[45] RAYNALDUS cit., 1502, n. 21.
PETRI BEMBI, _Rerum venetarum historiæ_, lib. VI, in-4. Venezia, 1718,
p. 212.
GUICCIARDINI, _Storia d'Italia_, in-fol. Venezia, 1738, p. 404.
BOSIO cit., II, 561.
DE HAMMER, _Storia dell'impero osmano_, versione ital., in-16. Venezia,
Antonelli, 1828, VII, 135: _«La flotta papale di venti galere, e la
veneziana assediarono e conquistarono S. Maura.... Gli storici osmani
passano perfino sotto silenzio la detta conquista.»_ Però anche il De
Hammer procede confuso colle persone, coi luoghi e co' tempi, cose
d'altronde chiarissime pei documenti che qui si citano.
[29 agosto 1502.]
XIII. — Il Generale dei Veneziani, che doveva dall'opposta banda
consentire all'assalto improvviso, giunse coi venti australi in capo
all'isola, fino alle piagge dei Pineti; ma non potè orzare tanto da
accostarsi alla piazza: però in tutto quel giorno fu costretto tenersi
largo sulle volte. Ma la dimane, favorito dalla brezza notturna, sbarcò
la fanteria con alcuni pezzi di grosso calibro, e prese a battere in
breccia il castello. Quindi da ogni parte più e più vigorosa
l'oppugnazione. Quei di dentro, quattrocento assappi, cento giannizzeri,
e duemila terrazzani, quasi tutti pirati, disperatamente rispondevano
all'urto e alle percosse sempre più incalzanti dei Cristiani. E dalla
parte dell'Epiro, affacciatosi il soccorso di mille cavalli con qualche
nervo di fanti, spediti dal governatore di terraferma, furono talmente
più volte frustati e rifrustati a metraglia dalle quattro galere romane,
che gran ventura ebbero di potersi salvare con disperatissima fuga, e di
non farsi più rivedere alla testa del ponte.
Questa cacciata abbassò l'orgoglio del presidio, composto di gente
riottosa e discorde. I quali vedendo di non potersi a lungo sostenere, e
sfiduciati omai del soccorso, dopo sette giorni di batteria, e già
aperta la breccia, uscirono tumultuariamente sulla porta per trattare la
capitolazione: chiedevano salva la vita e le sostanze di tutti,
dappoichè la piazza e il castello più salvare non potevano. Nondimeno in
quella che i capitani delle due parti dibattevano la forma dei capitoli,
volendo specialmente il Generale veneziano ricevere a giusti patti i
soldati regolari del presidio, e lasciare fuori della legge a sua
discrezione i pirati; costoro, infelloniti quasi più contro i compagni
che contro i nemici, presero ad altercare, mostrandosi pronti ad ogni
eccesso. Pensate le milizie borgiane e marcoline se potevano tollerare
in sul viso minacce e millanterie di pirati! Al primo lampo
d'indignazione sprizzato dalla mano d'un fante incollerito, tutti gli
altri dettero dentro, sforzarono il passo, ed ebbero di presente la
terra e il castello. Così addì ventinove d'agosto venne in poter dei
Cristiani la fortezza di Santamaura, dove il nostro Commissario
scioglieva le catene a gran numero d'infelici pugliesi, siciliani e
calabresi che gemevano in dura schiavitù; e il Generale veneziano di
presente faceva appiccare ai merli per la gola o tagliare a pezzi i più
tristi pirati di quel luogo; tra i quali l'istesso Camalì Aichio, detto
dai Turchi Kamàl-raìs[46]. Tal sia del primo.
[15 Settembre 1502.]
XIV. — Jacopo il commissario, scrivendo al cardinal Legato in Rodi,
narra distesamente questi successi: e perchè nella lettera si contengono
particolari importanti alla marineria, io non posso nè devo lasciare di
riprodurla qui per esteso, come si legge nelle colonne del Bosio:
avvertendo però che Sopraccomito era il titolo che si dava al comandante
di un naviglio, quando non si diceva Capitano se non di squadra, o di
armata. I Veneziani, più d'ogni altro tenaci, ne hanno mantenuto l'uso,
anche nel secolo decimosesto. La voce è formata da Comito, primo
ufficiale della marinaresca, e da Sopra in significato di eccellenza,
come dire superiore degli ufficiali e genti di una galèa o nave. La voce
Ammiraglio, derivata dall'arabo _Al-Emir_, principe dell'armata navale,
fecesi nostrana al tempo delle Crociate, colle varianti di Almirante,
Almiraglio, ed Armiraglio, che si leggono nei secoli decimoterzo e
decimoquarto: ma nel decimosesto niuno dei grandi in Italia ha avuto
questo titolo, nè anche Andrea Doria; e il grado supremo esprimevasi col
dire Capitan generale. Anzi in Venezia la voce Ammiraglio era venuta
tanto giù da non significare altro se non il primo Nostromo dell'armata,
o del porto, dell'arsenale[47]. Ecco la lettera[48]:
«Reverendissimo ecc. Hier sera che fu a' quattordici del presente
ritornò Francesco Cintio anconitano sopraccomito a salvamento con la
galera pontificia, e bacio le mani alla S. V. R.ma de' favori e delle
cortesie usategli. V. S. è prudentissima et haverà molto bene compreso
quanto grande sia il buon animo di Sua Santità, e quanto ella sia stata
defraudata delle speranze, delle promesse, e della fede datale dalli
potentati cristiani, che unitamente contro le cose turchesche intervenir
dovevano. Questo procede, Reverendissimo Signore, dalle differenze nate
tra loro, onde non può la Santità Sua adempiere ciò che a V. S. R.ma
significato haveva, in far concorrere et intervenire i potentati
suddetti, e tutti i fedeli popoli cristiani a questa santa speditione.
Ma poichè contro ogni speranza restano le cose dei Cristiani così fredde
et addormentate, come V. S. R.ma può molto bene comprendere; e che Sua
Beatitudine resta con infinito dispiacere e rammarico di non poter
adempire l'ardentissimo suo desiderio in reprimere le forze di questi
cani turchi, non vedo io in ciò altro rimedio che pregare la divina
clemenza, alla quale ogni creatura è sottoposta, che si degni illuminare
le menti e muovere i cuori dei Principi cristiani.
»Delle galèe apostoliche io non ne ho ricevute se non tredici; e siamo
già si può dire nel verno: nè tengo speranza alcuna delle altre che
mancano al compimento delle venti. Le tredici sono stipendiate solamente
per quattro mesi, che spirano per tutto ottobre; nè a me sarebbe lecito
preterire i limiti et il termine statuitomi da Sua Santità, senza altro
suo espresso comandamento.
»L'armata di Francia non è venuta: e si crede che, per le differenze
nate tra lui et il re di Spagna per conto del regno di Napoli, non verrà
altrimenti. Le quattro galere del capitan Prejanni francese[49] sono
partite tredici giorni sono da Santamaura, per andare al soccorso del re
di Francia; essendosi il detto Capitano partito subito che intese che i
Francesi erano in arme contro Spagnoli nel detto regno di Napoli.
»L'armata veneziana, ed io con essa, fummo ai ventitrè del passato a
Santamaura, nido di corsali turchi[50], che facevano mille danni: e con
l'ajuto di Dio ai ventinove del medesimo pigliammo la terra et il
castello con seicento Turchi, e molte femine et fanciulli. Il magnifico
Generale fece tagliare a pezzi i corsali, facendo prigioni i giannizzeri
ed altri soldati. Abbiamo liberati molti Cristiani schiavi.
»Questa felice vittoria in gran parte attribuir si deve all'armata
apostolica, la quale era dalla banda dove erano più di mille cavalli
turchi ben armati con buon numero d'infanteria turchesca, che più volte
tentarono di soccorrere Santamaura; e con le nostre artiglierie
pontificie glielo abbiamo proibito, con morte di molti di loro.
»E perchè il magnifico Generale ha risoluto di fortificare il castello
di Santamaura, non si potrà assentare di qua; anzi sarà necessario (dopo
che avrà fatto le debite provvisioni), che lasci qui da quindici galere
per ajutare la fabbrica e la fortificatione. Onde V. S. R.ma può
considerare che egli rimarrà con poche galere: e conseguentemente la S.
V. R.ma resta defraudata delle promesse e della fede datale, e della
speranza di vedere unite insieme e di comandare alle galere del Papa,
del re di Francia, e di questa repubblica veneziana. Oltrechè noi non
siamo in tale stato da fare l'onorata et utile impresa, alla quale V. S.
R.ma proposto havea di condurci. Resta solamente che Ella si degni
accettare il mio buon animo; e che mi favorisca di farne fede alla
Santità di Nostro Signore con sue lettere.
«Dall'isola di Santamaura, nella galera capitana del Sommo Pontefice, a'
15 settembre 1502. — Giacopo da Pesaro, Com.º»