NOTE:

[138] F.D. GUERRAZZI, _Vita di Andrea Doria_; in-16. Milano, 1864, I,

85.

[139] LEO PP. X, _Octaviano Fregosio, prefecto et decurionibus genuen.

Dat. Romæ_ III _nonas majas_ MDXVI (5 maggio). — Ap. BEMBO cit., IV,

104: «_Appulisse ad Italiæ oras et littora vobis vicina punicam

piratarum classem.... diripere, depopulari.... Ad eam repellendam vel si

fieri poterit conterendam a vobis peto ut ad hanc rem quam paro, Italis

quidem omnibus honorificam, vobis certe propter periculi societatem

etiam salutarem, quatuor vestras triremas commodetis, alias totidem quam

celerrime imperetis, quibus navibus cum nostra Classe consociatis,

hostes turpiter nobis insultantes aggredi atque opprimere possimus....

Partem stipis ad vos mittam.... Oportet studium, diligentiam, tum maxime

celeritatem adhibere._»

[140] LEO PP. X, _Federigo Fregosio_, _archiepiscopo Salernitano et

classis præfecto_. — Ap. BEMBO cit., IV, 103. — Il Breve della

legazione.

[141] LEO PP. X, _Petro Joanni (Pregeant de Bidoux)_. Dat. Romæ VII kal.

quintiles, MDXVI (25 di giugno 1516). Ap. BEMBO cit., IV, 110:

«_Federigo arch. Salern. quem classi nostræ legavi praesto sis, eique in

omnibus pareas.... quod attinet ad morte mulctandos piratas si

capiantur, ut magis cœteri a locorum nostrorum vastatione absterreantur,

ejus rei deliberationem, quemadmodum reliqua omnia, ipsi Legato remisi

quem scio tuis consiliis multum semper tributurum._»

[142] LEO PP. X, come alla nota 32: «_Cum nostra classe consociatis._»

DOCUM. cit. sopra, nota 11, e qui appresso nota 37: «_Sua Santità oltre

al concorrere coi legni suoi._»

[143] GIUSTINIANI cit., _Annali di Genova_, 272, Q.: «_Fu fatto capitano

dell'armata l'arcivescovo Federigo, et levò la bandiera di papa Leone,

et ebbe diciannove galèe, tre gallioni et doi brigantini.... due gallere

del Papa, le quali comandava Antonio del Biassia della Spezza._»

[144] REGISTRO _di lettere scritte a nome del card. Giulio de' Medici_,

tra i Mss. Torrigiani donati all'Arch. di Stato in Firenze e pubblicati

da Cesare Guasti nell'ARCH. ST. IT. in-8. Firenze, 1874, Disp. 4. p. 47.

— _Ep. Tricaricen._ di Roma, 6 maggio 1516.

[145] REGISTRO cit., disp. seconda del 1875, p. 217. _Episcopo

Esernien._, di Roma, 8 febbrajo 1518.

[146] BIZARUS cit., 447: «_Federigus Fulgosius.... cum aliqua præda,

triumque hostium navigiorum incremento classem incolumem reduxit.»_

GIUSTINIANI cit., 272.

GIOVIO, BEMBO, REGISTRI cit.

ARIOSTO, _Furios._ XLII, 20, 21, 22.

[Settembre 1516.]

VII. — Ora veniamo alle conseguenze tra i Genovesi ed Abdallà, e poi tra

Curtògoli e i Romani. I primi, ripresa la galera e data l'acerba lezione

a Biserta, fecero per mezzo de' mercadanti nazionali stabiliti in

Africa, noti ed accetti al Tunisino, rappresentargli a tempo le lagnanze

del ricetto accordato ai pirati e alle prede; e chiesero se Abdallà

volesse o no rimettersi in pace, secondo i trattati, come per l'avanti.

Abdallà rispose ad Ottaviano Fregosi e ai governanti di Genova una

lettera importantissima in lingua araba; che, per essere inedita ed

unica, fu recentemente volgarizzata e stampata dal chiaro professor

Michele Amari, dalla cui squisita cortesia ne ebbi in dono un

esemplare[148]. Non bisogna fermarsi alle apparenze, nè alla congerie

orientale delle proteste, scuse e ricriminazioni: ma entrar dentro nelle

intime intenzioni, che evidentemente tornano a tre capi. Primo, Abdallà

non vuole inimicarsi affatto coi Genovesi, nè scapitare sulle gabelle,

nè perdere il mercato; e scrive aperto[149]: «Non ci tocca il duro

tratto, col quale ci mortificate, nè il rimprovero che ci sentiam fare

da voi con aspri e pungenti detti (la somma dei quali è) che abbiamo

cercato con gravissime offese di romperla con voi. Mai no: noi non

abbiamo cessato mai di tener presente l'amistà e il buonvolere che un

tempo voi avevate per questo stato; perciò abbiamo sopportato dei grandi

rammarichi, dicendo sempre: Via speriamo che Iddio acconci ogni cosa e

che rinasca la buona armonia. Or noi speriamo che si rinnovi la pace,

come voi proponete.»

Nel secondo piglia gran faccenda, volendo persuadere agli altri, come a

sè stesso scusava, la necessità del ricettare i pirati. Per questo non

fa mai motto di Curtògoli e delle sue ruberìe, e molto meno tocca della

galèa genovese custodita non dai pirati, ma da' suoi stessi ministri nel

canale della Goletta: il tristo ingozza l'ingiuria della riscossa per

non rammentare il torto del sequestro. Anzi mostra chiaro il desiderio

di condurre i Genovesi alla stessa tolleranza ed obblivione delle cose

passate. Quindi la somma delle discolpe torna a un sol punto: esso dice

di ricettare i Turchi non come pirati, ma come musulmani[150]. «Se noi

lasciamo a costoro (libertà di) sbarcare nei nostri paesi e vendere e

comprare, questo non è cosa che debba movere l'animo vostro contro di

noi. Come oseremmo di cacciare dal nostro territorio i correligionarii

nostri? Come vietare la venuta di gente benevola ed amica? Sarebbe

giusta l'ira vostra se noi li aiutassimo colle nostre forze, se

uscissimo in corso con essoloro sopra di voi, se loro fornissimo alcun

soccorso spontaneamente per (effetto di) lega, sì come voi usate con

coloro che fanno imprese ai nostri danni. Ma voi sapete di certa scienza

che siamo scevri di coteste colpe, anzi lontani da quelle più che

niun'altra gente al mondo.»

Finalmente dopo le scuse della connivenza, e dopo le dichiarazioni

dell'amistà, conchiude di aggiungere al trattato vecchio un capitolo

nuovo, come dire di non più permettere ai pirati turchi di stazione in

Tunisi il molestare i Genovesi, dicendo[151]: «Ci obbligheremo verso di

voi a impedire che i Turchi vi arrechino danno di qualsivoglia maniera;

ed a fare che chiunque noccia ad una nave dei Genovesi non abbia a

lagnarsi che di sè medesimo, sia nella fossa di Tunisi o sia sulle

costiere (del reame).... Rallegratevi adunque quanti voi siete, e datene

annunzio per tutti i vostri paesi e città.... Noi vi giureremo la

pace.... dopo che avremo imposto a tutti i Turchi vegnenti nei nostri

dominii il patto che qual di loro offenda alcuna nave de' Genovesi, o

faccia prigioni sopra essi, o rechi ad essi qualsivoglia molestia o

pregiudizio, non possa in alcun modo sbarcare in alcun luogo del nostro

dominio; e se sbarchi, sarà lecito a chiunque di por mano nel suo sangue

ed avere: oltrechè noi manderemo gente a combatterlo e a fargli guerra.»

Dunque ai Genovesi scuse, pace, e privilegio: ed ai Romani il solito

guadagno di restarsi più di prima esposti alle insidie. Di fatto

Curtògoli, che conosceva gli umori di Abdallà e prevedeva l'esito e il

divieto che vennegli appresso sul conto dei Genovesi, pensò solo di

vendicare lo scorno e i danni sulla spiaggia romana, divisando avere

nelle mani niente meno che la persona istessa di papa Leone. Doveva il

ribaldo avere di qua secrete intelligenze con qualche traditore; cosa da

non maravigliare chi sappia come allora le più ardenti passioni tra

Francia e Spagna, tra libertà e servaggio, tra grandi e popoli, tra

Siena e Firenze, e via via, tutto s'intrecciava intorno alla fatal casa

dei Medici. Con questa intenzione Curtògoli presto riarmò le sue fuste,

concorrendovi a gara la gioventù musulmana, avida di vendette e di

rapine: e per meglio coprire il proposito principale nell'istesso

settembre fece vela verso levante; e poi quatto quatto nell'ottobre si

accostò alle spiagge latine[152].

Giovane ancora, e figlio del magnifico Lorenzo, soleva papa Leone nella

stagione dell'autunno uscir di Roma con pochi amici e famigliari, e dar

tregua ai gravi pensieri, e riposo all'animo stanco, scorrendo le

campagne e le riviere a sollazzo di caccia e di pesca[153]. Per questo

avea caro il castello della Magliana a cinque miglia da Roma sulle ripe

del Tevere e verso il mare, donde è la data di molte sue lettere. Oggidì

vedete squallido e deserto tugurio, ricinto da muraglie cadenti tra le

felci sotto la stretta dell'edera parassita: un tristo e lungo fienile

agli approcci, un pantano innanzi alla porta senza imposte, una fontana

ridotta a beveratojo, qualche giumento a capo basso nella corte, e una

misera osteria postavi a disperazione dei passeggieri. Ma ai giorni di

papa Leone il sontuoso edificio, come ho veduto io nei disegni del

Sangallo[154], e tutti possono leggere nei documenti di quel tempo[155];

e riconoscere anche adesso nella parte bassa del palazzo, e nelle

magnifiche finestre del primo piano, tuttochè ridotte a quartiero;

allora, dico, sul ponte levatojo splendevano ai raggi del cielo latino

le armi e le piume dei cavalieri e dei cortigiani; e intorno marmi,

stemmi, metalli, ricchezza. Di là papa Leone cavalcava privatamente a

Porto, ad Ostia, ad Ardea, a Laurento; scendeva alla marina, saliva

sugli schifi dei pescatori; ed ora per mare colle reti e coll'amo; ora

per le campagne coi cani e co' falconi spaziava. Esso stesso ne parla

nelle lettere a Carlo re di Spagna, rendendogli grazie delle quattordici

aquile da presa, avute in dono da lui[156].

[28 ottobre 1516.]

In quest'anno usciva di Roma a' diciotto di settembre, e stava fuori

quasi due mesi, visitando le città di maremma, e tenendo in più luoghi

la posta della caccia e della pesca[157]. Da Toscanella il dieci di

ottobre scriveva al medico Guglielmo Gallo, dandogli la facoltà di

scavare in un campo presso Civitavecchia (dove costui pensava ritrovare

certo tesoro), sì veramente che non avesse a cavare più d'un mese, e

sempre presenti sul taglio due decurioni del municipio[158]. Avrebbe a

essere qui parola di quell'altipiano che volge a levante due miglia

dalla città, e che tuttavia si chiama Campodelloro, famoso nelle locali

tradizioni di statue, di ombre, di maggio, e di altre baje, sempre

provate leggiere e fallaci a dispetto delle avide lusinghe.

Leone istesso, proseguendo il suo viaggio, passava di là, senza dubbio

ridendo del Gallo: indi veniva a Palo, poi alle marine del Tevere, e

alle città suburbane fino alla spiaggia laurentina sotto Civita Lavinia,

dove finalmente lo aspettava Curtògoli con diciotto fuste, e la sua

gente parte a bordo, parte in terra per metterlo in mezzo[159]. Qualcuno

a gran ventura n'ebbe sentore, e tutta la brigata volse le briglie a

tempo, galoppando di gran fretta verso Roma, dove entrarono a salvamento

li ventotto di ottobre. Paride de Grassi, il quale sapeva tutto,

quantunque non fosse della partita, non fa motto esplicito

dell'avventura. Ma qui soltanto scrive pesca, caccia, e ritorno

improvviso: dunque ebbe a essere agguato pauroso ed indegno[160]. Tale

ce lo mostrano le testimonianze di alcuni storici, e la congiura sei

mesi dopo scoperta. Lascio ad altri il carico di analizzare questi

fatti, e di risolvere il problema delle conseguenze che potevano venire

dalla prigionìa di un Papa nelle mani dei Barbareschi: a me basta che il

lettore pensi soltanto alla possibilità di tale successo, perchè si

persuada della necessità della guardia del mare in un paese che vi

confina. Sul paese sfogò sue vendette Curtògoli.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 66 / 177 题