[271] FONTANUS, 471, 40: «_Vis quadraginta bombardarum, quæ jactu
saxorum rotunditatis palmorum novem, aliquando undecim.... urbem
vexabant._» Item, 471, 20: 474, 49.
[272] FONTANUS, 471, 45: «_Duodecim æneæ machinæ globos æneos majores
justo capite evomebant.... nomen a serpentibus Basiliscis.... Ante ora
omnium centum et triginta missilia.... quod licet supra naturam
videatur, tamen ita rem esse compertum est._»
FRANCESCO SANSOVINO, _Volgarizzamento della guerra di Rodi_. in-12.
Venezia, 1548, p. 32.
JACQUES DE BOURBON, _Le Siège de Rhodes_, publié par NABERAT.
BOSIO cit., 657, A.
P. A. G., _Medio èvo_, II, 185, 186, 411.
[273] FONTANUS cit., 485,28: «_Multas domos prosternebant.... interiorem
autem murum, recenter oppositum, raro attingebant propter suam
declivitatem: quæ res nobis magnæ salutis._»
P. A. G., _Medio èvo_. V, Indice voce _Rimbalzo_.
[274] FONTANUS, 472,3: «_Apposuerunt tabulas attignatione contigua....
quarum medium axis transversus introrsum sustinebat. Hos Turca funibus e
superiori capite cum subduxisset ut capita machinarum delecta
apparerent.... igne apposito murum quatiebat._»
BOSIO, II, 663, E: «_Erano i detti mantelletti di grossi tavoloni.... e
pieni di terra... dinanzi ai pezzi, con alcuni ingegni che chiudevano i
portelli delle troniere.... gli aprivano, e subito sparato chiudevano._»
P. A. G., _Medio èvo_, I, 405, 408.
[275] FONTANUS, 471, 20: «_Duodecim æneæ machinæ.... ore in coelum
erecto.... dies noctesque, jactu bimestri, projicientes globos saxeos
eptapalmares, in tecta, templa, fere in caput Magni Magistri.... plus
quam in altera oppugnatione._»
[276] FONTANUS, 471, 32: «_Jecerunt etiam globos cupreos plenos intus
bombardis digitalibus, et inter eos exurimenta, bitumen, sulphur, pix
liquida.... cui styli ferrei inhærebant.... hi longo igneoque tractu
volantes, casu suo crepabant.... fumo, odore, obfuscantes.... styli,
bombardulæ necabant._»
[277] FONTANUS, 469, 12: «_Comparatis ad opus cuniculorum quinquaginta
millibus agrestium...._» 475, 10: «_Ex Moesia et Valachia._» 487, 1:
«_Decreverunt non justo congressu.... sed fossis, incilibus, dolabris,
terebrisque murum subrui debere._»
BOSIO, II, 653, E: «_La principale speranza dei Turchi era per via di
mine.... avevano sessantamila picconieri e guastatori dalla Valacchia e
dalla Bosnia._»
[278] BOSIO, II, 668, C: «_Secondo il conto.... cinquantaquattro
mine.... alcuni vogliono quarantacinque.... altri trentotto._»
[279] FONTANUS, 473, 4: «_Nonis septembribus.... ad propugnaculum
anglicanum.... incenso cuniculo, violentissimo crepitu urbs tota
contremuit, non aliter quam terremotu._»
[280] PSALMUS LXIX, vers. 1: «_Deus in adjutorium meum intende; Domine,
ad adjuvandum me festina._»
FONTANUS cit., 473, 9.
[281] BOSIO, 669, B: «_Se non fosse stato un riparo o traversa di
rinfronte fatta nella precedente notte dal Martinengo appunto alla
mina.... i Turchi sarebbero entrati, e la città perduta._»
[282] FONTANUS, 473, 44: «_Enituit fortitudo cujusdam equilis itali,
quem Baptistam romanum vocant._»
BOSIO, II, 670, C: «_Segnalaronsi i cavalieri fr. Battista Orsino romano
e fr. Francesco Tellez portoghese, che fecero prove mirabili e degne di
eterna memoria._»
[283] FONTANUS, 469, 17: «_Excisæ rupes.... campi montibus equati....
complanata montium juga._» 483, 32: «_Fossas complanatas.... terra
injecta.... eminens altitudo supra modum...._»
[284] FONTANUS, 475, fin. «_Maximam muri partem Hispanorum ignito
violentoque distractu in altum aera._»
[285] FONTANUS, 487, 10: «_Minorem in dies urbem faciebant.... Area
intra Urbem occupata ab hostibus fere ducentorum passuum._»
[286] BOSIO, II, 699, C: «_Achmet pascià giurò sopra la fede sua al cav.
Ant. de Grolèe, detto Passim, che morti v'erano di violenta morte più di
quarantaquattro mila, et altri quaranta o cinquanta mila di infermità._»
DE HAMMER cit., IX, 44: «_Immensa la perdita degli assediatori, più che
centomila di loro erano morti pel fuoco e per le malattie._»
DE BOURBON cit., «_Le Bascha jura sur sa foi et assura qu'il en estoit
mort de mort violente plus de 64,000, et 40 ou 50 mille de maladie._»
[287] BOSIO, 698. — SANSOVINO, _Mon. Olt._, Venezia, 1574, p. 210.
[288] FONTANUS, 494: «_Ambo, alter alterius intuitu et admiratione mutua
attonitus, invicem paulisper sese contemplati sunt._»
BOSIO, III, 4, A: «_Curtògoli, famoso corsale, Beì, o sia governatore di
Rodi e di tutto il dominio che era stato della Religione._»
[Agosto 1523.]
XIX. — Gli esuli volsero le prue all'isola di Candia, dove ricevettero i
primi conforti dalla cortesìa dei Veneziani. Ma volendo il Grammaestro
in tanta distretta, e tra le crescenti discordie dei principi nostri,
sfuggire ai pericoli delle altrui gelosie, e non accostarsi più all'uno
che all'altro, quando aveva bisogno di tutti, deliberò di venirsene col
pieno convoglio a Civitavecchia, e poi di ridursi a Roma sotto l'ombra
del comun Padre; divisando altresì trattar meglio da vicino con lui
intorno alla conservazione ed ai futuri destini dell'Ordine
gerosolimitano. Laonde mosse col convento da Candia; e dopo molti
disagi, e stenti, e pestilenza, e burrasche, costretto qua e là alle
quarantine ed alle riparazioni, finalmente nel mese d'agosto si accostò
alla spiaggia romana. Papa Adriano, avvisato dal nuncio di Napoli,
ordinò al capitan Paolo Vettori di andargli incontro colle galèe della
guardia, di servirlo, e di fargli scorta per le note maremme. Paolo si
pose in crociera al confine, tenendo il mare tra monte Circèo e l'isola
di Ponza sempre coll'occhio alla Trinità di Gaeta: e come ebbe veduto
spuntare dal Capo lo stendardo di Rodi, salutò i vegnenti con tutta
l'artiglieria, si unì con loro, e li condusse insino all'altura di
Civitavecchia. Là dette i piloti, e si tirò in disparte, perchè la
capitana magistrale liberamente entrasse innanzi a tutti nel porto: ma
Filippo per sua gran modestia e riverenza non volle consentire a ciò;
anzi risolutamente si pose appresso alla capitana di Paolo, che batteva
stendardo papale, e così vennero dentro con tutto il seguito, salutati
da una bella salva della fortezza, e accompagnati dagli ufficiali e dal
popolo agli alloggiamenti già preparati nel palazzo della rôcca. Là era
il vescovo di Cuenca inviato straordinario del Papa presso la persona
del Grammaestro, coll'ordine di riceverlo degnamente, di confortarlo, e
insieme di offerirgli la città e il porto in piena giurisdizione, non
altrimenti che se fosse di suo dominio: e poscia passati i giorni
canicolari, senza pericolo della salute, un altro avviso il chiamerebbe
per condurlo ed onorarlo in Roma[289].
Così la città di Civitavecchia, prima di ogni altra, in quel tempo
divenne residenza dell'Ordine gerosolimitano, standovi insieme il
Grammaestro col suo consiglio, e i cavalieri delle sette lingue, il
convento, e lo spedale per curare i feriti e gli infermi, che ne avean
moltissimi tra loro; essendovi proposto per ospitaliero quell'istesso
commendatore fra Jacopo di Borbone che scrisse importanti ricordi
dell'assedio[290]. Di più nella stessa città e porto per sette anni
restò stabilmente la sede precipua della marineria dell'Ordine sotto il
comando del cavalier piemontese Bernardino d'Airasca, col doppio titolo,
di ammiraglio dell'Ordine sul mare, e di luogotenente del magisterio nel
governo della terra, come meglio si vedrà qui appresso[291].
[Settembre 1523.]
Dappoi sul principio del mese di settembre, riavutosi il Papa da certa
infermità, mandò a chiamare il Grammaestro: ed egli cavalcò verso Roma
con gran seguito, incontrato alla porta da tutti gli Ordini della città,
signori, popolo, e cortigiani, come si conveniva al valoroso campione.
Filippo faceva grandissimo assegnamento sulla intramessa di papa Adriano
nelle bisogne dell'Ordine suo, sapendo quanto egli fosse geloso
osservatore degli obblighi e custode delle tradizioni, e protettore de'
benemeriti, e quanto potente nell'animo dell'imperatore Carlo V, senza
del quale non si poteva conchiudere nulla di stabile nè da lungi nè da
presso. Gran cose ruminava. Se non che dopo il primo ricevimento avuto
dal Papa nel pubblico concistoro, e dopo una udienza privata, finirono
tutte le speranze. Adriano ricaduto nella precedente infermità, morissi
addì quattordici del mese di settembre.
[19 novembre 1523.]
Indi a due mesi e cinque giorni, cioè ai diciannove di novembre,
rinverdirono le speranze dei cavalieri e dei marinari per l'elezione di
Clemente VII, quel desso che già cardinale Giulio de Medici, cavaliero
di Rodi e protettore dell'Ordine, abbiamo più volte nominato. Di
presente il Grammaestro si strinse con lui per averlo favorevole nella
scelta e nel conseguimento della nuova residenza. Diverse tra i
negoziatori le inclinazioni ed i pareri: chi proponeva il golfo della
Suda in Candia, chi Tripoli di Barberìa, chi l'Elba nel Tirreno, e altri
Malta, Ponza, Minorca, e simili; sempre mirando a pur volere che la
residenza avesse a essere di paese marittimo, più tosto in isola, e di
non molta estensione; cioè da potersi con poca fatica fortificare e
mantenere, e da offrire comodità alla navigazione ed al corso contro i
pirati, professione oramai precipua dall'Ordine medesimo. Tuttavia il
maggior numero dei suffragi concorreva per l'isola di Malta, anche
perchè era riguardata come antimurale d'Italia, e stazione diritta verso
la Terrasanta, e in ogni modo punto strategico di offesa e difesa contro
i Turchi. Ondechè il Grammaestro più che altrove pendeva verso la detta
isola; e dimostrava a Carlo V per lettere e messaggi l'onore e anche
l'utile che a lui medesimo ne verrebbe, se la concedesse, tanto per la
conservazione del nobilissimo Ordine, quanto per difendere dai pirati i
regni di Napoli e di Sicilia, senza altro suo fastidio o dispendio.
Durarono sette anni queste pratiche: nel qual tempo la residenza
conventuale andò trasferita in Viterbo, e le forze navali colla carovana
dei cavalieri restarono accentrate in Civitavecchia. Nella città di
Viterbo non troverai più nè stemmi, nè bandiere, nè altro che a suo
tempo diceva il Bosio: sola una lapidetta, sulla facciata, a sinistra di
chi entra nella chiesa di san Faustino, postavi stantìa dai canonici
l'anno 1644, ricorda che quivi si raunavano conventualmente agli uffici
divini i cavalieri di Rodi. Di qua in Civitavecchia non resta altro
monumento che l'Ospedale civile e militare presso alla chiesa di san
Paolo nella piazza d'arme; che piantato dal cavalier di Borbone, e poi
diretto dal collegio dei cappellani delle nostre galèe, ampliato dai
cavalieri Magalotti e Bichi, e amministrato dalla confraternita del
Gonfalone, passò finalmente nelle mani dei benemeriti religiosi di san
Giovanni di Dio, i quali infino al presente degnamente lo conservano.