SCIPIONE AMMIRATO, cit., II, 335

[119] GUICCIARDINI, ediz. del 1645 cit., p. 594.

PETRUS BEMBUS, _Epistolæ Leonis X, Pont. Max. nomine conscriptæ, inter

Opera omnia_, in-fol., Venezia, 1729, IV, 74, 85: «_Johanni Blassiæ,

classis prefecto, sub die xxx sept. MDXIV.... Eidem triremium prefecto,

sub. die xxx maji MDXV._»

[120] BEMBUS ut. sup., IV, 87: «_Leo X, Leonardum Lauretanum Venetorum

Ducem rogat, ut tormenta bellica commodet parandis navibus Anconæ

constructis adversus Turcas.... Statui triremes aliquot, que Anconæ

fabricatæ sunt deducere et ornare.... Peto ut tormenta bellica mihi

commodes etc..._» (5 luglio 1515).

[121] ARCHIVIO SECR. VAT. — _Leonis Pp. X. Diversor._ — «_Die I dec.

MDXIIII Leonardus de Florentia fuit librator tormentorum in arce Sancti

Angeli, loco defuncti magistri Matthæi Galli._» — ARCH. ST. IT., an.

1866, I parte, p. 219.

[Ottobre 1515.]

IV. — Non conscio dell'iniqua trama, papa Leone il primo di ottobre

partivasi da Roma verso l'Etruria marittima, e finalmente riducevasi

colla corte in Civitavecchia, dove pel cavamento della darsena e pei

fondali guadagnati, venuto in maggiori speranze, faceva assegnamento di

nuove fortificazioni. Aveva perciò intimato colà una dieta di soldati e

d'ingegneri principalissimi, coi quali alla vista del luogo intendeva

deliberare il modo e la forma della nuova cinta. Convennero quegli

stessi capitani ed architetti, che poscia nel dicembre seguirono papa

Leone verso Bologna incontro a Francesco re di Francia, secondo il

partito preso quivi stesso in Civitavecchia sulla fine d'ottobre al

primo annunzio del pericolo, come narra Paride de Grassi[124].

Necessaria avvertenza cronologica per istabilire con certezza il fatto e

il tempo.

Ragionandosi dunque colà di fortificare detto luogo (come ben dice il

Vasari), cioè la città intiera, non un pezzo della rôcca vecchia o della

nuova (come altri confondono al solito), tra quei signori ed architetti,

e tra i diversi pareri, Antonio il giovane da Sangallo, afferrata la

bella occasione di mostrare alla corte, ai mecenati e a ogni altro il

valor suo, e quanto degnamente fosse stato eletto tre mesi prima

all'eminente ufficio di architetto di san Pietro, spiegò i suoi cartoni,

e mostrò il disegno compiuto di tutta l'opera, che fu approvato dal Papa

e dagli altri, come di tutti il migliore per giudizio, per arte, per

eleganza, e per fortezza[125]. Dunque non ciance o ciarpe vecchie,

salmisìa, ma progressi importanti dell'arte nuova.

Antonio, iniziato ai principî dell'architettura militare dagli zii, e

poi seguace di Bramante non solo nel corridojo di Castel Santangelo, ma

anche nella rôcca nuova di Civitavecchia, come dimostrerò coi suoi

autografi, già conosceva il terreno, e già aveva in pronto il

risultamento dei suoi studî: una cinta bastionata alla moderna, con

sette baluardi reali da circondare la darsena e la città da un mare

all'altro, appoggiando gli estremi alle due rôcche. Quali si mostrano i

quattro disegni originali di sua mano che si conservano alla Galleria di

Firenze, e gli altri tre che vi ho trovato io stesso, tali i lavori

eseguiti in Civitavecchia nell'istesso secolo e tuttavia esistenti,

conformi ai medesimi disegni; tale la pianta identica degli originali e

della esecuzione intagliata sopra quattro medaglie del secolo

decimosesto. Dunque rivelazioni importantissime per la storia dell'arte,

che oramai ci viene sicura, dimostrata, e più antica che altri non

avesse pensato o scritto. Falso il primato dei Sammicheli, secondario il

magisterio del Martini. Il primo baluardo esiste ancora in Ostia dal

1483 per opera di Giuliano da Sangallo, il primo pentagono bastionato

esiste ancora in Civitacastellana dal 1496 per opera di Antonio suo

fratello, la prima fortezza quadrata con quattro baluardi a musone

esiste ancora dal 1501 per opera dello stesso; e la prima cinta reale di

piazza d'arme, coll'ordine rinforzato a fianchi doppi, esiste ancora in

Civitavecchia dal 1515, per opera del nipote. Non avremo più a perderci

in dubbii e in congetture appresso ad altri misagiati ricordi di

fortificazioni, posteriori di data, e da lunga pezza distrutte[126]: ma

verrà la storia nuova sopra Monumenti primitivi, di epoca certa,

tuttavia esistenti, e conformi ai disegni originali dei classici,

conservati infino a oggi. La somma di queste cose io scrivevo del 1858

nel giornale delle Strade ferrate[127], quando niuno dei miei maestri

(anche dopo compiuta l'edizione del Vasari pel Le Monnier) nè in Roma,

nè in Italia, nè fuori pensava punto a queste nuove dimostrazioni, colle

quali e con altre simili tratterò io la storia dell'architettura

militare senza allontanarmi dalla spiaggia romana, come si vedrà nel mio

libro della fortificazione. Non intendo a pretensioni, ma alla verità

che torna onorevole a tutti.

Antonio allora aggiunse agli ufficî suoi di Roma la direzione dei lavori

di Civitavecchia, andandovi spesso e tornandone, secondo il bisogno. E

quantunque egli cominciasse l'opera di terra e fascine, riservando a

miglior tempo l'incamiciatura; nondimeno murò quattro porte, due dalla

parte della campagna e due alla marina, sulle quali esso stesso pose lo

stemma delle sei palle di papa Leone[128]; e questo fu addì quindici

giugno del diciannove. Il mese seguente addì ventisette luglio dello

stesso anno Antonio fece incastrare attorno alla darsena le teste di

bronzo che ancora si vedono, e sono chiamate dai civitavecchiesi i

Mascheroni: cioè una diecina di teschi a ceffo leonino, disegnati da

mano maestra di vivissima bizzarria, e gittati in metallo colle zanne

sporgenti e le labbra accartocciate per sostenere fermamente e penzoloni

gli anelli massicci pur di bronzo, dove i bastimenti danno volta ai cavi

di posta in alto, tanto da poter camminare per le banchine senza

inciampare a ogni passo tra i cánapi. Gli anelli ritraggono le forme

consuete del cinquecento colla gemma piramidale a quattro faccie nel

castone: in somma l'anello mediceo. Il getto si dice fatto da Giacopo

dell'Opera, cui si pagano cento ducati a buon conto[129]. Col nome

dell'Opera abbiamo notissimo tra gli artisti un Giovanni, detto pur

delle Corniole, discendente di tessitori di drappi a opera, donde il

soprannome della famiglia. Giovanni, morto in Firenze nel 1516, lasciò

eredi i nipoti, figli di Francesco suo fratello; uno dei quali avrebbe a

essere il nostro Jacopo[130].

Dunque Antonio costruiva la cinta bastionata, murava le porte, metteva

gli stemmi, incastrava cogli arpesi i mascheroni, piombinava nella

darsena, ristaurava il porto, la bocca e il molo grande[131]: e tanto

era attaccato a quel luogo, che dopo cinque lustri continuavasi a

solennizzare colà le care memorie della sua prima comparsa, scrivendo di

suo pugno[132]: «Colubrina di mastro Andrea. Questa Colubrina ò fatto la

prova a Civitavecchia, addì dieci ottobre 1538.»

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 63 / 177 题