[161] DOCUMENTO cit., 56, p. 130; e appresso, cap. XX, 57.
[162] PANTERA, _Armata navale_, 115.
CRESCENTIO, _Nautica Mediter._, 85, 94.
DOCUM. TOSCAN. cit., 95, 130, 132.
DOCUM. ROM. cit., per tot., — e qui allo specchio, p. 112.
LABAT, _Voyage._ Parigi, 1730, IV, 294: «_Le Gentilhomme de poupe a huit
écus. On appelle ainsi celui qui sert de lieutenant au capitaine, qui
porte ses ordres, fait ses commissions d'honneur, et qui l'accompagne
quand il sort.... La Capitane du Pape a plus que les autres galères le
double des gentils-hommes de poupe._»
[163] LAPIDA posta in Roma sulla tomba, perduta nei ristauri della
Chiesa, conservata nell'archivio di famiglia, prodotta nell'_Arch. St.
It._ in-8. Firenze, 1843, app. n. 22, VI, 272, 280; e dall'ANONIMO nella
_Serie di ritratti d'illustri Toscani_, in-fol. Firenze, 1768, in med.
D. O. M.
PETRO . VICTORIO . PAULI . LEONIS . X . PONT . MAX.
CLASSIS . PRÆFECTI . FILIO
INDOLIS . OPTIMÆ . ADOLESCENTI . MORUM . PROBATISS.
VITÆQUE . INTEGERRIMÆ
QUAM . CUM . MAXIMA . OMNIUM . EXPECTAT . INTER . MORTALES . DUCERET
HEU
ABSTULIT . ATRA . DIES . ET . FUNERE . MERSIT . ACERBO
VIXIT . ANN . XVII . ET . DIES . XVII
OBIIT . ANNO . SALUTIS . M . D . XVII
XVI . KAL . DECEMBRIS
[164] AMMIRATO cit., II, 335: «_Pagolo Vettori generale delle galèe del
Pontefice, mentre colla sua sola galèa volontarioso si spinge innanzi
per far preda di due fuste di Mori in sul mar di Piombino, accerchiato
da otto altre, che erano in agguato, senza poter dalle sue galèe
ricevere soccorso, restò.... fatto prigione._»
GIUSTINIANI cit., 273, D.
E tutti gli altri citati nelle cinque note prime di questo libro.
[165] BIZARUS cit., 485: _«Portundus suæ prætoriæ cursum intendit ut
reliquas triremes quæ remigio minus valebant anteiret.... dicens se vel
sua tantum prætoria trireme, cuncta ea barbarorum leviora navigia esse
demersurum.... Portundum Barbari, capta prætoria, cum suis omnibus
defensoribus trucidant.... et cæteras triremes capiunt.... insigni parta
Victoria.»_
BOSIO cit., III, 79, B: «_Portondo Rodrigo, capitano delle galere di
Spagna.... dal rais Cacciadiavoli era stato ucciso con perdita delle
sette galèe che comandava._»
GIOVIO PAOLO, _Storia_ tradotta dal DOMENICHI, in-4. Venezia, 1608, II,
123.
VARCHI, in-8. Firenze, 1842, II, 24: «_Rodrigo Portondo.... nel
ritornarsene in Spagna.... rotto e morto con otto galèe da Aidino delle
Smirne, nominato tra gli altri corsali Cacciadiavoli._»
[Marzo 1519.]
IX. — Nondimeno ebbe Paolo miglior fortuna: sopravvisse alla pugna e
alle ferite, e condotto prigioniero in Tunisi trovò per sorte alcuni
mercadanti veneziani che, persuasi dalle sue ragioni, si offerirono di
riscattarlo, pagando per lui l'enorme taglia di sei mila ducati
d'oro[166]. Poscia sopravvenuto colà Pietro Michieli, capitano delle
galèe della repubblica, quei mercadanti glielo consegnarono perchè il
menasse a Venezia, e sotto specie d'onore, e per la sicurezza del
danaro. Di che il detto Paolo, dal primo porto d'Italia, spacciando un
uomo a Roma, diè avviso al Papa nell'autunno per lettere di suo pugno,
dicendo come era vivo e ne andava a Venezia; dove sperava che sua
Santità sarebbe contenta di mandargli l'occorrente a poter fare il dover
suo coi creditori[167]. Delle quali lettere Leone prese sommo piacere,
essendochè faceva di lui gran conto; e da un anno senza nessuna nuova
tenevalo per morto. Viemeglio adunque dalla disgrazia si parve l'amor
grande che gli portava: imperciocchè papa Leone di presente approvò il
riscatto; e quantunque pesasse di tante migliaja, volle che fosse
sborsato dal suo privato cassetto, senza verun disagio della casa
Vettori. Anzi si disse che Leone non fu veduto mai cavar danaro con
maggior contentezza; conoscendo o dicendo a chiunque come per poco
prezzo ricuperava un uomo che per la fede e per la virtù era atto ad
eseguire i suoi pensieri, quanto alcun altro che avesse attorno.
Conferma egli stesso colle sue parole l'altrui sentenza, scrivendo di
Roma il ventisei dicembre 1519 al doge Loredano, così[168]: «Tornato
dall'Africa Paolo Vettori, capitano della nostra armata navale, testè
prigioniero dei pirati tunisini, ho raccolto dal suo racconto con quanta
amorevolezza e liberalità Pietro Michieli similmente capitano delle
galèe di cotesta repubblica naviganti in quelle parti, lo abbia
riscattato, non dubitando metter fuori per lui, tutto chè uomo estraneo,
una grossa somma di moneta. Godo assai di questo successo, ammiro la
prontezza, lodo la magnificenza, e vi assicuro che niuna cosa poteva
accadermi più lieta di tale riscatto.» In questo modo Paolo tornossene
al suo governo, rifece la capitana, e si tenne per quelle fazioni che
appresso diremo, come verranno.
Ora volgiamoci a Gaddalì, che lieto dei seimila, lietissimo del grande e
forte naviglio di guerra conquistato, ed uso (come egli era) di
circoncidere a forza i giovanetti cristiani per fargli turchi, non
poteva omettere di falsare il bastimento romano per renderlo piratico.
Però coi maggiori della sua brigata, e numeroso equipaggio, e molte
bandiere rosse, e stelle, e lune e scimitarre, vi montò sopra, e lo
dichiarò ammiraglio delle sue dodici fuste, colle quali alla buona
stagione dell'anno seguente riprese il corso, pensando che la fortuna
propizia avrebbe a crescergli nuovi e più splendidi guadagni. Or qui gli
avvenne il rovescio de' suoi pensamenti: e ciò per la bravura di un
tale, che appresso abbiamo a vedere successore di Paolo nel governo
della marineria romana. Fatto per più ragioni del passato e del futuro,
da non doversi preterire.
[22 aprile 1519.]
Andrea Doria in quest'anno continuava a servire la repubblica di Genova
col modesto titolo di capitano del porto, come a dire comandante di
quelle quattro galèe che i Genovesi solevano tenersi armate da presso
per la difesa del loro commercio. Le galèe erano delle sforzate, cioè
fornite di gran numero di rematori condannati all'opera pubblica: e
sapendo che Gaddalì veniva baldanzoso colla capitana contraffatta,
minacciando gran cose contro tutti i naviganti, propose ed ottenne da
quei signori di poterne armare in fretta altre due di bonavoglia, cioè
con rematori condotti a prezzo e a tempo fisso, come altrove dirò. Così
prese il mare e corse tanto che la mattina del ventidue d'aprile,
vigilia di san Giorgio protettore dei Genovesi, essendo sopra alla
Pianosa, videsi venire incontro la squadra di Gaddalì col vento
freschissimo da Scirocco. E pensando Andrea che non avrebbe combattuto
bene colà contro all'audace nemico, avvantaggiato dal numero e dal
vento, fece le viste di fuggire, seguitato sempre dai pirati fino al
capo di sant'Andrea, che è la estrema punta occidentale dell'Elba. Ivi
egli divisava girare a levante per quella risvolta, ben da lui
conosciuta, e così guadagnare il vento, e compensare la disparità del
numero, dei legni e della gente. Presso al capo, il Doria orzò a raso; e
Gaddalì comprese, quantunque tardi, la manovra; e come la navigazione di
lui non era per fuggire, ma per tirarselo appresso infino a tal parte
dove potesse facilmente voltar faccia, e con maggior vantaggio
assalirlo. Laonde il pirata guardossi bene dal doppiare il capo: anzi
venutagli meno la speranza nella supposta fuga di Andrea, cominciò esso
stesso daddovero a fuggire, mettendosi a remo contro vento; perché la
più parte de' suoi legni eran sottili, di gagliardo palamento, e capaci
di tenere la rotta per ogni rombo.
Allora il Doria mainò tutto: e mostrando alla sua gente il nemico in
fuga ordinò similmente voga arrancata contro di lui, dicendo aperto
essere persuaso che la giornata gli darebbe vittoria. E perchè le ultime
due galèe armate di fresco si vedevano al remeggio più tarde delle
altre, aggiustò loro il rimburchio di due galèe sforzate, mettendole
tutte quattro agli ordini del conte Filippino Doria, suo luogotenente,
ed uomo, di cui poteva essere certo certissimo che non lo avrebbe mai in
nessun caso abbandonato. Esso intanto colla capitana e la padrona scorse
avanti: non già alla maniera del Portondo e degli altri per combattere
da solo; ma per provocare il nemico, per traccheggiarlo col cannone, e
per trattenerlo infino a tanto che le sue conserve potessero essere vive
sul posto. Nondimeno contro sua volontà fu costretto a difendersi un
quindici minuti da cinque legni che gli si erano gittati addosso, e la
padrona similmente a difendersi da tre, prima che Filippino, scioltosi
dai rimburchi, potesse mettere in battaglia altre due galèe, e
finalmente le ultime due. Le quali non di meno con gente fresca, libera
e arrabbiata, più risoluta di menar le mani che i remi, tanto
volonterosamente dettero dentro, che dopo un'altra mezz'ora di
ferocissima mischia, dove caddero moltissimi dei Genovesi e cinquecento
dei pirati, ebbesi piena vittoria. Presi, da tre fuste in fuori che si
dierono alla fuga, tutti i legni nemici: molti pirati prigionieri, molti
cristiani riscattati, e riscossa dopo sette mesi la capitana di Roma.
Vittoria veramente segnalata, e conseguìta per arte marinaresca e per
bravura militare: vittoria che, oltre all'onore, fruttò il grandissimo
beneficio di togliere di mezzo quel terribile Gaddalì, di frenare
l'oltracotanza dei pirati, e di mettere un po' di sicurezza tra i
naviganti[169]. Qualche scrittore moderno ha errato di anticipazione,
mettendo questo fatto all'anno diciassette[170], perché successe
precisamente li ventidue d'aprile del diciannove, come dice il
Giustiniani, contemporaneo e accuratissimo scrittore; e come risulta
dalla riscossa della capitana di Roma, e dalle lettere del Bembo citate
avanti, che portano data certa.