Finita in breve la modesta colazione, Alfredo disse a sua sorella

Elisa. Tu dovresti farmi il piacere, perchè sono stanco del leggere e

poi voglio fare la mia solita fumata nella pipa, liberamente, a

sciorinarmi qualcuna ancora delle tredici lettere che trovansi nel

panierino della mia camera, ove depongo al solito, la corrispondenza;

và e ritorna subito. Elisa compiacque tosto il fratello e ritornò

colle lettere di cui sopra. Avutele sottomano prima Alfredo, egli ne

ripone due in tasca, di soprascritta a lui nota, e non senza turbarsi

lievemente, consegna le altre undici ad Elisa, la quale apertane una o

caso, legge come segue;

_Egregio Sig. Cav. Alfredo Blandis_

Dal Peloponneso Settembre 18..

«Ho sentito parlare della Signoria Vostra, con molto favore, e mi

duole di non conoscerla ancora di persona, locchè spero avverrà

presto, per intenderci meglio su certi punti delicati. Il Deputato del

nostro Collegio Professore Fortunati, come saprete dai giornali, è

morto ier l'altro, dopo lunga e dolorosa malattia di Spinite lenta,

tremenda, contratta, non si sa dove e come. Era nostro buon amico,

dotta ed egregia persona, ed ha sempre per vostra norma, militato fra

i conservatori. Presto certamente, sarà indetta la surrogazione, ed io

che avrei qui, non faccio per dire, bastante influenza, mi sarei

proposto di raccomandarla quale candidato. La riescita, quasi sicura,

pel motivo che un altro solo, un rossissimo, gli starebbe a

competitore. Credo che la S. V. abbia passata l'età legale, e perciò

se è disposto me lo dichiari con telegramma, a risposta pagata, ed al

più presto. Già s'intende, che per taluni Elettori, occorrerà un

_beveraggio_. Ora con perfetta stima, mi rassegno della Signoria

Vostra Illustrissima

Sempre devotissimo

MARCANTONIO MESCOLI, _industriale_.

Elisa depose la lettera, con sussiego, sul tavolino, dichiarando che

quella era molto ben scritta. Alfredo non pronunciò verbo e sorrise.

Io accetterei d'avvero, soggiunse la sorella, perchè si possono ivi

esporre francamente le proprie opinioni.

Ma che vai dicendo mai pazzerella, esclamò Alfredo. Io non saprei che

recitare il canto V.º dell'Inferno di Dante, perciò, concediamo che

riesca invece il cosidetto rossissimo; egli farà da guarda-freno.

Figurati se colassù vorebbero sentire di poesia e d'amore. Telegrafa

tosto al Sig. Mescoli, due semplicissime parole, e senza risposta

pagata; declino offerta.... ora leggine un altra. Era d'un vecchio

amico, compaesano di Alfredo; esso si raccomandava per il posto di

maggiordomo presso di lui, trovandosi in angustie economiche, senza

sua colpa.

Venga pure, venga pure, quando vuole, gli risponderai tu Elisa, non

però quale servitore, bensì quale amico, e resti con noi infin che

vive. Io lo conosco bene, è un galantuomo, perseguitato, perchè non

seppe mai dissimulare. Servo non lo voglio, perchè sarebbe costretto,

onde conservarsi il pane, a darmi sempre ragione, anche quando avessi

torto.¹ Ora ti ringrazio Elisa e smetti di leggere le altre lettere,

dovendo io per un'affare urgente di cui non mi risovveniva, ritornare

nel mio studiolo (si dubita che volesse leggere le due lettere

riposte poco prima!). Però, converrà esaurire l'incarico per le

restanti, non volendo io far mucchio, che ad ogni arrivo di posta

aumenterebbe di certo. Così continuano i vantaggi della grande

ricchezza!

¹ «In che consiste l'adulazione? Nel tacere ai grandi ed ai

ricchi, i loro difetti onde non perderne il favore.»

(Trascrizione da un libro, di cui non si ricorda l'autore).

Ma non appena entrato nello studio, Alfredo aperse la prima lettera di

nota scrittura e lesse:... (dunque non avevamo torto di dubitare).

_Signor Alfredo carissimo,_

Dal Trasimeno, Settembre 18...

Dopo lungo pensare, ho finalmente compreso, siccome io abbia sempre

mancato di confidenza in Voi, uomo leale, ed oggi sebbene troppo

tardi, ne faccio ammenda, chiedendovene perdono....... Vi confesserò

che in passato io diffidai del vostro carattere spregiudicato, molte

volte con franchezza da Voi stesso espostomi.... Ebbi torto. Mi

maritai, cedendo al bisogno di quiete ed alle volontà per me

imperiose.... Non vi dirò se ora sia felice. Io sono però tranquilla e

vivo giorno per giorno siccome tante altre mie simili. Credo che Dio

mi voglia concedere quanto prima le dolcezze della maternità, ed

allora certamente sarò più lieta. Accetto il dono fattomi gentilmente,

a quanto seppi da mio marito, ma vi giuro che questo violoncello, lo

suonerà nessun altro, ed in caso che io più non vi riveda, resterà

accanto alla mia arpa siccome due vecchi amici. Non dubito della

vostra prudenza e discrezione, già sperimentate. Conservate la

presente e non dimenticate

_L'amica Vostra_

VIOLETTA.

Alfredo, riportò profonda impressione per questa inattesa lettera, ma

vieppiù per le frasi in essa dettate, senza dubbio da un cuore buono,

e comprese inoltre che Violetta era mesta mesta in quel giorno, forse

per effetto patologico.

Ora a quest'altra, pure di carattere noto e non discaro.

_Mio buon amico_

Vienna, fine Settembre 18..

Sebbene io mi trovi da parecchio tempo in questa stupenda città, pel

ritiro di alcuni capitali del defunto mio marito, pure non vi ho

dimenticato ad onta dei vostri voli aerei. Manzoni diceva che: _una

delle più grandi consolazioni di questa vita, è l'amicizia_. Anzi fra

pochi giorni conto vedervi in Roma, e comunicarvi anche a voce, il mio

progetto seguente: Io, come sapete, sono sola al mondo, col mio

vecchio servo meticcio Jon. Se io, pertanto vi chiedessi di vivere

semplicemente, e senza alcun diritto, insieme alla vostra famigliuola,

mi direste di no? Io non lo credo perchè siete tanto buono.

Attenderò a Trieste al mio domicilio che voi conoscete, una riga che

mi palesi la via e la casa in Roma dove abitate, per potervi poi

telegrafare il giorno e l'ora precisi del mio arrivo in codesta

Stazione ferroviaria. Ricordatemi intanto alle vostre sorelle che

desidero conoscere presto, ed a voi una forte stretta di mano dalla

_aff. vostra_ ZAIRA.

Se in quel momento fosse stato presente quel biricchino di Cirillo,

avrebbe detto certamente: Eccolo fra due fuochi di bengala, il primo

lo seduce, il secondo non gli è discaro. Ma Cirillo non v'era ed

Alfredo, se ne inquietava assai, amandolo sempre vicino, quale il suo

miglior consigliere. L'ho chiamato da Napoli tre volte, sclamò, ma

lui, dice, che vuol finire il suo Narciso statua commessagli da un

ricco inglese. Probabilmente un altro originale. Narciso..... mi pare

di aver letto nella mitologia che morì specchiandosi nella fonte,

quando riconobbe sè stesso bellissimo e perciò di sè medesimo

innamorato. Sarà dunque un quid del _nosce te ipsum_ dei remoti

filosofi. E vada al diavolo anche la sua statua.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

A questo punto la portinaia, l'unico cameriere promiscuo di Alfredo,

reca ridendo una lettera; una sola, oggi, dice, miracolo. Meglio,

sorse a dire Alfredo, che così potrò rispondere alle precedenti di

maggiore impegno. Vediamola dunque, anche questa unica lettera:

_Gentile Signor Alfredo,_

Da Montecarlo, fine Settembre 18...

Stanco ormai di logorare la vita e la borsa, bazzicando in questi

paraggi, conto passare un paio di settimane alla nostra Capitale, e se

voi me lo permettete, verrò a visitarvi, quando sappia il vostro

domicilio.... Io farò ricapito al Caffè Grande di Piazza Colonna, ove

fanno da Camerieri le Kellnerin. Conto arrivare Venerdì sera... Vi

ricordate del nostro duello stravagante, risolto tanto soavemente?

D'allora voi mi siete diventato simpaticissimo e per questo vorrei

berne un bicchiere insieme.

Tanti rispetti alle signorine.

_Vostro_ C. ARINGA.

E Cirillo, avrebbe soggiunto, se fosse stato presente anche a

quest'ultima lettera. Eccolo ora fra tre fuochi. La pelle è in

pericolo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Se non chè, in questo momento (pare che non la finisca più) entra

nello studio di Alfredo, un fattorino del telegrafo. Che c'è di nuovo

disse un po' seccato Alfredo e lesse: _Alfredo. Partito Cuneo,

arrivato qui ora. Compagnia distinta operette, quattro prime donne

assolute, giovani, dieci coriste, uomini sette, brava gente, io

Direzione. Ti aspetto trattoria Ramolaccini stassera ore 9. Ceneremo

compagnia tutti. Bacio. Tuo_ Golasecca.

Alfredo, fu contento di questo telegramma perchè il Sig. Golasecca

egregio bevitore eragli stato un buon amico a Torino, sempre allegro

ed un po' matto. Vi andrò, disse, senza fallo, dopo la nostra cenetta,

e sarò felice di pagar da cena a quelle ventidue persone di provato

appetito e di sicura giocondità. Comincio a comprendere, sebben tardi,

che col denaro si possono avere delle curiose soddisfazioni, e si

possono acquistare qua e colà simpatie ed importanza. Fra noi artisti

poi, si va presto d'accordo.

Quanto al Commendatore, vo' preparargli un ricordo in brillanti, senza

punto lesinare sulla spesa, perchè mi preme che egli faccia un po' di

chiasso fra le sue conoscenze....

PARTE TERZA

CAPITOLO III.

Uno zigaro che ha costato L. 3250

Lasciata più in fretta che potè l'allegra compagnia comica nella

Trattoria Ramolaccini e pagatosi con bella spontaneità il conto,

dall'invitato pittore milionario, in L. 320 per causa delle parecchie

bottiglie di Champagne ingollate più dalle prime donne assolute che

dagli uomini, Alfredo, che amava ritirarsi per tempo senza coriste,

camminò sollecito verso casa, in Trastevere. Erano circa le undici di

notte.

Giunto presso Castel S. Angelo, sentì voglia di uno zigaro. Entrò

pertanto in un botteghino di privative, ove trovavansi tre popolani,

seduti presso il banco a discorrere colla venditrice piuttosto

piacente. La loro bibita era acquavite. Quella tabaccaia scelse, con

premura lo zigaro ad Alfredo, ed egli ringraziò colla frase: _molto

gentile la signorina_! Ma l'uno dei tre, sia perchè avesse visto

Alfredo in altra occasione, sia perchè fosse geloso, lo guardava

fisso, e con fare provocante. Alfredo notò quel contegno, e nervoso

per indole, gli rivolse queste parole: Ha forse qualche cosa a dirmi

il Signore? L'interrogato risponde: Io faccio come mi piace (parlava

il dialetto d'oltre Tevere). Ed io interrogo quando mi piace, Alfredo

di rimando, soggiunse. L'altro, che era probabilmente alticcio, grido:

Tira dritto moscardino, qui non è stallaccio pe' vo' forastieri, e sì

dicendo, con in pugno l'indispensabile scanna-castrati, insegna

coll'altra mano, la porta ad Alfredo. Questi allora dallo sdegno

accecato, manda una furiosa puntata del suo bastone, al petto del

prepotente, che va rovescioni sul banco. In un attimo sono in piedi

gli altri due coi coltelli, la donna strilla. Alfredo spinta e rotta

l'invetriata si invola all'aperto colla lestezza della lepre (il

vantaggio del numero e le armi bianche incutono sempre rispetto) ma,

sia per la furia, sia per la nebbia, sia pel rivolgersi indietro,

siccome di chi è davvicino inseguito e non lo fu, sia infine, per un

mucchio inavvertito di pozzolana, lungo la riva del fiume, Alfredo

scivola nel Tevere. Così piglia nuotando un freschissimo bagno fino

alla opposta riva. Per fortuna il malcapitato pittore, non incontrò

pattuglie, e tutto finiva asciugandosi nel suo tepido letto. La

famiglia non se ne accorse tosto, ma seppe del fatto ii giorno dopo,

da Alfredo. Zaira era di fresco giunta a Roma, ma non fu posta a

conoscenza di quel curioso avvenimento.

Però, io non vi ho ancora narrato, o lettori carissimi, che Alfredo,

nell'attraversare a nuoto il fiume, aveva naturalmente smarrito

qualche cosa.... cioè il portafogli contenente 3250 lire in carta

moneta (un po' costoso quello zigaro). Nè sarà esagerato il

conchiudere avesse Alfredo, dalla nascita, la vera e propria jettatura

(in dialetto lombardo, _arlia_). Cirillo gli diceva tratto tratto: Tu

hai la iettatura (a parte i milioni), scommetterei perfino nella suola

delle scarpe, per cui mi permetto consigliarti, l'andare a piede

scalzo.

Il dì appresso di questo episodio, non certo idilliaco si leggeva su

di un piccolo giornale di Trastevere, come _la notte passata fosse

stato accoltellato e gettalo nel Tevere, per fatto d'amore, un giovane

forastiero, di condizione civile, nè ancora si era scoperto l'autore

ed il cadavere ad onta delle diligenti pratiche di rito. Si dubitava

anzi, trattarsi di qualche mozzo di un barco Egiziano, proveniente il

giorno prima, da Gaeta_.

Alfredo si imbattè per caso, _su quelle ultime notizie di fonte

sicura_, si guardò attorno in quella meschina bottega da caffè, e non

vedendosi osservato nemmeno dalla padroncina, intascò il giornale,

ridendo di cuore e pagando la sua spremuta, uno scudo, senza resto, in

pena del suo furteccolo. La simpatica Trasteverina, lasciò cadere, per

verità, nel cassetto del banco, lo scudo, ma dichiarò in suo cuore,

che colui poveretto, era un pazzo condannato.

PARTE TERZA

CAPITOLO IV.

Disastro in mare.

Il Novembre è imminente. Sul piroscafo ad elice, _Polifemo_, che

faceva nel 18... il suo corso ordinario fra Genova e Catania e

viceversa, trovavasi un centinaio di passeggieri, fra i quali,

Alfredo, Elisa, Maddalena, Zaira col suo vecchio Jon meticcio avanese

servo affezionato, e con essi il brillante amico Cirillo. Lord, per

ultimo l'intelligente cane da caccia, inseparabile dalla famiglia

Blandis, il quale, diventato col padrone un gran signore, vi aveva coi

suindicati, il suo posto di prima classe.

La notte è già calata. Si fa mare grosso più dell'ordinario ed a 25

nodi circa dal piccolo porto di S. M. L. si spezza il timone del

bastimento. Parecchi dei passeggieri provano più forte il mal di mare,

altri la vedono brutta e trasparenti come l'alabastro, stanno muti per

la paura. Maddalena ed Elisa, recitano insieme il rosario, onde la

Provvidenza provveda per tutti. Cirillo sospende i suoi frizzi e la

galanteria colle signorine tremanti. Alfredo e Zaira, forse presaghi

di grande sventura, si guardano mestamente. Lord, ignaro di burrasche,

è giù nella stiva ad inghiottire quel poco che trova gratis. Il

vecchio meticcio infine, va inquieto a sedere presso la sua buona

padrona. Cirillo ad onta della sua tanto decantata vocazione al

celibato, teme di dover forse presto impalmare qualcuna delle Nereidi,

col placet di Nettuno¹. La nave, per la suesposta avaria, correva già

a sghimbescio verso la costa, in balia del vento, non dandole tregua

le rabbiose onde spiumeggianti.

¹ Nettuno Dio del mare. = Nereidi sono 50 sorelle. = Mitologia.

Vi era pericolo grave, imminente. Si è dovuto fermare l'elice. Quasi

tutti i passeggieri, ad onta del divieto, sono già sul ponte, in preda

alla agitazione. Quanto affannoso andirivieni e lavorio dei

coraggiosi, robusti marinai, non curanti del pericolo, i quali

talvolta pagano colla morte, la loro filantropia.

Ma un raggio di speranza si fà strada fra quei cento cuori. Sono in

vista, sulla medesima rotta, due grandi fanali rossi. È la corazzata

_Jank Syn_, che superba, pare sfidi la rabbia del mare. Fatti i

segnali di soccorso, quell'imponente Naviglio, che sembrava una

montagna nera, è in un baleno a brevissima distanza dal Piroscafo.

Le onde altissime tempestano i fianchi delle due navi. La triste

campana d'allarme suona sempre. L'_Jank Syn_ ha sospeso il vapore. Le

lancie sono calate a mare in fretta e furia. La scena è imponente. Gli

uomini sono convulsi, le donne strillano. I capitani danno ordini,

raccomandano sangue freddo, ma inutilmente. E un'arrabattarsi per

essere i primi a scendere, e poi un titubare in presenza delle agitate

piccole imbarcazioni. I più arditi e pratici sono già sul ponte della

corazzata, ma le donne, ed i loro compagni devono andare con

imbarazzo. Maddalena, Elisa, Cirillo, Zaira, Alfredo e Jon, scendono

finalmente anch'essi dalla scala di bordo, tenendosi l'un l'altro per

mano. Lord non si vede più, sarà probabilmente saltato in acqua sua

favorita abitudine. Una lancia, sebbene sbattuta dai marosi, è tenuta

ferma presso la scala dal mozzo che vi ha gettato il gancio.

Maddalena, Elisa e Cirillo vi sono già entrati, ma Zaira accecata nel

fare il salto, dallo spruzzo di un onda, scivola e cade in mare,

trascinando Alfredo e Jon sotto la chilia del _Jank Syn_. Un grido

straziante si manda da tutti i passeggieri. Cirillo colle mani nei

capegli dice enfatico: Un milione a chi li salva! Due marinaj si sono

già slanciati in mare ed una imbarcazione li segue. Ohimè ritornano

pochi momenti dopo a mani vuote. Le sorelle di Alfredo sono svenute!

Cirillo allora salta in mare in cerca dell'amico Alfredo. La notte ha

cresciuta la confusione.

Il fatto su narrato avveniva a circa un miglio dalla spiaggia di S. M.

L. E come poteasi in quelle terribili circostanze provvedere con più

validi e pronti mezzi, alla salvezza dei naufraghi se anche la barca

spedita al salvataggio, erasi capovolta? La corazzata allora volse la

prua verso il Golfo di S. onde deporvi i passeggieri salvati,

rimorchiando il Polifemo. Ed il mare?... ironia del destino! dopo

alcuni minuti è tranquillo... E i nostri quattro amici? e Lord,

saranno probabilmente rimasti preda dei mostri marini, quando il mare

talora pietoso, non li rigetti sulla spiaggia? Sarà più facile che il

cane di palude, Lord, si salvi, attesa la poca distanza dal Lido, e la

di lui istintiva capacità al nuoto. E noi domani soltanto potremo

conoscere la sorte riservata a' que' generosi, tanto sventurati.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E' sorta l'alba del primo Novembre colla sua nebbia e pioviggina.

L'aria frizzante, rende molesto il cammino sulla spiaggia del mare, ed

in complesso, avremo una giornata oscura, tetra e fredda. Spunta

lontano una triste comitiva, constante di tre suore, di un medico, di

due guardacoste, e quattro infermieri dello Spedale, i quali precedono

Maddalena ed Elisa scarmigliate e quasi inebetite, con neri veli sul

capo. Esse non piangono più, sono impietrite, siccome dice Dante:«_I'

non piangeva, sì dentro impietrai_» parole del misero Ugolino al 33.

Canto dell'Inferno. Giunta la funerea comitiva presso la spiaggia del

mare, già scorge una massa inerte... E' riconosciuto subito. Era Jon

il vecchio meticcio... Più avanti, un altro cadavere, era Cirillo,

sfigurato dalla lotta colla morte. Più avanti ancora, un gruppo di tre

corpi immobili. Un uomo ed una donna, avviticchiati come l'edera alla

quercia, ed un grosso cane che sembra sia addormito. Sono Alfredo,

Zaira, Lord. Quest'ultimo si ridesta, corre incontro alle sue

padroncine, e ritorna tosto ad Alfredo, cui lambe il volto. Zaira è

irrigidita dalla morte, e si vuole fatica a staccarle il braccio

destro dal collo di Alfredo. L'altro braccio copre una lettera

ravvolta in un nastro rosa lacerato. Silenziosa e mesta la comitiva si

avvicina al gruppo suddescritto, il medico grida.... questa donna è

morta, questo uomo respira ancora, è appena svenuto, e si faccia

presto a trasportarlo in luogo adatto e caldo, perchè rinvenga, v'ha

speranza di salvarlo. Le sorelle di Alfredo, cadono in ginocchio,

colle mani rivolte al Cielo ringraziandolo, senza profferir motto. La

lettera inzuppata d'acqua salsa ed il nastro, vengono consegnati alle

sorelle d'Alfredo. La lettera era appunto ad Alfredo diretta...

Infelice Zaira, quel piego, l'aveva essa appeso al collo e nascosto in

seno, la mattina stessa della sua imbarcazione. Era il di Lei

testamento, in cui nominava Alfredo suo erede universale!... E' voce

si trattasse di circa un milione!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Le sorelle di Alfredo, istruite dal fratello, a non crescere mai di

superbia, quando dal basso si va in alto diedero bensì 10m. lire al

Sindaco del luogo del disastro da distribuirsi ai poveri, pregando del

resto di non fare cenno sui giornali... Ma, naturalmente, quel

giornaletto locale, narrò il fatto pietoso e la elargizione

aggiungendo che un cane di Terranuova di _pelo nero_, aveva salvato

uno dei naufraghi, cioè, un certo Alfredo Blandis Pittore _Tirolese_,

arricchito coi suoi quadri....

Erano le informazioni alquanto imbrogliate dei quattro infermieri, che

causarono alcuna variante, ma il più importante, era, del resto,

esattissimo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

PARTE TERZA

CAPITOLO V.

Non impedir lo suo fatale andare

(_Dante_ INFERNO _Canto V_.).

Per nessuna forza il Mondo si arresta, ma procede invece, senza

tregua, turbinoso, imperterrito. Il Mondo cammina, cammina.... Si

rinnova, si riproduce, si trasforma ad ogni ora del dì e della

notte.... Procede col sereno e colla pioggia, col caldo e col gelo,

collo scirocco, col vento, col turbine, durante la calma e durante la

tempesta, e sfida perfino la potenza del mare. Il mondo cammina dunque

sempre tanto nella prospera, che nell'avversa fortuna. Egli oblia il

passato, guarda con indifferenza il presente, e cerca ansioso

l'avvenire. E guai se così non fosse! Guai se dopo un disastro, una

strage, una ingiustizia, una battaglia perduta, una pena morale un

disinganno, un'epidemia struggitrice delle vite umane, un incendio,

una innondazione, una carestia, tutto il mondo si abbandonasse

all'abbattimento, all'inazione, all'inedia.... Il mondo invece passa

indifferente, con coraggiosa calma, dinnanzi al piacere ed

all'angoscia, dinnanzi alla vita ed alla morte. La Scienza, le Arti, i

mestieri, gli Uffici, le Feste, i Teatri, i balli, il travaglio dei

campi, i riti, la salute e l'infermità, il bene ed il male, la pace e

la guerra, la ricchezza e la miseria, la gioventù e la vecchiaia, la

bellezza e la mostruosità, il riso ed il pianto, il lavoro e l'ozio,

la virtù ed il vizio, passano vertiginosi, si scontrano, si urtano, si

risvegliano, si confondono fra il sonno e la veglia de' mortali. _Qua

si ride là si muor_, dicea un poeta, ed un filosofo scrivea: _Chi

muore giace e chi vive sì da pace_. Questo è il mondo, questa è la

vita... La lealtà è vinta dalla ipocrisia. L'ateo ed il religioso

credono entrambi di aver ragione. Chi si è arricchito, gode, chi andò

in malora, maledice al destino!

La tirannide odia la libertà, e questa, sebben tardi, l'abbatte. Il

sanfedista, finge di abborrire il libero pensatore, ma poi in segreto

lo apprezza. La lussuria deride il buon costume, ma poi lo invidia....

E' una lotta accanita che dura da secoli, ma il mondo cammina sempre.

E' un continuo, febbrile, fare e disfare. La quaresima succede al

carnevale, la quiete all'orgia. La musica, il canto, la danza,

succedono ai funebri, e talora ne sono contemporanei.

Lo spettacolo babilonico, allieta, stordisce, spaventa, e soltanto lo

stoico, che l'ha compreso, nè è tranquillo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Qual meraviglia pertanto, se otto giorni dopo la infausta nuova, del

naufragio toccato ai miseri Cirillo, Jon, Zaira, Alfredo, nessuno più

discorreva del fatto? Perfino gli amici ed i conoscenti ne erano già

filosoficamente persuasi, per l'egoismo innato della propria pace e

conservazione! Ma Alfredo che aveva perduti tre cari amici, ne era

inconsolabile, e decise perciò di fuggire dal tumulto delle grandi

città, per ritornare alla quiete villereccia, ed all'antica sua

modesta dimora. Violetta pure conobbe dai giornali la catastrofe, e

sentì in petto una dolcezza arcana quando lesse le parole: _Il solo

Pittore Blandis è salvo. E' abbattuto, ma si spera ristabilirlo in

breve nelle sue primiere forze_.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La sventurata Zaira, nella mattina stessa della imbarcazione, era

triste triste, senza conoscerne la vera cagione; era forse presaga

della sua prossima fine? Credette perciò d'essere antiveggiante e

provvida, nascondendo in seno il suo brevissimo testamento olografo,

che diceva: _Lascio ogni mio bene mortale al mio caro Alfredo

Blandis_. Un milioncino all'incirca, senza passività. Il vagheggiato

di lei progetto, da qualche tempo, era di sposare Alfredo, ma fino a

che, non seppe maritata Violetta, lo serbò in cuore.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ma di che farne, diceva sospirando Alfredo, io nacqui e vissi molti

anni povero, lavorava per vivere ed era più contento. Il cuore non ha

d'uopo di tesori. Il mio buon Cugino, morendo, mi lasciò altri quattro

milioni, così io, sarei padrone in complesso di venti milioni. Quando

siete ubbriachi, tutti vogliono darvi da bere gratis. Io non so

spendere, io non ho le esigenze, le ambizioni di molti, e la ricchezza

anzichè rallegrarmi, mi ha mortalmente annoiato.... Darei ogni mia

dovizia per la vita dei miei preziosi amici, rapiti da morte precoce e

crudele. Darei la mia vita, per essere riamato un'ora sola da

Violetta.....

I ladri della pace · 第 9 / 12 段