NOTE:

[67] PARIS DE GRASSIS, _Diar. Cærem._, Mss. Bibliot. Casanat., XX, III,

3, 4, 5. Tom. primo, ad diem XVIII octobris, MDV: «_SSmus D. N. ivit....

ad Civitatem veterem et Ostiam, tandem hodie decimaoctava octobris, quæ

est dies sancti Lucæ, rediit ad Urbem per flumen Tyberis usque ad s.

Paulum, ubi discendens ex navi obviaverunt ei duo reverendissimi domini

Cardinales._»

IDEM, Mense augusti et novembris MDVII.

IDEM, Mense decembris, die XVII, MDVIII.

[68] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cærem._, MSS. _Itinerarium_, S. D. N.,

_Julii_, Pp. II, anno. MDVI. — BIBL. CASANAT., XX, III, 4: «_De

positione primarii lapidis in arce bononien. per Legatum, Papa præsente.

Die XX februarii MDVII, sabati, mane; hora XVI, Papa æquitavit ad locum

Arcis fiendæ.... Cardinalis sancti Vitalis legatus cum magna populi

turba, viso horologio solari.... Lapidem primum benedixit et posuit._»

ARCHIVIO SECR. VAT., _Memorie di artisti_, estratte da ALBERTO ZAHN, e

inserite nell'_Arch. St. It._, ann. 1867, VI, i, 180: «_Die XXIX

decembris, Magistro Bramanti architectori, S. D. N. pro expensis per eum

cum suis sociis factis et faciendis Bononiæ et in reditu ad Urbem._»

VASARI, ed. Le Monnier, VII, 133: «_Andò Bramante ne' servizi di Giulio

II a Bologna, quando ella tornò alla Chiesa.... Fece molti disegni di

piante e di edifizi...._» 139: «_Lasciò suo domestico ed amico Giulian

Leno, che molto valse nelle fabbriche de' suoi tempi._»

[69] VASARI, ed. Le Monnier, _Vita di Giuliano ed Antonio da Sangallo_,

VII, 219; X, 15.

[1507.]

III. — Assettate le cose di Bologna e di Perugia, tornossene Giulio in

Roma ai ventisei di marzo del 1507, col pensiero di andare oltre

nell'assunto, e di ritogliere ai Veneziani Ravenna, Cervia, Rimini e

Faenza: le prime due già da molto tempo perdute, e le altre cascate di

mano a Cesare Borgia nella ultima catastrofe. Perciò dovette entrare in

molti maneggi, e trattati, e spedizioni, e guerre; nelle quali lo

servirono i migliori ingegneri di quella e di ogni altra età, come

Bramante, Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, Andrea da Sansovino;

ed i capitani più eccellenti, come Marcantonio Colonna seniore,

Francesco M. della Rovere, Alfonso da Este, Lodovico Pico, Francesco da

Gonzaga, Giovanni Sassatelli, Raniero della Sassetta, Lucio Malvezzi, e

Renzo da Ceri. Forte e sicuro dell'appoggio e delle opere di tali

uomini, si dette a trattare la famosa lega di Cambrè, secondo le

particolari vedute sue.

[Dicembre 1508.]

E, come se non avesse altri pensieri pel capo, s'imbarcò a Ripa sul

bucintoro[70], e se ne andò a Civitavecchia, dove voleva murare una

buona fortezza per la difesa del porto e della città[71]. Pose esso

stesso colle sue mani la prima pietra addì quattordici dicembre del

1508, che fu principio a quel nobile edificio militare, disegnato da

Bramante, che tuttavia si ammira, e del quale farò altrove più largo

discorso.

Fra i grandi personaggi, che in quella occasione seguirono il Papa in

Civitavecchia, vuolsi annoverare Giorgio Pisani ambasciatore di Venezia,

il quale aveva dal Senato pressantissime commissioni di por mente a

tutto ciò che potesse nella romana curia succedere, di tener l'occhio ai

maneggi, di chiarire i sospetti, e di conseguire l'investitura delle

quattro città controverse. Ed egli spiando diligentemente ogni luogo ed

ogni tempo opportuno per venire a capo di negozio tanto difficile,

finalmente un giorno, che tutti colà vedevano Giulio col capitano da

Biassa e cogli altri ufficiali delle galèe scendere in terra del

consueto bucintoro bellissimo e della passeggiata intorno al porto ed

alla prossima marina sommamente lieto, non si lasciò fuggire

l'opportunità; ed entrò apertamente nel discorso di Romagna, sperando in

quella larghezza di cuore trovare la via per giugnere all'intento[72].

Quando precipitò la casa Borgia, e il duca Valentino in un giorno perse

lo stato, i Veneziani avevano tolto dalle mani di costui Rimini e

Faenza: e volendone mantenere l'acquisto, supplicavano Giulio che, come

già da Cardinale aveva consigliato il Senato a liberare quelle città dal

crudelissimo tiranno, così da Pontefice permettesse loro di ritenerle

agli stessi patti di feudo e di vicariato, con che il Borgia le aveva

tenute. Nel qual discorso, e col medesimo esempio dell'istesso Borgia,

contrapponendo Giulio alla caducità di piccolo principe la tenace

fermezza di potente repubblica; e quindi la facilità di ricuperare una

volta dall'uno, e la malagevolezza di riavere mai nulla dagli altri;

conchiudeva non poter acconsentire alla domanda. Ma al tempo stesso

(toccando pur di altre differenze occorrenti tra Roma e Venezia,

specialmente intorno a Ravenna, a Cervia, ed alla libertà del mare) si

lasciò andare a promettere la concessione di Faenza e di Rimini in feudo

a quel gentiluomo veneziano cui volesse il Senato presentarle; tanto che

la repubblica potesse di fatto avere quelle città; e la romana Chiesa

almeno in apparenza non perderle. Tutto inutile: Giorgio, dicendo non

esser costume della veneta repubblica far principi i suoi cittadini,

rifiutò l'offerta, e non fece motto di ciò nè al Senato nè al collega

Giovanni Badoaro, restatosi infermo per quei giorni in Roma. Così per

negligenza dell'ambasciatore in un punto di tanta importanza si trovò

Venezia a un pelo dal precipizio: e gli uomini ebbero da apprendere come

uno stato pieno di ricchezza e di riputazione, dopo essere per dieci

secoli sempre cresciuto di potenza e di dominio, poteva in un sol giorno

essere quasi totalmente rovinato. Proprio allora gli alleati di Cambrè

pubblicavano i capitoli e le convenzioni di quasi tutta l'Europa contro

Venezia[73].

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1 · 第 35 / 177 题