[327] BOSIO cit., 45, C: «_Andrea Doria contro Barbarossa famosissimo
prese nei mari di Civitavecchia quindici vaselli da remo.... liberato un
numero grandissimo di poveri Cristiani schiavi._»
[328] ARIOSTO, _Furioso_, XV, 30:
«_Questo è quel Doria che fa dai pirati_
_Sicuro il vostro mar da tutti i lati._»
[329] FOLIETTA, _Hist. genuen. Ann._, 1525, in fin., ap. _Burman in
Thesaur._, I, 728, D.
GIOVANNI CAMBI, _Storie_; tra le _Delizie degli eruditi toscani_, XXII,
282.
GIAN MATTEO GHIBERTI, _Lettera a don Michele de Sylva_. _Lett. dei
principi_, in-4. Venezia, 1575, II, 154.
GUICCIARDINI, lib. XVII, ed. cit., p. 1169.
VARCHI BENEDETTO, _Storie fiorentine_, lib. II.
AMMIRATO cit., II, 363.
[330] VASARI cit., Le Monnier, X, 10. — XI, 110, n. 111.
PROMIS cit., II, 74, 300.
[Agosto 1526.]
IV. — Maggior travaglio aveva a portare la mossa verso Genova; dove
governava Antoniotto Adorno, sostenuto dal partito imperiale. Pensate
Genova, città da rendere buon conto a chicchessia coll'armi in mano;
pensate Antoniotto, bene assettato nel palazzo ducale, e risoluto
insieme cogli aderenti suoi di non volerne uscire; pensate i capitani di
Carlo V, attaccati coi denti a quella piazza importantissima tra tutte
in Italia, ed anello necessario per carrucolare verso la Spagna, Napoli
e Milano; essendo chiusa ogni altra linea, specialmente dai Francesi, e
sapendo che perduta Genova, nè uomo più, nè soldo, nè altro qualunque
soccorso sarebbe potuto passare. Dunque qui il nodo principalissimo, e
qui il contrasto maggiore.
Ne fu scritto al Doria, il quale rispose non esservi altro mezzo che
stringere Genova dalla parte del mare; mettersi con due armate nelle due
riviere, e tenersi pronti di qua e di là a combattere unitamente contro
l'armata di Spagna, che nel mezzo verrebbe per certo a portarle i
soccorsi. Disegno strategico. Se fosse stato eseguito a tempo, niun
dubbio che avrebbe dovuto Genova aprir le porte, Antoniotto fuggire, e i
Cesariani cadersi in pessimo termine. Ma la bisogna delle leghe va
sempre a un modo; ciò è dire con poca corrispondenza reciproca. Andrea
si accostò presso alla riviera di levante, ma i Francesi tardarono
dall'altra di ponente, i Veneziani non comparvero in tempo, e gli
Spagnuoli ebbero tutta la comodità di provvedere. Entrarono alla
spicciolata, genti, vettovaglie, danaro; venne di Spagna fresco fresco
il duca di Borbone, col grado di capitan generale dell'esercito cesareo
in Italia.
Finalmente a mezzo agosto l'armata di Francia col conte Pietro Navarro
prese Savona, favorito dagli abitanti, nemici dei Genovesi; intanto che
dall'altra parte Andrea Doria colle galèe del Papa e dei Veneziani
faceva testa a Portofino, mettendovisi di forza per mare e per terra.
Aveva seco i dieci legni della squadra papale, ed una quindicina della
veneziana, venuti alla fine in questi mari, secondo i patti della lega,
sotto il governo di Luigi Armero[332]. Così stettero tre mesi stringendo
il blocco da levante e da ponente: a niuno più concesso nè l'entrare nè
l'uscire, cresceva dentro maggiormente la penuria, e fuori vie meglio
l'abbondanza per le molte e continue prede che le due armate facevano
sul mare[333]. E in quel mezzo Filippino Fieschi, governatore delle armi
a Portofino, col rinforzo di ottocento marinari buttatigli in terra da
Andrea, dava la mala paga ai Cesariani che si erano arditi di trasalire
il monte, pensandosi vanamente di poter riscuotere quel posto, e di
allargare alquanto il blocco dalla parte di terra[334].
[19 novembre 1526.]
Finalmente il grosso dell'armata spagnuola salpava da Cartagena per
rifornire la piazza di Genova: venti galèe di scorta, ventidue navi da
carico, grandi provvigioni, molti cavalli, quattromila fanti veterani,
Ferrante Gonzaga, Ferdinando Alarcone, e don Antonio Lannoy vicerè di
Napoli, venivano di lungo verso il golfo: ma costretti da grossa
tempesta di scirocco, riparavano a san Fiorenzo sulla estremità boreale
della Corsica, aspettando l'opportunità di movere tutti uniti al
soccorso di Genova[335]. Per opposito i confederati si mettevano in
punto con deliberazione di tenere il passo, e in gran fretta da
Portovenere chiamavano quelle galèe veneziane che vi si erano raccolte a
spalmare. Assembrati distesero l'ordinanza, mettendo in battaglia
quarantaquattro legni di linea così[336]: sedici galèe e quattro galeoni
di Francia, tredici galèe di Venezia, e undici del Papa: al centro
Pietro Navarro, alla destra Andrea Doria, alla sinistra Luigi Armero, i
galeoni alla fronte.
Disposta in tal modo l'ordinanza, e mandate a ciascuno le istruzioni
precise per governarsi nello scontro imminente, si volgevano di faccia
al vento, persuasi che il nemico con tante navi quadre non potrebbe
venire altrimenti che sotto vela, di buon braccio, e secondo il rombo
della giornata, come e dove essi aspettavano. Nè ebbero ad indugiarsi
gran fatto, chè a diciannove di novembre ecco l'armata di Spagna dalla
parte di Sestri orientale; e incontanente i confederati all'incontro dal
ridosso di Portofino, navigando quelli a vela e questi a remo
risolutamente gli uni contro gli altri. S'incontrano dinanzi a quella
lingua di terra che i Genovesi chiamano Codimonte[337]. Pietro Navarro
intima la battaglia con un tiro di corsia, colpisce giusto, e mette
abbasso l'asta e la bandiera dell'almirante spagnuolo: grida di lieto
augurio tra i confederati, e di confusione tra i nemici. Il Doria e
l'Armero volano innanzi arrancati, e gli altri a gara contro i vegnenti,
traendo a furia di tutte le artiglierie. In breve le due armate di qua e
di là si avvicinano, sparisce il campo del mare interposto, si
mescolano, si urtano, si afferrano; e rimane una selva intricata
d'alberi e d'antenne, scossa dal fuoco, dal ferro, e dal cozzo. Una
nuvola di fumo corre sull'orizzonte: bassa e bianca a prima uscita; ma
crescendo i tiri si condensa colle fumate seguenti, si leva in vorticose
spire, torreggia, si oscura, intercetta la luce da ponente, e nasconde
il sole prima del tramonto. Tra quel tenebrìo, quanto tu mai intesamente
riguardi, non vedi che lampi contro lampi; e non odi che il rombo del
tuono tutto intorno, e lo scroscio delle murate, e il precipizio degli
attrazzi, interrotto soltanto dal fremito dei combattenti. Il mare
intorno si fa livido, copresi di rottami, ribolle. E dopo quattro ore di
combattimento, quantunque cresca la notte, puoi vedere l'armata spagnola
rotta dalla testa alla coda, alcune navi sommerse, altre prese, e la
maggior parte in fuga per l'alto mare, e malconce, correre per ricetto
inverso Napoli. Il vento e la notte levano gli avanzi delle loro navi
dinanzi alle nostre galere[338]. Dunque gli alleati mantengono il
blocco, e lo stringono maggiormente: ma non per questo Genova apre le
porte; anzi ostinata nella difesa fino agli ultimi di agosto dell'anno
seguente, aspetta di aprire le porte al Doria, al Trivulzio, e alla
girata del re Francesco.