arida, corsa dalla polvere o impaludata dal pantano, il paesello nel
quale ricorreva un mercato o una fiera, affrettava il passo come un
povero ciuco al quale si fa passar la stanchezza e il dolor di reni
con una bastonata, e allora dei lunghi e grossi sospiri gli salivano
su dal cuore alla gola, come se dietro a quelle bandiere svolazzanti,
a quegli archi di mortella, al brulichìo di quella gente, ci fosse
stata per lui la gogna o il patibolo. Ma la fame lo faceva affrettare,
allungava il passo e con un fischio confortava il suo compagno di
viaggio e di gloria che gli trottava alle calcagna, col muso basso,
colla lingua fuor dalla bocca, penzolante.
Tutti e due andavano dritto fino in mezzo alla piazza più frequentata;
e là Quintino piantava le sue tende: stendeva un canovaccio sudicio
per terra, intanto che Marco lo stava a guardare riposando sulle gambe
di dietro e il collo piegato per il fastidio della cordicella che gli
teneva fermo sul capo il _cheppì_ di carta. Quando tutto era pronto,
il cane si rizzava su, dritto in piedi, il saltimbanco gittava per
aria, salutando la folla, il cappellaccio a tre punte, e la
rappresentazione incominciava.
Era un uggioso spettacolo. Pareva che quella maglia di un rosso
scialbo e stinto dalla pioggia e dal solleone, coprisse uno scheletro.
Quando scattavano in salti e capriole o si allungavano o si torcevano,
le ossa del saltimbanco pareva che scricchiolassero. Era un pagliaccio
ben triste quel povero Quintino!...
Egli campava la vita sempre chiuso dentro a quelle sue maglie lacere
che non lo difendevano nè dal caldo nè dal freddo, coi calzoncini
corti a sbuffi verdi filettati di lustrini anneriti, colle scarpacce
bianche, sformate, la coda e il cappello da Meneghino, e, da anni,
viveva in quella buffonerìa della miseria, come se per lui fosse
diventata la sua propria carne; come Marco viveva nel suo pelo lungo e
inzaccherato. La faccia di Quintino però era ancora più buffa del muso
di Marco: quei capelli nerissimi, ruvidi, dritti, parevano un
pennacchio, così tagliati all'ingrosso come erbe selvatiche rotte da
un colpo di falce. Nel suo viso si vedevano ogni sorta di rughe; aveva
l'occhio senza sguardo, la fronte immota, una rossiccia lanugine sul
mento; e perchè all'ironia degli uomini fosse compagna l'ironia della
natura, lui, che mangiava così poco, mostrava dalla sua bocca larga
dei denti lunghi e bianchi che avrebbero macinato un forno intero.
I suoi esercizi erano numerosi e variati. Dava principio al
trattenimento il giuoco della _tartaruga_, nel quale si vedeva
Quintino ad allungar le gambe all'indietro della testa, accavallandole
attorno al collo, mentre, appoggiandosi colle mani sulla stuoia,
dondolava col corpo fra le braccia dritte, tese, che parevan di ferro.
Poi c'era il _salto chinese_, e poi l'_a due_, ovverosia la
_passeggiata comica_: in questo esercizio Quintino faceva sbellicar
dalle risa passeggiando guardandosi intorno coll'aria da moscardino,
arricciandosi i baffi, fingendo di fumare con un pezzo di legno, che
avrebbe dovuto essere un mozzicone di sigaro, tenendosi il
cappellaccio piegato sulle ventiquattro; e tutto ciò mentre Marco, col
muso basso e col _cheppì_ che gli cadeva sugli occhi, gli entrava e
gli usciva di mezzo alle gambe, seguendolo ad ogni passo senza mai
farlo incespicare, con una precisione di tempo degna di un matematico.
Ma la rappresentazione finiva però sempre col meraviglioso _salto del
Niagara_, che veniva annunciato come _un grande e straordinario
esercizio, unico nel suo genere_. Difatti era questo, si può dire, il
cavallo di battaglia del celebre Quintino. Figuratevi ch'egli saliva
come un gatto in cima a sei o sette seggiole, messe l'una sull'altra;
poi, quand'era arrivato all'ultima, mentre la mobile colonna dondolava
sotto il suo peso, Quintino, il capo all'ingiù, si sollevava dritto
sulle braccia, colle gambe all'aria, stava là qualche secondo, poi
prendeva la spinta e si slanciava a cader lontano su due piedi, nello
stesso punto che le seggiole precipitavano per terra con un fracasso
di grande effetto.
Marco, che serio serio era stato immobile a guardare il suo padrone
durante tutto l'esercizio, a questo punto gli si avvicinava pian piano
dimenando lentamente la coda: cerimonia alla quale egli si abbandonava
molto di rado.
Ma quantunque col _salto di Niagara_ Quintino arrischiasse l'osso del
collo ad ogni rappresentazione, tuttavia, quando lo incominciava, non
si vedeva mai incoraggiato da un pubblico numeroso. Ciò avveniva
perchè, messe le seggiole l'una sull'altra, prima di dar principio
alla salita, Quintino andava in giro col piattello, e allora quella
gente, pare impossibile ma è proprio vero, diventava in sull'attimo di
una sensibilità eccessiva, e chi gli voltava le spalle brontolando che
quel genere di giuochi avrebbe dovuto esser proibito dalla Questura,
chi spergiurava che gli metteva il capogiro, un altro che gli faceva
tornare a gola il desinare; ma però, appena il saltimbanco aveva
riposto il piattello e cominciava a salire, tutti i suoi disertori si
voltavano uno alla volta e si fermavano un po' discosti per vederlo
lavorare. Finito il _salto del Niagara_ egli restituiva le sedie a chi
gliele aveva imprestate, raccoglieva da terra il canavaccio piegandolo
in quattro, e ripigliava il suo viaggio senza dire una parola, senza
barattare un saluto e senza curarsi nemmeno dei monelli che lo
seguivano per un buon tratto di via, gridandogli dietro colla
vociaccia squarciata: _Quintino! Quintino!_ accompagnando molte volte
quel loro saluto con qualche torsolo che capitava a lui nella schiena,
ma che non gli facea volgere il capo, o con qualche sassata che
arrivava fino a Marco Minghetti, il quale, colto così all'improvviso,
benchè continuasse col muso basso per la sua strada, dava però in un
guaìto breve e sommesso.
Nè quell'uomo nè quel cane sentivano rancore per quegl'insulti; essi
dimenticavano tutto. Ogni giorno avevano troppe angosce da soffrire,
perchè potessero ricordare le amarezze del dì innanzi. Una sola volta
Quintino ebbe un impeto d'ira furibonda contro un perverso che gli
avea chiesto, ghignando, s'egli sapeva dov'era nato. Il saltimbanco,
smessa d'un tratto l'abituale mansuetudine, saltò addosso come una
belva a quell'uomo senza cuore, lo percosse, lo afferrò per la
gola.... e forse lo avrebbe ucciso se non ci fosse stato là chi lo
salvò dal commettere un delitto. Ma il tristo che gli avea fatto così
male, egli non lo incontrò più sulla sua strada; e quindi si dimenticò
ben presto anche del solo ed unico suo odio.
***
Nessuno sapeva bene chi fosse Quintino, nè di dove venisse; ma però,
cosa strana, pareva a tutti, anche ai nonni, anche ai più vecchi,
anche al campanaro che aveva quasi cent'anni, d'averlo veduto sempre e
sempre così, fino da quando durava loro la memoria, con quel
cappellaccio a tre punte e le maglie stinte, e lo credevano sempre lo
stesso. S'ingannavano però: l'uomo era diverso, benchè fosse la stessa
maschera di pagliaccio che appariva di fuori e la stessa sventura che
ci soffriva dentro.
Solamente da dieci anni Quintino durava in quella vita e in quel
mestiere:--_Per la fabbrica dell'appetito_--come diceva lui.
Egli era nato fra le acque putride e le canne insulse e giallognole di
una campagna paludosa del Veneto, vicino al mare, dentro un casone
nero, ampio, umido, diroccato e abbandonato da tutti, che la leggenda
paurosa dei contadini chiamava col nome di _Cà del diavolo_. Non vi
era pace, non vi erano sorrisi, non vi erano baci, non si sentiva mai
una parola d'affetto in quella casaccia dove il lugubre silenzio era
interrotto soltanto dal fischio del vento, che vi penetrava come un
padrone impetuoso e villano dallo spacco dei tetti e dalle imposte
sgangherate.
Ogni volta che Quintino, così solo nel mondo, pensava a quella
bicocca, sentiva dei brividi di freddo corrergli per tutto il corpo, e
quando la ricordava, prima di addormentarsi sotto un albero
nell'estate, o in un fienile o sui gradini di qualche chiesa
nell'inverno, egli si faceva fremendo il segno della croce.
***
Suo padre più d'una volta avea dato da fare alla Polizia e, per non
incomodarla ancora, dopo una rissa nella quale aveva lasciato correre
una coltellata ad un altro contadino proprio sull'uscio della bettola,
era emigrato in Sardegna; e nel _Lombardo-Veneto_ non si fece più
vedere.
Sua madre era stata una faticona tutta cuore.... pareva la bontà
divina venuta al mondo per creare un disgraziato. Ma la pellagra,
volgarmente detta il _mal di miseria_, che in quel tempo infieriva
forse ancor più d'adesso, la segnò fra le sue vittime, e un cattivo
giorno il povero ragazzo se la vide portare a casa colla faccia
livida, enfiata, il corpo gonfio, gli occhi spenti: l'avevano trovata
morta in una fossa d'acqua stagnante.
Da varî giorni ella avea già fatto temere che il cervello le dèsse di
volta: si faceva ad ogni momento il segno della croce, borbottando:
«Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l'anima mia--Vi dono il
cuore e l'anima mia, Gesù, Giuseppe, Maria!» E colle mani coperte
dalle ulceri, si premeva con fremiti di disperazione le testa gialla
piagata.
Nella notte il ragazzo fu chiuso in casa tutto solo, colla povera
suicida, perchè delle contadine chi non si arrischiava di far la
veglia nella _Cà del diavolo_, e chi si valeva del pregiudizio per
andarsene tranquillamente a dormire col su' omo.
Il giorno dopo, quando ritornarono a prender la morta col becchino, il
ragazzo, tremante di paura, scappò via appena l'uscio fu schiuso, chè
non voleva lo seppellissero anche lui colla mamma, e, fuggendo a
casaccio, si smarrì fra le steppe e le distese d'acqua paludosa.
***
Andò ramingando solo solo per varî giorni, finchè fu incontrato da un
funambolo che lo prese e lo condusse seco, che gl'insegnò il mestiere
e lo avviò alla vita a forza di calci e di percosse; ma che più tardi,
quando venne a morire di tisi in una stalla come una scimmia, lasciò
in eredità al suo alter ego le proprie maglie sdrucite, il
cappellaccio bisunto e una giacca logora di frustagno. Allora Quintino
continuò tutto solo quella brutta esistenza, poi, un giorno, s'abbattè
nel futuro Marco Minghetti, allo stesso modo ch'era stato incontrato
lui, qualche anno innanzi, dal funambolo, e lo prese con sè; ma
ricordandosi ancora il bruciore dei calci e delle busse patite, volle
risparmiarle al proprio allievo. Quella che non gli poteva certo
risparmiare era la fame; però, in compenso, ci si abituarono a patirla
insieme, e tanto bene, che Quintino, innanzi al _colto pubblico_ e
all'_inclita_, soleva dire con quel sorriso nel quale c'era
dell'angoscia mista ad alcunchè di dolcezza--«Di fame, illustrissimi
signori, non si muore, ve lo so dire per pratica, ma vi domando un
soldo perchè, _viceversa_, si può morire di sete!»
A questa buffonata, tutta quella gente, ch'era solita a desinare, si
metteva a ridere e a batter le mani; anche il povero Quintino, per
continuare il giuoco, faceva allora delle smorfie e dei lazzi
comicissimi, ma mentre colle mani suonava il tamburone sulla pancia
vuota, egli guardava cogli occhi pieni di compassione e di lamenti il
suo fido compagno di glorie.... e di digiuni.
Tuttavia era l'inverno il nemico più crudele dei due disgraziati.
Quando erano stanchi, affranti, estenuati dai calori dell'estate, si
sa bene, trovavano sempre un po' di refrigerio sotto l'ombra densa
degli alberi e c'era sempre anche per essi una corrente d'aria fresca
e refrigerante sulla riva di un fiume.... ma l'inverno?... l'inverno
col freddo, colla neve, colle notti di dodici ore?!...
Ed era appunto l'inverno, sull'imbrunire, dopo una giornata di
viaggio, che Quintino e Marco si trovarono finalmente in vista di una
cittaduzza. Fra tanta gente non ci sarebbe stata l'anima buona che per
carità volesse cavar loro la fame?... Fra tante case accumulate le une
colle altre, non avrebbero trovato un buco, una tana, per ripararsi
dal freddo e riposare?
Cadeva un'acquerugiola fitta fitta, minuta, ghiacciata. Quintino non
aveva più nemmeno la giacca di frustagno; l'aveva dovuta cedere ad un
bracciante in cambio di una fetta di polenta.... A confronto suo.
Marco Minghetti poteva proprio dirsi un signore, e Quintino glielo
fece notare.--Coraggio, Marco! tu hai la pelliccia, come un conte,
come un riccone sfondato.--Marco, per tutta risposta, squassò,
dimenandosi con violenza, l'acqua che gli si era diacciata sul pelo
nero.
Quando arrivarono alle porte, Quintino fece sghignazzare i doganieri
che lo guardavano battere i denti con quel freddo cane, non avendo per
tutto vestito che un calzoncino e un corsetto di maglia.
--Ohè, ohè, quel ballerino! non hai niente di dazio?--gli gridaron
dietro i soldati, per burla.
--Sì.... ho un quarto di vitello nascosto sotto il tabarro.
Questa risposta aumentò il buon umore delle guardie, che lo lasciaron
passare senz'altre osservazioni.
Ma a mano a mano che il povero buffone s'inoltrava nella cittaduzza,
faceva sempre più freddo e si faceva sempre più buio. Le case erano
chiuse, chiusi i negozî dietro ai larghi cristalli, e la poca gente
che camminava per le strade correva lesta lesta sotto gli ombrelli
perchè la pioggiolina cominciava allora a mutarsi in neve. Quintino
sentiva nel petto indolenzito i morsi acuti della fame, il freddo lo
intorpidiva, era affranto dalla stanchezza, e però gli si stringeva il
cuore vedendo quanto gli riuscirebbe difficile il dare almeno una
rappresentazione con quel tempaccio e a quell'ora.
Allungò il passo per arrivar più presto alla Piazza Grande.... Quando
vi giunse era deserta, non ci si vedeva anima viva: anche i fiaccherai
erano scomparsi, in barba al regolamento, mentre per terra, tutto il
vasto piazzale cominciava ad esser bianco di neve.
Quintino si fermò smarrito, sgomento, e guardò Marco Minghetti che
fissandolo a sua volta guaiva a mezza voce. Ma intanto i lumai
cominciavano ad accendere le lucerne e, dall'altra parte della piazza,
Quintino potè notare, sotto un breve porticato a due archi, la luce
rossastra d'un caffè e scorse della gente che stava ferma attorno alla
porta della bottega. A tal vista si consolò tutto. Dopo di essersi
soffiato nelle mani per riscaldarle, allungò, battè le braccia con
tutta forza attorno al petto saltando sulla neve per stirare le gambe
che avea aggranchite nelle maglie fradice d'acqua, e, attraversata la
piazza, si avvicinò a quei _signori_ che stavan là ben tappati a
guardar le falde cadere; poi levandosi il cappellaccio, col più comico
de' suoi lazzi:
--Illustrissimi!--cominciò--Favoriscano d'un benigno compatimento il
signor Marco Minghetti--e indicava il cane--e l'umilissimo Quintino
Sella che sono io, entrambi ministri delle finanze in riposo, i quali
si produrranno con degli esercizi _straordinari_ e non mai più veduti,
inventati apposta per la fabbrica dell'appetito!...
A tali parole quei messeri si strinsero nelle spalle infastiditi,
dando segni non dubbi di noia e di malcontento, ed entrarono nel caffè
brontolando fra' denti:
--Ozioso!
--Ubbriacone!
--Va a lavorare!
--Mi salterebbe il ticchio di fartela passare io a calci nel sedere,
la frega del Marco e del Quintino--borbottò un _costituzionale_
arrabbiato, il quale avea presa quella buffonata per una satira di
colore politico.
Il povero Quintino, viste le mossacce, restò lì tutto solo, come
interdetto, col cappello in mano e il corpo inchinato.
La piazza era diventata tutta bianca e co' suoi pallidi riflessi
rischiarava tristamente il vasto squallore di quella notte d'inverno.
Il portico soltanto era illuminato da una lucerna che pendeva giù
dall'architrave, e dalla luce viva che si diffondeva al di fuori dai
cristalli delle grandi portiere del caffè.
Che cosa fare?...
Quintino continuava a guardarsi d'intorno smarrito. Non c'era pubblico
punto, tranne un piccolo spazzacamino che s'era fatta una pallottola
di neve e la divorava, con un appetito eccellente, tal e quale come
fosse una fetta di polenta abbrustolita, guardando con gli occhi
imbambolati il pagliaccio vestito in quel modo così buffo e aspettando
che dèsse principio alla rappresentazione. Allora, preso da un
avvilimento profondo, Quintino si volse come per interrogare con uno
sguardo il suo compagno d'arte: Marco Minghetti, per tutta risposta,
si levò dritto in piedi, sulle gambe di dietro.
--Vuoi _travagliare_? Ebbe'.... coraggio e avanti sempre fin che la
dura.
Sbirciò dai cristalli del caffè, dopo averli qua e là strofinati col
gomito, perchè s'erano appannati, tutta quella gente che vi stava là
chiusa beatamente, che rideva, discorrendo e cianciando, che beveva
delle acque e del vino fumante, che mangiava pasticcini e leccornìe,
seduta in soffici poltrone e coi soprabiti sbottonati, perchè nella
sala si sudava dal caldo.
Egli pensò che dalle portiere lo avrebber forse potuto vedere a
travagliare, e si animò tutto. Si battè un'altra volta colle mani
sulle maglie inzuppate d'acqua, soffiò colla bocca sulle dieci dita
raggruppate, guardò lo spazzacamino che continuava a merendare
pacificamente colla sua pallottola di neve, e cominciò a mettere a
posto, le une sulle altre, tutte le seggiole del caffè ch'eran di
fuori sotto il portico. Ma dopo un poco gli tornò a mancar la lena:
era tutto intirizzito, gli pareva di venir meno per la fame e per la
stanchezza. Le gambe gli si piegavan sotto, aveva la testa che gli
martellava per la febbre, e la gola secca, arida, che lo faceva
spasimare ad ogni respiro, ad ogni parola, come se vi avesse avuto
dentro delle punte sottilissime di acciaio.
Quando le seggiole furono pronte, fece un altro salto per riscaldarsi,
ma sdrucciolò sul lastrico diacciato e mancò poco non cadesse giù,
lungo disteso.
--Signori!... Si dà principio per la fabbrica dell'appetito.
Marco Minghetti sapeva bene che adesso toccava a lui; si rizzò dritto
a sedere e colle due zampette tentò, al solito di accomodarsi il
_cheppì_.
Il piccolo spazzacamino rise dall'allegrezza godendosi quella mimica,
e battè soddisfatto le manine ghiacce marmate, quando il funambolo
cominciò a salire adagio adagio sulla colonna dondolante. Una
seggiola, due, tre, cinque le ebbe superate; superò anche l'ultima e
fu su, in cima: ma quando volle rizzarsi facendo il _braccio di ferro_
colle gambe all'aria, gli scivolò una mano, le sedie si smossero,
mancò l'equilibrio a tutto l'edificio e Quintino precipitò riverso a
terra, battendo di tutto peso col corpo sul lastrico, mentre le
seggiole gli cadevano addosso sulla testa e sul petto.
Non diede un grido, non un gemito; rimase là sotto, senza più
muoversi.
Lo spazzacamino diè un urlo e fuggì.
Per qualche tempo nessuno venne in soccorso del povero pagliaccio,
nemmeno Marco Minghetti che non osava di muoversi e, ancora seduto
sulle gambe di dietro, stanco, si appoggiava di tanto in tanto per
terra colla terza zampa per riposare un poco; e allungava il collo
guardando il padrone immobile sotto le seggiole, fiutando
affannosamente inquieto, come se avesse voluto indovinare il perchè di
quella nuova buffonata.
Un facchino fu che si avvicinò il primo al caduto, poi una donnetta
che invocò la Madonna e tutti i santi del paradiso, poi a poco a poco
gli si fermarono attorno otto o dieci persone, tenendosi però ad una
certa distanza, tanto da poter vedere, senza compromettersi, che cosa
era accaduto; poi uscì un cameriere del caffè, ma questi rientrò quasi
subito dovendo riferire il fatto agli avventori, che lo avevano
mandato apposta di fuori per sapere che voleva dire tutto quel
baccano. Finalmente capitò anche un vigile il quale mandò subito a
prendere una barella dell'ospedale: quando giunse, sollevarono in due
il ferito, che continuava a non dar segno di vita, lo misero dentro,
sul pagliericcio, poi chiusero il coperchio e lo portaron via.
Marco era stato sempre là, in mezzo alla calca; gli pestavano addosso,
ma non fiatava e non si allontanava punto. Seguì però la barella
appena si mosse; la seguì vicin vicino, colla coda tra le gambe e il
muso basso; ma giunto alla porta dell'ospedale, quando anche lui
voleva entrare dietro al suo padrone, un portantino, stizzito, lo
cacciò via con una pedata così forte e così bene aggiustata che lo
mandò lontano, a ruzzolar nella neve.
***
Per tutta la notte Quintino nulla seppe di sè: era caduto in un
deliquio che faceva scrollare il capo sinistramente agli infermieri
del suo riparto. Ma quando la mattina vegnente si destò da quel sonno
così grave e si guardò all'ingiro, credette allora di cominciare a
vaneggiare: per la prima volta in sua vita gli pareva d'essere un
signore. Riposava, ben coperto, in un morbido letto di bucato. Dalle
ampie vetrate delle finestre, che davan sopra la strada, il sole
cominciava allegramente ad entrar co' suoi raggi, rigando le bianche
lenzuola con delle strisce luminose, piene di pulviscoli vaganti; e in
quell'ambiente sereno di candidezza e di quiete provò un benessere
nuovo che gli fece prorompere dall'animo grato come un'espansione di
riconoscenza e d'affetto per tutta quella gente ch'egli vedeva andare
e venire, con pietà santa, da un letto ad un altro, per quelle sacre
immagini che pendevano appese all'ingiro, e per quel Cristo gigantesco
dipinto sotto il soffitto, che dalla sua croce pareva diffondere
nell'ampio recinto la benedizione e il conforto.
Anche per il povero Quintino, la vita ebbe finalmente un sorriso.... e
lo ebbe allora che si svegliava così malconcio all'ospedale!... Gli
pareva che il suo male fosse stato il suo bene. La testa gli doleva,
nel petto sentiva di tratto in tratto delle fitte acutissime, ma la
febbre gli recava, coi suoi turbamenti, anche le sue leggiadre
visioni. Lo prese un gran bisogno, un gran desiderio d'amare, e,
illuso, anch'egli aspettò con ansia chi lo venisse a trovare, perchè
ogni volta che si spalancava la porta entrava nella sala qualcuno che
s'indovinava dovesse essere o una madre, o una sorella, o un'amante,
oppure un amico, e tutti si avvicinavano lesti e sorridenti all'uno o
all'altro dei lettucci, disposti in lunga riga, e vi dispensavano e
doni e baci e carezze.
Allora ognuno di quegli infelici aveva pure la sua consolazione!...
Quintino vedeva la mano del povero ammalato stretta in una mano
affettuosa che lo confortava, vedeva delle lacrime, dei sorrisi, udiva
delle grida di dolore o di gioia; ma invano aspettò che la porta della
sala fosse aperta da un'anima caritatevole che venisse là per lui.
Nessuno sapeva chi fosse quel saltimbanco; nessuno lo conosceva, e il
suo letto rimaneva solitario, abbandonato, come s'egli fosse uno
straniero anche in quella casa del dolore. Allora pensò a sua madre,
sformata dalla pellagra e morta dannata in una fossa d'acqua melmosa,
imputridita; pensò a suo padre finito miseramente fra gli stenti e i
rimorsi in un'isola lontana, invidiò il sorriso di un'amante, la
parola cara di un amico, e rimpianse la vita che gli sfuggiva, per
tutto ciò che non aveva goduto. Solo!... solo!... sempre solo!...
Eppure.... eppure sì, un compagno, un amico lo aveva anche lui! A
questo pensiero balzò con un impeto improvviso fuori dalle coperte e
venne giù e guardò e cercò sotto il letto..., ma invano! Era solo,
solo, abbandonato da tutti!... Allora tornò a scoraggiarsi, a
disperare, e trovò più penosa quella solitudine in mezzo al mondo e
alla gente di quanto non lo fosse per lui quella delle sue notti di
viaggio, quando si trovava smarrito fra le vaste pianure in riva al
mare.
Riadagiatosi nel letto, spasimò più forte e gli sembrò che tutte le
liete immagini di prima gli si annerissero cupamente d'intorno. Gli si
era mossa la fasciatura della larga ferita che aveva alla testa, e ne
usciva il sangue a fiotti. Infermieri e medici e suore gli corsero
intorno soccorrendolo, ma, in tutti que' volti sconosciuti, egli non
seppe più leggere una sola espressione d'affetto.
Intanto la febbre consumava quella misera esistenza destinata a quel
lugubre fine.