Noi diffatti, abbiamo letto una volta, che «_l'oro è un vano tesoro,

qual viene se'n va_». Non possiamo dirvi l'autore del proverbio,

perchè non lo ricordiamo più. Possiamo garantirvi, del resto, che quel

proverbio non l'ha fatto un banchiere.....

Ad uno, ad uno, siccome i rami di una vecchia quercia, sparivano i più

cari amici di Alfredo. Presto anche le sue sorelle, andranno a

Catania, spose a due ricchi industriali, gente onesta e di felicità

promettente, per cui fra poco, Alfredo sarà solo al mondo col suo fido

Lord appena, che sendo anch'esso già vecchio, potrebbe andarsene

all'asilo dei suoi colleghi trapassati..... dove non si mangiano più

salami. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

PARTE TERZA

CAPITOLO VI.

«I sogni della notte sono imagini del dí guaste e corrotte»¹

¹ Cioè false e confuse.

Per sette anni non interrotti (un quid delle piaghe d'Egitto) Alfredo

ha sognato, ogni notte, di Violetta. Un fatto nuovo e tanto strano, da

potersi chiamare memorabile nella storia d'amore. Ed un'altra

stranezza avveniva perocchè quando Alfredo era povero davvero, sognava

spesso di essere ricco, mentre ora che, da qualche tempo, era divenuto

realmente ricco, sognava intorno a fatti che accadevano soltanto e

precisamente in circostanze della assoluta antica sua povertà, siccome

dimostreremo qui appresso. Sciogliete voi lettori questo quesito, chè

io non lo posso. Alfredo inoltre ci narrava un giorno, che dopo molti

anni dal suo volontariato del 1859, balzava ancora di frequente dal

letto udendo spaventato la precisa sveglia, onde non incorrere in pene

disciplinari.

Era quello tra i fatti che gli avevano prodotta molta impressione. E

di diversi altri fatti spiacevoli ha continuato per anni a sognare

Alfredo, rivedendo cose, luoghi, persone identiche, e sentendone

ancora in sogno, doglianza, pel motivo che quei fatti, contro sua

riluttanza, li vedea riprodotti perfettamente. Terribili impressioni

conficcatesi una volta profondamente nei ventricoli, od in alcun

ventricolo del suo cervello delicato, e rinnovantesi, a norma della

loro mobilità od elasticità¹.

¹ Avere il cervello fatto a orioli.

Tecnicamente, potrebbe essere un granchio, ma discorrendo secondo la

effettiva sensazione provata e spiegata da Alfredo, non si potrebbe in

altra maniera risolvere il problema. Perciò non crediamo sufficente la

denominazione semplice di _fenomeni nervosi_. Più giusta forse, ma

meno chiara ai profani. Per quanto riflette poi il sognare sempre di

Violetta, lo si potrebbe spiegare nel senso, che se Alfredo pensava a

lei tutto il giorno, era più facile che ne sognasse la notte. Ed ecco

la ragione dell'abitudine di Alfredo di coricarsi presto la sera,

volendo egli affrettare quel piacere, non calcolando bene poi, che il

sollecitato piacere, potea mutarsi, come spesso, in dolore, o per

disinganni fantastici, o per la fantastica indifferenza della sognata

amante.

E se il nostro buon amico, mezzo poeta e mezzo pittore, colle frangie

del violoncello, dovesse vivere a lungo, cosa problematica, noi

potremmo giurare che egli farebbe i medesimi sogni, _usque ad secula

seculorum_, amen. Era notorio, in quell'epoca, siccome il cappellano

Don Barnaba Pancetti, saputo alcunchè intorno ai sogni di Alfredo,

facesse delle brutte smorfie, nel sospetto che si trattasse di

gravissime colpe sulla di lui coscienza. Si aggiungeva poi dalla

cronaca, come lo stesso Don Barnaba, mentre Alfredo era diventato

molto ricco, tentasse di intervenire per la pace dell'anima sua. Ma

sentendosi dire da Alfredo, che la propria coscienza la sentiva

perfettamente libera da ogni peso, il Reverendo, sebbene di poca

voglia, rinunciava al progetto e conchiudeva sentenziando: Sarà una

semplice emicrania dunque!(Bravo).

Si potrebbe inoltre pronosticare, che Alfredo, in onta ai suoi

quindici milioni e forse più, beccati al cugino in secondo grado,

(buona pasta), potrebbe morire anche di fame, con meraviglia di tutti,

ed alla guisa del povero Conte Ugolino, ma colla variante, che Ugolino

morì di fame per forza, ed Alfredo morrebbe di fame per amore. Digiuno

forzato e digiuno spontaneo.

«Poscia più che il dolor potè il digiuno»

(DANTE, _Infer. Canto 33.º_).

E giacchè siamo sul discorso della morte, noi crediamo che la peggiore

sia quella che si vede venire lentamente, lentamente, presso il

capezzale, durante gli ultimi mesi dei nostri fisici e morali

patimenti!..... Non sarebbe migliore la morte più veloce ancora del

treno lampo? In tal modo si annoierebbe nessuno, compreso il malato.

Maddalena però, la sorella maggiore di Elisa, nostre conoscenti, non

la pensava come noi. Essa avrebbe desiderato un preavviso, poniamo di

un anno, onde potere in termine utile, prepararsi alla buona

morte..... Ogni testa ha il proprio modo di pensare. Tot capita tot

sententia.....

Se non che accortici, di esserci allontanati troppo dall'argomento dei

sogni, per l'incorreggibile vizio del correre troppo innanzi a

similitudine di Lord, ritorniamo al posto.

I sogni pertanto alcune volte sono belli, ma più di frequente brutti.

I pochi belli, per la loro semplicità e naturalezza, per l'assenza di

tutti i riguardi o convenzionalità sociali, o di tutti i pregiudizi,

sono affini ai costumi dell'età dell'oro, età che pare, non voglia più

ritornare. I molti brutti sono l'effetto di moleste cause o fisiche o

morali, o delle une e delle altre insieme, sendo una medesima cosa, a

quanto sentenziano i materialisti. L'inquietudine, per esempio, ed

altre nevralgie, prodotte generalmente dai visceri più nobili,

cervello e cuore, (indivisibili siccome Oreste e Pilade) sono la

cagione di brutti sogni. E sebbene rarissime volte, pure alcuni bei

sogni possono realizzarsi, siccome già avvenne ed abbiamo constatato

nel nostro romanzo. La famiglia Blandis divenne ricca, molto ricca, ma

Alfredo non seppe profittarne come molti altri avrebbero certamente

fatto. Figuratevi che egli non aveva voluto procurarsi, nè una livrea,

nè una carrozza, nè un palazzo, perchè sosteneva che colle prime si

umilierebbe il nostro simile, colla seconda si potrebbe ribaltare, e

nel terzo si potrebbe smarrire la tramontana. Faceva delle carità

tratto tratto, ma alla sordina, cioè senza articoli sui giornali, dava

delle grosse mancie ai camerieri avventizi, che poi ne ridevano, e

quanto al suo pranzo, era meschinello come una volta, trovando inutile

ogni sontuosità, a chi mangiava quasi niente. Egli si nutriva a

preferenza de' suoi soliti sospiri. Il suo intimo Cirillo, anche poco

prima di restar vittima delle traditrici onde marittime, ripeteva ad

Alfredo di stare allegro, di mangiare e bere, siccome costuma la

maggioranza dei mortali; ma quegli tosto sentenziava; «_Si mangia per

vivere, e non si vive per mangiare_». E perchè poi, osserviamo noi,

conservava Lord? Allora Cirillo, quasi indispettito esclamava:«_Tu sei

un monumento di ingenuità_!.....

Ora mi piglia vaghezza di comunicarvi uno stranissimo sogno di

Alfredo, fatto mentre non era che un semplice disperato pittore, ed

intendiamoci bene, quel sogno riguardava sempre la ritrosa Dea

Violetta dal sorriso incantevole.....

Trattavasi, in detto sogno, di una soirée in casa Giacinto. Dal

domicilio di Alfredo alla borgata di Violetta, eravi la distanza di

circa sei chilometri. Perciò essendo d'inverno, colle strade orrende e

di sera, oltre al tempo piovigginoso, si dovea per la decenza

dell'abito, andarvi in carrozza. Egli naturalmente deve procurarsi una

vettura da nolo. Fatica inutile. Vetture da nolo nel suo paese, in

detta sera, nessuna.

Sempre la jettatura, anche nei sogni. Intanto il tempo camminava

lesto. L'ora è ormai trascorsa. Alfredo è costretto di andarvi a piedi

e forse senza ombrello, perchè lo aveva smarrito in altra occasione.

Egli corre quanto un levriere, egli vorrebbe arrivare in tempo, (non

dopo, come sappiamo, avea fatto una volta Cirillo) là dove, il suo

cuore lo trascina. A mezza via trova e sale su di un biroccio tirato

da un perfido mulo, che tosto sferra calci tremendi, e poi rinculando,

lo ribalta nel fossato non una ma tre volte, da cui Alfredo sorte

bensì illeso, rispetto al corpo, ma tutto molle e lacero negli abiti,

in modo da farlo somigliare ad un accattone cronico, piuttostochè ad

un virtuoso di violoncello. Non si dà vinto però il disgraziato

pittore, egli pensa sempre a Violetta, ed arde di potere in breve,

colla espressione del suo elevato spirito, suonare la prediletta

romanza _Declina il sol morente_, accompagnata da Violetta

egregiamente colla sua arpa. Ahimè! egli giunge in ritardo assai. Vede

la Dea de' suoi pensieri, colà fra cento invitati, distratta, muta e

sì indifferente verso di lui, da annichilirlo. Sembrava che fossersi

allora veduti per la prima volta, anzi peggio, nemmeno il saluto,

nemmeno un'occhiata.

L'arpa non si vede, il violoncello, che stava da tempo colà deposto, è

a terra fatto in pezzi. Chi l'avrà conciato così? Alfredo,

interpretando quella freddezza, siccome effetto del suo

compassionevole abbigliamento, si ritira in un angolo oscuro della

vicina anticamera, per farvi un po' di toilette; un botolo ringhioso

gliela vuole impedire, nè egli arriva mai a mettersi le scarpe. Per

soprappiù in quella cameretta, oh! meraviglia, gli nevica sul capo

scoperto e in un attimo divenuto calvo. Una impazienza, una

inquietudine, un'ira che a parole non si ponno descrivere. La folla

degli invitati esce coll'ombrello aperto (nevicasse forse anche nella

sala?) passa dinnanzi a lui in atto di scherno. Viene ultimo lo smilzo

e lungo Commendatore, il quale si pianta dinnanzi ad Alfredo con

mefistofelico ghigno, gli invola una scarpa, fugge, e mentre Alfredo

fa per rincorrerlo, scompare a guisa di un fuoco fatuo. Ma Alfredo lo

vuol trovare ancora, vola alla porta d'uscita, munito di un martello

che toglie dal buco della stufa e.... vedi maledizione! nel posto

preciso della porta di strada, si erge una muraglia fabbricatavi pochi

istanti prima. Col martello abbatte il muro, e si trova all'aperto,

giacchè se quel muro indugiava un istante a cadere, egli soffocava.

Alfredo è già in piazza, ha però vergogna di quel suo stato pezzente,

ripara all'osteria, coll'insegna di S. Giuseppe (che è sopra la buona

morte). Ivi lo stalliere, col volto di scimmia, gli rattoppa con dello

spago sgarbatamente i pantaloni a brandelli, cui prima voleva in dono,

e gli lava colla sua scopa le sanguinanti graffiature delle mani.

Intanto si presenta una brutta vecchia, colla lanterna puzzolente per

cattivo olio.

Invita Alfredo all'alloggio, che ahimè, era un pozzo, ove egli, quasi

fosse una pagliuzza, è gettato a capo in giù da quella megera. Per

buona sorte, il contatto dell'acqua gelata sul fondo del pozzo, fece

svegliare il misero innamorato, chè probabilmente, se l'affare

continuava di quel passo, avrebbe finito alla guisa dell'infelice, fu

Ministro Prina.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E quando l'amico Cirillo, sul principio del funesto viaggio di mare,

che vi ho già descritto, sentì narrarsi da Alfredo, l'incredibile

sogno, non potè ristarsi dall'esclamare: Siamo in tre, mio dolcissimo

amico, tu cerchi lei e lei cerca un altro, cosa certa e facile a

comprendersi. Perfino i sogni, o mio eccellente illuso, te lo cantano

in _fa minore_. Piuttosto che essere, come sei, meglio era, fossi tu

morto prima di nascere. Ma il povero Cirillo, prezioso consigliere di

Alfredo, andò poco dopo per jattura d'entrambi, ad affogare nell'acqua

salsa, avendo tentato di salvare Alfredo e Zaira.

Qualunque contraria esperienza, qualsiasi potenza sovrumana, non

avrebbe cambiato mai l'ideale di Alfredo, siccome già in principio di

questo libro, noi dubitammo. Egli, all'incontro sperava sempre; oggi o

domani, od alla fine del mondo, Alfredo volea provare un istante di

felicità coll'adorata Violetta. . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il nostro cocciuto idealista, oltre alla pittura, aveva qualche

nozione di classicismo, nello studio del quale, si trovano qua e colà

dei saggi insegnamenti sul modo di vivere. Probabilmente dunque avrà

trovato anche il proverbio:

«Bacco, tabacco e Venere

Riducon l'uomo in cenere.»

Bacco ubbriaca, tabacco avvelena, Venere riduce in cenere, noi lo

interpretiamo così, perciò v'ha un raggio di speranza ancora, in prò

del nostro pericolante Alfredo, perocchè se egli beveva e fumava poco,

avrà anche economizzato di Venere, per la forza del destino.

Concludiamo, che Alfredo potrà vivere lungamente, anche senza

felicità.

Lui aveva scartabellato anche alcuni libri di poesia, ed era rimasto

impressionato assai alla nota ottava dell'Ariosto, canto II.º

dell'_Orlando_, da noi trascritta nel Capitolo XI.º della Parte Prima.

Quei versi inoltre, dovea rammentarsi, come avessero impressionato

pure la bella Zaira, ma ad onta di tutto quanto sopra, Alfredo non

sapeva persuadersene e così non poteva aver pace nemmeno dormendo.

Onde aver pace, converrà pertanto, in primo luogo, credere pochissimo

o niente a qualsiasi specie di sogni, in secondo luogo liberarsi

energicamente (potendolo) dalle passioni dell'amore e della gelosia,

che sono, come già dichiarammo, i principali ladri della umana

tranquillità. Peggio ancora, se quei due ladri fossero perseguiti

dagli altri due ladri, ambizione ed avarizia. E se mai a tutti loro si

accompagnasse anche l'invidia «_vita mortal tutta d'invidia piena_»¹

allora avremmo una tremenda associazione di malfattori. Ebbene, il

credereste? dopo cento prediche già fatte in proposito, al nostro

Alfredo onde guarirlo, egli ci rispondeva: _che l'uomo senza passioni

è paragonabile ad un bue grasso_.

¹ Ariosto.

La donna non è il sesso debole, almeno in linea morale, la donna è

dovunque: «_Surtout cherchè la femme_.» La donna, siccome il tempo, fa

a modo suo, e l'uomo o presto o tardi piega il capo.

Bada, caro scrittore, di non fare la fine di S. Stefano!

PARTE TERZA

CAPITOLO VII.

Come tutto va a finire in questa valle del pianto . . . . .

Il filosofo di Ginevra, l'uomo della Natura, Rousseau, disse: _che la

morte non è per l'uomo, se non l'oblio dei tempi compiuti e degli

avvenimenti trascorsi_. Non è colla morte pertanto, che tutto finisca,

perocchè gli uomini onesti, di cuore, d'ingegno, ponno sopravvivere

lungamente fra l'umanità, ma potrebbe essere coll'oblio delle cose

belle e delle persone amate--«ogni affetto dal cor cancella il

tempo»--«La morte è la tomba del corpo, l'oblio la tomba del cuore . .

. . . . Difatti, l'uomo, ad onta della sua presunzione di

sentimentalità, sente della sua materia, ed ha bisogno quindi di

abitudine, di continuità, di positivismo, altrimenti dimentica.

E' questo l'emblema della sua debolezza, ed è per ventura, il germe

conservatore della sua prosperità fisica, perchè l'uomo ha bisogno

anche di vita materiale per sè e per gli altri. In una parola ha

bisogno di pace. Questo è l'egoismo necessario concesso dalla

Provvidenza all'uomo. Senza di questo tutti gli uomini si

ucciderebbero, o morrebbero di languore. «Cosa bella e mortal ben poco

dura.» L'oblio può inoltre derivare da sofferta ingratitudine o da

immeritati disinganni. Ma viene il tempo in aiuto, quale rimedio

efficace, e salva l'uomo.

Quanti cambiamenti, quante evoluzioni, deviazioni, novità, produce il

trascorrere dei giorni, dei mesi, degli anni! Quante scoperte produce

il tempo, di persone e di cose! Quanti velami fa cadere il tempo!....

Quante forti amicizie mutate in indifferenza od in rancore: e dal

rancore e dall'indifferenza il ritorno alle assiduità alle simpatie.

L'uomo fra gli altri suoi istinti annovera anche il _variata placent_!

Se le evoluzioni, le deviazioni, le novità prodotte dal tempo, sono

l'effetto non sempre di umana leggerezza, ma sibbene delle comuni

circostanze della vita. Il crescere dell'età, per esempio, una nuova

famiglia, nuovi bisogni, doveri, affetti, interessi. Ma consogliamoci,

perocchè nè la mente, nè il cuore, nè la terra, invecchiano mai. Non è

che l'infermità gravissima, la imbecillità cronica che rendono l'uomo

smemorato e decrepito. Il resto dell'umanità giovane o vecchia ma

sana, può vivere ancora confortevolmente, basta che su di essa piova

ancora la rugiada morale, vivificatrice. E sopratutto bisogna

assuefarsi a due cose, alle sventure ed alle ingiurie dei tempo.

Pertanto non è assoluto, che tutto, tutto vada quaggiù a finire colla

morte o coll'oblio.

Dio ha dato all'uomo la mente, che invecchia più tardi del suo corpo;

il cuore che può sentire ardentemente anche dopo lunga età e fino agli

estremi della vita; la terra che ogni anno riproduce mercè le cure

dell'agricoltore. Dio ha concesso all'uomo l'intelletto, il quale,

quando sia nudrito dallo studio, può eternare coi libri la sua

ricordanza e le migliori gesta degli uomini, fra cui sono riprodotti

tanto gli episodi di gioventù, co' suoi errori, come le esperienze

della maturità, co' suoi rimedi. Dio infine ha dato all'uomo l'amore,

che se spontaneo, profondo, generoso, non si estinguerà mai.

Il divino poeta che sapea dell'amore di Paolo e Francesca, cognati, li

dipinge ancora stretti insieme dopo morte nella bolgia desolata dei

lussuriosi, ma non combusti dal fuoco divoratore. Nel suo poema quel

grande pensatore, li ha collocati spietatamente all'Inferno. Forse per

accontentare i pregiudizi clero-tirannici di quella remota epoca, ma

noi scommetteremmo, che Dante, se fosse vissuto più tardi, li avrebbe

tolti, pentito, dall'Inferno, per metterli in sede più confacente, da

loro guadagnata per il grande amore. Essi, in ogni ipotesi, non

sarebbero stati colpevoli che di un solo bacio tremante non sulla

fronte, ma sulla bocca, come cosa naturalissima. Essi furono due

perfetti idealisti.

Nel suo Canto V. dell'_Inferno_, Dante interroga Francesca così:

«Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri

A che e come concedette amore.

Che conosceste i dubbiosi desiri?...

ed egli stesso quantunque marito e padre di sette figli, ricorda, nel

suo Paradiso scritto all'età di 56 anni, il suo amore per Beatrice,

sorto nella prima giovinezza, l'amore degli angeli.

Al Canto 31. del _Paradiso_, il grande Poeta, scrive le due terzine

seguenti:

«E se riguardi su nel terzo giro

Del sommo grado, tu la rivedrai

Nel trono che i suoi merti le sortiro.»

e più avanti

«O Donna in cui la mia speranza vige

E che soffristi per la mia salute

In Inferno lasciar le tue vestigie»

Dunque il Poeta amava immensamente Beatrice, anche quando non poteva

farlo; egli l'ha collocata in Paradiso quando estinta, e l'ha fatta

andare dal Paradiso all'Inferno, perchè insegnassegli la sicura via.

Alfredo pure, ad imitazione di Dante, ed al pari di lui colpito dalla

terribile corrente magnetica, augurerà morendo, il Paradiso alla sua

amatissima Violetta, ed il Limbo, ai trionfatori del di lei amore,

onde godersi alquanto almeno, della loro separazione.

Ora diteci voi amabili lettori e lettrici, se questa non sia la Valle

del pianto?

PARTE TERZA

CAPITOLO VIII.

Il vuoto dell'anima

Cos'è mai questo vuoto dell'anima? Noi non possiamo nè vorremmo fare

qui, un trattato di psicologia, capace a favorire il sonno anche dei

nevralgici. Ci limiteremo pertanto a discorrere così alla buona, come

si usa fra profani.

Il vuoto dell'anima, dunque, secondo alcuni, sarebbe sinonimo del caos

dello spirito. Secondo altri una sensazione di scoraggiamento, che

assomigli al freddo del ghiaccio, e taluno infine propenderebbe a

ritenere quel vuoto, la nessuna sensazione.

Ma se accascia, ma se uccide lentamente le anime più sensitive, come

non credere che il vuoto dell'anima non produca, all'incontro, una

latente dolorosa sensazione, non chiaramente definibile?

Se non che, onde escire il meno malconci da questo gineprajo, diremo

che il vuoto dell'anima può significare la totale assenza del fine per

cui è stata creata la nostra esistenza morale. E con diversa frase, il

disinganno assoluto dei più santi e caldi affetti. Il vuoto

dell'anima, in ogni caso, sarebbe peggiore della morte, la quale è lo

stato di piena insensibilità.

Una parte della Società, d'ogni epoca, pe' suoi fini speciali, e

qualche volta in buona fede, nè mai convinta di fare il male, ha

cercato, con sforzi erculei, di deviare la creatura umana dal naturale

scopo della vita, creando caste eunuche, tarpando le ali della libertà

e del pensiero e modificando le istintive pulsazioni del cuore, senza

però ottenerne concreti effetti, ma solo enti bastardi. Sempre

inoltre, a detrimento del loro originario benessere.

Gli uomini sono nati per seguire i loro ideali, e la proibizione o

limitazione dello scopo unico della loro creazione, in cui c'entra la

Provvidenza, sono una vera e propria deturpazione della creatura

umana. Il vuoto dell'anima, infine, può essere prodotto dal caso, o

dalla volontà dei soggetti che possono crearlo. Per buona ventura

anche il vuoto dell'anima, deve per legge universale, durare più o

meno lungamente, secondo l'indole degli individui colpiti, essendo il

tempo, la panacèa di tutti i mali. Basterà per qualcuno che nasca un

nuovo oggettivo, atto a riempire o surrogare il così detto vuoto, ed

allora, per chi avrà resistito alla morte fisica, la guarigione non è

improbabile.

Sarà dunque facile anche per il nostro Alfredo detta guarigione? Noi

non possiamo rendersene garanti, perocchè degli esseri sceltissimi,

atti a riempire il vuoto dell'anima sua, non ne sorgono a dozzine e ad

ogni momento.

Non si comprende come l'uomo possa vivere, nel continuo completo

isolamento. Noi crediamo che sia un lento veleno del corpo, col

risultato dell'ebetismo della mente, da distinguersi dalla solitudine

temporanea talvolta necessaria e gradita.

Eppure il misero Alfredo, per effetto del vuoto nella sua anima,

viveva ormai a guisa di un anacoreta, trascurando affatto o quasi le

prime esigenze fisiche, e ricevendo in casa sua ed a malincuore,

soltanto i famigliari. Egli non aveva più i genitori, perchè morti, nè

le dilette sorelle, perchè da pochi giorni maritate entrambe e ben

lontano, non senza aver versato calde lagrime per l'abbandono

dell'amato fratello. Verrai presto a trovarci a Catania, caro Alfredo,

e vi ti fermerai con noi molto tempo, dissero, piangendo nel partire,

Maddalena ed Elisa.

Accade spesso, quando la dote è vistosa, che le fanciulle affrettino

l'addio al tetto paterno e la conseguente amarezza dei congiunti. In

ogni fatto umano, vi ha la sua compensazione.

A vantaggio delle fanciulle povere, le quali si maritano più tardi in

causa della loro povertà, viene rinviato il pianto loro e quello dei

più affezionati parenti.

Avesse avuto Alfredo almeno moglie e figli, ma nulla di ciò. I suoi

diletti Cirillo, Zaira, Jon, morti. Gli scarsi amici del paese di

residenza, quasi sempre assenti o preoccupati dei loro rispettivi

interessi. Non rimanevagli che il fedele Lord, il cane da caccia

intelligente, ma anche lui, da tempo era melanconico, per la tristezza

ed immobilità del padrone; tanto è vero che non rubava più salami.

Alfredo non aveva mai voluto servi stabili, perchè.... instabili. La

sua provvisoria factotum, era la vecchia portinaia Geltrude e, e la di

lei nipotina Benedetta d'anni dodici, abbastanza disinvolta e loquace,

avrebbe fatto da segretario intimo. Ora diteci voi, lettori, qual

sorta di esistenza trascinasse Alfredo? Egli, come si disse altra

volta, non volea saperne di cavalli, di carrozze, di gabinetti, di

salotti. Anche il suo vestire sempre alla buona. Non aveva comperato

mai, nemmeno il cappello a cilindro, importante in talune occasioni.

Ma ditemi ora, perchè non si parla più del pennello, della musica e di

libri di poesia preferiti? Non potevano essi sostituirsi al suo

infelice amore, e rendergli così possibile la vita? Ohimè, l'antica

florida salute se n'era ita, in causa dell'atonia prodottagli dalle

pene morali ed Alfredo non aveva più nè la volontà, nè la forza di

consolarsi con quei passatempi alla pluralità graditissimi.

I ladri della pace · 第 10 / 12 段