[46] SANUDO, _Diarî citati_, mss. alla Marciana, IV, p. 108,109: _«Li
Janissari si arresero, ma i Asapi non vollero; e per questo tutti fece
tagliar a pezzi, e apichar.»_
ANONYMO, _Histoire de Pierre d'Aubusson grand Maître des chevaliers de
Rhodes_, mss. Casanat., X, VIII, 30, p. 463, 465.
PETRUS JUSTINIANUS, _Historia Venet._, lib. X, in-fol. Argentina, 1611,
p. 211.
GABRIELIS MAURI, _Oratio in funere Benedicti Pisauri ad Ducem senatumque
Reipub. Venetæ_, ext. ap. LUNIG, _Orationes procerum Europæ_, in-12.
Lipsia, 1713, p. 182.
CICOGNA, _Iscrizioni Veneziane_, in-4. 1830, III, 269. Sulla tomba di
Benedetto Pesaro: _«Leucade . Expugnata . Aichio . Sævissimo . Pirata .
Interfecto.»_
DE HAMMER cit., X, 444.
[47] MALIPIERO, _Annali Veneti_ cit., VII, ii, 624.
PARDESSUS, _Collection des Lois maritimes de tous les peuples_, V, 70,
72, etc.
P. A. G., _Marcantonio Colonna_, p. 197.
[48] GIACOPO PESARO, commissario sull'armata del Sommo Pontefice, al
Rev.mo signor cardinale di sant'Adriano legato dell'armata cristiana in
Oriente contro i Turchi. — Lettera data dall'isola di Santamaura nella
galera capitana del Sommo Pontefice ai 15 settembre 1502. — BOSIO cit.,
II, 561.
[49] Questi è il _Prejeant de Bidoux_, del quale si è detto alla nota
41, e vedi l'Indice pel resto: chè nei fatti di Santamaura non fece
altro che una breve comparsa.
[50] Qui dal contesto si intende pirati, come torna alla p. 49.
[Ottobre 1502.]
XV. — Non mi crederei di avere pienamente soddisfatto al mio debito, se
pei fatti ora narrati, e pei documenti prodotti non venissi alle
conseguenze, onde il magisterio della storia discende alla pratica
utilità. Però devo segnalare la tattica dei nostri antichi marini: i
quali senza gran fatto smarrirsi nelle astruserie dell'analisi, come
oggi dicono della scienza, risolvevano a colpo sicuro i più ardui
problemi della milizia navale, e non fallivano alla meta.
Eccoli pigliare guerra offensiva contro i Turchi sul mare; e primamente
volgere tutte le forze contro l'armata nemica per isbrattarla dal campo,
senza pensare sul principio nè ad isole nè a castelli. Questa è
semplicissima teoria, e di gran momento: tuttochè non sempre osservata
da altri. Col nemico vicino e grosso, le isole non si pigliano; ma in
quella vece si toccano le busse a doppio tra terra e mare: essendo
impossibile tentare piazza ben difesa e non patire avaria nell'armamento
e perdita nella gente, intanto che il navilio del nemico resta intatto,
e può sempre a suo vantaggio piombare improvvisamente e opprimerti
lacero e stanco.
Dunque gli antichi coi fatti e colle parole dicevano: prima di tutto
cerca l'armata nemica, e sfidala a battaglia. Se accetta, devi contare
di averla vinta, posto che tu imprenda a ragione guerra offensiva con
forze sufficienti. Se il nemico non accetta, suo peggio: chè dovrà
tenersi vituperato agli occhi propri ed altrui, con quell'effetto morale
di abbattimento, che pareggia e talvolta supera una disfatta. Nell'uno e
nell'altro caso ti rendi padrone del campo. Così nel fatto presente i
Veneziani fin dal principio della guerra avevano costretto l'armata
turchesca a sgombrare dallo Jonio, ed a ritirarsi dietro alle guardie
dei Dardanelli. Quindi divenuti padroni del mare potevano a scelta
tentare l'espugnazione di questo o di quel castello o isola, che loro
tornasse meglio, senza temere altro impaccio.
Sopraggiunta l'armata romana al Cerigo nel mese di luglio, i capitani
alleati appuntano tra tutte la piazza di Santamaura, la cui importanza
ancor si mantiene, come una delle chiavi dell'Adriatico e dello Jonio; e
dove tutti i dominatori, fino al primo Napoleone e al ultimo Palmerston,
han tenuto l'occhio e il presidio. Gli alleati formano due divisioni di
tutta l'armata, perchè non si può altrimenti circuire la piazza: ma
vanno spediti e convergenti allo stesso punto; corrono co' venti
medesimi a un tempo verso borea sulle due parallele; gli uni di dentro
per le coste orientali, gli altri di fuori per le occidentali; e
spargono da ogni parte lo sgomento nel cuore del presidio. Ben possono
andar sicuri, tanto congiunti che divisi, perchè non v'ha armata nemica
appresso per attaccarli a ritaglio.
Il nostro Commissario entra improvvisamente nel canale, procede serrato
in battaglia con ordine di fronte, secondo l'uso perpetuo dei legni
militari muniti di rostro e di artiglierie sulla testa: dico artiglierie
d'ogni genere, antiche o moderne, da corda o da fuoco. Alla vista delle
galeotte piratiche, egli non dispiega le file, nè si perde in giravolte
e ritortole (come altri farebbe, incaponito nel metodo eccezionale dei
vascelli a vela); ma dritto ed abbrivato corre a investire: con che
obbliga il nemico alla fuga, e piglia sulla spiaggia tutto il suo
navilio. Nè qui si arresta: anzi procede oltre allo scopo principale,
rompe le comunicazioni tra il continente e l'isola, occupa il ponte, si
alloggia nel borgo, investe dalla sua parte la piazza; e appostatosi dì
prua in terra colle artiglierie di quattro galèe, impedisce ogni
movimento dei nemici, e ricaccia sempre indietro le migliaja dei cavalli
e dei fanti che cercano rompere le linee dell'assedio. Dove è da notare
il gran vantaggio delle batterie navali per la difesa dei passi in
litorale aperto o di piano inclinato; perchè esse possono incrociare i
fuochi e spazzare da ogni parte la campagna, senza correre pericolo di
essere prese d'assalto, come non di raro avviene alle batterie, tuttochè
ben difese, sulle colline.
Dall'altra parte la prima divisione corre coi venti del secondo
quadrante fino all'altura della piazza, indi orza a raso, e non
potendosi prolungare contro vento, tanto da presso archeggia, che alla
prima brezza favorevole della notte mette in terra le genti e le
artiglierie, munisce le trincere, apre la breccia, e in pochi giorni
costringe alla resa il castello, e piglia tutta l'isola. Effetti sicuri
di cause ordinate, quando è posto l'uomo certo alla cosa certa, e quando
ciascuno fa a dovere la parte sua.
XVI. — Venendo ai capitoli, voglionsi distinguere le condizioni diverse
del presidio: altri i patti convenienti ai giannizzeri ed alle milizie
regolari; altri i patti ai pirati, contuttochè chiamati corsari. Dove
torna acconcio notare la enormità del confondere queste due voci,
capitalmente diverse, quantunque date per identiche, e diffinite l'una
per l'altra anche dalla Crusca, e dai seguaci. Non tutti i naviganti
sono corsari, nè tutti i corsari sono pirati: convengono nel genere
rimoto del correre; chè naviganti, pirati, e corsari tutti corrono sul
mare; ma si distinguono per le diverse ragioni de' corsi loro: e le
differenze si hanno a cavare non tanto dalle scritture private dei
letterati, quanto dalle sentenze dei pubblicisti e della giurisprudenza
marittima, cominciando dal classico Consolato del mare. Corsaro
propriamente dicesi Colui, che, quantunque privata persona, nondimeno
(autorizzato con lettere patenti dal suo governo) comanda un bastimento
armato, e corre il mare contro i nemici del paese, in tempo di guerra, a
suo rischio e guadagno. Per estensione dicesi pur corsaro o corsale il
bastimento e l'equipaggio. Essi portano la bandiera nazionale, sono
soggetti alle leggi dello stato, hanno tribunali che ne giudicano i
fatti e le prede: devono essere rispettati dai neutri, possono
rifugiarsi nei loro porti; vincitori o vinti godono sul mare le medesime
guarentigie che il diritto di natura e delle genti accorda ai comandanti
e persone dei corpi franchi in terra. Al contrario i pirati si
pareggiano in tutto cogli assassini: Compagnia di ribaldi senza altra
legge che il libito, uniti insieme per rubare sul mare, senza bandiera,
o vero con bandiere bugiarde, senza rispetto di pace o di tregua, senza
patenti, senza tribunali: pubblici nemici di tutti, peste e flagello dei
mari.
Or di che tempra fossero quei cotali delle dodici galeotte e del
castello, si fa manifesto dalle forche, assegnate non a tutti i
prigionieri, ma a loro soltanto; perchè essi soli in ogni tempo, o di
guerra o di pace o di tregua, rubavano e infestavano i mari per mestiero
e pertinace costume ladronesco. Erano dunque veri pirati, e non corsari.
Per tali gli ebbero i giannizzeri, che nella difesa li provarono
riottosi; par tali i vincitori che, avutili prigioni, li fecero a pezzi;
per tali, senza equivoci, gli avranno i miei lettori.
XVII. — Presa l'isola, si pensa subito a mantenere e a fortificare il
castello della capitale: perciò un distaccamento di quindici galere,
come dire buon numero di gente ai lavori; di ufficiali a dirigerli, di
ciurme ad eseguirli, di soldati a difenderli. Duolmi non trovare nome di
ingegnere; perchè essendo già da cinque lustri inventata la nuova
maniera di fortificare, ed oltre alle due scuole del Sangallo e del
Martini surta pur la scuola mista con Basilio e con Leonardo, come
altrove ho detto e dirò, doveva naturalmente svolgersi l'arte medesima
nella guerra viva, nell'assedio e nella difesa delle piazze, e nei loro
risarcimenti. Indi si potrebbe forse dimostrare che le opere a cantoni
di nuova maniera, le teste del ponte, e i tre rivellini fiancheggiati
intorno al vecchio castello, tanto dalla parte dell'isola, che di
terraferma, come si vedono delineati nelle carte del cinquecento e del
seicento[51], sono stati primamente imbastiti di terra e di fascine nel
1502 dagli ingegneri che le armate di Venezia e di Roma in quel tempo
non lasciavano mai di aver con loro in qualsivoglia spedizione. Dovevano
probabilmente essere tra i Veneziani gli allievi Urbinati del Martini,
dell'Amoroso, di Ciro; perchè il Senato dalla Romagna e dalla Marca
traeva il nervo delle sue fanterie; e già sentivano della nuova maniera
i primi Savorgnani, Girolamo Genga, e quel Basilio della Scola che era
stato sopra l'artiglieria di Carlo VIII e dei Signori veneziani, e aveva
poco anzi fatto modelli di fortezza in nuova forma[52]. Tra le genti di
Roma dovevano essere ingegneri della scuola Sangallesca; perchè in quel
tempo di tanta ricchezza e concorrenza di maestri si raunava in Roma
attorno al Valentino per amore o per forza il fiore dei grandi artisti,
come Antonio Giamberti, Leonardo da Vinci e i loro seguaci; per opera
dei quali in questi tempi avevano a rafforzarsi con opera di nuova
maniera il castello di Santangelo, le rocche di Nettuno e di
Civitacastellana, e le due fortezze di Bologna e di Perugia. Qualcuno
degli allievi di cotesti maestri deve aver diretto i nuovi lavori a
Santamaura. Fia bene averlo notato per quei riscontri che col tempo e
con altri documenti potranno venirci innanzi.
Finalmente dal contesto e dalle esplicite dichiarazioni del nostro
Commissario, secondo la lettera diretta al Grammaestro, apertamente si
rileva come tutti allora volevano dare al Turco e ai pirati; e come pur
tutti si scusavano di non poterlo fare. Niuno taceva la necessità di
spegnere l'incendio, questi lo diceva a quello, e ciascuno ne lasciava
il carico all'altro. Il mondo sempre a un modo: ostacoli, impotenze, e
scuse non mancano mai a chi ne cerca; e la buona volontà sempre di
mezzo. Che dubbi? Tutti hanno ragione. E per tanta sovrabbondanza di
ragioni in ogni tempo sono cresciuti, durano e dureranno i disordini.