NOTE:

[97] LODOVICO ARIOSTO, _Orlando furioso_, XI, 24:

«_E qual bombarda e qual nomina scoppio,_

_Qual semplice cannon, qual cannon doppio._

«_Qual sagro, qual falcon, qual colubrina_

_Sento nomar, come al suo autor più aggrada,_

_Che il ferro spezza e i marmi apre e ruina_

_E ovunqe passa si fa dar la strada._»

[Agosto 1510.]

XIII. — Intanto il capitano di Roma e quel di Venezia, rimenando indietro

Marcantonio Colonna, i due Fregosi, i due Doria e gli altri, venivano in

Roma con lieta faccia accolti da Giulio, il quale volle averli tutti

insieme alla mensa, e farli partecipi de' suoi disegni; dimostrando loro

come senza perdersi d'animo fermato aveva di ripigliar subito subito e

con maggior gagliardìa quella impresa medesima. Imperocchè niente

avvilito, anzi più ardente e sdegnoso per la repulsa, armava anche esso

in Civitavecchia cinque caracche e una galeazza da contrapporre alle

nemiche di alto bordo; e faceva racconciare le galèe, e scriveva soldati

per opera di Francesco Ghiberti, allora chierico di Camera e commissario

dell'armata. In somma a mezzo agosto chiamò tutti alla mostra sulla foce

del Tevere, dove esso stesso montato sul suo bucintoro volle

personalmente rassegnar le caracche ad una ad una, e poi la galeazza, e

appresso nove galere del Biassa, e diciassette di Venezia. Indi per

dimostrazione di contentezza fece distribuire alle genti in donativo

straordinario sedici botti di vino, trentadue buoi, settantaquattro

montoni, e pan fresco in buon dato. Finalmente imbarcatosi sulla

capitana del Biassa al centro di tutto lo squadrone romano e veneziano,

colle navi grosse appresso, navigò sino all'altura di Civitavecchia[98].

Di là licenziò l'armata con molti augurii all'impresa di Genova, verso

la quale al tempo stesso scendevano dall'Appennino le fanterie del

Sassatelli, spintevi in fretta da Bologna: ed esso, venuto in terra,

montava a cavallo dirigendosi verso Viterbo, ed oltre per Bologna e pel

campo, dove si combatteva ugualmente contro i Francesi, e si preparava

l'espugnazione della Mirandola[99].

[Sett. 1510.]

Altresì i ministri di Francia, consapevoli dei movimenti che da terra

che da mare facevano i Papalini e i Veneziani, non lasciavano cosa

alcuna opportuna alla difesa per mare e per terra. E già Piergianni

colle sue caracche e colle galèe de' Genovesi era uscito al confine

incontro ai vegnenti, aspettandoli nelle acque di Portovenere. Le due

armate si incontrarono sotto vela con venti maneggevoli, e presero

subito a combattere da lungi con grande strepito di cannonate: ma sempre

da lungi, perchè si temevano a vicenda, nè l'uno ardiva investire

l'altro. Anzi il Biassa e il Grillo avevano fermo di non avventurarsi a

battaglia di esito incerto, per non perdere il frutto che speravano più

facilmente conseguire dalle pratiche dentro alla città. Perciò

continuarono la rotta sempre innanzi, e sempre sparando dalla destra

contro Piergianni che seguiva costeggiando verso terra, e continuamente

rispondeva dalla banda sinistra, tanto, che giunsero insieme alla vista

di Genova. Colà il Biassa principalmente voleva dimostrare la costanza

nella impresa, e far sentire a quel popolo lo strepito delle

artiglierie, e riscuoterlo, e dargli a vedere qualche tratto di bravura.

A un suo cenno Giano Fregosi, il più caldo dei fuorusciti, con una

saettìa di gran remeggio e piena di gente scorse due volte innanzi alla

città, fecesi sempre più presso al porto, e col suo ardire costrinse i

nemici a crescergli la fiducia di entrarvi dentro. E in sul fatto

cacciovvisi di mezzo, correndo lunghesso il molo e tentando a gran voce

gli animi dei Genovesi; finchè preso di mira dai castelli tra un nembo

di fuoco e di ferro, assicurato nondimeno dalla velocità del suo legno,

potè ritirarsi senza danno. Allora soltanto il Biassa virò di bordo, e

volse verso Civitavecchia senza che il nemico osasse più

molestarlo[100].

[Ottobre 1510.]

Piegando oramai la stagione al verno, i Veneziani presero congedo, e ne

andarono afflitti dalle tempeste per l'Adriatico, dopo perdute cinque

galèe nello stretto di Messina. Ma Giulio e il Biassa restarono tanto

minacciosi, e dieron sì lungamente da fare ai Francesi, e tanta parte

del loro fuoco posero in petto ai partigiani, che finalmente ai venti di

giugno del 1512 i Genovesi levato il rumore, e cacciato il presidio

straniero, ripigliarono le forme consuete del loro governo, e chiamarono

Giano Fregosi doge della patria.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 46 / 177 题