[74] JULIVS PP. II, classem adversus Turcas paraturus, Anconitanis
mandat ut sumptibus Sedis Apostolicæ sex triremes construant. ARCH. MUN.
ANCON. — COD. VATICANO, n. 8046. — SCHEDE BORGIANE in Propaganda. —
SARACINI, _Storie di Ancona_, lo accenna senza pubblicarlo, 301.
«_Dilectis filiis antianis et consiliariis civitatis nostræ Anconæ. —
Julius II, Dilecti filii salutem, etc. — Quando id quod semper optavimus
et quæsivimus Dei benignitate est factum ut Reges et Principes
christiani, sublato omnis discordiæ fomite, in mutuam pacem
concordiamque convenirent, spesque major quam antheac unquam affluxerit
valida expeditione contra perfidos Turchos et alios christiani nominis
hostes arma sumendi, nosque ad tam sanctum et necessarium opus, opere et
exemplo reliquos anteire velimus, et propterea statuerimus validam
classem parare, sciamusque civitatem nostram istam peculiarem et
dilectissimam opportunissimam esse triremibus fabricandis; idcirco sex
triremes apud vos fieri volumus, quarum curam vos suscipere debeatis. Et
trium ex sex triremium hujusmodi gubernationem et patronatum dilectis
filiis Gabrieli de Bonarellis equiti, et Galeatio de Fanellis, el
Melchiori Aquerio, oratoribus apud nos vestris, nam ii nobis peridonei
visi sunt, motu proprio demandavimus. Hortamur igitur vos charitate
paterna ut fabricandis hujusmodi triremibus exactissimam curam et
diligentiam adhibeatis. Nos enim pro fabrica dictarum triremium vobis
satisfieri curabimus; et insuper ut triremes ipsæ celeriter confici
possint, pro incisione lignorum pro dicta fabrica facienda per dilectum
filium Nicolaum Calcaneum istius provinciæ nostræ thesaurarium summam
quingentorum ducatorum auri ad præsens vobis persolvendam volumus et
mandamus. Dilectisque filiis, comunitatibus et hominibus Montis sancti,
Sancti Elpidii, Civitenovæ, et castri Ficardi, terrarum nostrarum,
expresse præcipiendo mandamus quatenus vobis et commissariis vestris in
earum territoriis et districtu ligna, quæ fabricandis hujusmodi
triremibus necessaria fuerint, cedere et inde asportare benigne
permittant, omni excusatione et contradictione cessante._»
«_Datum Romæ apud S. Petrum sub anulo Piscatoris, die XV januarii, MDIX.
Pont. Nost. Ann. VI. — Sigismondus._»
[75] Questi è il celebre Sigismondo de' Conti da Foligno, segretario di
Giulio II, ritratto da Raffaello nel notissimo dipinto della Madonna di
detta città, e autore dei _Commentari storici_ del suo tempo, come ho
notato nella mia _Storia del Medio èvo_, II, 426.
[76] ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE cit., Medio èvo, I, 403: «_Fabbricasi
la galea, se vi si attende con diligenza.... in giorni sessanta, havendo
però tutto il legname pronto.... benchè dichino che il principe Doria ne
fece fare una in ventisette giorni._»
[77] Archivio ut sup.: «_Dilectis filiis etc. Intelleximus non solum a
dilecto filio Galeatio Fanello, concive et oratore vestro, quem pluries
et vidimus et audivimus libenter, sed etiam a ven. fratre Antonio
archiepo Sipontino, Cameræ Aplcæ generali auditore, qui proximis diebus
isthic fuit, quo in statu esset fabrica iam murorum istius nostræ
civitatis, quam triremium quæ apud vos jussu nostro construuntur:
fuerunt nobis gratissima omnia quæ illi retulerunt, et vestram in
omnibus diligentiam et studium probamus atque laudamus. Verum quia parum
esset rem aliquam strenue cœpisse, nisi illa pari diligentia
perficeretur et perduceretur ad optatum exitum, de eadem diligentia et
sedulitate vestra confisi committimus vobis ut dictas triremes de
oportunis omnibus remis, ancoris, velis, antennis, arboribus,
armamentis, et aliis rebus necessariis ad navigandum ea qua fieri
poterit majori celeritate, et quo minori potest sumptu provideatis; ita
ut cum necesse fuerit nihil obstet quo minus illis uti possimus. Nos
providebimus de pecuniis ad id necessariis; et interim ut ea comodius
exequi possitis scripsimus dilecto filio istius provinciæ nostræ
Thesaurario ut solvat statim vobis ducatorum auri de Camera mille pro
parte sumptus dictarum triremium, successiveque benigne præbebimus
reliqua necessaria._»
«_Datum Romæ apud S. Petrum, sub anulo Piscatoris die IV decembris,
MDIX. Pont. Nri. Anno VII. — Sigismundus._»
[Giugno 1509.]
V. — Mentre questi armamenti si facevano con gran pressa in Ancona,
altrettanto rapide correvano le spedizioni da Roma e da Civitavecchia,
come portava l'accesso di Giulio alla lega di Cambrè; e l'impetuosa
indole di lui, che avrebbe voluto ogni cosa pensata e fatta a un tempo
solo. Tutto verso Romagna e verso Lombardia, dove squillavano già da più
parti le trombe contro Venezia. Massimiliano imperatore voleva togliersi
dal viso la vergogna della cacciata poc'anzi sofferta, e contava unire
all'imperio il Friuli, Verona, Treviso, Vicenza, e Padova: Lodovico di
Francia consentiva con lui per annettere al Milanese Crema, Cremona,
Brescia, e Bergamo; Ferrante spagnuolo per riscuotere Brindisi, Trani,
Otranto, e Monopoli; il duca di Savoja per ottenere il reame di Cipro;
il Papa per ricuperare Ravenna, Cervia, Faenza, e Rimini; i Fiorentini
per assicurarsi il dominio di Pisa; e il duca di Ferrara per arrotondare
i suoi confini d'Oltrepò. La congrega di tanti competitori, con
intendimenti così diversi, non poteva durare più d'un anno; e i
Veneziani facevano assegnamento sulla rivalità dei nemici per
sostenersi: non così però che nel primo impeto della guerra, concorrendo
da ogni parte tanta gente contro di loro soli, non perdessero a un
tratto quasi tutto lo stato di terraferma.
Io non seguirò l'esercito di Francia alla battaglia della Ghiaradadda,
nè le schiere imperiali dentro Padova, nè le bande roveresche intorno a
Ravenna; perchè non devo torcere lo sguardo dai navigli e dalle acque
dell'Adriatico e del Tirreno, dove in quest'anno occorrono due fatti
assai diversi presso al Tevere di Roma, e sul Po di Ferrara. Comincio
dal primo.
[Agosto 1509.]
I Barbareschi tra le nostre discordie e le continue guerre intestine
crescevano d'arte e di ardire; e non trovando contrasto, venivano da
padroni sulle riviere d'Italia. L'anno precedente avevano saccheggiato
la Liguria, menando preda di sostanze e di schiavi da ogni parte,
specialmente dal Diano, grossa terra di quella riviera, dove gli
abitanti collo stormo dei paesi vicini erano a pena riusciti a
sollecitare la ritirata dei nemici, senza poterne ricuperare nè roba nè
persona[78]. In quest'anno i medesimi pirati, come i nomadi dell'Africa
che mutano cogli armenti le pasture dopo aver consumato le erbe dei
prati, finchè non siano ricresciute, facevano accolta di rapina sulle
maremme di Toscana e di Roma, avventurandosi sino alla foce del Tevere
presso Ostia. Erano colà alla guardia due galèe del Biassa, tutte
fiacche e dimesse per aver mandato le migliori fanterie al campo di
Ravenna, e però esposte a perdita quasi necessaria. Non mi richiedete il
numero dei nemici, nè l'arte del mostrarsi in pochi, nè gli agguati dei
molti, nè il combattimento dei sorpresi: i contemporanei non toccano i
particolari di questo fatto; ed io vorrei ignorarlo, e presso che non
dissi cancellare ogni memoria delle due galere. Vi basti questo: una
fuggita, e l'altra presa[79].
Così i Romani impararono a calcare le vie di Algeri rasati, scalzi, e
incatenati: così i pirati, che avevano già raccolto nell'Africa le
bandiere delle altre nazioni, e dei monarchi maggiori della cristianità,
poterono ridurre a compimento l'araldica collezione degli stemmi,
aggiugnendo a suo luogo anche la bandiera papale. Dove mi bisogna notare
che, sopra cencinquanta e più legni nemici in questi sessant'anni della
guerra piratica presi dai nostri marini e dalla loro brigata, ne abbiamo
perduti solamente sei. La galèa del Biassa nel mare di Ostia, la
capitana del Vettori l'anno diciotto nel canal di Piombino, la sensile
del Divizi il trentotto alla Prèvesa, e la generalizia colle due
conserve dell'Orsino il sessanta alle Gerbe. Della prima e dell'ultime
due, mai più novella: in somma tre perdute per sempre, e tre ricuperate.
Quella del Vettori dopo un anno rimenata a Civitavecchia da Andrea
Doria, quella del Divizi ripresa alla Capraja da Gentil Virginio dopo
tre anni, e la generalizia dell'Orsini riconquistata dopo undici anni
per mano di Ruggero degli Oddi alla battaglia di Lepanto.