[122] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cærem._ mss. cit., sub. die XIX maji
MDXVII, et segg.
RAINALDUS, _Ann. Eccl._ 1517 n. 92, 96.
[123] ARCHIVIO SECR. VAT. _Leonis Pp. X, Diversor._ sub die XIX aprilis,
MDXV: «_Deputatio Julii cardinalis de Medicis ad custodiam arcis Ostiæ,
et arrendamentum dictæ arcis cardinali Ostiensi.... qui promisit uti et
frui arbitrio boni viri, et illam tenere nomine Francisci Antonii de
Noris.... Una cum omnibus et singulis munitionibus, artiglieriis, et
aliis rebus per inventarium consignatis._»
[124] PARIS DE GRASSIS, cit.: «_Die prima mensis octobris MDXV Papa
discessit ab Urbe versus Viterbium, Montem Faliscorum, Tuscanellam et
Centumcellas seu Civitatem Veterem. Ubi cum esset nunciatum est, regem
Francorum, qui nuper Mediolanum in potestatem suam redegerat, velle ad
Papam personaliter cum exercitu suo venire. Unde Papa veritus ne quid
novitatis in transitu machinaretur operatus est ut ipse ad Bononiam cum
omni curia transcenderet._»
AMMIRATO, cit., 317: «_Non era il Pontefice senza sospetto, che il Re
vittorioso non si volgesse contro Toscana e contro Roma._»
RAINALDUS, _Ann. Eccl. 1515_, n. 20 e segg.
[125] VASARI, cit., ed. Le Monnier, X, 6: «_Andando poi il Papa a
Civitavecchia per fortificarla, e in compagnia di esso infiniti signori,
e fra gli altri Giovan Paulo Baglioni, e il signor Vitello, e similmente
di persone ingegnose Pietro Navarra, ed Antonio Marchisio.... e
ragionandosi di fortificar detto luogo, infinite e varie circa ciò
furono le opinioni; e chi un disegno chi un altro facendo, Antonio fra
tanti ne spiegò loro uno, il quale fu confermato dal Papa e da quei
signori ed architetti, come di tutti migliore per bellezza e fortezza, e
bellissime ed utili considerazioni: onde Antonio ne venne in grandissimo
credito appresso la Corte._»
[126] CARLO PROMIS, _Gli ingegneri militari che operarono e scrissero in
Piemonte dal 1300 al 1650_, in-8. Torino, 1871, p. 22, novera tra le
primitive Nizza del 1517, Piacenza del 1518, Bari del 1520, Firenze del
1523; e non fa motto di Civitavecchia del 1515 anteriore a tutte le sue
primitive, e più delle altre conservata.
[127] LE STRADE FERRATE, giornale romano ebdomadario, diretto dal cav.
LUIGI MANZI. Anno secondo, numeri 22 e 23, colla data della loro
pubblicazione nel venti e ventisette novembre 1858. — Richiamato nel
giornale _Arcadico_ di Roma immediatamente per la rivista seguente tra
le varietà, e ripetuto nel primo paragrafo della mia scrittura sui
bastioni di Civitavecchia colla data del 28 aprile 1860.
[128] ARCHIVIO STOR. ITAL., _Notizie artistiche_, cavate dall'ARCHIVIO
SECRETO VATICANO e pubblicate da ALBERTO ZAHN, in-8. Firenze, 1867, VI,
I, 184: «_Magistro Antonio da Santo Gallo, ducati quaranta, addì 15
giugno 1519, quali sono per pagare quattro pezzi di marmi a magistro
Pietro Stella, per quattro arme che vanno a Civitavecchia._»
Item dal periodico di Roma, intitolato al BUONARROTI, anno 1871. Agosto,
p. 246.
[129] ARCHIVIO e BUONARROTI, cit., ut sup. «Addì 27 luglio 1519
_Magistro Jacopo dell'Opera a buon conto sopra le teste di bronzo vanno
a Civitavecchia, duc. 100._»
[130] MILANESI e PINI, _Corrispondenza di artisti_. La vita e
l'autografo di Gio. dell'Opera.
[131] ARCHIVIO, ut sup. citato pur nel BUONARROTI, p. 246: «_A 20
novembre 1519 a maestro Ant. da Santo Gallo per acconciar la bocca del
porto di Civitavecchia, et pagare li maestri del molo grande, duc.
500._»
«_3 Ottobre 1520. A messer Filippo Argenti per conto del molo grande di
Civitavecchia, et fundamento del Palazzo, a conto, duc. 500._»
[26 Aprile 1516.]
V. — Intanto che le nostre marine contro ai pirati fortificavansi,
Curtògoli crescendo di ardimento e di potenza teneva in continuo
fastidio le campagne littorane, e sul mare moltiplicava i danni. Costui
turco d'origine (_Kurdogli_) gran maestro della grande pirateria,
d'intesa coll'imperatore di Costantinopoli, erasi stabilito in Biserta
del regno di Tunisi, più tosto principe che ospite, con trenta
bastimenti da corso e quasi seimila ladroni al suo comando; coi quali
intendeva nuocere a ogni altro cristiano o islamita, tanto sol che
giovasse agli interessi della crescente razza piratica. Però non ostante
il trattato di commercio e di amicizia tra il re di Tunisi e i Genovesi,
aveva menato prede dalla Liguria, e sottomessa a tradimento una galera
della guardia. Quest'anno del sedici alla primavera contava già presi
diciotto bastimenti siciliani con tutto il carico di frumenti; e lo
sciame crescente dei ladroni venivagli appresso con molti bastimenti da
remo, ronzando sulle spiagge dell'Etruria marittima. Papa Leone con
pressa grande scriveva alle città e ai rettori littorani di mettersi in
guardia contro nemici possenti e vicini; ed al preside della provincia,
Francesco Pitta, ordinava di non mancare a niuna parte dell'ufficio suo
per salvezza dei popoli. Le lettere papali, colla data del ventisei di
aprile di quest'anno, sono pubbliche tra le opere del Bembo che le
dettava: e qualcuna ne resta ancora originale negli archivî delle città
medesime. Traduco la più breve, diretta ai Falisci, e valga per
saggio[133]: «Abbiamo notizia certa di una armata non piccola di ladroni
e pirati africani che han preso a scorrere pel nostro mare, ed ora si
volgono contro Civitavecchia e contro le spiaggie del vostro distretto.
Dunque vi ordiniamo di ubbidire senza replica a Francesco Pitta
vicelegato della provincia in tutte le cose che vi comanderà, non
altrimenti che se vi fossero comandate da Noi stessi in persona. Sono
provvisioni urgenti che riguardano l'incolumità vostra nella vita e
nelle sostanze. Dato a Roma li ventisei di aprile 1516 del nostro
pontificato anno quarto.»
Può ciascuno da sè quasi direi vedere gli effetti di lettere tanto
incalzanti e stringate: accorrere dalle provincie interne le milizie
assoldate, armarsi la gente del contado a piedi e a cavallo, uscire
all'aperto, occupare i ponti e le strade, battere le spiagge, mandare e
ricevere corrispondenze celeri da luogo a luogo, di giorno e di notte, e
mettere in opera tutti i provvedimenti che a cessare simili pericoli per
quei tempi si costumavano. Il solo sospetto, e molto più le prossime
minacce, bastavano a tenere in travaglio le intiere province, e a dare
altrettanto di fastidio che la stessa invasione. I pacifici abitatori
nell'ambascia, la città di Roma in sospetto, preghiere pubbliche per le
chiese, e il Pontefice istesso a processione per conciliare il favore di
Dio e degli uomini alla difesa del paese[134].
Però senza misconoscere i vantaggi della pietà, papa Leone attendeva al
resto, come colui che parlando dei turchi e dei pirati soleva dire[135]:
«Grande stoltezza di alcuni il pensare di poterli conquidere solamente
colle orazioni: dobbiamo metterci alle armi, e combattere da senno, se
vogliamo liberarci dalla loro oppressione.» A questo fine apparecchiava
la sua squadra navale, congiungeva le galere del Biassa a quelle del
Vettori, tregua tra i principi proponeva, cardinali di fiducia e di
autorità per le corti spediva, e tutte quelle pratiche ripigliava che
gli scrittori sacri e profani di quel tempo ricordano[136]. Pratiche
continue per quattro anni in tutta l'Europa, ed altrettanto allora
ferventi nei pensieri e nei discorsi dei contemporanei, quanto oggidì
fredde nella memoria e nelle pagine della storia. Valgami per esempio
quel grande ingegno di Girolamo Vida, che, quasi ringiovanito nella
speranza di vedere effetti stupendi di generale spedizione, studiate e
robuste parole scriveva all'istesso Pontefice promotore dell'impresa,
dicendo[137]: «Orsù dunque chiama alle armi i marini di Italia ed i regi
di Europa: concedimi a gran contento di vedere una volta l'ampiezza del
pelago ricoperta dai navigli della cristianità, come desiderano tutti i
vicini e i lontani. Di questa speranza brillano gli animi dei popoli, la
gioventù animosa si apparecchia alle battaglie; ed io, quasi dimentico
dell'estro febèo, nulla più ardentemente ormai desidero che intrecciare
colle frondi del serto poetico gli allori di Marte.» Alle parole del
Vida di fresco ha fatto eco, gran dire! il Guerrazzi sull'istesso
proposito di papa Leone, scrivendogli[138]: «Adesso il Papa e i Principi
cristiani volsero la mente a tal fatto, che avrebbe dovuto restarsi
sempre in cima dei loro pensieri, e questo era la pirateria, con la
quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste dell'Africa, avevano reso
il Mediterraneo infame, peggio che non è una selva infestata da
assassini.... impresero la guerra dei pirati, e ne commisero il comando
a Federigo Fregoso, arcivescovo di Palermo e fratello del Doge.»