--Recanati, attento! È la quarta delle dichiarazioni ch'ella mi fa in
cinque minuti, e così non mi lascia nemmeno il tempo di poterle
gustare.
--Marchesa cattiva! cattiva! Per amarla troppo terminerò coll'odiarla.
--Il caso non sarebbe nuovo, ma:
Sì fieri sensi nell'ardente petto
Chi v'ispira, o signor?
--Sfido io! Non c'è caso ch'ella voglia prendere le mie parole sul
serio!
--Oh! Se non prendo le sue parole sul serio, dovrebbe ringraziarmene,
caro Recanati--e qui l'accento ebbe un'intonazione molto marcata.--Se
no, scusi, sa, scusi, ma, a quest'ora.... me ne rincrescerebbe tanto
per la diplomazia, ma....
--Marchesa, non era mia intenzione l'offenderla.
--Lo credo, e non si sgomenti. A me piace lo scherzo e ho capito che
piace molto anche a lei, ecco tutto.
--Ella certo non può dubitare della mia stima!
--Oh no; perchè sono abbastanza sicura del fatto mio, ma lei, come
lei.... Mi conosce da dodici ore e pretenderebbe di amarmi non solo,
ma pretenderebbe anche di farsi amare e....
--Non lo pretendo, marchesa, lo desidero.
--Un momentino; lasci finire. Appena presentato, subito mi scarica
addosso una dichiarazione fulminante. Io ne rido; e lei, con una
disinvoltura invidiabile, giù la seconda, la terza, la quarta: una
raccolta non sempre originale, ma molto ricca. Continuo a ridere, per
il meno male, e allora, con un talento superiore a qualunque
filodrammatico, mi recita per benino la parte del cruccio e dell'ira.
Senta, se lei mi lascia ridere, rider di cuore, potrò credere che,
pure scherzando, abbia della stima per me; ma se invece dubita
solamente che io possa accettare le sue, sarò buona e dirò le sue
_amabilità_ sul serio, per valuta corrente, nei miei Stati--la sua
passione che dura da dodici ore, delle quali ne avrà dormito otto per
lo meno, mi condurrebbe a delle conclusioni contrarie, credo, ai suoi
desiderii.
Ella rideva mentre parlava, rideva con un riso fresco, giovane,
sonante, e le fossette delle sue guance si facevano più profonde e più
tentatrici.
--Sì.... dodici ore, sarà; ma dodici ore sono più che abbastanza per
diventar matto!
--E allora, per ritornar savio, quante ore pensa che le possano
occorrere?
Gino, a questa lezione, perchè, anche detta ridendo, mentre ella, con
una mano, si accomodava i capelli dietro la nuca, mostrando così tutto
il braccio nudo e facendo risaltare le curve squisite del busto, era
sempre però una lezione, Gino si trovava maluccio....
--Chi le assicura che io l'abbia veduta per la prima volta ieri
sera?--diss'egli come l'uomo che nuota a caso in cerca di una tavola
di salvamento.
--Raiberti me lo ha assicurato mezz'ora fa.
Raiberti era un buon diavolo, ma chiacchierava troppo.
Esso raccontò alla marchesa l'esclamazione di Gino al sentire che
Giulia era vedova, la confusione delle parentele; raccontò tutto, in
una parola. D'altra parte era la sua prima visita, e si riteneva
fortunato di avere così un argomento qualunque da mantener viva la
conversazione.
--Ma Raiberti non lo poteva sapere.
--No?... Se mi ha detto che son due giorni soli ch'ella è qui a Roma e
che era assente dall'Italia da cinque anni?
--Questo non vuol dire. Non è la prima volta che ci vengo.
--Ma io, cinque anni fa.... cinque anni fa ero già fidanzata.
--Fidanzata.... pur troppo!--Dicendo queste parole, egli prese una
cera rassegnata, si avvicinò a Lucia che, sicura di sè, non si
ritrasse nemmeno, e:--Se io le dicessi--continuò--di aver portato meco
in questi cinque anni di esilio....
--D'esilio?... In Ispagna?... Alla Corte?... Con una incoronazione,
due matrimoni e un funerale?
--Cinque anni di esilio, perchè non ho potuto dimenticare mai ciò che
io avevo lasciato in Italia, qui a Roma.
--Raiberti me lo ha detto: una nonna adorata!...
--Marchesa, questa è cattiveria, è crudeltà....
--Via, via, da bravo! quella brutta faccia non gliela voglio
vedere!...--e Lucia stese una delle sue piccole mani a Gino, che la
prese e la strinse.... anche un po' troppo.
--Avevo lasciata in Italia, una fanciulla bionda, pallida, con due
occhioni neri.
--Non la si può dire una rarità della specie; tutte le bionde, da poco
in qua, hanno gli occhi neri.
--Lei.... non si ricorda di nulla, lei?--Gino prima di andare avanti
aveva bisogno di un qualche indizio per poter regolarsi.--Imbecille!
Perchè non sono andato al _club_ ieri sera?--pensava intanto fra
sè.--Avrei potuto forse conoscere suo marito e raccogliere qualche
informazione opportuna.
--Non si ricorda di nulla, lei?...
--Io?... Di nulla!
--Non si ricorda di avermi veduto mai, nè al Pincio....
--No....
--E nemmeno al Valle?...
--Al Valle, cinque anni fa? Ero ragazza!
--Cioè all'Apollo, volevo dire.
--Ci sono stata una volta con papà. Alla _première_ dell'_Aida_.
--E non si ricorda di avermi veduto!...--soggiunse Gino, il quale
finalmente si sentiva in porto.
--Io no. Ero fidanzata, e capirà bene, io non guardava che il marchese
di Tolosana.--Così dicendo Lucia abbassò gli occhi sospirando
profondamente; profondamente davvero.
Gino pensò, con una soddisfazione colpevole, che anche quel marito non
andava a versi alla moglie.
--Io non conoscevo alcuno--continuò il diplomatico--ero a Roma, per
gli esami, da pochissimo tempo. Entro in teatro, mi guardo attorno
svogliatamente e vedo.... vedo lei, marchesa, in un palco di....
--Di second'ordine.
--Appunto.... In seconda fila. Vederla, e restare colla bocca aperta,
assorto in una muta contemplazione, fu tutt'uno. Le cantilene di
Selika e di Nelusko....
--Cioè di Radames e d'Aida....
--Di Radames e d'Aida, trovarono la mia mente, i miei sensi distratti.
Tutta la mia vita era negli occhi, negli occhi che contemplavano lei,
e la divina musica di Verdi rimaneva soffocata da un'armonia celeste
dell'anima, che mi trasportava in un altro mondo, in una follia di
desiderii e di sogni. Egli è che allora conoscevo l'amore per la prima
volta, egli è che allora per la prima volta imparavo ad amare. Finito
lo spettacolo esco dalla sala per incontrarla all'uscita. Mentre la
vedo passare bionda, pallida, sottile, come la figura d'Ofelia nella
mente di Shakespeare innamorato, scorgo un collega:--Conosci quella
giovinetta? domando.--È la.... Qui Recanati s'interruppe un istante:
il casato di Lucia non lo sapeva.--È la fidanzata del marchese di
Tolosana--mi risponde. Creda, marchesa.... mi sono sentito una mano
ghiacciata serrarmi la gola, un coltello piantarsi nel cuore....
Lucia non rispose, pareva commossa.... anche lei pareva avesse perduto
lo spirito.
--Ricordo di averla veduta quella sera con.... con un....
--Con mio padre.
--Appunto. Un signore.... piuttosto in età....
--Alto di statura....
--Sicuro, alto.... un po'....
--Un po' magro.
--Un po' magro....
--Colla barba bianca.
--Oh bianchissima. Vede bene come ricordo ogni più minuto particolare!
Lucia lo guardò con un'occhiata che era una carezza, e sfogliando a
caso uno degli _album_ che teneva sul tavolo, mostrò un ritratto a
Gino.
--Lo ricorda?...
--Suo padre?...
--Mio padre.
--Tal e quale.--Eppure, pensava Gino guardando il ritratto, quella
barba io la conosco.--Le rassomiglia molto.
--Le pare?
--Tutta lei. Come era bella anche allora! Con suo padre nel palco
formavano un quadretto, tutt'e due, che non ho mai potuto dimenticare.
--Tutt'e due?... Cioè, tutti e tre, perchè c'era anche mia sorella.
--Sicuro, ma.... non se n'abbia a male.... con sua sorella era il
quadretto veduto, solamente lei era quell'altro; quello conservato
nell'anima.
A questo punto, Gino baciò lentamente la mano della marchesa. Lucia lo
lasciò fare abbassando la vaga testina e così si aperse un po' più la
scollatura dell'abito. Cominciava ad esser commossa anche lei, non
della commozione effervescente di Gino, ma di una specie di malinconia
tranquilla e profonda.
--Ebbene, signora Lucia.... Permetta che io la chiami così, per una
volta sola almeno; ebbene, signora Lucia, quando le avrò detto che
sono cinque anni, cinque lunghi anni che io vivo per lei e con lei,
crederà ancora che, se sono pazzo, mi possano bastare poche ore per
ritornar savio?
Lucia lo guardò, sorrise, e poi abbassò la testa anche di più:
--Oh se fosse proprio vero.... cinque anni.... allora.... allora
sarebbe tutt'altra cosa!...
Recanati intanto continuava a farsi più e più vicino, e già, con un
ginocchio, toccava la veste della marchesa.
--Io non pretenderei, certo, non pretenderei mai di essere amato, ma
se tutto quello che ho sofferto in cinque anni, tutto quello che ho
sofferto di dolori, di gelosie....
--Gelosie....--e qui la marchesa sospirò un'altra volta--adesso lei
non avrebbe più ragione di essere geloso....
--No?...--Curiosa! pensava tra sè il diplomatico, fra marito e moglie
le relazioni sarebbero dunque interrotte?--Ascolti, marchesa--riprese
poi rinfrancato da questa nuova scoperta.--Ascolti. Mi deve rispondere
con franchezza, con serietà. Se lo ricordi, non ha il diritto di
scherzare colla passione di un uomo, perchè ha il diritto di non
parteciparvi!
Lucia lo guardò con uno sguardo tenero, lungo, e riabbassò di nuovo
gli occhi.
--Quando io facessi tutto ciò che il suo capriccio fosse per
domandarmi, quando io superassi tutte le prove alle quali le piacesse
di sottopormi, fra un anno, fra due, fra dieci, potrei forse
sperare....
--Che cosa?...
--Una sua parola.... una sua parola sola.... Mi dica qualche cosa,
marchesa.... Non rimanga così muta.... la prego, la supplico....
Dunque?... Sì o no?... Parli!...
--.... Forse! Chi sa!...
--Forse! Ah! Grazie, grazie; sente dunque che.... un giorno.... E
allora si mostri buona, abbia della compassione per me. Non mi faccia
aspettare troppo quel giorno. Sarebbe una crudeltà!
--Ma bisogna intendersi prima sul tenore di questa parola....
--Le domando solo di lasciarmi spendere la vita, tutta la vita, per
adorarla in ginocchio. Domando di essere l'uno dell'altra per sempre!
Oh! se potessi portarla con me, fuori dal mondo che ci separa, in una
campagna isolata, lontana, lontana....
--Ma se io la dicessi, quella parola.... potremmo vivere così.
--Liberi?
--Come l'aria.
--Decisamente sono divisi--concludeva Gino--e quello stordito di
Raiberti che non me l'ha detto!... Scommetto che l'ha fatto apposta.
--E allora tanto più se ella è libera, parli, parli subito. Dica
tuttociò che compendia il mio sogno di cinque anni. Sarebbe così bella
la nostra vita!
--No. Ella deve prima conoscermi meglio. Conoscermi a fondo. Ho dei
difetti, sa; sono stata viziata, perchè sono stata anche molto amata.
--Conoscerla? Ne ho forse io di bisogno? La donna che si ama,
s'indovina, si sente.
--Il passo è grave ed io voglio lasciarle tempo a riflettere....
--Riflettere?! Riflettere quando l'amo?
--Si tratta della libertà, si tratta di tutta la vita, ci pensi!
--Ma s'è già nelle sue mani tutta la mia vita!
--Allora....
--Allora? Ebbene!... allora?
--No, no, parta, signore. Un altro giorno mi ringrazierà di non averle
ceduto, di non averla sorpreso, quasi, in un momento di esaltazione.
--Partire? Partirò dopo che m'avrà detta quella parola, non prima, di
certo.
--Ma se io le dicessi questa parola oggi, subito, che cosa poi
potrebbe pensare di me?...
--Che siete un angelo!--rispose Gino, tentando il _voi_ per la prima
volta.
--No, non sono un angelo--e qui Lucia, a sua volta, cogli occhi umidi,
lucenti, accesa nel volto, tremante, pareva in preda anche lei
all'orgasmo, in uno stato, pareva, di eccitamento nervoso.--No, non
sono un angelo. Sono una povera donna che sente, che sente troppo,
forse. Un linguaggio così appassionato, la confessione imprudente di
un amore che dura da cinque anni, solitario, pieno di fede e senza
alcuna speranza.... tutto ciò mi ha commossa, sconvolta. Oh, signore,
dev'esser buono lei, che è tanto forte: ebbene, abbia un po' di
compassione per me.
--Cara....
--E poi ella mi ricorda nella voce, nel volto, negli occhi.... mi
ricorda....
--Chi vi ricordo?...
--No, no, parta, parta finchè sono padrona di me. Parta, non mi guardi
in quel modo.... Mi fa male. No, è inutile, oggi, così subito, non
voglio dirla quella parola. No. Sia buono. Non mi guardi così!--Ma il
diplomatico si ostinava a fare il cattivo, e mentre sbarrava ancora di
più gli occhi, fissandola, pareva volesse magnetizzarla, con una mano
era penetrato adagio, adagio fra la spalliera del sofà e la vita della
marchesa che, d'un tratto, strinse forte contro il suo petto.
--Ah! Demonio!
--Angelo!... Quella parola la voglio!
--No!...
--E allora già io non vi lascio.
--Ah! Mio Dio! Ebbene.... sì.... sì, sarò vostra moglie!
--Mia moglie?!--esclamò Gino e, rallentate le braccia, ritornò fermo,
al suo posto.--Mia moglie?!... Cioè.... come sarebbe a dire?...
--Credo che non mi vorrete offendere, signore; credo che non avrete
pensato nemmeno per un istante di poter ottenere il mio cuore, senza
prima avermi fatta vostra moglie. Credo che non sarà una colpa quella
che dopo cinque anni di amore venite a propormi.
--No, no certo, signora marchesa.... solamente.... mi avevano
detto.... che.... vostro marito....
--Mio marito, dal cielo, mi perdonerà.
--Dal cielo?!...--Ah imbecille d'un Raiberti, imbecille!--pensava Gino
che si sentiva la voglia d'inghiottirselo crudo come un'ostrica.--Egli
ha confuso le due. La maritata era quell'altra!--e intanto continuava
a ritirarsi, restringendosi in fondo al divano; non sapeva più quel
che si facesse, asciugava il sudore coi guanti, cercava la lente che
teneva nell'occhio, avrebbe voluto rispondere, ma non sapeva infilar
due parole. Quella che avrebbe infilata molto volentieri, sarebbe
stata la porta.
--Credete, siete certa davvero che vostro marito dal cielo perdonerà
se....
--È la sua immagine ch'egli mi fa rivivere in voi.
--Grazie tante del miracolo--masticò Gino fra i denti e la bile.
--Voi gli rassomigliate in un modo singolare.
--Io?... Gli rassomiglio?
--Nel volto, negli occhi specialmente. È per questo che ho sentito
subito di volervi bene.
--Era lui, dunque, che io poco fa vi ricordavo?
--Sì, ora posso confessarvelo.... Ora posso dirvi tutto, perchè oramai
siamo uniti per sempre. Appena voi mi foste presentato ieri sera, io
ho sperato quasi in una risurrezione. Aspettavo una vostra parola
d'affetto come....
--Veramente, in principio, mi avete trattato piuttosto male.
--Volevo mettervi alla prova, e poi temeva quello che non è,
fortunatamente. Temeva, e lo temeva per il mio avvenire, per la mia
felicità, che voi foste un vagheggino sciocco, presuntuoso e leggiero,
con nessuna stima nelle donne, e con nessun rispetto per il loro
onore; un _irresistibile_ di professione, un Don Giovanni da strapazzo
che si crede un gran Sultano e passeggia colle tasche piene di
fazzoletti per....
--Ma il vostro dubbio....
--Oh! Il mio dubbio offendeva il vostro carattere, come offendeva la
cara memoria di colui che voi mi ricordate tanto!
--E per ciò....
--E per ciò capisco che vi debbo un'ammenda.... ebbene, io vi
domanderò perdono a Tolosana.... una villetta appartata dal mondo, una
villetta chiusa da tanti anni, ma che si riaprirà con voi, perchè con
voi riavrà l'adorato suo ospite e signore. Mi avete aspettato cinque
anni ed io non ho il diritto di essere crudele, non voglio farvi
aspettare di più. Ecco la mia mano, è vostra. Daremo un addio per
sempre alla società, al mondo, alle feste, ai balli, ai teatri, alla
Corte, come avete desiderato, per vivere noi due soli, in campagna, in
mezzo al verde, lontano, molto lontano, raccolti nel nostro amore, fra
Pianure interminabili e colline
Di perpetua verdura inghirlandate;
solamente rallegreranno la solitudine i miei figli che amerete....
come un giorno amerete i _nostri_, non è vero?
--I vostri figli?
--Quattro....
--Quattro?
--Quattro angioletti. E verrà con noi, a Tolosana, mia madre....
--Anche la suocera!--borbottava Gino, sospirando un treno diretto che
lo riportasse a Madrid.
--È un po' nervosa, irascibile, malaticcia.... ma è un angelo anche
lei!
--Anche lei! Tolosana, cara, diventerà la scala di Giacobbe!
--Ah! Gino, ripetete ancora le vostre divine parole di poco fa: Come
sarà bella la vita!
Lucia, così dicendo, questa volta si avvicinò lei. Ma a Recanati non
pareva più la medesima. In quelle tenebre l'occhio si era assuefatto e
vedeva che la carnagione della marchesa non conservava più la prima
freschezza e che molto candore lo doveva alla cipria. I capelli non
erano biondi, ma rossi, il disordine della pettinatura di pessimo
genere, i colori sfacciati della veste di pessimo gusto, e il profumo
che aveva intorno quella donna era un odore insopportabile di
kaenferia, da far venir l'emicrania.
--Prima però.... ho da regolare qualche affaruccio.... e bisogna per
pochi giorni che io ritorni in Ispagna....
--Benissimo, andremo in Ispagna facendo il viaggio di nozze! Avete
sofferto cinque anni di angosce ed io voglio compensarvene, non
lasciandovi mai, mai più.
--Questo è impossibile.... il mio ufficio.... ho una missione del
Governo delicatissima e....
--O posso venire con voi.... o date le dimissioni.
--Ma....
--Non ascolto nulla, non ammetto nulla, non vi permetto una sola
parola. Sono gelosa, e basta.
--Avete torto. Io non sono già un Don Giovanni da strapazzo, io non
sono un gran Sultano che abbia le tasche piene di fazzoletti per....
--Oh! Questo no. Anzi non ne avete nemmeno uno: da mezz'ora vi
asciugate il sudore coi guanti.
Così dicendo, Lucia suonò il campanello. Battista entrò.
--Alzate quella tendina. Mio Dio!--disse poi Lucia a Gino, vedendolo
pallido e quasi allibito,--voi vi sentite male.
--Non è nulla.... è l'emozione.... mi sento bisogno di prendere una
boccata d'aria.... d'aria libera.
--La signora marchesa ha null'altro da comandarmi?--domandava intanto
Battista.
--I bambini sono di là?
--Sono usciti, signora marchesa--rispose il servo.
--Con miss Dlain?
--No, col signor marchese.
--Appena ritornano, dite a mio marito,--aggiunse Lucia, fissando
Recanati che a queste parole acquistava gli smarriti colori,--dite a
mio marito che li conduca qui, che voglio vederli, andate.
Battista, fatto uno dei suoi soliti inchini a tre tempi, scomparve di
nuovo.
--Come? Ma dunque--allora--voi vi siete presa giuoco di me!--esclamò
Gino con aria offesa.
--Sì, un pochino, ve lo confesso. Intanto vi avverto che all'Apollo da
ragazza non ci sono mai stata e che cinque anni fa ero ancora a
Bologna.
--Ma....
--Mio padre poi è piccolissimo di statura e non ha mai portata la
barba.
--Ma allora, quel ritratto?...
--Quel ritratto? Abbiamo guardato l'album degli uomini illustri: il
ritratto era quello di Don Pedro d'Alcantara, l'imperatore del
Brasile.
--Aveva ragione anch'io! Quella barba non mi era nuova.
--Del resto, calmatevi--continuò ridendo Lucia, con un'aria di
canzonatura che le andava a meraviglia--benchè imperatore, Don Pedro è
un uomo di spirito e non se n'avrà a male se un diplomatico ha trovata
molta rassomiglianza fra l'augusto suo volto e quello di una povera
marchesa.
--Marchesa.... Marchesa scellerata!
Gino, nella sua falsa posizione, non trovava altra scappatoia, per il
minor male, che quella d'irritarsi e d'offendersi. Prese il suo
cappello:
--Ed ora....--mormorò cominciando dal salutare Lucia.
--Ora potete venire anche voi, dalle due alle quattro.... quando
vengono tutti gli altri.
--Non mi rivedrete più, signora marchesa.
--Mai più?...--disse Lucia con un accento e una espressione che
mostravano del rincrescimento sincero....
--Riparto questa sera per la Spagna.
--Ebbene, me ne dispiace molto, molto.--Dicendo queste parole Lucia si
era rifatta seria, e i suoi occhioni avevano un'espressione così
ammaliante, che Gino credendola forse pentita del suo scherzo e
dolente per la sua partenza, ritornò indietro, vicino a lei, e,
prendendole una mano:
--Davvero?--le domandò--ve ne dispiace molto che io ritorni in
Ispagna?
--Molto, perchè la nostra diplomazia mi pare in cattive mani!
QUINTINO E MARCO
L'avevano chiamato Quintino, perchè bisognava trovare ad ogni costo
una parola che, mentre ricordava al pover'uomo tutta la sua miseria,
lo insultasse, e facesse ridere; e la parola fu trovata.
S'egli fosse stato meno forte, incontrandolo gli avrebbero allungato
dei calci, oppure avrebbero fatto una gran baldoria, buttandogli in
faccia dei pugni di sabbia o delle manate di fango; s'egli avesse
avuta una casa, una mensa, una donna, sarebbero entrati là dentro per
attossicare quel pasto, per offendere quella pace e per tentare quella
donna: ma il disgraziato, quantunque paziente e mite, era forte.... ed
era solo. Non restava dunque che il veleno dell'ironia; e il pitocco
seminudo, che non aveva mai un soldo in saccoccia e non portava con sè
che una gran fame per tutto bagaglio, fu chiamato Quintino perchè
allora appunto era ministro delle finanze Quintino Sella. Quel
nomignolo, buttato là per ischerno da un burlone ben pasciuto, fece
dimenticare il vero nome dell'oscuro martire, crocifisso dal buon
umore altrui, un nome, che la sua mamma forse, povera pia, avrà voluto
scegliere apposta per lui da un vecchio libro di preghiere. Ma
Quintino era buono, paziente, rassegnato; e non solo sopportava tutto,
anche quell'insulto quasi feroce, sorridendo con un sorriso così mesto
che avrebbe dovuto inspirare un po' di compassione, ma per far ridere
ancora di più, aveva messo il nome d'un altro ministro delle finanze,
di Marco Minghetti, al fido e solo amico ch'egli avesse al mondo; al
suo cane. E Marco era proprio degno di Quintino; era una bestiaccia
magra, sozza, appuntita; ma però giudiziosa, compassata, prudente....
o dormiva, o pensava. Mai un latrato, mai un ringhio ostile, non
faceva mai un salto più del necessario, non faceva mai una corsa alla
quale non fosse stata obbligata. Tutto il suo còmpito si riduceva a
far da sentinella con un _cheppì_ di carta ed un randello per fucile.
I soldati, a veder quel fantaccino più rassegnato che formidabile, se
lo indicavano l'un l'altro, ridevano a crepapelle, gli si fermavano a
frotte d'intorno e facevano sì che la bestia fosse più profittevole
dell'uomo.
Quintino lo capiva, e quando guardava Marco, accarezzandolo colle mani
lunghe ed ossute, i suoi occhi rivelavano una tenerezza infinita.
Come l'uomo, anche la bestia era triste e meditabonda. Quintino
diffondeva la sua melanconia su Marco; e tutti e due, confusi nello
stesso dolore, parevano maledetti dallo stesso destino.
Certo i due affamati che si scorgevano lontani, sul fondo bianchiccio
della strada: certo quell'uomo vestito di rosso, magro ed agile, e
quel cane tutto nero che rigava col muso l'arso e polveroso terriccio,
camminando a sghimbescio, formavano un quadro triste e lacrimevole al
quale non c'era raggio di luce nè colori di maggio che prestassero un
solo riflesso giocondo.
L'esistenza di Quintino era simile a quella di un bandito perduto in
una macchia, senza un pensiero della vita, senza un desiderio, senza
mai una speranza; e alle volte cercava invano una goccia d'acqua,
mentre bruciava dalla febbre, cercava invano un mucchio di paglia
mentre cadeva sfinito dalla stanchezza.
Tuttavia egli non si lamentava mai; era sempre muto come Marco, e
l'uno e l'altro facevan festa a chi donava loro un pezzo di pan nero,
anche se non lo dava per carità, ma solo per tenere in vita quelle due
strane creature che facevano ridere coi loro giuochi e col loro
aspetto così buffo e meschino.
E come non riuscivano a sfamarsi proprio del tutto, così non avevano
mal nemmeno un giorno di riposo. Camminavano sempre attraversando le
città, i borghi, i villaggi, ed erano sempre in mezzo alle feste, al
chiasso e alle allegre ribotte. Quintino colla sua faccia da funerale,
e Marco Minghetti colla coda fra le gambe.