimonio di veduta), _Discorso sopra
il sacco di Roma._ Ms. nell'Archivio Capitolino, Credenz. XIV, cod. vii,
da 51 a 88.
ANONIMO, _Relazione del sacco di Roma, dato li sei di maggio 1527, e
cavata da alcuni manoscritti di persone trovatesi presenti_. Mss.
Casanat., D, VI, 33.
JACOPO BONAPARTE, _Ragguaglio storico di tutto l'occorso giorno per
giorno nel sacco di Roma, dove si trovò presente_, in-4. Colonia, 1756.
FRANCESCO GUICCIARDINI, _Il sacco di Roma_, in-8. Colonia, 1758. — Ed
_Opere inedite_, vol. IX.
PATRIZIO DE ROSSI, _Memorie storiche dei principali avvenimenti politici
d'Italia, durante il pontificato di Clemente VII_, in-12. Roma, 1837.
CÆSAR GLORIERIUS, _Historia expugnatæ et direptæ urbis Romæ_, in-4.
Parigi, 1538.
ADAM REISNERUS, _Comment. de vita et rebus gestis Georgii et Gasparis
Frundsbergiorum_, in-fol. Francoforte, 1568.
ANONYMO, _Dialogos de Mercurio y Caron.... en que se tratan las cosas
acaecidas en Roma l'año 1527_, in-4. perv. Sine nota loci et anni.
Biblioteca Casanat Z, XIII, 31.
DOCUMENTI pub. dal Corvisieri, Roma, 1873.
CARLO MILANESI, _Il sacco di Roma_. Firenze, 1867.
SCIPIONE VOLPICELLA, _Narrazione del Santoro_, ec.
ENRICO NARDUCCI, _Il poemetto del Celebrino_. Roma, 1872.
[Giugno-luglio 1527.]
VI. — Ora non mi talenta il seguire lo svolgimento dei trattati intorno
alla persona del Papa, nè il discorrere della sua ritirata e dimora in
castello Santangelo, nè della fuga in Orvieto, nè del Governo che fecero
l'Imperatore e i Confederati di questo intricatissimo negozio. Lascio
cui spetta il riconciliamento di Clemente e di Carlo, la coronazione di
Bologna, e l'assedio di Firenze, dove niuna parte ebbe, nè bella nè
brutta, la mia marina. In quella vece invito il lettore a venir meco
dove ci aspetta Andrea Doria: il quale sorpreso dagli inaspettati
avvenimenti, senza istruzioni, senza paghe, e senza partito, nondimeno
meglio di ogni altro coll'ingegno e colla fede giovò alla causa ed alla
incolumità del Pontefice. Imperciocchè avendo ripigliato personalmente
la castellania della fortezza, e il comando della piazza in
Civitavecchia, coi marinari e co' soldati delle galèe e coll'ajuto dei
terrazzani, trovandosi in luogo forte per natura e per arte, non volle
mai consegnare la città agli Imperiali; ma vi si tenne sempre fermo e in
buon ordine, tanto che coloro non si ardirono di assalirlo: per opposito
presero a carezzarlo, pregandolo con molte lusinghe ed impromesse, che
volesse accettare la condotta ed unirsi con Cesare[347]. Ma egli, fermo
nel proponimento e nella fede, non si lasciò mai abbindolare. Anzi più
per messi secreti scrisse al medesimo Papa le proposizioni
degl'imperiali: e da lui privatamente fu consigliato di non dover
prestare orecchio alle loro ricerche; ma di starsene fermo in
Civitavecchia, e di guardarne il porto, altrimenti sarebbe cagione di
farlo condurre prigioniero in qualche fortezza di Spagna, come era
successo nel caso simile al re Francesco per la via del porto di Genova.
Conchiudeva consigliandolo di non si muovere, finchè egli non fosse
fuori del pericolo; e poscia di accostarsi più tosto ai Francesi, che
agli Spagnuoli, quando ne verrebbe il tempo[348]. Di questi fatti non
meno importanti alla storia universale, che alla marina, gli storici
nostri municipali non fanno motto.
[Agosto 1527.]
Andrea eseguì di punto in punto i consigli privati: si tenne costante
alla guardia del mare, e il primo dei suoi sigilli, pubblicato
dall'Olivieri[349], si trova ancora attaccato ad una lettera che esso
scriveva da Civitavecchia nel mese d'agosto di quest'anno, raccomandando
ai protettori del banco di san Giorgio in Genova l'abate Imperial Doria,
eletto vescovo di Sagona in Corsica, del quale avrà a tornare il
discorso. Finalmente quando ebbe veduto alquanto di quiete, e l'animo di
papa Clemente già volto agli accordi, condusse le quattro galèe di sua
proprietà in Savona[350]; lasciando nondimeno con altre sei galèe e due
brigantini alla guardia di Civitavecchia Antonio Doria, suo
luogotenente; il quale fu poscia confermato dal Papa nello stesso carico
di capitano[351]. Antonio ci darà materia alla continuazione di questo
libro, intestato col nome della casa Doria.
[Dicembre 1527.]
Così terminò sullo scorcio dell'anno ventisette il capitanato di Andrea.
Itosene appresso al soldo di Francia, ebbe il grado di generale, e
l'Ordine di san Michele: ma non tardò guari a nuovamente disgustarsi del
re Francesco. Dopo la pacificazione di Roma, addì trenta giugno
dell'anno ventotto fuggì di Provenza, e si condusse a servire Carlo V,
dal quale non si distaccò mai più. Capitan generale del mare, e di tutte
le armate di Spagna, principe di Melfi, cavaliere del Tosone, grande di
prima classe, oppresso da molti fardelli, e legato a straniera fortuna,
sempre ugualmente bravo, ma non sempre altrettanto sincero, divenne tra
le mani di Carlo strumento necessario della pubblica servitù, mascherata
con grande artifizio in diverse maniere, e indarno voluta scuotere coi
maneggi e colle armi dai principi, dai popoli, e dai Papi quanti furono
tra Clemente VII e Paolo IV. Non dico di più: il suo nome e i suoi fatti
torneranno sovente infino alle ultime pagine di questo e dell'altro
volume.