vissuto del loro lavoro, nel tempo di assenza dei fratello, che fu di
circa un mese. Sempre melanconiche e trepidanti sulla sorte del loro
Alfredo, del quale non avevano notizie, in causa dei luoghi foresti
ove avea viaggiato, quantunque un vigliettino l'avesse fatto, che andò
smarrito forse, o forse sequestrato. La corrispondenza epistolare,
soffre anch'essa, a norma dei tempi, le sue eccezioni. Perciò in
certune eventualità, bisognerebbe ricorrere ai sotterfugi. Per
ingannare l'olfato dei segugi, anche la lepre, al mattino, pria di
accovacciarsi, spicca un'enorme salto, e questo, la salva tante volte
dai cani e dal fucile.....
Maddalena avea saputo già dall'amica Linosi, sua coetanea (perchè
entrambe poco al di sotto del sesto lustro) abbastanza, per conoscere
della passione di suo fratello, ma di questo, poco si era commossa.
Alfredo, avea promesso al letto di morte della loro adorata mamma di
non abbandonare le sorelle, di non ammogliarsi, ed inoltre la famiglia
Blandis era troppo povera in confronto della famiglia Giacinto. Le
classi patrizie, la borghesia aristocratica, non derogano dalla
massima di raddoppiare, coi matrimoni, le sostanze.....
.... Del Commendatore Aringa dopo il duello così felicemente risoluto,
non se ne parlava più e da un mese circa lo si diceva partito per un
lungo viaggio.
Quanto a Donna Tullia, non vedendo mai giungere il suo ritratto che
dovea farle Alfredo, dichiarò a Maddalena che non occorreva più farlo.
Dicevano in paese, che quella brava signora avrebbe presto sposato in
seconde nozze il praticante farmacista signor Brichetti Galeno, un
complesso veramente confortevole. Quel giovanotto era nato in Luna
piena e perciò aveva dal suo lato la buona sorte. Da poverello,
diveniva signoretto, salvo ecc. le complicazioni eventuali
dell'avvenire.
All'Abatino, era scappata la serva, perchè non poteva fare la padrona.
Il maturo signor Balena, ad onta della pancia conica, che lo rendeva
pigro, l'avean fatto giudice Conciliatore del Comune, ove per fortuna,
avveniva una quiestioncella sola all'anno, che felicemente risolvevasi
in causa del suo non comune buon senso. La giovanetta Elisa, sospirava
talvolta, non vedendo chiaro, come suo fratello ed altri, potessero
con indifferenza rinunciare al matrimonio. Troppo giovane era tuttavia
ingenua. Don Stecca Pancetti, il Cappellano, era sempre di tetro
umore, perchè la questua ecclesiastica andava deperendo a vista
d'occhio. Violetta era tuttora in viaggio verso il nord, mentre
Alfredo ritornava a casa, verso il sud. A numerare i polli suoi,
tratto tratto, giova in massima alla solerte massaia. Così abbiamo
fatto anche noi, senza l'interesse delle uova.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Qual festa in casa Blandis, la sera del ritorno di Alfredo, che fu di
ventotto giorni dopo la partenza. Quelle care giovani, non capivano
nella pelle dalla contentezza. Lord faceva echeggiare la casa di
allegri latrati, e lordava colle zampe il corpetto delle padroncine.
Scherzava colla sua vecchia amica, la gatta, e la fiutava. Aveva
grande appetito, perchè l'ultima tappa era stata la più lunga, e
perciò onestamente inghiottì un mezzo salame nostrano che stava sul
desco. Nessuno de' suoi padroni, se ne accorse, tanto erano in
orgasmo. Alfredo, stava sicut in principio, un momento di umore
passabile, e poi ricadeva sempre nella sua idea fissa, cioè Violetta
che egli si raffigurava, già chiusa e piangente nella cella del
monastero. La famiglia Blandis cenò senza molto discorrere in
complesso, perocchè Alfredo, non aveva tempo di parlare; ma solo di
pensare.
Sonvi tasti, che non si devono toccare, presente la famiglia. Soltanto
Elisa, fra il silenzio di Alfredo e di Maddalena ed il russare di
Lord, sdraiato in un cantuccio della camera, raccontò, con dettagli di
un suo recente sogno, nel quale aveva visto, giungere dalla California
(eravamo, disse, in primavera), molti minatori, al servizio di un
vecchio, lontano parente, straricco; esso pure di cognome Blandis, con
tante casse d'oro; cercando di Alfredo, a cui erano dirette.
Ma Alfredo, che negli anni addietro, aveva al pari di sua sorella
Elisa, tante volte sognato la medesima cosa diè una scrollata di
spalle, non prestandovi alcuna fede. Non sai, disse, mia cara, che
lorquando si è ubbriachi tutti vogliono darti da bere? Così avviene
della fortuna e delle ricchezze. Esse vanno quasi sempre, dove già è
fortuna e dovizia a mucchi. Non crediamo dunque a tali sogni, che sono
appena il risultato dei nostri folli desideri fatti durante la veglia.
La fortuna è bastarda. Favorisce a casaccio ed a capriccio, e talvolta
le sue origini sono pur troppo bastarde od oscure.--E' meglio
trascurarla, e preferire la onesta povertà che vi permette la
indipendenza fiera di ogni servaggio, e sicura da future umiliazioni.
Alfredo ragionava meglio in casa sua che fuori.
Ormai la mezzanotte stava per scoccare, per cui la piccola famiglia
Blandis disponevasi al riposo, di cui ogni mortale prova necessità. Se
non che Elisa, più curiosa di Maddalena, volle sapere dal fratello,
quanta caccia avesse fatta durante il suo lungo viaggio in montagna.
Poco o nulla, rispose Alfredo, una grossa topa che mi stava fra i
piedi, mentre io sonnecchiava sotto un pino, una gazza da me scambiata
per un francolino. Questo nel viaggio di andata; e nel ritorno, una
pollastrella svolazzante fra l'erba alta, che mi era sembrata una
pernice. Cose facili ai cacciatori focosi. L'ultimo selvatico mi è
costato due lire, onde non farmi denunciare al Sindaco cugino della
contadina proprietaria della pollastra, accortasi immediatamente del
fatto. E se io non faceva presto, Lord glie ne aveva già pappata quasi
la metà. Lord approffitta spesso degli incidenti spiacevoli, a di lui
conforto, perchè intelligentissimo, come sapete!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
PARTE SECONDA
CAPITOLO II.
Talune influenze sono spesse volte dannose
Il secolo decimonono è rimarchevole per molti connubj legali costruiti
comunemente dai consanguinei, o da qualche intrigante per essi. Il
matrimonio in giornata, concesse rare eccezioni, è un vero e proprio
contratto oneroso, a cui presiedono tiranne, ambizione ed avarizia,
due altri ladri della pace, nostri conoscenti. Pertanto non vi è
cuore, non vi è onestà, non si bada al merito, al reciproco amore,
basterà l'agiatezza, anche presunta del fidanzato, e la dote promessa
della fidanzata, salvo a ridursi della metà nel momento buono.
Tutte cose utili, ma non indispensabili, avvertendo che anche il
troppo, in caso, storpia. Non potrebbero forse bastare, per un più
armonioso e comodo avvenire fra consorti, anche sufficiente
intelligenza e dottrina nell'uomo, e criterio ed economica nella
donna, alla reciproca volontà di industriarsi, accompagnate?
Si lasciano spesso in seconda linea il carattere, e la salute fisica
degli Sposi, e non si pensa agii effetti funesti che ricadere potranno
sugli innocenti capri o espiatorj. A logorare un mediocre censo, è
presto fatto, ma a scemare la rettitudine di condotta sociale e la
volontà di lavorare ci vuole maggior tempo. Oggi non si crede quasi
più alla trasmissione elettrica dell'amore fra due anime. Spesse fiate
i due futuri sposi sono gli ultimi a sapere del progettato matrimonio
fra di essi perchè prima si fece la relativa combinazione come suol
dirsi, extra muros. Una specie di mercato, consimile a quello che si
fa col bestiame. Il cuore dei futuri amanti si interroga o poco o mai.
Ma per Santa Maria Maddalena, permettete almeno, che si intendano
prima fra di loro i due futuri colombi, altrimenti verrà presto il
giorno in cui, i due piccioni anzicchè imboccarsi, si beccheranno.
Sorvegliate pure, o stretti consanguinei, la loro precedente amorosa
condotta ma non oltrapassate nella vostra sorveglianza, che talvolta
si estende fino al quarto grado di parentela, (stimabile moralità) per
un certo lato.
Avviene così tante volte, come delle congiure politiche; esagerata la
restrizione della libertà, maggiore è lo sforzo dei pazienti di
rivendicarla, fosse pur anco fra le tenebre. Non sapete che il
contrasto aguzza le passioni, siccome ha scritto un'illustre
fisiologo? Sulle scene, in forma talora comica, talora drammatica e
tragica talora, sebbene fortunatamente rara, non vediamo noi
riprodotti molti fatti, che luminosamente rappresentano le dissenzioni
matrimoniali. Dunque prudenza, e tempo e libertà d'azione.
L'amore,il vero amore non dev'essere nè bestiale, nè capriccioso, nè
mercantile, e non può imporsi a chi non lo ha ancora sentito. L'amore
dev'essere spontaneo. L'amore non è umano, ma divino. L'amore nè si
compra nè si vende. Evviva, in proposito, gli artigiani ed i
lavoratori dei campi, in tale oggetto lodevolmente primitivi. Essi
hanno quasi mai necessità dei..... sensali di matrimonio, perchè non
hanno doni da far loro. Fanno all'amore all'aperto, testimoni il sole,
la luna, l'aria e Dio.
Talvolta accade che due sposi della classe così detta più civile,
vadano al talamo siccome due forestieri, e viaggiano i primi giorni
insieme, e poi ciascuno per proprio conto. L'indole rispettiva, del
resto, non si sa il perchè precisamente, ma solo presumibilmente,
viene a palesarsi sempre dopo il matrimonio e mai prima lorquando si
vedono le sole virtù. Un caso psicologico. Da qui la eterna ragione
della incompatibilità dei caratteri, da qui la reciproca trascuranza.
Allora o l'uno o l'altro cade, od insieme cadono entrambi.... e
nascerà.... quanto noi dobbiamo lasciarvi immaginare.
Importa dunque meditarvi intorno, dai pochi, della sola dote, amorosi
delle poche, del maritarsi in genere, entusiaste.
Ed anche questo Capitolo amaro come la Genziana, è ormai esaurito.
PARTE SECONDA
CAPITOLO III.
Lo studio di pittura
Da quindici giorni circa, Alfredo lavorava in fretta e furia attorno
al suo quadro, _Il Parlatorio del Convento_ _di Monache_. Lo voleva
compiere in breve, chè lo cuoceva brama ardente, di rivedere anche un
momento solo, per una propizia occasione, la sua Violetta. Volea
bearsi anco una volta di quella vista a lui tanto cara. Di
quell'angelico sorriso, che egli nel suo quadro non sapeva col penello
emulare. L'avrebbe veduta fra l'ombra del monastero, ma non importa.
Non potea persuadersi, siccome Violetta, tanto giovane e bella, col
suo sentire tanto squisito, tanto nobile, tanto giocondo, volesse
seppellirsi in un Convento, rinunciando così alle gioje comuni della
vita.
Cirillo Buonpensieri, l'amico sincero, desioso di rivedere il suo
Alfredo dopo circa due mesi di assenza, entrava in quel momento nello
studio di pittura. I due amici d'infanzia si abbracciarono con
entusiasmo, e dopo parecchie domande di Cirillo ad Alfredo, sulle
bellezze ed avventure del di lui ultimo viaggio, il primo si
meravigliava pel soggetto del quadro di genere, in grande formato,
quasi a termine. _Il Parlatorio di un Convento di Monache?_ Io avrei
scelto, osservò allegramente Cirillo, piuttosto _Gli effetti soavi di
una festa da ballo!_ Quadro di fantasia contemporaneo. Che ne dici il
mio grazioso Cenobita? Anch'io, vedi, ebbi l'incarico di scolpire in
marmo, un Alcide, ed invece scolpii Ebe, proprio nel momento in cui
cade sconciamente colla fiala del suo nettare, dinnanzi a Giove.
De gustibus non est disputandum, amico Cirillo, osservò sospirando
Alfredo: io amo gli effetti mistici, il silenzio, la mestizia del
ritiro ecc. Scommetterei, invece, replicò Cirillo, che tu mi fai
qualcuna delle solite imprese alla Don Giovanni. Cose ormai giù di
moda. Bada che questo dipinto magnifico per verità, non abbia a
costarti dei grattacapo! Tu dovresti andare ad imparare il «_mutano i
saggi a norma dei casi i lor pensier_»
Dimmi chi vive là dietro la cancellata, frammezzo a quelle due
carcasse, che attrae il tuo pennello? Vi cerchi forse la Fata Armida
del Tasso.--Sai bene che noi ci conosciamo. Parlami franco...... Là
entro vi è un amore infelice. Un disinganno orribile forse, e tu hai
scelto, da quel cuore appassionato che sei, il mezzo artistico che ti
aiuti a vedere, od a rivedere, od a parlare, o magari a baciare, se la
potrai far franca, od a far pentire, insomma, della sua tetra
risoluzione, qualche monachella, stanca, non per sempre forse, della
vita sociale.
..... Alfredo, sorridendo melanconicamente: sarà come tu vuoi, disse.
Tu sei un distinto inquisitore, ma io, in questo momento, non devo
confessarmi che a Dio. Di te, mio buon amico, io non diffiderei, ma tu
ridi sempre di tutto, ed io non amo parlare con chicchessia, perocchè
mi parrebbe sciupare un oggetto delicatissimo......... Cirillo, non
replicò, e pel suo umore sempre gaio, nel mentre distratto, seguiva le
linee accuratissime del pennello di Alfredo, prese a narrare all'amico
di un suo episodio galante di dieci anni addietro, colla intenzione
lodevole di far meno triste Alfredo.
Io aveva 18 anni, cominciò, Cinzia 16 appena. Occhi biricchini,
inquieta al pari di un'anguilla. Le nostre dimore distavano di un
miglio press'a poco. Ella d'un paese, io d'un altro. Un ponte sul
lago, che ivi si restringe, ravvicinava i due paesi di diversa
provincia.
La messa della Domenica, favoriva da qualche settimana il vederci, ed
il sommesso parlarci, in causa, vedi, della improvvisa elettricità
sviluppata dai nostri quattro eloquentissimi occhietti. Ma quei
benedetti angeli custodi, cioè la nonna, la zia, la mamma, la serva, e
secondo le giornate, anche una Teodora invida sorella maggiore, quali
pompieri matricolati, procuravano spegnere il nostro incendio. Mi
duole il dire, che anche Cinzia aveva un pochino del barometro, pativa
la luna, perchè il suo nome era tale. Come fare a trovarci una
benedetta volta soli? «_Soli, eravamo e senza alcun sospetto._» Diceva
a Dante la Francesca da Rimini. Pensa e ripensa, ho trovato di
abbandonare una mattina, dietro il cancello della villa di Cinzia, una
gabbietta, con entro un passero, dei quali, la giovinetta era
entusiasta.
Nella beccaruola posi un fogliettino, colla scritta: «_Datemi un
appuntamento, domani, Domenica, io sarò presso la porta della Chiesa.
Pregate vostra sorella Teodora, ad aiutarvi, in caso, per la consegna
della risposta. Speriamo che il Barometro sia sul bello_». Cinzia
tanto vivace, correva spesso pel giardino, e naturalmente fu la prima
a raccogliere la gabbiola. Intanto io come il gatto, da una boscaglia,
tutto vedea, e vedea perciò Cinzia a leggere il viglietto.
Pare che si viaggi discretamente, dissi fra me, ed ora vedremo... Ma
ad onta che aspettassi colà rannicchiato più di un'ora, nessuno più
venne, e allora esclamai: pare che si viaggi maluccio! Tornai perciò
al mio paese, e sulla sera, del dì successivo, Domenica, per
distrarmi, io pescava colla canna e l'amo, in riva del Lago. La stessa
sera, intorno al tramonto, era sempre Domenica, Cinzia colla nonna, la
mamma, la zia, la sorella Teodora e la orrenda cameriera, tragittano
il ponte, con quel passo che significa _andiamo a passeggio_. La ninfa
mi venne vicinissimo, in apparenza indifferente, presso alla mia
canna, lasciò cadere nell'acqua un involtino di carta color di rosa.
Ho mangiata la foglia, dicea la maschera Gioppino, e perciò diedi un
esperto colpo di canna sotto l'involtino che l'amo infilzò. Potei
tosto con molta prudenza, leggere sulla inumidita carta, queste
parole: «_Domani sera, alle otto precise, sotto il pergolato del
giardino, presso la porticina, che lascierò aperta._» (In maggio alle
otto ore, è ancor ben chiaro, per cui Cinzia non aveva fatta una
imprudenza.... A quella età tutto è fiducia, e lo scultore non era poi
un cannibale!) Sono gli slanci romantici della prima gioventù,
innocente età ma sempre istintivamente calda di amore, siccome
l'usignuolo che canta tutta la notte nel bosco.
Alfredo, parve, per un momento, che pigliasse interesse al racconto di
Cirillo, perchè abbassò il pennello, e staccò gli occhi dal suo
quadro. Scommetteremmo che il Pittore desiderasse una infelice
riescita anche per l'amico Cirillo, essendo naturalissimo, _il
solatium miseris, socios habere penantes_.
Cirillo, sospese alquanto il suo racconto idilliaco e, poi sospirando
esclamò. Diletto Alfredo;... «Udirai e saprai se m'ha offeso!»
_(Dante-Ugolino)_..... per la mia prima impresa o quarta che fosse,
che non bene rammento, toccai quella jettatura, che tu hai sempre in
bocca: Mefistofele, come, udrai, vi ha cacciate le sue corna.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Le ore di quella notte dalla Domenica al Lunedì mi passarono lente
lente, siccome i viaggi in diligenza di una volta. Io provava la
infuocata brama di conoscere, come sarebbe andato a finire il mio
quarto avvenimento tentato. Girava inquieto la piazza, non appena
sorto il sole del sospirato Lunedì--mangiai quasi niente in tutto il
giorno. Scoccano le ore diciotto, ne mancano due sole, dissi nel mio
cuore febbrilmente..... oh! Dei!! in quei momento giunge una polverosa
vettura a due cavalli sudati e stanchi, piena zeppa di viaggiatori.
Volle malaugurata curiosità, che io mi avvicinassi a quella ambulante
baracca, ed oh! sventura irreparabile! Erano il mio nonno, la nonna,
tre zii, tre zie, ed una serva che venivano dalla città a visitare la
mia mamma, la quale era poi, già s'intende, la loro rispettiva figlia
e sorella. Tutta quella gente, eccetto la serva, era discretamente
facoltosa, veniva di rado, dalla lontana città, portava regali, per
cui alto là, conviene dimostrare loro la infinita gioia di
abbracciarli. E per raggiungere un simile intento, mi cacciai anch'io
in mezzo a quella moltitudine fino a casa mia, con disgusto del
vetturale, che gridava, _non c'è posto!_
La gioia di mia madre, più sincera, non la si può descrivere. Volea
fatalità, che mio Padre, ai forestieri giunti allora dilettissimo,
fosse, fino dal mattino, andato a piedi in un paese di montagna,
discosto un'ora di viaggio, e per un suo affare qualunque--e volea
fatalità, che quel paese, fosse in direzione diametralmente opposta al
pergolato del giardino di Cinzia. Volea infine fatalità peggiore, che
mia madre mi spedisse insistentemente alla ricerca del papà, onde
sollecitare la sua dolce impressione pei nuovi arrivati. La
febbriciatola nota del mio cuore, giunse in quel momento ai 40 gradi
(centigradi). Immaginate che alle otto ore precise, siccome al
viglietto, mancava solamente un'ora e mezza. Vedrai, o Cirillo, dissi
fra me, che il tuo affare va a rotoli e... come tenere il piede in due
scarpe? Per quanto io amassi i miei nonni, è certo che Cinzia valeva
di più, anche per ragione di età, al mio cospetto. Insomma, bisogna
obbedire la mamma, bisogna essere cordiali cogli adorati nonni, e si
vada.
Correrò tanto, in modo da arrivare in tempo anche sotto il pergolato
di cui sopra. Follie! follie! Per trovare mio padre impiegai cinque
quarti d'ora, e per andare poi tosto, con un pretesto qualunque, alla
più simpatica mia località, impiegai mezz'ora, volando (allora non
v'erano biciclette). Siamo in ritardo, ma di soli 15 minuti,
tolleranza normale in tutti gli arrivi e partenze anche.... dei treni.
Trafelato, trepidante, arrivo al cancello piccolo... è aperto! Oh!
buona Cinzia, mi ha aspettato, sclamai! Vado sotto il pergolato.
Cinzia non v'è. Sovra un sedile di pietra, sta un vigliettino che
dicea:«_Di solito quando un appuntamento preme, si viene prima e non
dopo. Conservatevi di quell'ottima_ (stile nostrano ma chiaro).
«Quel giorno più non vi leggemmo inante»
(DANTE = _Inferno_, Canto V.)
Così o diletto amico, ho finito il mio tentato quarto idillio. E sta
pur tranquilla o disinvoltissima Ninfa, le giurai, che un'altra volta,
per simili affari, verrò piuttosto prima che poi..... Alfredo per quel
naturale solatium miseris, socios habere penantes, sorrise ma per un
minuto secondo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lord, a questo punto, latra a squarciagola... Che sarà mai? Chi verrà
a disturbare il lavoro febbrile di Alfredo. È il procaccio.... Una
lettera, colla soprascritta di calligrafia maschile all'antica.
Alfredo prega Cirillo a leggergliela onde non sospendere gli ultimi
ritocchi di pennello, al suo preferito quadro.
Cirillo legge:
_Pregiatissimo Sig. Blandis_
Lago di Como, Maggio 18..
«Scrivo per conto di Enrichetto, figlio di un mio vecchio amico. Mi
perdonerà se non vengo in persona a fare la commissione. Sò però che
Lei è buono per ritratti, ad olio ed anche senza. Di ciò me ne accorsi
due anni or sono, quando per la prima volta, vidi in casa Giacinto,
mio cognato, un suo lavoro bellino. Noi avremmo il progetto (per
adesso prego di tenere segreto) di far dentro un magnifico matrimonio
colla mia cara nipote Violetta, però non si sono ancora veduti. Il
figlio del suddetto mio amico, è un giovinetto di bel sangue, e poi
quando morirà presto il mio amico, che è suo padre, gli resteranno
senza fallo dei campetti. E perchè la mia cara nipote si innamori
subito, abbiamo pensato di mandare il suo ritratto in grande ed a
colori, a mio cognato. La fotografia non mi piace niente affatto. E'
troppo smorta. Le lascio però il tempo di quindici giorni. Io sono
sicuro che ci faremo onore tutti. Dunque, o venga Lei qui, o
altrimenti mi scriva che manderemo costì, il buon Enrichetto a farsi
ritrattare.
«Intanto, ho il piacere di rassegnarmi
_suo dev._
GIOACHINO ALLOCCHIO.
_Tableau!.._ Una lettera più chiara di questa, io credo, disse
Cirillo, che sia mai stata fatta dal Diluvio in poi. Cirillo però si
trattenne dal ridere, onde non irritare Alfredo, già sbuffante di
sdegno, e Cirillo inoltre, mentre leggeva la lettera, non si era
accorto come Alfredo mettesse in bocca la sigaretta dal lato acceso e
gettasse il pennello, intinto di nero, sul suo cappello di feltro
bianco deposto su di una sedia.
Alfredo grida: E' una indegnità per Dio, e poi ricompostosi, ed
abbassata la voce soggiunse: potrebbe anche darsi che il Sig.
Gioachino fosse affatto vergine intorno al mio amore per Violetta,
perciò non si potrebbe male interpretare il suo scritto.
Dunque Violetta non o ancora andata in convento, ed ora mi persuado
che non vi andrà più. Credete alle lettere che i cani rubano per
portarle al padrone.... Il mio tanto sudato quadro, è ormai inutile...
maledizione... Addio ultima speranza.... Fra un paio di mesi ed anche
prima, Violetta sarà sposa del Sig. Bel Sangue. Insomma non v'ha più
cuore sulla terra. Ciò detto rimase tetro e muto, e appoggiò i gomiti
sulla tavolozza dei colori, conciando così le maniche della sua giubba
a somiglianza dell'iride.
Cirillo, non potè ristare dal dirgli: Ma se non venderai il tuo
quadrone alle monache Orsoline, caro il mio S. Luigi Gonzaga, lo
potrai vendere ai Frati Benedettini, tutta gente facoltosa, e pace e
gioia sia con Voi. Tu risponderai con calma, neh! al S. Gioacchino del
Bel Sangue sul Lago di Como, che vada a far ritrattare il suo
Enrichetto, figlio del suo vecchio amico che deve morir presto e
futuro sposo della Signorina Violetta, che vada, poniamo, a
Costantinopoli. Ora amico Alfredo io ti saluto, per oggi. Bada però
che il mio cappello di feltro candido quasi nuovo, me l'hai pitturato
recentissimamente di nero fumo, ad olio, e non senza olio. Ciao.
Alfredo avvilito nel più profondo del cuore, per l'infausta lettera;
perdonami, disse, caro Cirillo non saprei come possa essere avvenuto
lo sfregio al tuo cappello! Non me ne ricordo davvero!...
Probabile che gli innamorati smarriscano anche il dono tanto prezioso
della memoria?
PARTE SECONDA
CAPITOLO IV
Beneficenza delicata di un ex artista di canto
Venti giorni circa dopo il ritorno di Alfredo dal suo viaggio
alpestre, trovandosi egli una sera in casa colle sue sorelle, giunse
un involto suggellato, con timbro postale poco chiaro, perocchè vi si
poteva leggere appena Trie...... Era diretto al Pittore Sig. Alfredo
Blandis, il piego assicurato..... Che sarà mai questo? dissero in coro
i tre fratelli?
Apertosi il pacco con mani convulse da Alfredo, si videro tre astucci
chiusi ed una profumata letterina, la quale apertasi, portava la
firma: _Zaira_.
Nessuno lì sul momento, toccò gli astucci.... Alfredo postosi a sedere
su di un angolo della madia, lesse la lettera, mentre le due sorelle
standogli dietro la schiena la leggevano prima di lui...... Lo scritto
diceva: