[331] ANONYMI SENENSIS, _Bellum Julianum anno MDXXVI gestum_. ARCH. ST.
IT., 1850, app. VIII, p. 312.
LUCIANO BANCHI, _I porti della maremma sanese durante la repubblica_,
narrazione storica con documenti inediti. ARCH. STOR. IT., in-8.
Firenze, 1870, t. XII, parte II, disp. 4, p. 62, e docum. segg.
GUICCIARDINI cit., 1190.
AMMIRATO cit., II, 359.
SIGONIO cit., 54.
CAPPELLONI cit., 27.
[332] SIGONIO cit., 56: «_Le galere del Doria se ne passarono da
Civitavecchia a Portofino, e quelle dei Francesi vennero da Marsiglia a
Savona._»
CAPPELLONI cit., 27: «_Il capitano Andrea con otto galere, con lo
stendardo del Pontefice, andò a Portofino.... et sedici galere
vinitiane._»
GIUSTINIANI cit., 278: «_Venne l'armata di Francia et ripigliò
Savona.... si congiunsero quattordici galere dei Veneziani con sei del
Papa.... in tutto trentasette galere._»
[333] BIZARUS cit., 462, fin.: «_Multis navibus frumento onustis, quæ
Genuam petebant, captis._»
[334] GIUSTINIANI, loc. cit., 278.
GUICCIARDINI cit., 1220.
[335] GIUSTINIANI, 278: «_L'armata di Spagna erano vintidue velle
quadre._»
[336] BIZARUS, 432, 35: «_Classis in qua quatuor galeones, sexdecim
triremes regiæ, tresdecim Venetorum, et undecim pontificiæ._»
[337] ATLANTE LUXORO, p. 52, n. 65: «_Codemonte_ (nota) _Capodimonte,
oggi capo della Chiappa, a ponente di san Fruttuoso._»
CARTA _idrografica del littorale della Liguria_, scandagliata dagli
ufficiali e piloti della regia marina sotto la direzione del vice
ammiraglio c. G. ALBINI, gran-fol. Genova, 1834: «_Promontorio di
Portofino, punta della Chiappa._»
[338] SIGONIO cit., 56.
CAPPELLONI cit., 28.
GIUSTINIANI cit., 278, Y.
VERDIZZOTTI cit., II, 488.
BELCAIRUS, _Rer. Gallic._, in-fol. Lione, 1625, p. 580.
MURATORI, _Ann._, 1526, prop. fin.
[Gennajo-febbrajo 1527.]
V. — Or qui la materia sempre più mi si arruffa: ed io nè voglio
allungar le fila, nè posso troncarle. Sento dentro di me la stessa
ambascia, già provata da Jacopo Sadoleto, vescovo allora e consigliero
di papa Clemente, e poscia amplissimo cardinale, quando inutilmente
studiavasi a dissuadere coteste guerre intestine[339]. La stessa
ambascia dico, e forse maggiore: perché a lui fu concesso allontanarsi,
ed a me non è dato potermi tirare da parte. Metterò dunque in compendio
quanto per necessità delle seguenti sciagure mi tocca.
Il Lannoy, novello vicerè, sbarcato a Napoli dopo la rotta di Codimonte,
piglia il comando dell'esercito imperiale, passa i confini, occupa
Frosinone; e i Colonnesi in favor suo levano rumore nella Campagna.
Renzo da Cere e Alessandro Vitelli ricacciano indietro il Lannoy, e
costringono i Colonnesi alla fuga. Clemente allora chiama il conte di
Valdimonte, ultimo rampollo della casa Angioina per metterlo colle armi
sul trono di Napoli[340].
Andrea Doria, richiamato a Civitavecchia, imbarca le terribili bande
nere, capitanate da Orazio Baglioni per la morte di Giovanni de' Medici,
ucciso poco anzi da una archibugiata nel Mantovano[341]: imbarca alla
Fiumara del Tevere il nuovo Re di Napoli, che procedendo come
luogotenente del Papa, e sostenuto dalle forze di Venezia e di Francia,
occupa Ponza addì ventitrè di febbrajo; e di là coi proclami e colle
armi piglia Mola di Gaeta, Torre del Greco, Castellamare, Sorrento e
Salerno[342].
Al tempo stesso Renzo da Cere, Alessandro Vitelli, Orazio Baglioni,
Battista Savelli, Pietro Biraghi ed altrettali condottieri del Papa
s'impadroniscono di Tagliacozzo, di Sora, dell'Aquila, e già già si
appressano alle mura di Napoli, secondo i disegni preparati dai tattici
maggiori della lega. Tutto a seconda dei loro desiderî nell'Italia
meridionale, e continuati successi delle armi per terra e per mare[343].
[25 marzo 1527.]
I Cesariani dall'altra parte, palpitanti all'imminente e finale
rovescio, pigliano l'unico partito che resta ai disperati in questa
fatta guerre. Mandano oratori al Papa, si gittano in ginocchio, e fanno
ogni sforzo di spaventi e di tranelli per distaccarlo dalla lega. Ora
essi pensano al pianto dei popoli, al sangue degli innocenti, al trionfo
del turco, ai progressi dell'eresia: in somma non chiedono altro che
tregua. E i ministri di Roma con Cesare Fieramosca, inviato dal Lannoy,
addì venticinque di marzo in fretta e in furia, con poca participazione
degli alleati, sottoscrivono la tregua di otto mesi. Il Lannoy sgombra
dagli strali della Chiesa; e Clemente richiama indietro da ogni campo le
milizie e i capitani, dando il congedo a tutti per levarsi dalle
spese[344]. Pensate sorpresa e rabbia di Francesi, di Veneziani e di
Fiorentini: pensate scorno e rovina di Curia e di Romani. Ecco il punto:
restiamo soli, e disarmati.
[5 maggio 1527.]
Il duca di Borbone venuto poc'anzi di Spagna a Genova e a Milano, con
suprema autorità, come ho detto; già indettatosi con Carlo, e conscio
più che altri delle segrete intenzioni di lui per ogni caso di questa
guerra[345]; non vuole udir verbo nè di pace, nè di tregua, nè di
Lannoy; dicendo non avere esso sottoscritto nulla, nè esser tenuto a
nulla dalla firma degli altri: anzi a reciso protesta di volersi
continuare nella marciata verso Firenze e verso Roma. Francesco Maria
della Rovere, duca d'Urbino e generale dei Veneziani, richiamato dai
suoi signori per questi casi oltrepò, consapevole dell'animo dei Medici
sul conto dei Rovereschi, e dei fatti di Lorenzo già duca d'Urbino,
chiude gli occhi, e lascia fare. Dunque il Borbone si avanza dalla
Lombardia verso Roma senza ostacolo; e con lui il famoso Frandesberg
degli strozzini, e trentamila uomini d'ogni nazione, tedeschi, svizzeri,
spagnuoli, fiamminghi, luterani e ribaldi. Costoro sicuri per lo
scioglimento dell'esercito papale, e tratti all'esca dell'ingordo
bottino, danno l'assalto a Roma addì cinque del mese di maggio 1527.
[6 maggio 1527.]
E quantunque il traditore di Francia, e corifèo di Spagna miseramente
lasci la vita nei prati di Castello, nondimeno l'opera scellerata si
compie pei seguaci del suo nome: i quali nel dì sei di maggio uccidono
quanti vogliono per le strade di Roma, dicono quattromila cittadini; e
saccheggiano la città, le chiese, i monasteri con tanto sfogo
d'avarizia, di libidine e di crudeltà, quanto mai nè prima nè dopo, nè
dalle barbare genti nè dalle incivilite, non si era veduto nella
afflitta città[346].