NOTE:

[132] ANTONIO PICCONI DA SANGALLO, Mss. alla Galleria di Firenze, citati

nelle note e commentarii del Vasari, ediz. Le Monnier, cit., X, 83.

[133] LEO PP. X, _Faliscis, Viterbiensibus, Graviscanis, et Francisco

Pittae, Hetruriae prolegato_. Dat. Rom. sexto kal. majas an. IV. (26

aprile 1516). inter. _Opera omn._ P. BEMBI, cit., IV, 103, et segg.

LEO PP. X, _Prioribus et comunitati civitatis nostræ Tuscanellæ. Dat. ex

villa nostra Manliana die XXVI aprilis MDXVI_. — Nella _Storia di

Toscanella_, di SECONDIANO CAMPANARI in-8. Montefiascone, 1856, p. 283.

[134] GIULIO DE MEDICI card., _Lettere al vescovo di Pola_, nuncio in

Venezia del 30 ottobre e 4 nov. 1517, nei Mss. Torrigiani, _Arch. Stor.

It._, 1874, ultim. disp., 406, 407; e del 16 marzo 1518 al vescovo di

Sebenico nuncio in Francia, disp. seconda dell'anno seguente, p. 233:

«_Venerdì XII del corr. andò per questo conto_ (del Turco), _una solenne

processione con tucto el clero et altri religiosi et officiali et tucto

el populo con le sante Reliquie. Sabato ne andò un altra più solenne da

S. Lorenzo in Damaso a S. Maria del populo. Domenica, che fummo a_

XIIII, _una solennissima da S. Pietro a la Minerva, dove andò N. S. con

tutto il collegio a piedi, che non si ricorda mai a Roma una cirimonia

tanto devota, et di tanta consolatione spirituale._»

[135] PAOLO GIOVIO, _Vita di Leon X_, lib. IV.

ANGELUS FABRONIUS, _Vita Leonis X_, in-4. Pisa, 1797, p. 73.

ROSCÖE, _Vita di Leon X_, pel BOSSI, Milano 1817, VIII, 11.

[136] RAYNALDUS. _Ann. Eccl._ 1517, nº 33-54.

LABBEUS, _Collect. concil._, in-fol. Venezia, 1732, vol. XIX, p. 984:

«_De lateranensi Concilio et expeditione contra Turcas._»

JACOBI SADOLETI, _Oratio in promulgatione induciarum_, ibid. et int. op.

ejusdem.

ANDREA NAVAGERO, _Dedicatoria a papa Leone_, premessa all'edizione di M.

Tullio.

GUICCIARDINI, _Stor._, lib. XIII.

GIO. SAGREDO, _Memorie dei monarchi ottomani_, in-4. Venezia, 1573.

REGISTRO cit., dei Mss. Torrigiani. — Lettere del 5 e 14 novembre 1517.

— ARCH. STOR. ITAL., 1875, disp. seconda, p. 189-193.

[137] HIERONYMUS VIDA, _oper. omn._, in-4. Padova, 1731, II, 137:

«_Leoni Papae X._

_Ergo age, arrectam Ausoniam et paratos_

_Publica Europæ voca ad arma reges,_

_Jamque spumosum videam latere_

_Classibus aequor._

_Hoc avent omnes Itali exterique,_

_Gestiunt cunctis animi, paratur_

_Martis ad præclara opera et labores_

_Pulchra juventus._

_Ipse ego, quamvis alia nitere_

_Mens erat lauro, ardeo nunc amore_

_Martis armorumque: tui relinquunt_

_Phoebe calores._»

[5 Maggio 1516.]

VI. — L'occasione di giusto sfogo all'impeto di tanto universale

commozione venne da sè; e papa Leone la colse in quest'anno alla

comparsa di Curtògoli, sommamente odiato dai Genovesi per gl'insulti

ricevuti, e dal re di Francia per consenso simpatico verso la sospirata

Liguria. Di che consapevole papa Leone, non dubitando punto di essere

ascoltato, scrisse la seguente importantissima lettera[139]: «Ad

Ottaviano Fregosi prefetto, ed ai decurioni di Genova. — Tutti sanno

essere comparsa attorno alle isole d'Italia, e presso alle vostre

riviere l'armata dei pirati tunisini; e da più parti arrivano dolorosi

avvisi di rapine e di desolazioni. Io voglio cacciar via cotesti ladroni

dai nostri mari, e, se sarà possibile, al tutto sterminarli. Con somma

celerità apparecchio il mio naviglio: e sperando fare cosa onorevole a

tutti gl'Italiani, ed a voi salutare per la comunanza degli stessi

pericoli, vi chiedo in prestito quelle quattro galèe che avete pronte

nel porto, e vi prego di armarne altre quattro colla massima

sollecitudine. Io pago la quota che mi tocca. Ma presto, presto,

mandatemi i legni vostri, uniteli co' miei, leviamoci dal viso la

vergogna, facciamo di respingere gl'insulti del nemico, e di

conquiderlo. Ripeto diligenza, premura e somma prestezza. Dato in Roma

addì 5 di Maggio 1516».

Le istruzioni verbali del messaggero portavano di più la nomina di

Federigo Fregosi genovese, arcivescovo di Salerno (non di Palermo, come

stampa il Guerrazzi), fratello del doge Ottaviano, col titolo di Legato

al comando dell'armata collettizia, secondo la proposta; e quindi

l'obbligo a tutti di seguirne il supremo stendardo in conformità alle

antiche costumanze. Il Breve della legazione si legge al disteso tra le

opere del Bembo[140].

I Genovesi maggiormente per questi avvisi messi in assillo contro

Curtògoli, si restrinsero a consiglio, e deliberarono subito di

corrispondere alla chiamata, accettandone le condizioni utili ed

onorevoli a ciascuno. Perocchè con questo ben si argomentavano di

provvedere al decoro della romana Sede, ed alla convenienza dei proprî

interessi: comandante genovese, e di fiducia nella città; stendardo

papale, e di valida copertura in Tunisi: in somma buon giuoco per dare

in sulla testa al pirata Curtògoli, senza rompersi del tutto con Abdallà

re della terra, e salvo il proposito di ripigliare appresso meglio di

prima con lui i commerci dell'Africa.

Il Piergianni di nostra conoscenza, trovandosi lieto in quei giorni con

sei galere e tre galeoni nel porto di Genova, da buon cavaliero rodiano,

offrì il suo concorso a papa Leone; e proposegli il quesito d'impiccare

per la gola alle antenne tutti i prigionieri che mai si potessero avere

nelle mani, tanto che agli altri servisse di terribile esempio. Leone

rispose accettando l'offerta, sì veramente che volesse stare

all'obbedienza del Legato e seguirne lo stendardo; rimettendosi del

supplizio dei pirati, e di ogni altro provvedimento al Legato medesimo,

che per essere uomo di senno e di prudenza singolare, pieno di nobiltà e

di grazia, sarebbe per fare ogni cosa conveniente, e col dovuto rispetto

terrebbe conto delle opinioni e dei suggerimenti del capitano

Piergianni[141]. Eccovi eziandio qualcuno di parte francese, che,

dicendo corsari, intende ladroni da forca.

[4 agosto 1516.]

Dunque ai primi di agosto abbiamo insieme sette legni papali, cioè i due

brigantini della guardia e le tre galere di Paolo Vettori, di che si è

detto nei capitoli precedenti e nelle lettere di papa Leone[142]; più

altre due galèe pontificie sotto il capitano Antonio da Biassa, per

questo solo ricordato dal Giustiniani, perchè nativo della Spezia, e

perciò attenente al titolo dei suoi annali, dove non entrava il Vettori.

Abbiamo quattro galere della repubblica condotte da Andrea Doria,

capitano del porto; ed altre quattro di privati genovesi messe su a

richiesta e soldo di papa Leone. Finalmente le sei galere e i tre

galeoni del Piergianni francese; che tutti insieme tornano a capello nel

numero indicato dal Giustiniani, diciannove galere, tre galeoni, due

brigantini, e ventiquattro vele[143].

Degli altri principi nostri parla la lettera del cardinale Giulio dei

Medici al vescovo di Tricarico nunzio in Francia, colla data di Roma sei

maggio, così[144]: «E' si scoperse a Civitavecchia, circa dodici giorni

fa, ventisette vele di Turchi, cioè ventitrè fuste et quattro galere, et

subito se ritrassero. Et dipoi sono state intorno a Zanuti et l'Elba. Il

che dètte a Nostro Signore gran dispiacere.... Et pensando a' remedi Sua

Santità judicò che fussi necessario si unissi insieme le galere et

galeoni del Cristianissimo et di Genova con quelle delli Spagnuoli che

si trovano a Napoli.... Sua Santità, oltre al concorrere colli legni

sui, contribuirebbe anche alla spesa di quattro galere che di nuovo si

armassino a Genova». Dunque anche l'invito agli Spagnuoli dominanti in

Napoli, come tutti sanno; e niuna omissione della parte di Roma. Ma

perché dal Regno non corrisposero, fia bene ricordare la sentenza con

che papa Leone per mezzo de' suoi ministri scrivendo al vescovo

d'Isernia Massimo Corvino, nuncio in Napoli, se ne doleva infino a due

anni dopo con queste parole[145]: «Nostro Signore dal canto suo non ha

mancato di ogni possibile offitio con tutti i principi cristiani, et

precipue col re Cattolico: et per anchora non li pare (parlando con

vostra Signoria come la intendiamo) che questi Spagnuoli si risentino,

et considerino il periculo. Et però V. S. userà lo ingegno et virtù sua

in fare qualche opera a beneficio della repubblica cristiana

principalmente per queste cose del Turco.»

Usciti al largo i migliori sotto lo stendardo della Chiesa, e tra essi

il Fregosi, il Vettori, il Doria, il Piergianni, il Biassa, ed

altrettali capitani di gran conto, girarono attorno per incontrare

Curtògoli: all'Elba, alla Capraja, alla Corsica, alla Sardegna, sempre

indarno, perchè costui insieme con tutti gli altri ladroni, il cui fine

precipuo non istava nel combattere, ma nel rubare, avevano preso da ogni

parte la fuga. Non è mai mancata, nè sarà mai per mancare la lingua agli

stolti, agli schiavi, ai rinnegati, e ai traditori. Però navigazione

languida, mare quieto, venti di stagione, notti serene, giornate lunghe,

e niuna scoperta. Bisogna dunque cercare Curtògoli nel suo nido, e

passare in Africa.

Intanto che si naviga di buon braccio coi Ponenti consueti dal golfo di

Cagliari sul rombo di Ostroscirocco, verso Biserta, ci accade di

considerare le condizioni del paese. Regnava di questi tempi per tutta

l'ampiezza della Bizacena, dal confine di Algeri a quello di Tripoli,

Abu-Abd-Allah-Mohammed della dinastia degli Hafsiti, islamita di razza

bèrbera, e totalmente indipendente dall'imperio ottomano. Costui per

antica tradizione di famiglia teneasi affezionato ai Genovesi, firmava

trattati con loro di amistà e di commercio, e ne favoriva il traffico,

la pesca, i coralli, i fondachi; perchè gli fruttavano molto tesoro, e

provvedevano ai mercati con soddisfazione grande de' suoi popoli. Venuto

poscia Curtògoli co' soldati turchi e con lo squadrone piratico a

chiedergli ospitalità, lo accolse pur volentieri; tanto perchè

musulmano, quanto perchè favorito dalla plebe amante degli avventurosi

guadagni: e lo tenne molto più caro ai suoi privati interessi, posciachè

il pirata (secondo la legge del Corano) faceagli toccar netta la quinta

parte di tutte le prede che veniva facendo sopra i Cristiani. Però aveva

assegnato a Curtògoli il porto e la città di Biserta (l'antica

Hippo-Zarythus, tra gli Arabi Benzert) nel punto più sporgente della

costa; proprio rimpetto allo sbocco del Tirreno; donde colla destra

poteva ferire Trapani di Sicilia, colla sinistra Cagliari di Sardegna, e

di faccia il Tevere, Roma, Napoli, la Toscana, e la Liguria. Là

stanziava Curtògoli, di là traeva viveri e gente. Ricco, armato,

favorito: già principe di fatto in Africa.

Dunque Abdallà voleva nel suo stato la pace con tutti, e la prosperità

dei suoi interessi. Amici i mercadanti coi loro commerci, amici i pirati

colle loro prede. Fermi tutti alla legge: stessero contenti i primi a

pagar le gabelle, e stessero pur contenti gli altri a rassegnare le

quinte; chè Abdallà, amico comune, contava continuarsi sempre in pace

con loro. Fuori dei suoi porti si accapigliassero pure insieme i

mercadanti e i pirati; non per questo doveva esso rompersi la testa:

anzi aspettarli sempre lieto al ritorno, o colle gabelle, o colle

quinte. Stolto a non capire l'immoralità dell'avara connivenza! Stolto a

non prevedere la propria ruina pei pirati! Essi ricchi, essi armati,

essi forti nelle viscere del dominio, favoriti dalla plebe, e sostenuti

dall'imperadore ottomano, dovevano tra poco cacciare tutta la sua

discendenza dal paese, e farsi padroni del regno.

I Genovesi, consapevoli del tranello di Abdallà, e volendo levarne del

pari, entrarono nella stessa simulazione, coprironsi sotto bandiera di

papa Leone che non aveva tanti rispetti, e deliberarono assaltare

Curtògoli nel suo ricovero, facendo pur le viste di non offendere il Re.

Fermatisi pertanto la notte dietro l'isoletta della Galitta, la mattina

improvvisamente entrarono nella insenata che serve di porto a Biserta.

Là per evidenza di fatto accertarono il giudizio della ritirata generale

dei ladroni, vedendo tutti i legni dello stesso Curtògoli, galèe, fuste

e brigantini, una trentina di bastimenti, tutti disarmati dentro terra

alla fiumara, nel mese d'agosto, come se fosse scioverno. Subito i pochi

Turchi di guardia presero a fuggire, ed i molti Cristiani prigionieri a

scuotere le catene, chiedendo ad alta voce la libertà. Soldati e

marinari saltarono in terra, di presente sciolsero gli oppressi, e

proruppero nel saccheggio dei legni, dei magazzini, dei casali, infino

ai borghi di Biserta. Mossa repentina, cominciata cogli stimoli della

pietà, e guasta dalla cupidigia delle genti tumultuarie venute colle

ultime galere, come si può di leggieri intendere pensando le intrinseche

ragioni, la disciplina militare, e il silenzio dei parziali. Facilmente

si sarebbero potuti portar via, o almeno bruciare nel primo attacco,

tutti i bastimenti piratici: ma il disordine, il tristo esempio,

gl'indugi, ed i fardelli crebbero fiducia ai musulmani della città e del

contado di concorrere a cavallo sulla riva; dove agli alleati non restò

altro ripiego, se non serrar le file, mettere in mezzo i riscattati e le

prede, e rimontare sui navigli, senza speranza di miglior sorte in quel

luogo, anzi perdendovi due palischermi.

Incalzati dal vento, continuaronsi verso levante sopra i rivaggi della

Goletta, coll'intendimento di cavar fuori dallo stagno la galèa della

guardia genovese, predata l'anno avanti da Curtògoli nei paraggi di capo

Côrso. Quei gentili e colti signori che più volte si sono degnati

onorare le povere cose mie dei loro benevoli suffragi, abbiansi pur da

me pubblica testimonianza di leale gratitudine per l'amore che mostrano

alla bellissima nostra lingua, ed alle sue voci marinaresche. Di che

provocatamente prendo occasione, quando mi occorre, per fare qualche

avvertenza intorno alla ricchezza ed alla proprietà nello scolpire

nettamente i concetti e le differenze delle cose, come qui mi accade tra

i due termini Rivaggio e Paraggio. Ambedue tecnici, usati dai classici,

e registrati alla Crusca, esprimono in genere un Tratto di mare: ma

l'uno lo determina diversamente dall'altro. Chè il primo lo appressa al

sensibile della riva e delle terre vicine; e il secondo lo solleva al

razionale dei paragoni lontani sul mare o sui circoli della sfera.

Venuto adunque il Fregosi sui rivaggi della Goletta, die' fondo ai

ferri, e subitamente spinse tre barche armate nello stagno: le quali,

nonostante il fuoco della massiccia torre (unica difesa del passo in

quel tempo), entrarono nel canale, presero a rimburchio la galera, e se

la menarono appresso. Bella ed onorata fazione.

Indi costeggiata l'Africa giù giù dalle Conigliere, alle Cherchene ed

alle Gerbe, bruciando legni nemici, menando preda, e traendosi in

trionfo tre brigantini, tornarono sullo scorcio dello stesso mese ai

porti d'Italia[146]. Ho seguito nel racconto la guida di autorevoli

scrittori, e particolarmente del Giustiniani contemporaneo; la cui

autorità, già grande tra i Genovesi, cresce ogni dì, trovandosi le sue

parole sempre conformi ai documenti che di tempo in tempo tornano alla

luce. In somma la spedizione ebbe plauso, tornò utile, e papa Leone

lodossi de' suoi marini, scrivendo al condottiero[147]: «Ho saputo tutti

i successi della navigazione, e tutti i fatti dell'armata da te condotta

in mio nome contro i pirati. E perchè ogni cosa è stata eseguita con

animo e costanza grande, con molta fatica, e secondo la dignità della

romana Sede, di ciò sommamente lieto, ti lodo e con tutta l'effusione

dell'animo ti benedico.»

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 65 / 177 题