NOTE:

[80] ANDREAS MOCENIGUS, _Bellum cameracense_, in-12. Venezia, 1525, p.

44: «_Dux Ferrariæ rhodiginum Pollesinem cœperat, et amplius terra

marique infestus erat._»

[81] MOCENIGUS cit., 46: «_Interea Ferrarienses, aucti gallicis

pontificiisque auxiliaribus... castellum summa ope oppugnare aggressi

sunt._»

[22 dicembre 1509.]

VII. — Il giorno del ventidue, per tempissimo, stavano le genti e le

batterie dagli alleati, sopra e sotto all'armata nemica, coperti dagli

argini, coi pezzi studiosamente livellati, e le munizioni pronte: nè i

Veneziani sospettavano punto di quanto nella notte si era apparecchiato

contro di loro, quando a un cenno del Duca, smascherate le trombe delle

cannoniere, si aprì il fuoco. Piombò l'attacco tanto improvviso, e con

tal vigore crebbe via via, che (quantunque i Veneziani subitamente

riscossi non cessassero di rispondere) in men d'un'ora l'armata nemica

fu rotta. Alcuni legni in fiamme, altri in fondo, il Trevisano sur un

palischermo in fuga, la capitana tutta forata in deriva e indi a tre

miglia sommersa; il presidio dei ridotti in precipitosa ritirata, il

ponte distrutto; quindici galèe, tre navi grosse, e molte minori

sottomesse; duemila morti, tremila prigioni: perdita di soli quaranta

collegati[83].

Così terminossi in una giornata d'inverno la guerra di Ferrara per

battaglia anfibia in terra e in acqua, fluviale e marina; donde Giulio

seppe cavare gran frutto a beneficio degli stessi Veneziani, e riuscì

finalmente a diffinire la intricata e strana questione della libertà del

mare. Per questo mi sono fermato sul Po, e mi ci trattengo ancora infino

a compiuto racconto, spettatore del marzial trionfo dei Ferraresi e del

Duca. Di che Lodovico Ariosto, quantunque assente in quel giorno

correndo per le poste ambasciatore straordinario del Duca a chiedere i

soccorsi di Roma, ci ha lasciato ricordo nel classico poema, dove canta

le glorie della sua patria innanzi all'istesso sovrano, cui dirige il

discorso[84]. Procedevano a remo sul fiume otto galèe, prescelte tra le

meno guaste, colle armi in mostra, e le bandiere nemiche in forma di

trofeo: seguivano appresso i barconi del ponte disfatto, tutti pieni di

prigionieri disarmati, e attorno fuste e brigantini di guardia colle

milizie vittoriose. Il duca Alfonso vestito di tutt'arme, e sopravi lo

strascico della clamide sovrana, sfoggiava dalla poppa della galèa dei

Marcelli; e il cardinale Ippolito modestamente sopra una barchetta

ordinaria, senza intromettersi negli onori della vittoria, dimostrava

coi fatti di cederla tutta al fratello. Le trombe squillavano marziali

armonie, e l'artiglieria rinforzava il concerto della pubblica esultanza

vivamente espressa dalle altissime acclamazioni dei popoli accalcati

sulle due ripe, o concorrenti appresso ai vincitori sopra burchi, scafe,

gondole, battelli, lancioni, caicchi, sandali, schifi, in somma sopra

palischermi d'ogni maniera.

Ritorno volontieri alla voce Palischermo, perchè mi credo onorato di

parlare e di scrivere la lingua di Dante e di Colombo, anzichè accattare

stranezze dalla Senna e dall'Ebro. I documenti del secolo decimoterzo, i

classici, i giurisperiti, i viaggiatori, l'Ariosto, il Pulci, il Botta,

il Carena, tutti ripetono Palischermo: tanto che se v'ha nella lingua

d'Italia tecnico vocabolo di marineria da ogni uomo ricevuto, gli è

proprio desso. Bel termine e vivo nella nostra lingua soltanto; la quale

ci conserva, specialmente nelle cose del mare, le originali tradizioni

dei Pelasghi. Secondo le radici arcaiche esprime la pluralità degli

scalmi (πολύς σχαλμός); e secondo le italiche esprime pala e

scalmo, cioè remo e caviglia. In somma risponde al supremo concetto di

genere universale, tanto necessario nel discorso ordinato e diffinitivo:

e comprende con una sola voce ogni maniera di piccoli legni assegnati

principalmente a camminare coi remi, e a non dilungarsi troppo dal lido

o dai navili grandi, pel servigio dei quali sono fatti e condotti. Sotto

questo supremo genere entrano i subalterni, come dire palischermi

marini, lacustri, e fluviali; e le diverse specie da caccia, da pesca,

da lavori idraulici; e le diverse qualità di lusso, di salvamento, di

milizia, con tutti i loro nomi particolari e distinti, come altrove ho

notato, perchè si vegga la ricchezza e proprietà della marinaresca

nomenclatura italiana, onde siam francati dalla miseria e dalla vergogna

di accattare altrove[85]. Mi hanno risposto dicendo, che oggidì i

marinari non costumano più la voce Palischermo; e in vece usano dire

_Imbarcazione_. Grammercè di tali novelle, Signore, chiunque tu sii

ostinato a stravolgere le voci con manifesto neologismo, e servile

imitazione straniera, in senso non mai conosciuto dai nostri scrittori

accreditati. Fa senno, vieni alla prova, rimetti in onore i termini

nostrani; e presto presto vedrai i marinari averli più cari e ripeterli

meglio che non le stranezze puntellate dall'abuso. Tutti sanno

facilmente acconciarsi al bene, anche nel parlare: e gli stessi marinari

ne forniscono luminosa prova, dismessa alla buon'ora tutta una congerie

di vociacce, come tutti sappiamo. Essi han lasciato in specie il barbaro

_Canotto_; tu in genere di' altrettanto della stravolta _Imbarcazione_,

e vivi contento[86].

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 39 / 177 题