BOSIO, 637, A; 663, E.

[262] FONTANUS, 453: «_Rustici fodiendo, ferendoque terram._»

[263] FONTANUS, 486, 45: «_E tabulatis atque ibi erectis operibus.... e

parte muri recenter instructi in speciem quadratam.... murum illum

oppositum.... et alterum opponendum.... et vallum ligneum objecimus._»

[264] BOSIO, 669, C: «_Senza il riparo e traversa.... fatta dal

Martinengo nella notte precedente.... il baluardo e la città perduta si

sarebbe.... quivi a spada a spada, e l'istesso Martinengo.... in quel

giorno fece prodezze mirabili._»

[265] BOSIO, 485, E: «_Il Martinengo diede ordine che si facesse uno

steccato et un riparo.... detto dai Turchi la Mandra.... ripari e

traverse cominciate dal Martinengo.... fecero finire da Preianni con

Giorgio di Conversalo e Benedetto Scaramoso._» (Scaramuccia e

Conversano.) — FONTANUS, 467, 15: «_Prejannes Rhodum intravit._»

[266] CARLO PROMIS, _Mem._ cit., II, 329-39. (Erra nel 1503.)

NICCOLÒ DELLA TUCCIA, _Cronaca di Viterbo_, ext. tra i Docum. pubblicati

dalla _Società di Storia patria_ per Toscana, Umbria, e Marche, in-4.

Firenze, 1872, V, 202. (Suggerimento di una mina nel 1446 contro la

città di Fermo.)

LAONICUS CHALCONDYLA, _De rebus turcic._ edit a Clausero in-fol.

Basilea, 1556, p. 121. (Per Costantinopoli.)

LEONARDUS JUSTINIANUS (Chiensis), _De jactura Constant._, editus a

Lonicero, II. 86, 87. (Item.)

P. A. G., _Medio èvo_, voce _Mina_. — Qui p. 52 e segg. (Tutto il filo,

fino alle ultime dimostrazioni, condotto da ingegneri italiani.)

[267] FONTANUS, 467, 33: «_Martinengus, mirabilis inventor et artifex

operum bellicorum, quinquaginta quinque fuisse dicuntur, perlevi negotio

ludificabatur actis contra cuniculis et specubus introrsum...._» 473, 1:

«_Immani specu sub terram, transversis cuniculis, hostium cuniculos

trigintaduos excipiebat...._» 476, 9: «_Super terram bombardis et subter

cuniculis ludificatus est hostem._»

[268] FONTANUS, 476, 38: «_Vis cuniculi pleni materiæ inflammatilis

evanuit in venas subterraneas et contra actos cuniculos._»

BOSIO, 668, C: «_La maggior parte delle mine però non ebbe effetto per

cagione delle contrammine dell'industrioso e vigilantissimo

Martinengo.... stando continuamente ad ascoltare.... Si mettevano bacini

da barbiero con sonagli dentro, e tamburi.... Molte trovate ne

furono.... abbruciati e soffocati i Turchi con barili di polvere che il

Martinengo stesso collocò nel pertugio._»

[269] BOSIO cit., 686, B: «_Il Martinengo per vedere se una traversa era

ben fatta, mettendo l'occhio ad un pertugio.... venne una archibugiata

che gli schiacciò e passò l'occhio._»

[270] FONTANUS cit., 484, 9: «_Martinengus.... ictu chirioboardæ oculo

privatus._» — 470, 39: «_Armato peditatu quindecim millium

boardericorum._» — 482, 27: «_Efferacior vis tormentorum continuit

boatus suos._» — 483, 35: «_Chirioboarderici intra aggeres latitantes

stabant tormentis paratis._» — 484, 14: «_Quantum eæ chirioboardæ nobis

nocebant._» — 486, 43: «_Chirioboarderiis pluvia obstitit.... nam pulvis

madefactus incendi non potuit._»

P. A. G., _Medio èvo_, II, da 35, a 51.

XVIII. — Ora veniamo ai Turchi, ed alle opere dirette da Achmet pascià,

comandante delle artiglierie e degli ingegneri. Costui ci mostra di

prima vista il gran parco delle quaranta bombarde antiche da

scaraventare macigni, cioè palle di pietra, grosse nella periferia dai

nove agli undici palmi[271]. Inoltre ci mette innanzi dodici di quei più

recenti cannoni doppî, che allora chiamavano basilischi; e cacciavano

palle di bronzo più grandi della testa ordinaria d'un uomo; che vuol

dire palle metalliche di cento libbre in peso. Giuocavano questi pezzi

con centro e trenta tiri al giorno senza risquitto[272]: «Ciascun pezzo

(dice il Sansovino nel volgarizzamento) trasse tal dì cento e trenta

volte, come che paja che sia fuor di modo, nondimeno la cosa fu pur

così, essendosi avvertito diligentemente.» Le stesse notizie vengono

confermate dal cavalier Giacopo di Borbone, e da altri contemporanei,

con minute varietà nel più e nel meno, come sempre suole accadere: ma

quanto al numero dei tiri abbiamo altre prove di quei tempi da far

maravigliare anche i moderni capitani d'artiglieria. Quando i grossi

pezzi e insieme i minuti, che erano infiniti sagri, falconetti, e

passavolanti, traevano a general batteria, correva per l'aria un rombo

continuo, oscuravasi il sole, e tra la tenebrìa del fumo conglomerato

non si vedeva più che lampi, e non si sentiva che tuoni, con quella

rovina di muraglie e di case che ognuno può intendere.

Unica eccezione notata dai contemporanei e presenti (il che forte

rilieva ai pensamenti miei sopra il rimbalzo), quando ogni muro rovinava

sotto i colpi dei Turchi, resistevano soltanto a gran ventura le

muraglie delle ritirate, perchè obblique e di grande scarpata. Le palle,

dice il Fontano, non attecchivano sui nuovi ripari pel loro pendìo: e

ciò fu la nostra salvezza[273]. Potrà qualcuno in terra e in mare tener

conto di questi fatti, e venire alla stessa conclusione di salvezza pei

medesimi principî di obbliquità. A questo proposito torna acconcio il

ricordo dei portelli a ribalta, con che i Turchi coprivano le loro

batterie, non le volendo sapere imboccate o scavalcate dai Cavalieri.

Avevano costruito cassoni di legno dolce pieni di terra, con un subbio

rotondo di traverso nel mezzo: li tenevano innanzi alle trombe dei

pezzi, bilicati sì fattamente che con una susta e un cavetto, facendo

all'altalena, si poteva scoprire la bocca del cannone, allumarlo, e

subitamente nasconderlo. Artifizio utilissimo ai Turchi: e potrebbe

molto meglio perfezionato convenire ai Cristiani, massime nelle batterie

corazzate, come ho detto altrove[274].

Arrogi la batteria di dodici mortaj, che in arcata traevano pietre di

sette palmi circolari sui tetti, sulle case, sulle chiese, e per poco

non dissi sulla testa del Grammaestro: e continuavano quel giuoco di

notte e di giorno per più di due mesi, cioè più lungamente e con maggior

furia che nell'altro assedio dell'ottanta[275]. I mortaj, oltre alle

palle di pietra, spesso spesso gittavano globi di rame, carichi di

polvere e di fuochi lavorati, dentrovi canne d'archibugetti pur carichi,

e fuori acutissime punte di ferro. Le terribili carcasse volavano per

aria, menandosi dietro lungo strascico di fumo; e cadendo crepavano a un

colpo, scaraventando sui circostanti punte, palle, scaglie e fuoco[276].

Al tempo stesso e senza interruzione i Turchi lavoravano sotterra alle

mine, persuasi fin dal principio che la resistenza della piazza

tornerebbe vana contro il lavoro pertinace della zappa. Avevano al campo

cinquantamila tra guastatori, picconieri e palajuoli, menati

BOURBON cit.: «_Coups avec boullets de cuyvre pleins d'artifice de

feu._» a forza dalle Provincie danubiane[277]: per opera dei quali il

circondario di Rodi sotterra erasi ridotto simile alle catacombe della

campagna di Roma. Discese, androni, pozzi, corridoj, gallerie,

diramazioni, armature e telaj per sostegno delle volte e delle fiancate,

camere e fornelli da essere intasati e carichi, sotto le mura, sotto i

baluardi, e in più che trenta punti diversi[278]. Finalmente addì cinque

di settembre, caricato il fornello e intasata la camera, posta a segno

la salsiccia e la sementella, a un cenno di Achmet pascià, scoppiò la

mina principale sotto il baluardo d'Inghilterra. La città non altramente

che per grande terremoto tutta si scosse, il baluardo si aprì di cima in

fondo: pietre, terra, persone all'aria, e poi giù di ritorno in paurosa

pioggia[279]. Amici e nemici attoniti innanzi alla voragine. In quel

momento entrava in chiesa il Grammaestro con alquanti de' suoi a

confortare lo spirito nell'orazione, e i sacerdoti dal coro, segnandosi

in fronte, principiavano le laudi, col versetto del salmo, dicendo: « O

signore, affrettati a liberarci[280].» Udito il fragore tragrande, e

saputogli subito della mina, il Grammaestro levossi sclamando: Piglio

l'augurio, e se Iddio si affretta, anche io con lui. Raduna le riserve,

corre sul posto, e trova i difensori del baluardo a corpo a corpo coi

Turchi. Empito, armi, ferite, e morte. In somma ributtati i nemici: e la

salvezza della città dovuta al valore del presidio, ed alla traversa

fattavi la notte precedente dal Martinengo[281]. Anche dei nostri

caddero molti in quel giorno: tra loro non devo tacere il nome del

venturiero genovese Filippo Lomellino, e del cavalier Pietro Mela di

Savona. Nè devo tacere il nome vittorioso dell'eroe principale della

giornata, così chiamato da tutti il giovane cavalier Battista Orsino di

Roma, cui specialmente chi lo vide in quel frangente attribuisce prodigi

di valore[282].

Col baluardo di Inghilterra non cadde adunque la piazza, ma per altri

quattro mesi tenne in duro travaglio gl'ingegneri ottomani. La terra, le

pietre, e tutto il cavaticcio dei cunicoli ammassavano costoro sul campo

attorno ai fossi, e ne facevano alture più e più eminenti, per scoprire

e battere anche l'interno della città[283]. Arte familiare e quasi direi

propria dei Turchi il colmar valli, e spianar monti, levar colline, e

passeggiare sotterra: arte che toccò il sommo della eccellenza nel

memorabile assedio di Candia, sostenuto colla zappa per venticinque anni

dai Veneziani, e abbandonato in un giorno dai Francesi col frustino. In

somma intorno a Rodi volano più e più ripetute le mine: alcune senza

danno, perchè sventate dai nostri; altre (come quella accesa sotto alla

posta d'Italia) a stramazzo dei nemici, perchè rivolta la sfera

d'attività e i raggi d'esplosione contro le loro trincere; una con

grandissima rovina della piazza scoppia sotto il baluardo di

Spagna[284]. Indi brecce, assalti, insidie, ritorni, tagli, e ritirate,

facendosi ogni giorno la città più piccola, ed allargandosi sempre più

l'entrata ai nemici[285]. Niun soccorso dall'Europa, che avrebbe potuto

in un momento mutare la sorte degli assediati; niun conforto

nell'autunno, e disperazione ormai certa per l'inverno imminente. I

Latini, ridotti a pochi, gemono; i Greci stanchi mormorano. Non sembrami

assedio qualunque, non piazza attaccata da esercito proporzionale: ma

presso che non dissi scoglio derelitto in mezzo al mare, sul quale

gavazzano inferociti col fuoco, col piccone, e colle mine gli spiriti

infernali. Scoglio albeggiante per le tombe di quattromila difensori;

azzannato dagli spettri di quaranta mila maomettani morti sotto ai

ferri, e brancicato da altrettanti sfiniti dalle infermità e dai

disagi[286].

Noi abbiam finito di considerare le particolarità tecniche dell'assedio

per parte degli amici e dei nemici. Siam giunti all'estremo. Che più? La

piazza parlamenta, dunque si arrende.

[20 dicembre 1522.]

Ecco la somma dei patti: Cessione dell'isola, e di tutte le sue

pertinenze, all'imperatore dei Turchi. Mallevería di ostaggi,

venticinque cavalieri ed altrettanti cittadini. Libertà ai Cristiani

nell'esercizio del loro culto, e nel possesso delle loro chiese. Licenza

a chiunque di andarsene, e navigli pel trasporto. Immunità di ogni

gravezza agli abitanti per cinque anni. Tempo tre anni a scegliere tra

la dimora e la partenza. Tempo dodici giorni al Grammaestro e a tutti i

cavalieri del convento, ed a chiunque vorrà andarsene con loro. Permesso

di cavare dalla piazza tanto solo di artiglieria e di munizione che

basti al necessario armamento consueto delle galèe e delle navi

gerosolimitane nel viaggio[287].

[24 dicembre 1522.]

Addì ventiquattro dicembre entrarono trionfalmente i Turchi nella piazza

per la porta di Cosquino: entrò insieme sopra un bel cavallo di maneggio

l'imperator Solimano con gran pompa, e poca letizia. Pensava ai prodi

abbattuti, al principe soggiogato, alla varietà della fortuna, e al

pericolo proprio di trovarsi un giorno nelle medesime condizioni. Diceva

con voce sommessa, e di perenne ricordo, ai suoi più intimi: Pesami

alquanto il venire io oggi a cacciare questo vecchio Cristiano dalla sua

casa. I due grandi antagonisti vollero vedersi insieme. Il vecchio

Principe attorniato dai cavalieri andò a visitare il giovane Sultano in

mezzo ai giannizzeri; l'uno e l'altro, nel guardarsi a vicenda, attonito

e maravigliato rimase, senza profferir parola[288]. Il pirata Curtògoli,

divenuto principe di Rodi, ruppe il silenzio: e allora cominciarono quei

discorsi, e vennero quelle scuse, e quell'incolpar la fortuna, e quelle

altre consuete urbanità, che son pur belle tra i nemici.

[1º gennajo 1523.]

Finalmente il primo giorno dell'anno seguente le navi, le galèe, la gran

caracca rodiana, i bastimenti di convoglio erano in punto, e tutti

presti alla vela: i cavalieri e i soldati a bordo, e con essi le

reliquie dei Santi, gli arredi sacri, e cinque migliaja di rodiotti più

rassegnati all'esiglio, che alla viltà e alla schiavitù. Ultimo a

imbarcarsi il principe fra Filippo Villiers l'Ile Adam: silenzio da ogni

parte, e mestizia sul volto di ognuno. In quella l'araldo fedele, che

seguiva da presso il suo signore, a un cenno del Grammaestro, imboccò la

tromba; e con sentita melodia, più quasi gonfio degli occhi che delle

gote, trasse e modulò dolcemente l'aria notissima del saluto e della

partenza. Lo squillo della cavalleria cristiana corse per l'ultima volta

sulle note marine. E in quell'incontro di luogo, di tempo e di pensieri,

parve a ciascuno che appresso al suono rispondesse gemendo l'eco dei

monti e delle valli, l'eco delle torri e delle case loro. Il brivido

serpeggiò per le vene degli infelici; e l'uno negli occhi dell'altro

riguardando poteva leggere i proprî e gli altrui pensieri, e sentire

ugualmente accelerato il palpito di tutti i petti. Sublime la sofferenza

nel dolore, e nobile la reminiscenza dei giorni acerbi. Quella tromba

dell'ultimo squillo, infino al presente gelosamente custodita, riposa

ancora intatta sur un guancialetto di velluto cremisi, coperto da

un'urna di cristallo, in mezzo alla sala del musèo nel palazzo

magistrale di Malta. Sembra muta agli stolti: ma tu che leggi, se hai

senno e cuore, se ti appressi e attendi, potrai forse ancor tu vederne

fremere la canna, e alitare sotto al padiglione gli stessi o simili

ricordi che io qui ne ho scritti, come ho sentito, nel vederla.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 87 / 177 题