Vienna, a Milano, a Napoli, quale primo soprano nei rispettivi primi
Teatri, e quando io non aveva ancora venticinque anni, m'ebbi, alle
serate, vistosi ricordi in oreficeria. Ne ho tanti, che ormai li
trascuro, e non li porto più dopo la morte del mio caro marito, il
quale, come già vi dissi, aveva lo stesso vostro nome. Memore io della
recente conoscenza fatta di Voi gentile sui monti tirolesi, ed edotta
siccome Voi abbiate costì due sorelle, mi permetto spedirvi, e senza
il menomo sacrificio, questi tre oggetti che valgono ben poco in
confronto della simpatia ed amicizia da Voi ispiratami, e vi prego di
accettarli. Le montagne stanno ferme, gli uomini si muovono e possono
o presto o tardi incontrarsi, e perciò forse anche noi ci
rivedremo!... E sopratutto, nessun ringraziamento nè in iscritto, nè a
voce. Vi auguro vita e salute. Desidero conoscere anche le vostre
sorelle, che, come Voi, certamente saranno buone._
L'amica aff.ma
ZAIRA.
Alfredo scolorì lievemente e lasciò cadere una lagrima limpidissima
che fu vista anche da Maddalena ed Elisa. .... Ne fu commosso!....
Tanta gentilezza d'animo, pensò, ad onta della mia trascuranza verso
di Lei. Provò rimorso!..... Le sorelle, positive in confronto del
fratello tutto sentimentalismo, chiesero il permesso di aprire gli
astucci, perchè non reggevano nella pelle dalla curiosità. E chi non
sarebbe stato curioso, specialmente se donna, per faccende simili?
Aprono, e Gesummaria!! Brillanti grossi come nocelle!! Due boccole per
ciascuna signorina, uno spillone per Alfredo; tutto di finissimo
moderno lavoro. Chiunque, anche poco pratico, avrebbe calcolato quegli
oggetti, in complesso, del valsente di L. 12mila e forse di più.
Ma come fregiarsi di quei ricchi doni senza incorrere nella severa
critica, attesa la povertà dei fratelli Blandis? Potevasi venderli, ma
ciò ripugnava alla grandiosità di mente e di cuore del poeta e
dell'artista, per cui disse alle sue dilette sorelle: serbiamo questi
brillanti in memoria di un'anima gentile e di me più costante. Elisa
cui spiaceva quella decisione, si provò rammentare a' suoi fratelli,
il di lei sogno, e scherzevolmente conchiuse, che li avrebbero
indossati presto, non appena diventati milionari e che inoltre
avrebbero contraccambiata in grande, la generosità della Signora
Zaira, cui era bramosa di conoscere. Maddalena recitò tre pater
noster, tre avemarie e tre gloria patri in ringraziamento alla
provvidenza ed in augurio di tutte le felicità a quella brava Signora
che avrebbe potuto, diceva, maritarsi una seconda volta. Alfredo
invece, sommessamente espose, che avrebbe cercata presto la buona
Zaira, quando avesse avuti a propria disposizione, i quattrini
necessari pel viaggio.
La casta dei virtuosi di teatro, quando eminente, colta, corretta, è
la più simpatica! Sempre cordiale, schietta e scevra da pregiudizi.
Non ha superbia, è sempre vivace e gioconda. La si può ascrivere fra i
liberi pensatori. L'arte ha ingentilito il loro cuore. Gli incolpevoli
stenti provati da quella casta, in principio della carriera, la rese
pietosa verso la classe sofferente. La trepidazione subita tante volte
al cospetto del pubblico, o non imparziale o non istruito abbastanza
nella nobile arte, la fece gelosa della propria reputazione guadagnata
studiando, e diede poi essa esempio di generosità verso i propri
simili bisognosi, a quelli che forse ne fossero deficienti.
In massima, pertanto, i veri artisti di ogni specie, tenuto calcolo
del _distingue sæpe_, non sono egoisti più del bisogno; non sono
avari, sentono con trasporto l'amicizia, ed apprezzano costantemente
il buono ed il bello. E la nostra Zaira, non smentiva il giudizio che
noi abbiamo dato sugli artisti in genere, e specialmente sugli artisti
di grido..... Zaira, infine, ebbe come suol dirsi, buon tatto nella
scelta dei doni, verso una famiglia povera sì, ma gentile, educata e
fiera. In tal modo, Zaira non fece arrossire alcuno. Non è il donar
molto, ma il donar bene..... Maddalena ed Elisa intanto, non cessavano
dall'aprire e chiudere quei tre astucci, senza arrischiarsi a metterli
in opera, e la notte sognarono di brillanti a palate grossi siccome
noci. Alfredo intanto, scarabocchiava qualche verso colla matita
all'indirizzo di Zaira (coll'inchiostro ei scriveva quasi più, per non
rovesciare ogni volta il calamaio sulla carta) ma poi pensò tosto a
Violetta, e temendo, in cuor suo, di offenderla, lacerò il foglio.
PARTE SECONDA
CAPITOLO V
Violetta non vá più monaca ma si marita.
Ci sia lecito dubitare che Violetta, mentre era all'Albergo Climatico,
avesse veduto Lord involarle, fuggendo poi, la lettera da essa diretta
alla maestra monaca nelle Orsoline.
Locchè noi presumiamo dalla nessuna ricerca conosciuta. Violetta avrà
probabilmente interpretato il fatto, quale uno dei soliti smarrimenti
senza conseguenze, per distrazione od altro. Avrà pensato che la sua
lettera fosse frammista ad altri oggetti deposti nelle valigie. In
certi casi della vita, è, del resto, miglior consiglio non fare
ricerca delle cose perdute. Così fece colei che aveva smarrita una
pianella nella neve, e così fece Alfredo del suo cappello lasciato in
piazza, insieme alla calotta del prete, nella notte di cui al Capitolo
VII parte prima di questo libro. Per sventura, però, tanto la pianella
come il cappello furono rinvenuti e diligentemente restituiti ai
rispettivi proprietari, onde la verità, con edificazione, venisse a
galla.
Quel foglio sarà stato scritto da Violetta in un momento di
inesplicabile mestizia, facile alle giovanette pensanti, fra un quarto
di luna celato fra le nubi, o per la precoce noia di una giovanissima
vita non ancora soddisfatta dalle arcane indistinte voluttà. Perciò,
passato quell'istante di melanconia più comune al sesso debole che al
sesso forte, Violetta avrà trovato inutile rifare quella lettera,
rinviando la spedizione, in caso, a tempi peggiori. E ben fece,
perocchè durante il di lei viaggio di ritorno, venne informata di un
progettino di matrimonio per lei, allor allora spuntato
sull'orizzonte. Un collocamento convenientissimo anche a tutta la
parentela..... La voce di questo affare erasi sparsa diggià nel paese
e dintorni e tutti, come al solito, voleano commentarlo, colle frangie
di rito. Anche Violetta aveva le sue invidiose, specialmente poi
quelle in età giusta, che non avevano potuto ancora commuoversi di una
richiesta della loro mano. Elogi farisaici di qua, critiche esagerate
di là. Gli spiriti inventori, già ingrandivano e già dettagliavano il
fatto, in modo da conchiudere, come quel mondo locale avesse in mente
soltanto Violetta.
Era la fama, deità poetica, che si aggira continuamente, il dì e la
notte, sui luoghi più alti, per spandere notizie buone o cattive, e
non si tace mai.
Virgilio nel Libro IV dell'_Eneide_, l'ha descritta, colla sua grande
maestria, come segue:
«E' questa fama un mal di cui null'altro
E' più veloce, e com'più va più cresce,
E maggior forza acquista. E' da principio
Picciola, e debil cosa: E non s'arrischia
Di palesarsi: Poi di mano in mano
Si discuopre, e s'avanza: e sopra terra
Se'n va movendo, e sormontando a l'aura
Tanto che il capo in fra le nubi asconde»
Alfredo pure, sempre disposto a credere a tutte quelle novità che gli
potean recare danno, sperava che la fama fosse stavolta mendace. E
non volea persuadersi, conoscendo Violetta, come questa transigesse a
sposare un mercante di droghe e di liquori, tanto più che il
fidanzato avrebbe avuto diceasi, il difetto, di assaggiare la sua
merce volta per volta, a garanzia verso i clienti. Quel miscuglio di
droghe e liquori nel ventricolo, avrebbe potuto cagionare dei brutti
accidenti, o quanto meno la ubbriachezza perpetua, giustamente
antipatica alle donne in genere.
Del resto--se la cosa era conveniente, e simpatica agli attinenti di
Violetta, non sarebbe stato improbabile che l'imeneo alcoolico avesse
compimento, e noi lascieremo andare l'acqua per la sua china; non
curandoci delle inquietudini di Alfredo, il quale avea sortito:
«L'arte crudel di fabbricarsi affanni».
PARTE SECONDA
CAPITOLO VI.
Il sogno di Elisa Blandis realizzato
Siamo al principio dell'Estate 18... La caccia è vietata per tutti
coloro che non vanno di frodo. Alfredo col suo indivisibile Lord,
trovasi a passeggiare nelle vicinanze della stazione ferroviaria, di
buon mattino, affinchè il sole non riscaldi dippiù il suo cervello già
abbastanza caldo. Giunge dalla vicina città il solito primo treno, che
a differenza degli altri giorni, depone molti viaggiatori, i quali,
col loro apparente imbarazzo, denotano la nessuna conoscenza del
luogo. Il procaccio insegna colla mano a quel gruppo di persone (15
uomini) la via al paese vicino. Dessi sono tutti abbigliati ad una
maniera, ma alquanto diversa dal costume europeo, e tutti dal volto
bronzeo. Ad un certo punto lo stesso procaccio raggiunge quei
forestieri, e colla mano fa loro cenno verso Alfredo. Allora tutti si
affrettano e si fermano ad un passo da Alfredo, scoprendosi tutti
contemporaneamente il capo. Quegli che nel complesso, si presumeva il
loro condottiero, uomo di mezza età, alto, magro, nerboruto,
dall'occhio vivace, parlò pel primo, in spagnuolo misto a qualche
parola di cattivo italiano, come segue: _Siete voi Senor Blandis
Alfredo Pintor?_ Per servirla, rispose Alfredo. _Io Roberto
Sterlingson, venuto per Costa Rica, miei compagni quattordici.
Sbarcato Liverpool, tuti minadores, de nuestro Patron Senor Juan Maria
Blandis pariente vuestro, principale patron mineras auriferas gran
Senor, sin familia. Todos suoi cari morti. Nos vedete lievando Vos
orden Patron este quindici valigia, in todos milioni quindici franchi,
columbie, sterline, messicane, brillanti, y Banconotas Inglesas.
Pietre tambien care, colori tanti, e tambien i esta letera_ (porge la
lettera ad Alfredo).
..... A quel telegramma vivente, Alfredo, che intese, ma credea di
sognare come sempre, sentì piegarglisi le ginocchia, e tanto era
confuso e senza parola, da essere sospettato, quale un muto od un
ebete, da quegli americani. Lord aveva fiutate intanto ad una ad una,
quelle forti e capaci valigie di cuoio di Russia, ma non scoprendovi
odore di salami, dei quali era ghiottissimo, abbandonò ben presto i
forestieri ed il padrone per arrivare primo a casa a far colazione.
Potrebbe anche averlo fatto per avvertire le padroncine della novità,
e non c'è da ridere, perocchè le bestie, talvolta sono più
intelligenti di taluni uomini.
Se non che la nostra penna non vale a descrivere con bastante
colorito, la sorpresa di Maddalena e di Elisa al veder salire le scale
tutta quella compagnia strana, senza che Lord latrasse, sì goffamente
vestita, colla faccia e mani olivastre, mentre Alfredo leggeva e
rileggeva in silenzio una lunga lettera, non curandosi di spiegare il
fatto alle sorelle. Egli era siccome un ubbriaco; aveva appena inteso
per quella lettera, trattarsi di un decrepito cugino in secondo grado,
residente a Panama, proprietario di miniere aurifere in estese
regioni, fra cui Costa Rica, Perù, California, Columbia, etc.
Nessuno dei tre fratelli, intanto, aveva pensato, per la loro immensa
confusione, di invitare gli ospiti, almeno a sedere, tanto più che
sembravano stanchi per lungo viaggio ferroviario. Meglio così forse,
perocchè le sedie di Casa Blandis erano soltanto tredici, il solito
numero di fiducia del pittore Alfredo. Civiltà, convenienza,
ospitalità esigevano inoltre, di offrire tosto a quei quindici
personaggi, dei rinfreschi, ma ad onta che la voglia in cuore, e
l'abitudine dei fratelli Blandis non mancassero, pure tutti tre erano
rimasti pel momento quasi inebetiti, nè sapeano districarsene.
Maddalena ed Elisa poi continuavano a fregarsi gli occhi, come per
accertarsi se per caso non dormissero, e nello stesso tempo facevano
segni ed inchini al Sig. Sterlingson, onde scusarsi mimicamente di non
averli ancora invitati a colazione. Nulla pertanto di concreto avevano
quelle imbarazzate fanciulle, raggranellato.
Ma il presunto capo di quella compagnia di minatori, avendo indovinato
benissimo, siccome il contegno dei fratelli Blandis, non fosse effetto
di inospitalità, ma invece di paralizzante meraviglia, si congedò
insieme agli altri quattordici, col pretesto di voler andare
_adelante_ (avanti) _secondo treno grossa città, molto belissima._
Allora soltanto i tre fratelli, accortisi della loro sconvenienza, si
affannavano a pregarli tutti di voler rimanere un momento almeno pel
vicino pasto. Fu del resto inutile, perocchè Sterlingson fece
intendere che _suos patron_ aveva ordinato così: _Presto, presto
tornare nos_, disse nel congedarsi (e più non tornarono).
Ciò detto, scesero compatti le scale con passo misurato a guisa di un
pelottone di fanteria in manovra, ripetendo il _presto Senor, tornare
quando guardato vuestre quindici valigia._ Appena furono sulla via
della stazione li raggiunse Alfredo di corsa e li baciò tutti con
effusione e con molti ringraziamenti per la loro onestà e premura,
avendone in concambio vigorose strette di mano da rimanerne storpio. E
la risposta alla lettera, disse Alfredo, sempre commosso? _Vos fare
dispaccio postale_, gridò quel mulatto capo. _Adios, adios._
L'angusto salotto dei fratelli Blandis, era occupato per intero dalle
quindici valigie nuove, e di forma non comune. Ciascuna aveva la
rispettiva chiavetta.
Ora permetteremo che quelle tre creature, rinvengano alquanto dal loro
naturalissimo stupore, e che facciano con calma la loro verifica,
della quale, a tempo debito, noi chiederemo il risultato, per
comunicarlo ai nostri lettori, i quali ne avranno forse curiosità.
Maddalena fu la prima a cominciare la bella operazione, dopo essersi
fatta però, il segno della Croce, colla giaculatoria: Sia lodato Gesù
Cristo e sempre sia lodato; e borbottando: Domani vado senza fallo a
comprarmi cinquanta pulcini.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
PARTE SECONDA
CAPITOLO VII
La lettera del Cugino in secondo grado.
La curiosità, quando si tratta dello straordinario, è malattia di
tutti, siano gente frivola, o sedicente seria, siano maschi, sien
femmine, e tutti, come S. Tommaso, non si accontentano del solo
sentire e vedere, vogliono anche toccare senza complimenti. Bisogna
chiudere un occhio in proposito, perchè è un male ereditato dalla
progenitrice Eva. Noi pure, quindi vorremmo conoscere a fondo, e senza
troppo attendere, il contenuto preciso delle quindici valigie, prima,
e quello della lettera, poi. Per quanto riflette le magnifiche
quindici valigie di cuoio nero, sono presto vuotate. Ciascuna di esse
conteneva la precisa quantità, qualità e peso, per cui esaminatane
una, e fatta poi la moltiplica per quindici, doveva venirne un quoto
sicuro. Ma Alfredo, Maddalena ed Elisa, non appena riavutisi dal loro
dolce spavento, hanno fatto, come i ladri. Tutto, tutto, in fretta e
senza pietà, sconvolsero di quanto stava bene distribuito in quelle
valigie, per cui il calcolo come sopra, progettato, ci riescirà
complicato.
Vediamo almeno il mucchio piramidale irregolare, fatto dai fratelli
Blandis, nel loro salottino con tredici scranne.
Sono seicento pacchi da cento monete d'oro ciascuno, fra Columbie,
messicane, sterline e marenghi, che formano un complessivo importo di
tre milioni e centocinquantamila lire fatto il conto alla buona, senza
il maestro del villaggio. Siccome poi i fratelli Blandis non avevano
mai, fino a quel giorno, possedute delle monete d'oro, così non si
dovrà essere troppo severi, ove fossevi errore di aritmetica. Più
mille Banconotes Anglisch del valore di diecimila lire ciascuna.
Queste fanno un complessivo di dieci milioni di franchi. Siamo giunti
finora alla somma di tredici milioni e centocinquantamila lire.
Mancherebbero ai quindici milioni, un milione ed ottocento
cinquantamila lire, perocchè secondo le dichiarazioni del Sig.
Sterlingson doveano essere realmente quindici.... Ma ecco qua.
Gesummaria!.... Un sacchetto di raso color barbagliata, contenente
dieci brillanti grossi più di nocelle che poteano valere circa mezzo
milione in complesso, e cinquecento fra smeraldi, rubini, topazi,
zaffiri, margherite, opale, perle, camei, turchesi e coralli, da poter
raggiungere il valore del milione e trecento cinquantamila, che
mancherebbe a compiere la cifra di quindici milioni. Quelle
cinquecento e dieci pietre, erano sciolte.
Altro che la beneficenza delicata, altro che i doni della buona Zaira,
Però vale talvolta più assai un bicchierino di anice dato da chi non
ha dippiù, in confronto di una bottiglia di Champagne da chi ne ha
mille.
Alfredo, naturalmente, è già tutta una inquietudine... Egli ha in
prospettiva uno o due ricatti a danno delle sue care sorelle. Saranno
rapite a forza, e seppellite vive in un antro inesplorabile; egli
verrà di sicuro truffato, derubato, assassinato quanto prima, e Lord
fucilato. E fra questi fastidj, non ultimo era la tassa in vigore
sulle donazioni. Ma ora passeremo, senz'altro alla lettura della
lettera; più importante forse di tutto il resto.
Panama, 20 Maggio 18...
_Caro Cugino--Alfredo Blandis,_
Non ho più famiglia....... morti tutti. Non ho più parenti, tutti
morti. Un viaggiatore lombardo però mi ha informato, che vivrebbe un
mio secondo cugino, a quanto io presumo. Quel viaggiatore, Sig. Franco
Bombardoni, mi ha detto che siavi un pittore di nome Alfredo Blandis,
figlio del defunto Giuseppe e nipote di G. Maria Blandis, mio avo,
originario mantovano, senza beni di fortuna. Se è vero, i miei
minatori, gente sicura, lo sapranno presto, perchè li spedirò in
Lombardia a verificare personalmente. Mi preme assai di perpetuare, se
possibile, il nostro nome--e di migliorare la condizione della
parentela. Io sono nato qui. Ho nientemeno che 83 anni. Mio padre, che
si chiamava Giuseppe Blandis, morto 25 anni or sono, alla bella età di
88; e venuto qui dalla patria di Virgiglio, quando aveva appena 20
anni, si è fatto ricco in quel lungo tempo, lavorando alle miniere
aurifere, del Perù, California, Columbia, e Costa Rica, in modo che a
poco a poco, per la sua grande attività ed economia, potè da operaio
semplice diventare padrone di miniere. Mi ha lasciato ricco. Presi
moglie, mi è morta presto, senza eredi, nè avea essa parenti
conosciuti. Continuai sulle vestigia del mio buon padre, e colla
perseveranza però onesta, ho potuto triplicare l'avito capitale. Ma
che farne, se omai siamo a pochi passi dal sepolcro? Se mai fosse
sussistente che costì io abbia un parente, anche soltanto, un secondo
o terzo cugino, e prima ancora di lasciare per testamento, cosa meno
sicura, ho deciso, dopo maturo riflettere, di donarvi tra vivi la metà
della mia sostanza, intanto, salvo ecc. quella metà spedirla a voi a
mezzo di quattordici miei minatori diretti dal mio fidato Sterlingson
Roberto. Tutta gente inecceppibile, dalle mani callose, ma garantite
senza vischio.
Io non vi aveva finora detto inoltre, una cosa che molto mi premeva. É
dal 19 Marzo di quest'anno, giorno di S. Giuseppe, nome probabilmente
del mio pro-zio, che io sogno ogni notte la stessa cosa. Mi appare
ogni notte in sogno una figura di giovane donna¹ bianco vestita,
assomigliante al quadro di Beatrice quando dal Paradiso va all'Inferno
ad incoraggiare Dante, ed essa prima mi prega, poi mi comanda di
ricordarmi presto, anche in vita, del mio parente Pittore, che trovasi
in Lombardia. Egli è povero, mi sussurra ogni notte, ha famiglia ed è
molto sventurato.
¹ Forse la defunta madre di Alfredo?? Siccome credono i sognatori
fantastici!!
Sono trent'un giorni e sono trent'un sogni identici. Perciò oggi 20
Aprile, per levarmi da ogni inquietudine, decisi di spedirvi quindici
valigie, contenenti ciascuna un milione, in oro, banco-note e pietre
preziose. Così oggi mi sento assai sollevato nell'animo, e spero che
stanotte non verrà più a sgridarmi quella figura splendida sì, ma
imponente troppo alla mia vecchiaia, bisognosa di quiete.
Ricevute, ringraziamenti.... tutto per me superfluo, perchè io sono
abbastanza garantito, e non permetto che vi umiliate a ringraziarmi.
Scommetterei che sono più contento io oggi a mandarvi quindici
milioni, che Voi a riceverli. Io ne ho altrettanti, e sono guadagnati
senza macchia, ve lo giuro.
Vorrei vedere e baciare questo mio unico parente, che ancora esiste in
Italia, Mi sarebbe caro prima che io muoia, e sento che poco mi manca
a lasciare questa terra, che mi ha dato dell'oro, ma mi ha rubato la
pace del cuore, privandomi della mia cara Mercedes, volata troppo
presto al cielo. Vorrei vedervi e baciarvi, dicea, ma un presentimento
ostinato mi dice di rinunciare a quella consolazione e di pregarvi
anzi a rimanere in Lombardia. Siamo troppo lontani l'uno dall'altro.
Io sono nel cuore dell'America meridionale, e non si sa mai. Dunque
restate. Mandatemi il vostro ritratto e quello della vostra famiglia e
della moglie e figli vostri, se mai ne aveste. Questa lettera, mi ha
costato molta fatica, attesa la mia grave età, che ha scemate forze,
energia, memoria e vista, perciò anche non volendo, bisogna che cessi.
Dio conservi per lungo tempo Voi e la famiglia vostra. Quando sarò
morto, un requiem anche per me.
Addio.
_Vostro Aff_.
Cugino G. MARIA BLANDIS.
Alla lettura di quel foglio, semplice ma affettuoso, si sarebbe udito
volare un muscerino, tanto era il silenzio, il raccoglimento dei due
fratelli uditori. Ma l'Elisa, quantunque attentissima, non poteva
ristarsi dall'accarezzare con materna premura, tutte quelle
cinquecento dieci pietre preziose, grosse. Tanto ne era innamorata,
che quasi scordavasi delle sfolgoranti Columbie.
Alfredo invece terse colla mano una grossa lagrima, somigliante a
quella che gli cadde dal ciglio all'arrivo dei doni di Zaira....
PARTE SECONDA
CAPITOLO VIII
Sempre la jettatura
La creatura che più delle altre nella famiglia Blandis, perchè la più
giovane, gioisse dello straordinario, fortunato avvenimento, era stata
l'Elisa.
Ad onta del suo carattere piuttosto tranquillo, essa aveva in corpo,
da quel giorno memorabile, l'argento vivo, siccome espressivamente
dice il volgo. Un mondo di progetti, carrozze, vesti di lusso, vezzi
di gran costo, feste da ballo, teatri, ed altri peccati veniali
dell'ambizione. Ma signor sì, che, tre giorni dopo l'arrivo delle
famose quindici valigie, Elisa (forse per la troppa emozione, talvolta
funesta) trovasi in preda a febbre altissima, fino al delirio.
Minaccia il tifo.
E tosto il fratello di Lei affezionatissimo, colla sua «arte crudel di
fabbricarsi affanni» vede in questo fatto una sicura, imminente
sciagura. Egli non era mai stato superstizioso, ma, che volete, era
poeta, era fantastico. La mia povera Elisa, gridava, muore.... Ecco la
bella ricchezza maledetta. Nè curavasi di dirlo a bassa voce, cosicchè
la povera febbricitante aveva potuto udire a meraviglia.... In casa
Blandis la Babilonia è al completo. La Dio mercè, del resto, in forza
di medico e medicine pronte ed indovinate, e la costituzione sana
dell'ammalata, fu operato il miracolo, non solo della guarigione, ma
della sollecita guarigione.
Quanti sospiri e quali veglie in quegli otto giorni, nella famiglia
Blandis! E quanta gioia per la ricuperata salute della cara sorella
Elisa.
Maddalena, la sorella maggiore, sosteneva che le medicine prese dalla
sua cara bambina, erano una vera sciocchezza in confronto del
lumicino, che essa aveva acceso nella di Lei camera, d'innanzi al
quadro di San Giobbe. Maddalena, sebbene tanto buona, e non senza
intelligenza, era, non pertanto, un pochino bigotta, e perciò
diffidente della scienza di Ippocrate, ove non si discorre di
miracoli.
PARTE TERZA
CAPITOLO I.
Troppa ricchezza, poca sicurezza